di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

Zainaccio… con Calabrone.

Siamo tutti “viaggiatori” e questo pezzo di strada ce lo stiamo facendo insieme (citando Marco Truzzi)

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Una libreria di progetto deve saper uscire anche fuori dalle proprie quattro mura per fare della buona divulgazione. Così, dall’8 settembre al 17 settembre, noi dei Diari abbiamo deciso di curare una serie di eventi e di appuntamenti per la Rassegna “Incontri e racconti” alle Fiere di Parma in occasione del Salone del Camper. Nell’ambito di un fitto calendario di appuntamenti, tra presentazioni di libri, reading, percorsi sensoriali legati al tema del viaggio, siamo partiti nella giornata inaugurale con ben tre testimonianze di viaggiatori straordinari: Fabio Morotti, Marco Truzzi e Andrea Vismara. La giornata di sabato 8 l’abbiamo battezzata con ben due libri del Catalogo di Exòrma Edizioni, una piccola e tenace casa editrice indipendente che pubblica narrativa e letteratura di viaggio di tutto rispetto. Abbiamo scelto il libro di Fabio Morotti e quello di Marco Truzzi, perché sono libri che fanno effettivamente viaggiare con la mente, ci spostano fisicamente da un luogo all’altro del globo terrestre.

00001“Un monaco free-lance fra Vietnam e Cambogia” di Fabio Morotti è un libro magnifico, sognante, estatico. Un viaggio interiore attraverso strade polverose, con una storia d’amore senza amore, un viandante pelato, i mille incontri e la scoperta dei propri limiti. Con Morotti viaggiamo per tutta la Cambogia e il Vietnam in vespa. Lo abbiamo scelto, anche, perché le foto che accompagnano il libro sono una bella testimonianza visiva di quei luoghi sacri, profani e profanati e poi perché è un testo che fa ridere, sognare, respirare, commuovere e riflettere: tutto quello che un buon libro deve saper fare. Passione, avventura, rigore sono il motore di propulsione per questo giovane reporter con un passato da etnologo che viaggia nel sudest asiatico in cerca di storie. Dopo essere stato sul punto di prendere i voti nel monastero di un saggio abate, scrittore di best-seller, e aver vagabondato assieme alla chef più celebre del Vietnam, il protagonista si ritrova sulle tracce di una ragazza scomparsa nella giungla cambogiana e riapparsa all’improvviso vent’anni dopo. Approderà a Phnom Penh, avendo rischiato di sposarsi un paio di volte e anche di affogare per uno spazzolino da denti, per mantenere una promessa fatta anni prima a un anziano danzatore, suo maestro, sopravvissuto alla fame, alla guerra, a Pol Pot e alla moglie quarant’anni più giovane. Che c’entra un monaco, uno che rinuncia al mondo e alla libertà, per una vita tutta clausura, Dio e penitenza, con l’essere free-lance, cioè libero di muoversi e scrivere dove, quando e per chi gli pare? Eppure questa è proprio la condizione in cui si trova il reporter protagonista di “Un monaco free-lance”, drogato d’esotismo e avventura, in viaggio per l’Asia in cerca di storie e animato dalla necessità di libertà interiore che da millenni muove e ispira i saggi e i folli. Per interpretare l’andamento dell’anima, da anni calcola settimanalmente il trend notturno delle sue polluzioni e cerca di consumare il minor numero di quadratini di carta igienica, ancora incapace di togliere quell’ultimo sottile velo che lo separa dalla più profonda realtà interiore delle budella. Ha creato l’impopolare www.noinonscopiamo.it, festeggiando i primi mille giorni senza amplesso in un remoto angolo del nordest della Cambogia. Praticante di una castità e di una religione fai da te, senza dogmi, capi, né contratti, deve far ritorno a Phnom Penh e al suo passato da etnologo, legato a una promessa fatta anni prima al suo maestro. In una ragnatela d’incontri e avventure il protagonista rimane però intrappolato nel solito disagio, l’essere un monaco senza abito, un giornalista senza fede, una specie di vecchio cercatore d’oro senza il setaccio, che pesca a mani nude nella melma del subconscio.
0001Sempre attraverso il catalogo di Exòrma abbiamo continuato a viaggiare con “Sui Confini” di Marco Truzzi, e con un ospite d’eccezione nel pubblico: il comune amico scrittore Massimo Canuti, venuto apposta da Milano per la presentazione. Laureato in Filosofia, Marco Truzzi è giornalista e ha conseguito un master all’Università di Urbino in ambito editoriale. Ha pubblicato articoli e racconti in antologie, riviste, giornali, web e radio. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo romanzo, “Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere” (Instar), con cui ha vinto il premio Rhegium Julii, il premio Fortunato Seminara e il premio Bagutta come migliore opera prima e che attualmente è in corso di traduzione per gli Stati Uniti. Nel 2015 è stato uno degli otto autori selezionati per Syntagma Square, progetto di romanzo corale europeo. Nel libro il tema del confine si intreccia inesorabilmente con la cronaca. Il libro è un viaggio sulle frontiere di un’Europa, quella di Schengen, che vacilla; ma non si limita alla cronaca dell’emergenza umanitaria. Un libro che intende proporre una riflessione sullo scarto esistente tra “confine” e “frontiera”, cioè qualcosa che finisce e qualcosa, anche solo un’opportunità, che inizia (un luogo può essere confine e frontiera allo stesso tempo, spesso dipende solo da che parte di filo spinato si guarda). “Sui confini” di Marco Truzzi è un bellissimo saggio/reportage sulle frontiere dell’Europa che vacilla. Un racconto sull’attualità che diventa diario geopolitico. L’autore, negli ultimi tre anni, attraversa luoghi dove rimangono indizi di una storia recente, di frontiere in realtà ancora in essere. Al nord, a Basilea, città d’incontro di tre nazioni, a Copenaghen, tra percorsi ciclabili rialzati ed eleganti palazzi in vetro e cemento, e ancora più su, in Svezia e in Norvegia, dove il confine è segnato da pianure, boschi e una pace silente, si percepisce ancora solo l’eco lontana di quanto avviene lungo altri confini, spesso letteralmente “in fiamme”. A Melilla, in un’Europa che è Africa, al checkpoint di Barrio Chino controllato dal governo spagnolo, centinaia di persone trasportano balle piene di mercanzia, lavorando per conto di notabili marocchini per una forma di migrazione costante e tollerata; a Ventimiglia, alcune decine di ragazzi africani trascorrono l’estate accampati sugli scogli in riva al mare; a Calais si muore nel tentativo di attraversare la Manica nascosti sotto i tir o si vive nel limbo della “jungle”; a Röszke, in Ungheria, si sorveglia un muro di fil di ferro, che tenga lontani i siriani; a Seghedino, a Cracovia, persino in una capitale come Belgrado, si vive in attesa che qualcosa debba accadere, qualcosa di minaccioso, qualcosa che ha a che fare con le frontiere e la difesa dei confini come suggello dell’identità nazionale; a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, sorge il più grande e disperato campo profughi d’Europa. Così il racconto dei confini diventa racconto dell’attualità, diario geopolitico dell’Europa, dove le linee di demarcazione continuano a rappresentare luoghi simbolici che proteggono realtà economiche e sociali e affermano un’appartenenza geografica irrinunciabile e, soprattutto, non cedibile a chi non ha i requisiti per farne parte.

Abbiamo proseguito il viaggio con i libri di Andrea Vismara.
L’autore, scrittore e fotografo, ha incontrato il pubblico per la presentazione dei suoi libri a partire dall’ultimo racconto di viaggio da Aquileia a Genova un coast to coast nei luoghi della storia, “I giorni di Postumia”, Edizioni dei Cammini. Ha poi proseguito con il racconto della sua guida insolita “La mia via Francigena”, sempre per Edizioni dei Cammini, in cui un uomo, laico convinto, rocker nell’animo, pendolare per amore, con il pallino della fotografia e una passione smodata per la cucina decide improvvisamente di mollare tutto: il lavoro stressante ma ben pagato, la città caotica e corrotta, una quotidianità stantia che sceglie di percorrere 913 chilometri a piedi su un sentiero religioso antichissimo. Una divertente non guida sulla Via Francigena, uno dei sentieri più affascinanti d’Italia, sui suoi difetti e le sue bellezze.
Ha poi terminato il suo racconto di viaggio con “Iddu. Dieci vite per il dio del fuoco”, pubblicato per Edizioni Spartaco.
01Janet desidera un amore, Hans è ossessionato da un disco raro, Consuelo ha una missione, Roberto è in cerca di una nota, Kevin insegue suo padre, Vanessa pretende giustizia, Antoine anela un rifugio, Richar vuole un trampolino, Yumi ambisce a un lavoro, Ingrid invoca una risposta. Dai quattro angoli della Terra, spinte da una ricerca personale, dieci persone convergono a Stromboli. Ma il caso, che apparentemente sembra reggere i fili del destino, è in realtà asservito al dio vulcano, presenza costante che si insinua lentamente tra le righe e nelle vite dei protagonisti. Ciascuno arriverà a guardare in faccia il passato e a forgiare il futuro, dopo aver compreso, forse per la prima volta, lo scopo del viaggio e della propria esistenza. Un romanzo sorprendente, fatto di strade che s’incrociano, di colori e note che scivolano con la leggerezza dei sogni ed esplodono con la violenza degli incubi. Una narrazione avvincente, che non concede soste: sentimenti, passioni, amore e morte si fondono in un abbraccio che soffoca, comprime o libera lo spazio e il tempo, ribollendo al ritmo ipnotico di Iddu fino al colpo di scena e alla catarsi di un finale mozzafiato. Si sentiva al sicuro nell’ascoltare l’augurio che era solito rivolgerle il pirata:

“Cuci i sogni questa notte, domattina li indosserai”.

Si era addormentata pensando ai sentieri percorsi e a quanto le sarebbe piaciuto spingere oltre i suoi confini. Nel sogno montava un meraviglioso cavallo nero: lo lanciava al galoppo sulle scogliere tempestate dal sole e dalle onde. La mattina dopo, scesa al piano di sotto per preparare la colazione, era rimasta di stucco: appoggiata al grosso tavolo di marmo, al centro della cucina, c’era una bicicletta, una vecchia bicicletta da uomo, nera come la pece.
Il primo venerdì di Settembre sono ripartiti i Grandi Eventi e le grandi Serate della stagione autunnale di appuntamenti ai Diari, con la presentazione dell’opera completa di un autore di rilievo nel panorama della letteratura italiana come Luciano Bianciardi.
02Da “Il lavoro culturale” a “L’integrazione” passando per “La battaglia soda” e “Aprire il fuoco”, fino ad arrivare a “La vita agra”: romanzi, racconti, saggi e diari che si trovano ne “Il cattivo profeta”, la nuova edizione di tutte le opere edita dal Saggiatore a cura della figlia Luciana Bianciardi e con la prefazione di Matteo Marchesini. A presentare il “Il cattivo profeta” proprio Matteo Marchesini con la presenza di una figura di prestigio per la critica letteraria come Mariolina Bertini. Abbiamo cercato di far conoscere il grande Luciano Bianciardi, anche attraverso la lettura di brani tratti da “Il Cattivo Profeta”. E’ stato un bravissimo attore come Savino Paparella a dare voce ai brani bianciardani. Savino Paparella ha lavorato per il cinema (recentemente protagonista di Espero di Quadrelli) e il teatro (con Roberto Latini, Marco Baliani, Roberto Bacci tra gli altri), amatissimo a Parma il suo “Al furester”, scritto con Matteo Bacchini, sugli anni parmigiani di Antonio Cieri.

Una libreria di progetto deve anche osare… Potevamo iniziare con uno di quegli scrittorini esordienti tanto di moda o con qualche smaniosa poetessa cittadina acchiappamiche delle cinque. E invece abbiamo pensato di iniziare facendo conoscere Luciano Bianciardi e ricevendo pure qualche mail stizzita e contrariata da parte di quelle persone a cui abbiamo detto No, grazie. Quando sei una libreria che vuole fare buona divulgazione e provare a essere un avamposto culturale bisogna osare, soprattutto quando sai di non avere la certezza di durare per sempre. Il No grazie diventa liberatorio. E poco importa pure, se per aver detto qualche No, vieni escluso per dispetto da qualche tour internazionale di qualche scrittore figo assai. In Italia pochi, purtroppo, hanno letto Luciano Bianciardi. Tanti insegnanti delle superiori neanche lo conoscono. Questo è gravissimo. Luciano Bianciardi è uno dei grandi scrittori italiani del Novecento che in troppi hanno voluto dimenticare ingiustamente. I suoi libri sono di una modernità sorprendente e andrebbero, invece, consigliati da quei professori per le vacanze scolastiche. Ma dicevamo che troppi insegnanti manco li hanno letti quei libri e neanche conoscono la grandezza di questo scrittore irregolare. Ci piacerebbe che il nome di Luciano Bianciardi non fosse più in cima a quella lista dei Dimenticati e che qualche lettore, insegnante, giovane studente, anche solo per curiosità, provasse a dare un’occhiata ai suoi testi. Il Saggiatore con “Il cattivo profeta” ne ripropone in un unico volume tutti i romanzi, i saggi, i racconti e i diari, le molte vite di un irregolare entrato nel canone: dagli anni giovanili dell’impegno nella natia Grosseto – da cui nacquero il libro-inchiesta “I minatori della Maremma” e il primo romanzo “Il lavoro culturale” – al trasferimento a Milano; dal racconto del lato oscuro dell’industria editoriale nell’”Integrazione” al capolavoro “La vita agra”, in cui confluirono tutta l’alienazione e la «solenne incazzatura» del periodo trascorso nel capoluogo lombardo. Fino alla fine, con la riscoperta-rifugio dell’epopea risorgimentale in “Aprire il fuoco”, romanzo ucronico in cui sulle barricate delle Cinque giornate di Milano, al fianco di Carlo Cattaneo, sfilano Enzo Jannacci e Giorgio Bocca. Curato, come dicevamo da Luciana Bianciardi e arricchito della nuova prefazione di Matteo Marchesini, “Il cattivo profeta” raccoglie tutte le sfumature di un autore che, facendo della sua esistenza appassionante letteratura, è riuscito a immortalare le illusioni, i tic e le miserie dell’infinito presente dell’età post-industriale.
La rivoluzione, il gruppo di boiardi di provincia del Lavoro culturale, alla fine non la fanno mai; Marcello, nell’Integrazione, si ferma prima di scagliare il mattone contro la metropoli che lo asfissia con le sue torri metalliche; il narratore della Vita agra non attua il piano di far saltare in aria il torracchione della grande azienda che ha lasciato morire ammazzati quarantatré minatori. Ma quello che le opere di Luciano Bianciardi hanno rappresentato per l’Italia degli anni sessanta, così ingenuamente imbevuta dei miti del progresso e del miracolo economico, è stato qualcosa di simile a un intero plotone mitraglieri che apriva il fuoco contro il cielo di carta che la proteggeva. Intellettuale corsaro, cantore corrosivo delle contraddizioni della società del benessere, esistenzialista anarchico, Bianciardi è oggi un punto cardinale nel panorama letterario del secondo Novecento italiano.
Segnaliamo tra le nuove uscite di questa settimana arrivate ai Diari «Jocelyn uccide ancora» scritto da Lo Sgargabonzi, edito da Minimum fax.
2Jocelyn uccide ancora è un almanacco tanto divertente quanto perturbante fatto di racconti comici, piccoli siparietti dadaisti e grotteschi, poesie e parodie letterarie, cronache dall’adolescenza profonda, canzoni alla moda rivoltate e molto altro. È un gorgo in cui vorticano personaggi dello spettacolo e gente comune, dove si ride sempre più forte e sempre più amaro, e non si salva nessuno.
Inizia con una lucidissima Anna Frank che si trova costretta a nominare un parente per la deportazione ad Auschwitz, in una tragica parodia dei reality moderni. È lì che si apre il gorgo dove poco a poco prendono a vorticare personaggi dello spettacolo e gente comune, carabinieri fraintendenti e gorilla giocherelloni, malati di Alzheimer e ricordi del liceo, pizza no limits e favole horror. In questa spirale infernale si ride sempre più forte e sempre più amaro, non si salva nessuno: un glaciale Nanni Moretti fa compagnia al compianto Dario Fo e alla sua claque di narcisi dell’estremo saluto, le rockstar glitterate precipitano assieme ai ventilatori, alle coppie scambiste, a un Gesù parecchio irascibile e all’autore stesso, che non esita a collocarsi tra i dannati in un crescendo di nevrosi. L’unica consolazione in questa caduta a capofitto verso il nulla è continuare a guardare il mondo, divorarlo, fagocitare la realtà e trasformarla in un Altroquando dove non esistono più schemi, schermi e vincoli, dove tutto si può dire e reinterpretare e ricreare.
Lo Sgargabonzi è uno scrittore elegante e feroce, un comico assolutamente originale che rifiuta ogni strada già battuta, e diverte da un luogo situato oltre i confini rassicuranti della consuetudine e del buoncostume.

Altro nuovo arrivo fresco di stampa in libreria è “Feel Free. Idee, visioni, ricordi” di Zadie Smith nella traduzione di Martina Testa per Sur.

3Un libro brillante, appassionato e originale di critica culturale con la potenza senza limiti, e anche l’ambiguità, del genio creativo di cui è frutto. Oltre a essere una delle narratrici britanniche di maggior successo della sua generazione, Zadie Smith è anche una brillante autrice di non-fiction. “Feel Free” raccoglie ventisei articoli e saggi scritti fra il 2010 e il 2017, che spaziano fra l’analisi politica e la critica culturale, l’autobiografia e la riflessione. In queste pagine l’occhio penetrante della scrittrice si concentra di volta in volta su popstar del calibro di Jay-Z e Justin Bieber, su artiste di culto come Billie Holiday e Joni Mitchell, su Mark Zuckerberg, sul referendum della Brexit, sui giardini di Roma o sui cartelloni pubblicitari di New York, o ancora su una foto di famiglia scattata trent’anni fa: ma supera sempre lo specifico oggetto della sua attenzione per abbracciare questioni più ampie o apparentemente lontane. Da un video di David Bowie si ricava un consiglio di scrittura, da un quadro del Settecento un ragionamento sull’identità femminile. Seguire le ipotesi e le intuizioni di Zadie Smith, lasciarsi guidare dalla sua intelligenza curiosa e dalla sua miscela di autorevolezza e autoironia, dà al lettore il senso di una continua, gioiosa, libera esplorazione del mondo che lo circonda: un potente antidoto al ritratto appiattito e opprimente che di quello stesso mondo tendono a darci i media e i social network.

Recente uscita per L’Orma editore è “Nell’angolo di quiete” di Eduard von Keyserling, nella traduzione di Giovanni Tateo.
25Cantore della vita chiusa e agitata da segrete pulsione dei castelli della nativa Curlandia, amato da Thomas Mann e Robert Walser, Keyserling è uno dei maggiori autori del primo Novecento tedesco. “Nell’angolo di quiete” è un breve romanzo intenso e ricco di suggestioni, dove vediamo agire la famiglia von der Ost durante una villeggiatura nelle montagne bavaresi. Siamo all’alba della Grande Guerra, nell’estate del 1914. Il ritratto di un giovane, di una famiglia, di un’età evanescente come un tramonto montano. Una novella epocale, capace di racchiudere nel giro di poche pagine la vita intima di una famiglia, il ritratto di una società, il caos dell’adolescenza e l’irrompere della guerra. Un’aristocratica villa tra le montagne bavaresi ospita la villeggiatura della famiglia von der Ost: il rigido padre Bruno, banchiere devoto all’esatta legge dei numeri; la sentimentale madre Irene, rapita da un amore segreto; il solitario figlio Paul, undicenne insicuro sulla soglia delle prime confuse inquietudini del desiderio.
Tra quelle valli placide i clangori della Guerra appena scoppiata giungono attutiti come l’eco di un lontano rimbombo, ma di fronte alla mobilitazione generale i già labili equilibri s’incrinano svelando quanto sia fragile la pace che regna in quell’«angolo di quiete». Mentre le irreprimibili leggi della vita stridono con i doveri nei confronti dei morti, il bambino – incapace di comprendere la portata degli eventi, ma determinato a «esercitarsi ad avere coraggio» – parte all’insaputa di tutti per un fronte che non riuscirà mai a raggiungere. Questo gioiello di classica bellezza di Eduard von Keyserling offre al lettore, tra visioni oniriche e sfumato realismo, un delicato dipinto ad acquerello capace di ritrarre un’epoca crepuscolare, tesa fra il tramonto di un’imperturbabilità, ormai perduta, ma ancora vagheggiata, e l’alba di nuove, terribili e forse folli responsabilità.

 

Il CALABRONE 

di Antonio Vena

Antonio Vena

 

 

 

 

Ronzando sulla finta questione del perché si leggono gli stranieri e non gli italiani i millemila occhi del calabrone si soffermarono sull’ennesima Femmina. 

L'animale femminaNon si contano infatti le femmine nei titoli di romanzi italiani ma insomma: è la classe creativa, stupid. Ovviamente era giusto dare a questo “L’Animale femmina” una possibilità. Il calabrone non si fa infatti intimorire dai complimenti pubblici sul romanzo e quasi immediati sfottò in privato.
Leggendo trama e poi un bel po’ dello svolgimento libresco bisognerebbe davvero dimenticarsi che dappertutto il tema, mai come adesso attualissimo, del potere tra uomo e donna, il mirroring impossibile delle esperienze e valore, viene affrontato in modo creativo. Dappertutto e tantissime autrici e romanzi ma non in Italia con questo libro femmina. La protagonista è una donna “rotta”, da riprendere il dibattito su una singola frase del film “Annientamento”, e poco o niente più, l’antagonista maschile è uno stronzo tormentato e misogino. Le donne sono rotte, gli uomini tormentati: OK.
Un romanzo comunque accettabile dell’Età dei Sentimenti senza alcuna verticalità di trama e ancora peggio di stile. La prosa canepiana è una specie di manifesto editoriale del normie e va bene così, per quelli che ancora leggono ovviamente.
“Per mia madre la parola resilienza è una bestemmia” narra nell’incipit la protagonista. Probabilmente la mamma leggeva Stile Libero quando ancora pubblicava letteratura con uno stile interessante e non lanci motivazionali da meme.

Zainaccio… con Calabrone.