peschiera

Davanti alla Peschiera.

Mi scrive Giusi Marchetta, quando le chiedo un luogo in cui avrebbe potuto tenersi la nostra chiacchierata che segue sul suo nuovo libro, “Dove sei stata” (Rizzoli).

Dove, se no! – è la mia esclamazione, poiché il bosco della Reggia di Caserta è uno dei protagonisti del romanzo, e le statue che lo adornano personaggi muti e partecipi del mistero che vi aleggia.

Dove sei stataUn titolo molto suggestivo quello scelto per il nuovo romanzo di Giusi Marchetta: Dove sei stata. Mi rimane un dubbio a lettura ultimata, che forse può servire come prima traccia per entrare nella storia. Sarà il padre o il figlio a pronunciare una frase simile? Che non è un’interrogativa, ma un’affermazione che presuppone l’incertezza del destino e il senso di ignoto.

La narrazione del romanzo si poggia fascinosamente sulla reticenza, su un racconto che è come l’attraversamento di un bosco: buio e luce si alternano, in base al groviglio dei rami e della vegetazione. Padre e figlio non si parlano, e nel buio del loro rapporto c’è una zona ancora più oscura e torbida, come le acque stantie di un laghetto artificiale, su cui galleggia il titolo, che racchiude in sé l’assenza e la persistente presenza, la prima fisica, la seconda emotiva.

GiusiMarchettaMi sembra un quesito interessante. Io ho sempre dato per scontato che Mario, il figlio, sia un protagonista assoluto della storia ma solo perché Anna, sua madre, è assente . “Dove sei stata” infatti è proprio quello che hai descritto: l’attraversamento di tutti i luoghi in cui Anna è stata prima di andare via. Non a caso Mario entra nel bosco della Reggia di Caserta quando il romanzo comincia e non ne uscirà più finché non avrà scoperto cosa è successo e perché sua madre l’ha abbandonato. Mi fa piacere poi che il bosco ti abbia dato un’impressione di luci e ombre che si alternano perché proprio come la memoria di Mario, questa storia ha punti di luce e zone oscure di cui si è taciuto a lungo. Suo padre, il Capitano, non è tipo da credere che si possa parlare di qualcosa di così doloroso e personale: questo ha reso tutto più difficile. 

 

Oltre a Mario, un protagonista è il bosco della Reggia, con le sue statue, in particolare la Lavandaia che sembra custodire tutti i segreti che riguardano Anna e la sua scomparsa. Come per Mario, anche per te la Reggia con la sua imponenza è casa, essendo nata a Caserta. Ma nel romanzo diventa una prigione, non solo in senso figurato. Le famiglie dei custodi devono mimetizzarsi con la vegetazione e non rendere visibile la loro presenza ai turisti. Chi abita nel Bosco della Reggia non può uscirne, se non con grande disapprovazione di chi rimane.

Da dove nasce l’idea che uno dei posti in cui la Bellezza sembra incarnarsi più a fondo, diventi a livello narrativo un luogo di inquietudini e smarrimenti?

GiusiMarchettaHo dovuto pensarci a lungo. Volevo darti una vera ragione per questa “deformazione” di un luogo a cui pure tengo tanto. Immagino che questo senso di inquietudine derivi dalla mia infanzia trascorsa nel Parco perché ricordo un senso di paura molto forte legato alle statue e all’acqua delle vasche e dei canali. Alcune statue presenti nel bosco vecchio hanno pose che richiamano torture inflitte per punizione, altre sono fintamente mutile per richiamare una Pompei appena scoperta. Insomma, una ambiente molto suggestivo ma anche molto inquietante. Senza contare la cancellata che chiude il bosco: è strano pensare di vivere in un posto in cui puoi camminare per ore dimenticandoti di essere dentro qualcosa e poi vederla spuntare tra le cime degli alberi come un limite, le sbarre della gabbia.  

 

Le madri non sono presenti fisicamente nelle pagine di “Dove sei stata”, eppure la loro assenza rende più stridente e impegnativo il tema della maternità. Ma forse non è giusto ingabbiare l’assenza delle donne madri nel tuo romanzo nell’etichetta della maternità, ed è più giusto estendere gli orizzonti della tua indagine “in absentia” al ruolo della donna, non solo in campo sociale e famigliare, ma più ancora introspettivo e sentimentale. È sul terreno dell’emotività che le madri, sia quella scomparsa di Mario, Anna, che quella perduta di Gianluca, il bambino unico testimone al momento della morte della madre che potrebbe indicare se si è trattato di suicidio o di omicidio, che trattiene Mario nella Reggia, in veste di avvocato. Ma anche Esterina, la donna chiamata ad occuparsi del Capitano, dopo l’incidente che ha reso impossibile che lui continui a vivere da solo, come pure pretende, è una madre tradita.

È sottesa al tuo racconto l’idea di voler indagare la maternità, da un’angolatura del tutto particolare, che lo rende nuovo e inusitato? O invece l’assenza di Anna e la morte della madre di Gianluca, e la vicenda di Esterina, e persino la figura centrale di Marta, “madre” senza aver generato figli, rispondono ad altre esigenze narrative?

GiusiMarchettaMi sono chiesta anche io come mai questo scavare nella maternità, soprattutto sul rifiuto di essere madre o sulla violenza che a volte è sottesa a questa dimensione che sembra sempre così naturale e piena di luce. 

La verità è che questa esigenza nasce proprio da una mia fascinazione per quello che sembra una predisposizione naturale e invece contiene tanto di costruito e a volte di forzato. È indubbio che ci siano aspetti della maternità che si sono costruiti col tempo per rendere più facile la sottomissione della donna. Mi riferisco allo stereotipo della madre che sacrifica tutto per i figli, cosa che può anche essere vera e istintiva per molte donne, ma che non vale per tutte o che potrebbe essere messa in discussione in una società in cui anche il ruolo di padre mi sembra si vada modificando. 

Così tutte le madri del libro sono vittime di un tradimento, tranne Anna che invece tradisce e, pare, si liberi dell’etichetta di madre. Non so poi se questo le abbia portato la libertà o la realizzazione che sognava. Magari quando cerchiamo di ribellarci a un ruolo che la società ci ha assegnato finiamo poi per assumerne un altro. Però mi sembrava importante raccontare una storia dolorosa in cui la cosa giusta può fare del male agli altri e continuare ad essere la cosa giusta. In più la presenza di tante donne mi ha dato la possibilità di mostrare al protagonista che il mondo femminile è sfaccettato e complesso: non tutte le donne sono o vorrebbero essere madri e non tutte le madri sono come la sua  o come lui avrebbe voluto la sua. 

 

Oltre la storia principale, anzi forse sarebbe meglio dire le due storie principali che finiscono quasi per sovrapporsi, come se Mario e Gianluca fossero in parte la stessa persona, e le loro vite coincidenti, nel romanzo ci sono una miriade di storie che come gli zampilli di una fontana arricchiscono la narrazione principale, amplificano le sensazioni e le suggestioni, e si riverberano sulla vicenda principale a vivificarla. In particolare le storie di Mario bambino, insieme con il gruppo di altri ragazzi che vivevano come lui nel parco della Reggia. Sembra quasi che tu abbia voluto rendere omaggio a un certo genere di romanzesco, quello di avventura e di crescita?

GiusiMarchettaIl mondo dell’infanzia è  sempre un tesoro da saccheggiare per uno scrittore. Penso che sia un periodo della vita particolarmente ambiguo e che questa ambiguità sia un punto di forza delle storie. Stephen King ci ha costruito un’intera poetica e ha colto tante zone oscure dell’essere ragazzini: forse per questo il suo horror non sembra mai troppo distante da chi legge. Quando penso ai ragazzini della Reggia però mi immagino sempre Mario adulto che si confronta con loro. Credo che sia un’eredità del Nuto di Pavese: in un certo senso i suoi vecchi amici sono rimasti nel Parco e si sono trasformati negli anni in altri ragazzini che giocano sempre allo stesso modo. Mario è andato via ed è un adulto o almeno lo sembra nel fisico. L’ambiguità dell’infanzia se la porta ancora addosso e ha un conto aperto con il Parco che dovrebbe sapere come saldare. Non è questo che differenzia i grandi dai bambini? Gli adulti sanno come fare le cose oppure non sono adulti. Mario non lo è. 

 

Forse è proprio il piede che Mario ha lasciato a mollo nell’infanzia che lo rende così affascinante e capace di suscitare riflessioni e ripensamenti in chi ne segue le gesta? (la reminiscenza che c’è nell’immagine che ho usato, la lascio ai lettori, spero numerosi, che leggeranno “Dove sei stata”, in seguito a questa nostra chiacchierata.)

In conclusione, tornerei all’inizio: al titolo. In apertura ho espresso quanto mi sembri riuscito, con la sua carica di sospensione e di evanescenza, quel participio al femminile che non lascia dubbi sulla scomparsa della madre e che rende implicita la sua presenza nella storia. Ma elemento più forte nel dare una suggestione al lettore, nel funzionare come richiamo, è l’assenza dell’interrogativo. Come se non fosse importante davvero sapere il “dove”, ma ribadire l’urgenza della ricerca, l’affermazione dell’assenza che però è una presenza, perché un luogo dove la madre è stata c’è, da sempre.

Un’affermazione, non una domanda: perché quel dove è un luogo geografico o sentimentale? Il titolo vuole ribadire l’assenza o la presenza, come a dire che i luoghi che abbiamo abitato finiscono sempre per imprigionarci e trattenere parte di noi? Perché la vita, come la Reggia, può essere anche una prigione? E allora forse è necessario saltare il cancello, senza farsi intimidire, come farà Mario?

GiusiMarchettaTutte le supposizioni che fai sono interessanti e tutte ugualmente vere.  Dove sei stata indica contemporaneamente una presenza e un’assenza perché si riferisce a un tempo che è finito: Anna è stata nella Reggia e adesso, a quanto Mario ne sa, non c’è più.  Il luogo è geografico ma è anche una prigione mentale ed è per questo che Mario non la supera. La storia comincia quando vi mette piede e finirà prima di vederlo uscire. La gabbia però è anche una costruzione più che psicologica: è sociale, è culturale. È data dai nostri geni, dal caso. Insomma, le prigioni che ci circondano, io credo, sono molteplici e non so se sia sempre possibile scavalcare il cancello. Per ogni Anna che va via di casa chi sa quante restano senza volerlo. Quanto sono morte di parto o abortendo. Quante si sono votate all’infelicità come suor Marta o il Capitano.

Nel libro c’è un solo momento veramente surreale ed ha a che fare con l’impossibilità di varcare quella soglia. Mario potrebbe uscire, non c’è un motivo razionale che lo tenga dentro: a trattenerlo è solo la necessità di ripercorrere la strada della madre, rinchiudersi dentro come lei era rinchiusa. Non riusciamo a capire mai veramente quello che sta passando qualcuno se non percorriamo la stessa strada. E neanche allora. La più grande conquista dell’intelletto è forse riflettere su quello che capita intorno a noi e capirne il più possibile anche se non condividiamo quell’esperienza. Dell’intelletto e del cuore, anche, perché se capiamo davvero eviteremo tutte le facili condanne che infestano qualsiasi discussione. 

Chiacchierando (di nuovo) con… Giusi Marchetta
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