panchina mare

Davanti al mare! Su una panchina affacciata sul mare. Che dici?

Cosa potrei mai dire se non che è l’atmosfera ideale per immaginare me e Roberta Marasco chiacchierare del suo nuovo romanzo, “Lezioni di disegno”, edito da Fabbri, che ho letto questa estate proprio davanti al mare. Luigi MarascoÈ il libro che mio figlio Luigi, di cinque anni, ha scelto per me dallo scaffale dei libri che avevo selezionato come compagnia dei miei pomeriggi estivi, portandoli nella casa al mare. Non si sbagliava, Roberta Marasco ha scritto un libro intrigante e con una storia che si innesta con grande naturalezza nella Storia.

Accomodatevi con noi, sarà davvero piacevole.

Lezioni di disegnoIn “Lezioni di disegno” tre generazioni si confrontano al femminile: Gloria, che vive a cavallo della dittatura franchista e la sua fine; Julia, la secondogenita, che porta un nome speciale che è anche una forma di battaglia d’emancipazione; e Abril, giovane e libera nipote, figlia della terzogenita di Giulia, la pecora nera della famiglia, Olga. I loro destini si consumano e scontrano nella villa di famiglia, una casa da sogno voluta dal padre Luis Fernandez Costa, molto vicino al Generalissimo Franco, che è uno delle tante personalità del suo entourage che riuscì a rimanere a galla dopo la morte di Franco e la fine del suo regime.

Se da una parte la contrapposizione tra le figure di Gloria, Julia e Abril si innesta nella società e nei tempi in cui vivono, dall’altra parte con quella tra le tre sorelle Costa, Anna, Julia e Olga, che nate in successione vivono la stessa epoca storica, mi è sembrato che tu volessi sfumare la motivazione storica e sociologica preponderante nella prima, per far spazio a una contrapposizione emotiva, sentimentale e caratteriale, e far venire fuori la complessità dell’essere donna, ora e sempre.

C’è questa dicotomia nel tuo disegno narrativo?

Roberta MarascoÈ esattamente così. E l’hai detto così bene, Giuditta, che ora non so più che cosa aggiungere!

Le tre sorelle rappresentano tre aspetti diversi della complessità femminile, proprio come hai scritto tu, e si definiscono e si differenziano soprattutto nel loro rapporto con la casa.

Anna in un certo senso non se n’è mai andata di casa: è quella delle tre che è rimasta a prendersi cura della madre e ha ricreato la casa d’infanzia, con le stesse regole e gli stessi ruoli, a casa propria. Olga è scappata giovanissima, quando c’era aveva sempre un piede fuori dalla porta, è la ribelle di casa, la più insofferente e opportunista, e non si fa scrupoli a svaligiare la casa di famiglia come non se ne è fatti a ignorare le necessità della madre e gli obblighi familiari. Julia invece è sempre sulla soglia, come dice lei stessa, né dentro né fuori. Non è stata capace di creare un focolare per sé, ha una scia di case abbandonate e di fallimenti sentimentali alle spalle e con la madre c’è sempre stata ma senza esserci abbastanza, perennemente in bilico fra sensi di colpa e bisogno di libertà.

Abril, la nipote, invece una casa non ce l’ha e non la cerca. Non ne ha bisogno, se non come riparo provvisorio. Si sente a casa propria ovunque – esattamente il contrario di Julia – si porta la casa addosso, sulla pelle. È la figlia delle battaglie per l’emancipazione che l’hanno preceduta, come scrivevi tu.

Sono convinta che per le generazioni più giovani sia così, che abbiano un rapporto più sano con la casa, soprattutto le donne, che la vivano come un nido e un rifugio, senza confonderla con la propria identità, senza averne bisogno per sapere chi sono, come succede ancora alle donne della mia generazione (e di quella del libro). Il che non impedisce ad Abril di avere un gran bisogno dell’amore materno, di quell’amore materno che non ha mai avuto e che assume quasi sempre forme inaspettate.

Nessuna delle tre figlie, per esempio, ha saputo riconoscere l’amore di Gloria per quello che era. Senza svelare nulla, ciascuna delle tre vi ha cercato e visto quello che voleva e di cui aveva bisogno, e tutte e tre si sbagliavano, come scopriranno alla fine. Gloria le ha amate più di quanto immaginavano, ma non come loro avrebbero voluto. E questa, forse, è una delle grandi contraddizioni dell’amore materno: non si lascia mai riconoscere, arriva sempre con un volto leggermente diverso da quello che credevamo di conoscere (e che avremmo voluto).

Quanto a Gloria, il suo conflitto è lo stesso del periodo storico che sta vivendo. Proprio come succede alla Spagna del 1976, le si spalanca davanti un’occasione di libertà del tutto inattesa e che non è sicura di poter gestire, forse neanche di desiderare. Da un lato ci sono le regole della società franchista, dove la donna passava per legge dalla tutela del padre a quella del marito, senza poter disporre dei propri beni o firmare da sola un contratto di lavoro. Dall’altro c’è l’esplosione creativa della controcultura, con un modo completamente diverso e selvaggio di vivere la musica, l’arte, il sesso e le relazioni in generale. Per una donna come Gloria, però, significava non solo rischiare, ma anche tradire se stessa e quel bisogno di compostezza, ordine e obbedienza su cui aveva fondato la propria vita. Credo che sia un conflitto che, con sfumature diverse, vivono molte donne. E che sia la chiave irrisolta di molte battaglie femministe.

 

Grande attenzione e cura in “Lezioni di disegno” presti all’ambientazione storica della seconda metà degli anni Settanta. Un momento di passaggio, dopo la morte di Franco sul finire del 1975. Non uno sfondo storico, ma l’intimità della Storia vissuta sulla pelle e le spalle dei personaggi, ma anche la complicità che talvolta gli eventi storici, nel caso del romanzo le manifestazioni di piazza contro il Regime, giocano nei destini dei singoli. 

La contemporaneità è appiattita per far risaltare maggiormente quel momento storico, di cui racconti momenti salienti, che riguardano non solo la politica ma più in generale la società e i costumi, come la prima manifestazione femminista spagnola dopo la fine della dittatura.

C’è stato nel tuo sguardo e nelle tue intenzioni narrative la volontà di far entrare la grande storia nelle vite dei tuoi personaggi, più ancora che creare uno sfondo storico in cui farli agire? 

Roberta MarascoSì, assolutamente sì. La storia che volevo raccontare poteva accadere solo nel 1976 spagnolo, anzi, per la precisione a Barcellona. La storia di Gloria è al tempo stesso la storia di Barcellona, scorrono in parallelo, entrambe scisse fra due tensioni diverse e contrapposte, quella verso la libertà e il nuovo e quella verso il ritorno all’ordine e il vecchio. Per questo la vicenda di Gloria poteva prendere il via solo in quella domenica di febbraio del 1976, durante la prima manifestazione di piazza dopo la fine del regime franchista, proprio come la vita della protagonista scopre di avere davanti la possibilità di un futuro diverso, quel giorno. Sulla città e sulla vita di Gloria incombe il pericolo della repressione e della violenza, entrambe vivono lo stesso clima e le stesse speranze.

Il 1976 è l’anno in cui tutto può succedere, per la Spagna e nella vita di Gloria. È l’anno delle manifestazioni, del primo raduno femminista, del primo concerto spagnolo dei Rolling Stones. È l’anno in cui la Spagna non è ancora libera e democratica (le prime elezioni si terranno soltanto nel giugno del 1977), ma non è più neanche sotto la dittatura franchista.

Non saprei dire se Gloria mi serviva per raccontare la città di Barcellona nel 1976 o viceversa, di certo sono due vicende intrecciate strettamente, non si tratta solo di uno sfondo, come dici giustamente tu. Ed entrambe raccontano in qualche modo la condizione femminile, nel nostro bisogno di ribellarci da una società patriarcale e autoritaria, e nelle contraddizioni e nelle difficoltà che questa liberazione si porta dietro.

barcellona

Barcellona è la protagonista indiscussa del tuo romanzo. Anche in questo caso con una particolare attenzione alla città e alla sua atmosfera nel 1976, più ancora che a quella dei nostri giorni vissuta da Giulia e Abril.

Una Barcellona vissuta intimamente dalle donne del romanzo, che ne attraversano i luoghi alla ricerca di sé e delle persone che hanno amato, ma forse mai conosciuto fino in fondo.

Interessante mi sembra il gioco tra l’interno, la villa di famiglia o in apertura la bellissima casa della prima sorella Anna, e la città che si attraversa alla ricerca di una propria libertà. 

La vera vita delle donne, in particolare di Gloria, in “Lezioni di disegno” si svolge nel “fuori”, mentre nel “dentro” di casa bellissime, dove lo stereotipo vuole che trovino la piena realizzazione, vivono con un forte disagio esistenziale, che nasconde violenza e sopraffazione. Non a caso le due sorelle, Julia e Olga, per essere pienamente se stesse e sentirsi vicine, salgono sui tetti della villa paterna a raccontarsi, a piangere, ad abbracciarsi.

È consapevole e “politica” questa scelta di rendere il “fuori” per le protagoniste del romanzo vero spazio del proprio sé?

Roberta MarascoÈ talmente inconsapevole, che l’ho capito solo adesso, leggendo la tua domanda! E sì, hai ragione, è esattamente così. Le protagoniste sono davvero se stesse solo fuori di casa: in manifestazione, sul tetto che diventa luogo di riconciliazione e di fuga, in giardino… Forse il volto femminile del graffito che compare, clandestino e misterioso, per i vicoli della città è una metafora proprio di questo. La città offre un’occasione, alle donne del romanzo, ammicca dietro il finestrino dell’aereo o dietro la vetrata di casa con i fuochi d’artificio di Sant Juan, le chiama a sé. Barcellona ti strizza sempre l’occhio, a Barcellona hai la sensazione – vera o falsa che sia – che ci sia posto per i tuoi sogni, per quanto azzardati siano. Gloria prima di sposarsi immaginava che la casa sarebbe stata il suo piccolo tempio, la sua creazione, lo spazio tangibile dell’affermazione di sé. E per quante donne è ancora così? Quante donne costruiscono in casa quello che non si sentono autorizzate a costruire altrove? Forse è anche per questo che a volte realizzarsi e cercare la libertà è così difficile, perché significa tradire una parte di sé, quella che abbiamo creato con tanta cura fra le pareti domestiche. Quella in cui abbiamo investito tanti sogni, aspettative ed energie.

 

Se le donne sono predominanti in “Lezioni di disegno” e reclamano i primi piani, anche le figure maschili però si ritagliano, per quanto marginali, ritratti sfaccettati e opposti gli uni agli altri. Luis e Julius sono agli antipodi in tutto, conservatore l’uno anarchico l’altro, pragmatico il primo creativo il secondo, radicato e rigido quanto l’altro è libero e sconfinato. 

Anche Julia ha in Javier un opposto. Nella loro relazione è lei che fugge, alla ricerca di sé, mentre Javier rimane in attesa, pronto ad accogliere.

C’è l’intenzione di ribaltare quelli che sono i cliché più scontati, almeno in narrativa, degli atteggiamenti, femminili e maschili, nelle relazioni? La storia di Julia e Javier non ribalta topoi classici, come quello di Penelope e Ulisse, o Enea e Didone? 

Roberta MarascoUn tema che mi ha sempre affascinato nelle storie d’amore è il conflitto fra il sentimento d’amore e il bisogno di fuga che in qualche modo credo ci definisca tutti. Come si concilia il bisogno di un’altra persona che nasce insieme all’amore con l’incapacità di legarsi o la paura di fermarsi? Le coppie del libro rappresentano questo conflitto, almeno nelle mie intenzioni. Luis è la stabilità intesa come norma e rigidità, nella sua versione più disprezzabile e cupa, e violenta. Javier è la stabilità nella sua versione più rassicurante, quella della cura, della presenza, della pazienza. È vero, in qualche modo lui e Julia ribaltano lo schema più classico, in cui è lei a cercare la stabilità e lui a sfuggirvi, o in cui lei rappresenta la casa e lui il viaggio, per dirla in un altro modo. Nel caso di Giulio e Gloria, il conflitto prende una forma diversa, perché lui è anarchico e ribelle, come dici giustamente tu, ma è anche inscindibile dalle sue passioni e quindi non è libero dall’amore, tutto il contrario, nonostante lo pratichi con grande libertà. Gloria in apparenza può sembrare più pacata, ma non lo è e anche lei, a modo suo, ha un conflitto interiore da affrontare, quello fra due donne, due Glorie diverse, che devono ancora imparare a conoscersi. Non svelo altro… Del resto, sono già al secondo romanzo su questo tema e la risposta ancora non l’ho mica trovata. Ammesso che esista.

 

Cara Roberta, è giunto il momento dei saluti. Chiudo “Lezioni di disegno” e lo ripongo nella mia libreria. Mi aiuti a trovare lo scaffale giusto per farlo stare in buona compagnia? A quali storie imprescindibili dovrebbe stare accanto?

Roberta MarascoChe difficile decidere! Credo che lo metterei fra due libri molto diversi, ma con cui ha qualcosa in comune. Da un lato “Le stanze dei ricordi”, di Jenny Eclair, un libro che ho amato molto e in cui la casa dell’anziana protagonista, che il tempo le ha svuotato attorno, riprende vita per svelare i segreti del passato e il modo in cui gli affetti familiari sono stati costretti a contorcersi, dalla vita, ma resistendo con tenacia. L’altro romanzo è il magnifico “Nada”, di Carmen Laforet, perché racconta Barcellona in un altro periodo storico di passaggio, alla fine della guerra civile, e lo fa a sua volta spostandosi fra le stanze di una casa e attraverso gli occhi di una giovane donna, che cerca un posto per i propri sogni e scopre che i sogni delle donne, spesso, le consegnano alla solitudine.

Grazie di cuore, Giuditta, per questa chiacchierata meravigliosa. Sarei andata avanti in eterno!

Lo stesso vale per me, e quindi l’appuntamento è sulla stessa panchina per il prossimo libro.

Chiacchierando con… Roberta Marasco
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