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L'amore a vent'anniQuesto è l’appuntamento che mi riserverebbe Giorgio Biferali per chiacchierare di “L’amore a vent’anni”, pubblicato da Tunuè nella collana diretta da Vanni Santoni, editor di fiuto e intuito per le scritture che riservano originalità e novità nel panorama della narrativa italiana. Non è la prima volta che apprezzo la voce letteraria di Giorgio Biferali né la prima in cui ho il piacere di chiacchierare con lui. La scoperta dello scrittore romano è, infatti, avvenuta nella collana “Scrittori del ‘900” di La Nuova Frontiera junior, con un racconto strabiliante e vivido su Calvino, che potete leggere QUI.

Avvicinatevi a noi senza timore, e addentriamoci nel sorprendente e luminoso romanzo che Giorgio Biferali ci ha regalato.

 

“L’amore a vent’anni” ha una freschezza di ritmo, sguardo e stile. La straordinaria capacità di raccontare senza mediazioni i vent’anni, attraverso lo sguardo “ingenuo” del protagonista, le sue incertezze e i suoi turbamenti, la voglia di essere e la paura di diventare. Come tu riesca a riportare i lettori a vent’anni è l’incantesimo della tua prosa e della focalizzazione interna che adotti senza lasciare mai, e che azzera le distanze, anche anagrafiche.

Con il tuo romanzo viviamo i vent’anni, quella dolce crudele atmosfera in cui tutto può essere, anche gli incubi peggiori.

Quanti anni aveva Giorgio Biferali quando ha cominciato a scriverlo? Da quale scommessa sei partito?

Giorgio BiferaliIntanto grazie per le tue parole, belle, come sempre. Hai colto appieno il senso, l’atmosfera, la vita che c’è nel romanzo. I vent’anni sono l’età in cui tutto è possibile, in cui tutto comincia, forse, per l’ultima volta, visto che poi c’è il passaggio all’età adulta, ci si affaccia nel mondo dei grandi, e bisogna prepararsi, farsi trovare pronti. Mi sembrava il momento giusto per scriverlo, comunque, visto che è uscito nell’ultimo anno dei miei vent’anni, che per me quindi sono ancora freschi. Guardo, penso, immagino, vivo ancora il mondo attraverso la lente dei vent’anni. E l’ingenuità, sì, è la vera forza del protagonista, il coraggio di essere vulnerabile, di fare sempre quello che sente, anche di sbagliare. Non so bene quando ho cominciato a scriverlo, forse durante l’infanzia, quando ho scoperto che non tutte le famiglie erano come la mia, che non tutti i bambini erano fortunati come me, perché vedevano i genitori separarsi e rifarsi una vita. La scommessa era quella di trasmettere la mia idea dell’amore, un’idea in mezzo a tante altre, che forse cambierà con il tempo o forse no però, ecco, volevo raccontare di come l’amore quando arriva possa cambiare tutto, aggiungere odori, colori, sapori, stravolgere il quotidiano, tirar fuori il meglio delle persone. E al di là degli sbagli e delle incomprensioni, nel piccolo grande universo de “L’amore a vent’anni” volevo mostrare quel po’ di purezza che è rimasta nel mondo, che si trova anche dopo i vent’anni, secondo me. 

 

L’amore, l’amicizia e la famiglia: questi mi sembrano i cardini della narrazione del romanzo, che prendono vigore e hanno un senso particolare perché mediati dallo sguardo del protagonista. E tutti vengono messi in discussioni dalla prepotente personalità di Silvia, che scombina ogni cosa con il suo magnetismo. In singolar tenzone, almeno nel cuore di Giulio, con la figura della madre, con la sua determinazione e maturità. In parte sono figure femminili opposte, in parte si riconoscono per la forza creativa e la consapevolezza che le contraddistingue rispetto ai compagni, Giulio e il padre.

Si tratta di una scelta tra diversi universi femminile, quella che dovrà fare Giulio nel suo percorso sentimentale, o invece per un giovane uomo la figura della madre è sempre presente e inarrivabile? 

Giorgio BiferaliSono felice che tu abbia notato questo incontro di mondi, da una parte quello femminile e dall’altra quello maschile. La risposta, forse, sta nel fatto che tre di questi personaggi appartengono alla stessa famiglia, tutto comincia da lì, da questo squilibrio, da questo cortocircuito. D’altronde, come diceva Wallace, ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, e nella storia d’amore tra Giulio e Silvia, soprattutto per la loro età, entrano tante cose, come il loro passato, le loro esperienze, il loro “lessico famigliare”, appunto. Si tratta anche del classico confronto generazionale, della convivenza, non sempre pacifica, del passato e del presente, una convivenza che si fa quasi competizione, tra Giulio e suo padre, tra Silvia e la madre di Giulio. E la scelta di cui parli, quest’altalena su cui sale Giulio che va su e giù, tra l’infanzia (la madre) e un futuro ancora tutto da scrivere (Silvia?), alla fine, si risolverà in un distacco da entrambe le parti, anche perché forse è l’unica possibilità che Giulio ha per crescere davvero.  

 

Il tema della famiglia è indagato nelle pagine del romanzo con delicatezza nelle relazioni e reazioni emotive non solo all’interno del nucleo famigliare di Giulio, che può “vantare” una famiglia in un certo senso tradizionale, ma anche nella sua cerchia sociale e amicale, così da dare uno spaccato più mosso e dinamico di come la famiglia possa essere emotivamente intesa a vent’anni. Ad esso è legato il tema della malattia, presentato sia come accidente esistenziale capace di modificare al pari dell’amore equilibri e sentimenti, visione del mondo e sguardo su di sé, sia come forma strenua di resistenza e di coraggio, in grado di mettere tutti alla prova, non unicamente il malato.

La malattia come l’amore, dunque, o anche l’amore è una malattia a vent’anni?

Giorgio BiferaliLa malattia della madre ogni tanto ritorna, nel romanzo si dice che abbia la stessa costanza degli Europei o dei Mondiali di calcio, ma allo stesso tempo è imprevedibile, visto che tutti – anche se in fondo conoscono la verità – sperano sempre che la madre possa essere finalmente guarita. E sì, hai detto bene, è un po’ come l’amore, per diversi motivi. Perché quando arriva scombina tutto, i piani di tutti, perché crea uno choc emotivo, uno squilibrio tra il dentro e il fuori, anche per chi non è malato, che spesso deve mostrarsi forte, lucido, poco vulnerabile, deve fingere che vada sempre tutto bene. E come l’amore può coinvolgere più persone, te la porti dentro tutto il giorno, può essere pesante. L’unica differenza con l’amore è che uno la malattia spera sempre che prima o poi passerà. L’amore, comunque, può diventare una malattia, specie quando viene vissuto per la prima volta, come nel caso di Giulio, che non si sa bene come gestirlo. Ma anche dopo, a pensarci bene, se si pensa all’insicurezza di alcuni uomini, che lo vivono in maniera morbosa e poi non riescono ad accettare quando un amore finisce. 

 

Legato all’amore il tradimento, che però forse a vent’anni è uno dei mezzi, violenti certo e destabilizzanti, attraverso il quale non solo si diventa adulti ma si accettano le sfide del futuro. 

Tu nel romanzo non lo dici in maniera esplicita, però mi sembra di poter arguire nella storia di Giulio che non è tanto, o non solo l’amore a vent’anni ad avere un fascino particolare, ma anche il tradimento, per quanto sinistro,  ha una sua valenza positiva che non conserva negli adulti.

In merito a mio avviso, tu hai vinto la sfida fondamentale a livello narrativo, perché nel raccontare il tradimento rimani fedele all’ottica ristretta e sentimentale di Giulio, che non può giudicare ma solo sentire e soffrire come parte in causa.

Cos’è il tradimento a vent’anni?

Giorgio BiferaliIl tradimento, non solo quello amoroso, è una cosa da grandi, o almeno io la vedo così. I bambini lo annusano, lo guardano da fuori, ma non possono contemplarlo, e ogni tanto si proteggono giurando senza incroci o chiedendosi cose come Me lo prometti? E se succede, quando succede, per i bambini, è la cosa più grave, ci si rimane male e gli si dà un peso quasi vitale. I grandi, soprattutto nelle relazioni di oggi, lo mettono in conto, lo vedono come una cosa normale, quasi, e non fanno neanche così tanta fatica poi a perdonare. A vent’anni il tradimento è una delle tante scottature, uno dei tanti indizi di quello che potrebbe capitare di brutto quando si diventa grandi. Io, scrivendo il personaggio di Giulio, come sai, mi sono ispirato in parte ad Antoine Doinel, il personaggio alter ego di Truffaut, che faceva un sacco di errori, si faceva del male, ma alla fine riusciva a rimanere sempre se stesso. Ed è quello che capita a Giulio, che sbaglia, ferisce, viene ferito quasi mortalmente, ma alla fine rimane in piedi, e riesce a conservare la sua purezza, a portarla con sé nel viaggio verso l’età adulta. L’amore e il tradimento, per lui, rappresentano due grandi novità, e ci mette un po’ di tempo a digerirle rispetto alle altre cose. Per Giulio, per quelli come lui che arrivano ai vent’anni con un’immagine felice della famiglia, con un’idea dell’amore che nonostante tutto funziona, il tradimento è una scoperta, l’impatto brutale con la realtà che – come cantavano i Cani – viene “sparata in faccia come aria compressa”.

 

In un esordio, (il tuo lo è? – ti chiedo) quello che mi colpisce, e se manca mi porta a dare un giudizio negativo, è il ritmo e il tono della narrazione. Tu hai saputo trovare una voce nitida e personale, che calza a pennello all’io narrante con grande originalità.

Un periodare lungo, ma snello. Un uso non comune della punteggiatura. Una focalizzazione interna che non è mai autoreferenziale. Una coerenza stilistica e lessicale.

Credo, o almeno per me lo è stato, che il “come” è narrato “L’amore a vent’anni” sia una buona parte del suo fascino. Non in maniera avulsa dal “cosa” ma in modo che la trama, il plot, o come tu voglia chiamarlo, tragga vigore e autenticità, forza e prospettiva narrativa.

Ti è venuto naturale scrivere così, o è invece frutto di ricerca e studio?

Potrebbe sembrare slacciata dalla precedente, ma invece nella mia interpretazione sono strettamente a braccetto: pensi che i lettori ventenni possano ritrovarsi nelle tue pagine, o invece speri che il romanzo vada nelle mani dei lettori senza badare all’età?

Giorgio BiferaliÈ proprio così, Giuditta, per me la voce del protagonista, la voce dei vent’anni, in fondo, non poteva che essere questa. Il lettore non può che affidarsi alle sue parole, ai suoi pensieri, al suo sguardo, essendo narrato in prima persona, ma il suo sguardo non è poi così sicuro, definito, stabile, ma spesso segue gli sguardi degli altri, i loro microuniversi, e ci si perde. Diciamo che ho cercato di non pensarci troppo, di sentire davvero il suo modo di vivere, di sentire, di immaginare le cose, volevo essere me stesso fino in fondo. Sono un ventenne anch’io, dopo tutto, e lo sarò ancora per qualche mese. Era come se dovessi chiudere gli occhi e scavare dentro di me, senza pormi limiti, senza pensare questo va detto, questo no, ma rimanendo fedele ai sentimenti, senza perdere mai di vista la vita che avevo appena vissuto. E il flusso, così naturale nella forma e nei contenuti, era l’unico modo per esprimere le debolezze di Giulio, la sua vulnerabilità, e quindi, alla fine, il suo coraggio. 

 

Sono ormai una lettrice “scafata” che si conosce benissimo, e quindi posso affermare, senza timore di smentirmi, che Giorgio Biferali sarà un autore che continuerò a seguire e che continuerà a conquistarmi, libro dopo libro. Aspetto il prossimo.

 

Chiacchierando con… Giorgio Biferali
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