Foto di Nicola Attadio che ringrazio.
Foto di Nicola Attadio che ringrazio.

Dove ci saremmo visti? Nel mio studio, al Flaminio, dove sulla scrivania  vicino ad un pc portatile c’è una vecchia mappa, scovata non so come in rete, che disegna le anse del fiume Croocked Creek nella contea di Armstrong in Pennsylvania, la contea dove tutto ebbe inizio. 

ATTADIO_COVEREcco l’invito che mi rivolgerebbe Nicola Attadio, quando gli propongo di chiacchierare insieme, dopo aver letto “Dove nasce il vento” (Bompiani), colpita dal ritmo della narrazione, così veloce eppure incisivo, e dalla sobrietà, ricca di ammirazione, con cui ha saputo sviluppare un personaggio straordinario: la reporter americana Nellie Bly.

Se ci stringiamo, ci stiamo tutti: accompagnatevi a noi.

 

In “Dove nasce il vento” scegli  un ritmo spedito e incalzante per raccontare la vicenda esistenziale di Nellie Bly, la prima reporter donna che fece storia, scalpore e scuola nel giornalismo americano di fine Ottocento e inizio del Novecento. Nei ringraziamenti finali sveli che la protagonista del romanzo ti è capitata tra le mani e nella mente grazie alla trasmissione di Radio 3 (la mia radio del cuore!), “Vite che non sono la tua”, di cui sei autore e conduttore. 

Vita eccezionale quella di Elizabeth Cochran, a cui lei stessa aggiungerà una “e”, Cochrane, prima che quelli del “Disparch” di Pittsburgh, il primo giornale che la ingaggerà come reporter, inventino lo pseudonimo di Nellie Bly, con cui diventerà famosa. Il rischio di enfatizzare o edulcorare una vita così straordinaria era insito nella stessa eccezionalità del personaggio, e invece riesci a mantenere una sobrietà di sguardo e di narrazione, che rendono la vicenda non solo autentica ma realmente avvincente, al di là di ogni retorica e mitopoiesi. 

Dalla scrittura per il programma radiofonico alla narrazione di ampio respiro di un romanzo: qual è stato il nesso e il passaggio? Quale la scintilla che ti ha fatto immaginare per Nellie Bly un destino diverso da quello per cui l’avevi incontrata? Cosa non poteva essere sacrificato della vicenda della giornalista, che invece in Radio non avrebbe trovato spazio?

Nicola AttadioDopo avere raccontato la vita di Nellie in radio mi sono accorto che tantissimo di lei e del suo mondo era rimasto fuori, inespresso. Poi c’era un aspetto che mi stimolava: il corto circuito tra le sue scelte contro corrente, di fronte al clima culturale dominante, e la sua capacità di interpretare lo spirito del tempo. Lei come donna ha operato una serie di strappi (l’idea che l’emancipazione, per le donne come per gli uomini, possa arrivare solo attraverso il lavoro, il giornalismo sotto copertura, i viaggi da sola), come americana ha incarnato l’individualismo irrequieto di una nazione che si stava trasformando in una grande potenza mondiale. E questo corto circuito puoi farlo emergere nello spazio narrativo di un libro. La scrittura iniziale per la radio ha sicuramente condizionato il mio approccio. Ho dovuto mettere il freno più volte, perché spesso mi sono accorto di andare troppo veloce nel racconto. Quindi ho imparato a fermarmi, a prendere fiato, a guardarmi intorno e narrare quello che vedevo.

 

Finalmente New York. E finalmente il “Word”. Nellie è entrata in pianta stabile nella redazione del giornale di Pulitzer.

Il tratto più entusiasmante della parabola esistenziale di Nellie è proprio l’approdo a “World” che la consegna alla fama mondiale. Nel romanzo è raccontata con incisività la particolarità del giornalismo di Nellie Bly, il suo essere non semplicemente talentuosa ma anche unica nel suo modo immediato e indecente di raccontare il mondo che le è intorno.

Qual è la dote più spiccata di Elizabeth Cochran che le ha consentito di diventare Nellie Bly? e quali invece gli elementi del suo carattere e della sua vita che è stato più difficile raccontare? e ancora c’è qualcosa che hai deciso di tralasciare o non approfondire della sua biografia? 

Nicola AttadioNellie fin dall’inizio si rende conto che il successo di un’inchiesta dipende da un paradosso che per comodità potremmo chiamare il paradosso Bly: si può arrivare alla verità se si passa attraverso l’inganno. Se vai in una fabbrica e ti presenti come giornalista, i capi reparto ti faranno vedere solo quello che a loro fa comodo. Non solo. Anche le operaie, sapendo che ne scriverai sul giornale, per paura di essere riconosciute non ti diranno mai le cose come stanno. Se, invece, diventi una di loro, ci chiacchieri al bar, frequenti la fabbrica e vedi con i tuoi occhi quello che realmente accade, allora li avrai in pugno. L’inganno, la menzogna come anticamera della verità. È un paradosso, è vero. Attenzione però, contava molto l’accuratezza, la verifica di quello che con l’inganno avevi scoperto. Insomma il giornalismo non era un mestiere improvvisato. Per essere un bravo reporter bisognava saper guardare, raccontare e verificare. E Nellie in questo era formidabile. Era poi un’ottima intervistatrice. Originale nel modo di affrontare i suoi interlocutori. Era diretta, non aveva paura delle conseguenze delle sue domande, sceglieva sempre un punto di vista non ovvio. Così facendo ha imposto un modello “suo”, femminile. Ha privilegiato il lavoro su tutto, perché, a suo giudizio, solo il lavoro poteva garantirle un’autentica autonomia. Lei non voleva perdere il controllo sulla sua vita.  Così fino a 30 anni ha evitato i legami sentimentali stabili (ed è stato questo, forse l’aspetto più difficile da raccontare, vista la sua riservatezza sul tema), tanto era forte l’ossessione di consegnare la sua libertà a qualcun’altro. E infatti, quando ha deciso di sposarsi, ha dovuto rinunciare al giornalismo. Ma anche in questo caso ha condotto lei il gioco, impegnandosi con grande determinazione e in modo assolutamente innovativo, nella gestione della compagnia di proprietà del marito.

 

Ogni capitolo del romanzo si apre con una pagina in corsivo, in cui la narrazione si fa più lirica e introspettiva. Il narratore si palesa e si rivolge direttamente alla protagonista, svelandone i pensieri e i sentimenti. Poi si passa alla narrazione in terza persona, che rende il ritmo più serrato e oggettivo, e in cui sono i fatti a prendere il sopravvento.

Quella del corsivo è una Nellie pensosa e nostalgica, che ha già vissuto e che, attraverso la seconda persona, fa un bilancio intimo della propria esistenza.

Quali intenzioni ti hanno spinto all’uso così radicale del corsivo? C’è un netto contrasto tra l’apertura del capitolo e il suo proseguo, e con quale finalità?

Nicola AttadioQuando ha cominciato a ronzarmi nella testa l’idea di scrivere un libro sulla vita di Nellie Bly mi sono chiesto che strada narrativa avrei dovuto percorrere. Ero indeciso tra l’uso della prima persona, che mi avrebbe permesso di arrivare molto in profondità e quello della terza che, invece, mi consentiva di raccontare il mondo in cui Nellie era calata. Non volevo rinunciare a nessuna delle due opzioni. Ma sapevo bene che avrei dovuto comunque operare una scelta. E ogni volta che decidevo per l’uno o per l’altra sentivo che stavo perdendo qualcosa. Poi un giorno ero con mia moglie e il discorso è caduto sul romanzo di Jay McInerney, “Le mille luci di New York”. Un libro, scritto tutto in seconda persona, che entrambi abbiamo amato molto. E ho ripensato al desiderio ( e all’invidia) che avevo provato, leggendo quella storia, di scrivere qualcosa del genere. Un desiderio che ho sempre ricacciato, considerando le enormi difficoltà di una scelta di quel tipo. Quel  giorno non ho ricacciato indietro quel pensiero e mi si è aperta una strada. Insidiosa, certo. Ma una strada che mi permetteva di arrivare ad un grado di dettaglio molto elevato per poi ritornare ad un quadro di insieme molto più ampio. Insomma potevo conciliare quello che mi sembrava inconciliabile: raccontare la realtà che circondava Nellie senza rinunciare al suo sguardo sulle cose, ai suoi pensieri, alle sue ossessioni.  Ho deciso di rischiare e ho imboccato il sentiero. Da qui i corsivi in seconda persona che aprono ogni capitolo e che segnano il perimetro di una narrazione diciamo così letteraria e non storica.

 Nellie Bly

Accanto a Nellie Bly c’è l’America in un determinato momento: la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La cura e l’attenzione che metti nei dettagli e nei particolari per rendere l’ambientazione nitida e vera è ben visibile, e dà alla narrazione ritmo e godibilità.
Parte del suo fascino la giornalista lo deve a essere americana? Un dato che prende piena evidenza quando durante la prima guerra mondiale si ritroverà in Europa, e diverse esperienze potrà viverle in quanto americana. Nellie Bly sarebbe venuta fuori in tutto il suo talento fuori dall’America? O il fatto di essere “a free American girl” è dirimente? 

Nicola AttadioNellie Bly racchiude in sé tutto lo spirito americano del tempo. È individualista, orgogliosa, crede nelle potenzialità del singolo, ha fiducia nel sistema di valori del suo paese, crede fortemente nelle virtù terapeutiche del giornalismo, è convinta che quel mestiere possa avere un senso se incide positivamente sulla vita della comunità. La denuncia ha senso se riesce a far correggere quelle pratiche che producono ingiustizia, sopraffazione del più forte sul più debole. Il suo giornalismo investigativo, sotto copertura, diventa così uno strumento straordinario nelle mani del lettore, che grazie ai suoi racconti ha accesso a realtà lontanissime da lui, ma che ne possono condizionare l’esistenza. Penso alla politica, all’industria, ai luoghi  e alle persone deputati a garantire la salute o l’ordine pubblico. Nellie è un po’ come l’ Uomo ragno, sa di avere un grande potere e, di conseguenza, una grande responsabilità. Con una novità per i codici del tempo. Il super eroe è una donna. E quindi ogni volta che si avvicina troppo al potere, come in un gioco dell’oca, ritorna alla casella di partenza. Anche nel suo giornale. Gli uomini del World, consapevoli delle sue qualità, non le hanno mai affidato la direzione di una redazione o di un supplemento. Ma lei in perfetto spirito yankee non si è mai arresa, spostando la sua personale frontiera sempre più in là. E per questo che non stupisce ritrovarla dopo varie vicissitudini sul fronte orientale della Grande Guerra, dimostrando anche in quel contesto di avere un altro passo ed un altro sguardo.

 

Quale “fronte” sceglierebbe oggi Nellie Bly, se fosse una donna del XXI secolo? E quale reportage sarebbe interessata a scrivere? 

Nicola AttadioRispondo di impulso. Oggi Nellie sarebbe andata a Riace a raccogliere le storie di chi vive ogni giorno quell’esperienza, un po’ come fece (controcorrente) quando andò a raccogliere le testimonianze degli operai e delle loro famiglie in sciopero contro Pullman. Oppure si sarebbe fatta assumere in un ufficio di Google o in un centro logistico di Amazon per raccontare quella realtà dall’interno. Non ti dico che si sarebbe imbarcata assieme degli immigrati, perché a questo ci aveva già pensato lei proponendolo alla redazione del World come suo primo scoop. Loro poi scelsero l’inchiesta sul manicomio femminile che fece la sua fortuna. Attualmente i fronti da presidiare sono numerosi: sociali, di guerra, politici. È per questo che, oggi più che mai, c’è bisogno di giornalismo. Non di opinione, ma di racconto, di analisi, di denuncia. Bisogna recuperare fiducia, risalire la china. Oggi più che mai bisogna credere che quella professione ha ancora le leve per cambiare la realtà. A volte, anzi spesso, più della politica.

È questo il principale fronte di una grande battaglia democratica. E Nellie, se oggi fosse qui, questa battaglia la combatterebbe fino in fondo.

Chiacchierando con… Nicola Attadio
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