Preghiera dal mare

Forse dovrei avvisare conoscenti e amici di non leggere questo post, per evitare che scoprano cosa troveranno sotto l’albero come mio regalo natalizio, o per il prossimo compleanno, o quando vorrò testimoniare la mia amicizia. Eh sì, a lungo regalerò a chi amo un libro prezioso non solo nel contenuto ma nel progetto editoriale: “Preghiera del mare” di Khaled Hosseini, a cura di Roberto Saviano, con le meravigliose e toccanti illustrazioni di Dan Williams, edito da Sem.

Un atto d’amore che traspira dalle pagine, dalla qualità della fattura del libro, dalla semplicità del dettato, dalla poeticità delle immagini che accompagnano le parole arricchendole di suggestioni cromatiche, di allusioni olfattive, di richiami uditivi.

khaled-hosseini-sea-prayer-dan-williamsMacchie di colore, pennellate libere in cui le tonalità del verde e del giallo per i paesaggi si alternano al marrone e grigio dei centri abitati, che ben presto cedono il passo al nero, acre e pesante, mescolato con un torbido blu, per poi perdersi nuovamente in chiazze di verde, in cui non c’è più nessuna percezione, nessuna vita, se non l’incognita della speranza.

È un padre che con lancinante dolore si rivolge al figlio. La tenerezza delle sue parole d’affetto e premura si mescola con il senso divorante di impotenza, con il timore e l’ansia, in cui la speranza si perde. E allora non gli resta che tragicamente e disperatamente affidarsi al mare, lanciargli sommessamente la sua preghiera, perché non si mostri crudele e affamato di vita.

Hosseini è riuscito a toccare il baratro della disperazione di chi deve necessariamente e ineluttabilmente affidare al mare non solo la propria vita, ma il bene più prezioso, un figlio, con una semplicità che accarezza e fende, culla e sbalestra, come le onde del mare, che può essere padre e carnefice.

Clicca sulla copertina per accedere alla scheda del libro sul sito della casa editrice SEM.
Clicca sulla copertina per accedere alla scheda del libro sul sito della casa editrice SEM.

Ci sono libri più strutturati, più complessi, più articolati sulle migrazioni, ma “Preghiera dal mare” è un vero e proprio atto d’amore. Semplice come può essere tenere per mano il proprio bambino ma non conoscere la direzione in cui lo si sta conducendo e, nonostante l’incertezza della meta, non avere scelta.

C’è disperazione nella situazione, ma non nelle parole del padre, ed è per questo che “Preghiera del mare” va regalato a tutte le persona che amiamo, perché la dignità umana e affettiva, che Hosseini ha saputo infondere nei pensieri e nelle riflessioni del padre, sono una dichiarazione d’amore e un inno alla vita, a quella forza indomita che, nonostante la tragicità del presente e della situazione vissuta, continua a guardare oltre l’orizzonte, a nutrire la speranza di una possibilità di salvezza, a non cedere allo sconforto, ma si stringe alla mano del piccolo Marwan, infondendogli coraggio e fiducia.

Vorrei che ricordassi… dice il padre al figlio, e la nostalgia si confonde nella certezza che i paesaggi del figlio saranno diversi da quelli della propria infanzia e che la tenera età non consentirà che i futuri e auspicabili racconti paterni sulla propria infanzia si sovrappongano a scenari e panorami condivisi. Anche il padre sta dicendo addio ai luoghi conosciuti e familiari, che saranno immersi sempre più in un’aurea di sogno.

“Preghiera del mare” trova il senso più profondo nella dignità che anima il padre, nella ricchezza e pienezza che gli appartiene:

“Se vedessero, caro. Se vedessero anche solo la metà di quello che porti con te sarebbero certamente più gentili”.

Tornare a guardare gli altri per quello che portano, e non per quello che tolgono. Tornare a guardare gli altri per quello che sono: uomini e non migranti, uomini e non rifugiati. Tornare a guardare gli altri per vedere e ritrovare la nostra umanità, che è naufragata e dispersa, ammutolita e zittita dalla paura.

Hosseini ci aiuta in questa sfida della Storia, come la definisce Saviano nella prefazione, perché mette sotto i nostri occhi e spinge nel nostro cuore l’altro, con tutto il suo carico di umanità, affinché non dimentichiamo di essere umani.

E allora con la potenza dirompente della Letteratura, mi tornano in mente le terzine dantesche del primo canto dell’Inferno, che diventano, nella specificità del nostro presente, patrimonio e augurio, e ci ricordano chi siamo e da dove siamo partiti. Ma soprattutto ci insegnano a scorgere nell’altro la nostra stessa condizione esistenziale:

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, 
là dove terminava quella valle 
che m’avea di paura il cor compunto, 
       guardai in alto, e vidi le sue spalle 
vestite già de’ raggi del pianeta 
che mena dritto altrui per ogne calle. 
       Allor fu la paura un poco queta 
che nel lago del cor m’era durata 
la notte ch’i’ passai con tanta pieta. 
       E come quei che con lena affannata 
uscito fuor del pelago a la riva 
si volge a l’acqua perigliosa e guata, 
       così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, 
si volse a retro a rimirar lo passo 
che non lasciò già mai persona viva. 

Preghiera dal mare
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