di Federica Pergola

Federica Pergola, lettrice, con la rubrica “Le amiche consigliano”
Federica Pergola, lettrice, con la rubrica “Le amiche consigliano”

 

 

 

 

Il paese che non c’è

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foto di Federica Pergola

 Avete mai giocato a Risiko? Ricordate il paese in alto a destra? La Kamchatka. Un paese che in realtà non esiste…

“Quando si giocava a Risiko nessuno si disputava la Kamchatka. I nazionalisti volevano il Sud America, i colti sognavano l’Europa e i pratici piantavano le tende in Africa e Oceania, che erano facili da conquistare e ancora più facili da difendere. La Kamchatka era in Asia, che era troppo grande e difficile da controllare. E per giunta non era neppure un paese vero: esisteva come nazione indipendente soltanto sull’insolito planisfero del Risiko. Chi poteva desiderare un paese che non era neppure reale? La Kamchatka restava a me, che ho sempre avuto un debole per gli ultimi. (…) Alle mie orecchie quella parola aveva anche un suono meraviglioso. Era una mia impressione, o Kamchatka risuona come un incrociarsi di spade?”

Marcelo Figueras ha scritto questo bellissimo, delicato romanzo quasi per caso. Si è imbattuto in questa storia mentre cercava un copione per il regista Marcelo Pineyro. Scrive Figueras nei ringraziamenti:

“Per mesi abbiamo preso in esame migliaia di soggetti possibili, uno dei quali era l’abbozzo di quello che sarebbe diventato Kamchatka. Il protagonista era un bambino di dieci anni figlio di desaparecidos, che nell’Argentina della dittatura militare si vedeva costretto ad andare a vivere con il nonno…Quella storia cominciava dove Kamchatka finisce.”

Perché spostando lo sguardo al prima – a quando il bambino, col nuovo nome di Harry, è costretto a vivere, insieme ai genitori, l’esperienza della clandestinità in seguito al colpo di stato del 1976 in Argentina e la conseguente dittatura militare- Figueras spegne l’oscurità e la tristezza e apre la strada ad un racconto pieno di umorismo, tenerezza, infantile dolcezza e ingenuità. Spostare lo sguardo al prima permette infatti a Figueras di allontanare la paura, l’angoscia, la solitudine e il silenzio che- si intuisce – seguiranno e di concentrarsi invece su questo processo di costruzione di una nuova esistenza, con nuovi nomi e nuove identità.  E la storia è poi diventata anche la sceneggiatura del film effettivamente girato da Pineyro nel 2002, con Ricardo Darín e Cecilia Roth tra i protagonisti.

Spostando lo sguardo al prima, Figueras ha modo di farci entrare  in quella che era la vita di Harry: di farci conoscere il suo grande amico Bertuccio e la sua mamma (bravissima a fare le cotolette!); il suo amore per il gioco del Risiko; le sue mattine a scuola, quando, nell’ora di biologia (“scienza che studia gli esseri viventi”) Harry apprende il significato del “principio di necessità”:

“Quella mattina di aprile la signorina Barbeito tirò le tende dell’aula e ci mostrò un film didattico. Colori sbiaditi e narratore messicano, il film parlava del mistero della vita (…) registrai che la terra si era formata quattro miliardi e mezzo di anni prima, una palla di fuoco. Registrai che ci aveva messo un altro mezzo miliardo di anni a creare le prime rocce. Registrai che aveva piovuto per duecento milioni di anni- caspita, che diluvio- al termine dei quali avevamo avuto gli oceani. (…) E poi scoprii che alcuni scienziati sostenevano che in origine sulla terra non c’era ossigeno, o che l’ossigeno era presente solo in quantità minime. A volte penso che tutto quello che c’è da sapere in questa vita si trovi nei libri di biologia. Considerate in che modo i batteri reagirono alla massiccia introduzione di ossigeno nell’atmosfera terrestre. Fino a quel momento (due miliardi di anni fa, secondo il mio calendario) l’ossigeno era un veleno per la vita. I batteri resistevano perché l’ossigeno veniva assorbito dai metalli del pianeta. Quando i metalli si saturarono e non ne assorbirono più, l’atmosfera si riempì di gas tossico e numerose specie furono eliminate per sempre. Ma i batteri si riorganizzarono, svilupparono difese e si adattarono con un sistema tanto efficace quanto brillante: inventando un metabolismo che richiedeva la stessa sostanza che fino a quel momento aveva rappresentato un veleno mortale…Può darsi che questa capacità della vita di capovolgere le sorti di una partita difficile non vi dica niente. Ma per quanto riguarda la mia esistenza, vi assicuro che dice parecchio. (…)

Qualcosa ho capito della faccenda delle cellule, ed è questo: uno cambia perché non ha altra scelta”.

Quando nel 1976, a pochi giorni dell’inizio della scuola,  il golpe militare in Argentina porta al governo “un signore con un berretto militare, un paio di baffoni e la faccia da cattivo”, i genitori di Harry, oppositori del nuovo regime autoritario, capiscono di dover scappare, abbandonando tutto: professioni, amici, affetti, legami e beni terreni per nascondersi in un’altra vita, in altre identità, in una nuova casa. Per Harry e il fratellino più piccolo (il Nano) è l’inizio di una avventura: triste, certo, perché la fuga improvvisa è ai loro occhi poco chiara e perché (soprattutto perché) a casa hanno dovuto necessariamente lasciare ciò che è per loro più caro: i fumetti, i soldatini, il morbido Pippo con cui dormire, la scatola del Risiko con cui giocare (e perdere, sempre!) con papà.

Ma la nuova casa ha una piscina, dove i rospi affogano non trovando una via d’uscita (ci penseranno i bambini a procurargliela, costruendo un “antitrampolino”, per permettere ai rospi di “tuffarsi” all’asciutto…), e nasconde segreti: una cartolina, che rimanda ad altre persone che hanno vissuto là, o che sono passati di là (si sono nascosti là?); e un libro magico, che narra la storia di Houdini, l’escapologo che riusciva a resistere 4 minuti sott’acqua senza respirare, il mago che non prometteva niente di diverso da quanto non sapesse effettivamente fare: non un prestigiatore che inganna, confonde e ti fa credere a cose  non vere: solo uno che

“dichiarava di saper fare solo ciò che faceva davvero…un vero artista, l’uomo che nessuno riuscì a tenere rinchiuso e che fece della libertà la propria vocazione”.

E nella nuova casa arriverà un nuovo amico, Lucas, ed è in quella casa che si svolgerà una partita di Risiko, tra Harry e suo padre, destinata a restare memorabile. Perché è la rivelazione di una strategia.

 “Da allora ogni volta che la partita ha preso una brutta piega, sono rimasto in Kamchatka e sono sopravvissuto. E anche se all’inizio pensavo che io e papà avessimo una partita in sospeso, più tardi ho capito che non era così. Mi aveva rivelato il suo segreto e così facendo aveva fatto di me il suo alleato. Perché la Kamchatka era dove bisognava stare …

“L’ultima cosa che papà mi disse, l’ultima parola che gli sentii pronunciare fu Kamchatka (…) Papà si china e mi dice all’orecchio la parola dell’addio. Sento ancora il calore della sua guancia. Mi bacia e mi graffia al tempo stesso. Kamchatka. Io non mi chiamo Kamchatka, ma so che dicendolo pensa a me”.

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Kamchatka, di Marcelo Figueras, traduzione di Gina Maneri, L’asino d’oro, pp. 369, €14,00

Federica consiglia: Kamchatka
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