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Sugli scogli davanti alla torre di Bern e degli altri. A Monticelli, quindi, in Puglia. Probabilmente con una bottiglia di rosato.

È così che dovete immaginare me e Paolo Giordano, mentre chiacchieriamo del suo nuovo romanzo, “Divorare il cielo” (Einaudi). Lo scenario è così perfetto, che non voglio e posso aggiungere altro, se non l’invito a unirvi a noi.

Divorare il cieloHo letto il tuo romanzo e “ancor non m’abbandona”. Mi sono immersa nell’atmosfera che hai saputo creare, sia nella masseria pugliese che è l’emblema di un Sud in cui i piani temporali si confondono, tra il tempo recente (fino a diventare contemporaneo) e un senso di ancestrale e di antico che sconfina nel sacrale, sia nei diversi altri scenari in cui fai muovere i tuoi personaggi, da Kiev alla Germania all’Islanda, in cui sembri incistare e perpetuare quella sensazione scabrosa e potente di ritualità con un respiro più ampio e contemporaneo.

Un romanzo di iniziazione, più ancora che di formazione, che comincia con un bagno in piscina, da cui la protagonista (o per meglio dire una dei protagonisti) e voce narrante di “Divorare il cielo” è estromessa.

Non è forse lì, in quell’evento epifanico, che apre il romanzo e che nello stesso tempo lo suggella (come già era accaduto in “La solitudine dei numeri primi” in cui i capitoli iniziali hanno la stessa straordinaria potenza narrativa) che il destino di Teresa è segnato, in un desiderio di essere parte di una relazione e di una comunità? Bern, Nicola e Tommaso, uni e trini.

© Daniel Mordzinski
© Daniel Mordzinski

La scena iniziale, il bagno clandestino in piscina, contiene in effetti il presagio di tutto il romanzo. Non saprei come altro dirlo. C’è Teresa nascosta dietro gli scuri, che guarda e freme alla vista della nudità e desidera, ma non ha il coraggio di scendere e tuffarsi. Ci sono i tre fratelli che, al contrario, osano l’infrazione. Tra di loro c’è una confidenza speciale dei corpi e nell’arco di pochi minuti si picchiano e si abbracciano, proprio come succederà nel resto delle loro vite.

C’è il contrasto fra la villa borghese della nonna di Teresa e «quelli della masseria», che borghesi non sono affatto, così come il contrasto, in nuce, fra Bern e il padre di Teresa, che sarà il vero motivo per cui lei sarà costretta, a un certo punto, a scegliere.

Ma soprattutto, c’è un momento in cui Teresa non vede più né suo padre né gli invasori. Solo buio da cui giungono dei rumori. Ecco, quell’intervallo di buio si ripete in molte altre forme nel romanzo, che è anche il racconto dei segreti delle persone, delle loro menzogne, di quando spariscono nell’ombra e poi ne ritornano, forse cambiati.

 

“Divorare il cielo” è percorso e innervato da un senso “sconfinato” di spiritualità, un anelito costante e persistente, a suo modo anche blasfemo, di travalicare i propri confini. È la mia formazione classica, o un tuo suggerimento preciso, se nel titolo leggo un riferimento alla Titanomachia, la lotta dei Titani che per aspirare al cielo dell’Olimpo furono ricacciati nel Tartaro?

© Daniel Mordzinski
© Daniel Mordzinski

Per rispettare la tua formazione classica, direi che è un libro sulla hybris. Su quanto la hybris sia, però, anche necessaria alla nostra individuazione come esseri umani. Di come sia sensuale (sensualità e promiscuità sono la prima forma di sfida e ricerca che i ragazzi scoprono) e di come, in mancanza di limiti, possa rivelarsi disastrosa. Tuttavia, è proprio ogni volta che i protagonisti disubbidiscono che si sentono più vicini all’assoluto, a Dio stesso.

La storia degli angeli vigilanti, tratta dal libro di Enoch, che Cesare racconta al matrimonio di Bern e Teresa, contiene sicuramente uno dei centri di significato del libro. L’idea del vigilare, del vegliare, è stata con me dall’inizio e mi ha condotto a quel racconto che non conoscevo. Sono strani i percorsi che si seguono durante la lunga scrittura di un libro, a volta una sola parola, come “vigilare”, ti guida attraverso un tragitto tortuoso a qualcosa che contiene il senso profondo di ciò che stai raccontando. Questo è sempre il migliore dei segni. Vuol dire che ti stai affannando intorno a qualcosa che non conosci ancora e che tuttavia ha una sua coerenza.

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Come in “La solitudine dei numeri primi”, così anche in “Divorare il cielo” al centro della scena ci sono un uomo e una donna, Bern e Teresa, complicati proteiformi mutanti. Intorno a loro, diverse figure che segneranno il loro cammino, in particolare i due ragazzi con cui Bern, e in parte anche Teresa, cresce: Nicola e Tommaso. 

Le loro relazioni sono cangianti, si snodano lungo il cammino di una vita, accidentata e tortuosa, che sembra tornare sempre lì, alla Masseria, come una gigantesca calamita che attrae e respinge. Che cosa li lega? Quali sono i nodi del legame, perturbante e ossessivo a volte, che li tiene avvinti? 

© Daniel Mordzinski
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Bern, Tommaso e Nicola sono fratelli, anche se fratelli propriamente non sono. Li lega innanzitutto la condivisione di un’infanzia che definirei “significativa”, immersi in un luogo e in un’educazione, quella di Cesare, che non possono che lasciare un’impronta molto profonda in loro. Insieme, poi, hanno anche cercato le vie per sottrarsi allo sguardo onnipresente di Cesare (la casa sul gelso, l’uccisione della lepre, le riviste porno). Mi viene quasi da dire che in certi anni abbiano trasceso il rapporto usuale fra fratelli, vivendo in una vera simbiosi a tre. C’è un momento in cui Nicola confessa a Teresa: «Noi condividevamo tutto», e quella è per me una frase molto significativa del romanzo. Dai rapporti di simbiosi, se si riesce a uscire, si esce quasi sempre un po’ a pezzi. Questa è la mia impressione, almeno.

C’è di più. L’esordio della vita adulta dei tre fratelli coincide con la creazione di un patto, di una menzogna, di un segreto che continuerà a tenerli legati, oscuramente, per anni (il lancio dei sassi). Quel segreto mina i loro rapporti e le loro stesse vite, negli anni a venire.

 

“Divorare il cielo” ha un respiro lunghissimo: la storia di Teresa e Bern li vede adolescenti e poi adulti, sovrapponendosi più o meno ai tuoi dati anagrafici, e con loro tutti i personaggi che girano loro intorno sono per la maggior parte coetanei. 

Nell’idea primigenia del romanzo, c’era la volontà di riflettere sulla tua biografia, sulla tua generazione (o se il termine ti risulta urticante, per me non lo è: sulla tua epoca), o invece solo casualmente l’età dei protagonisti coincide con la tua?

© Daniel Mordzinski
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Non direi assolutamente che è accidentale. Soprattutto, non lo è il fatto che l’età finale di Teresa e Tommaso nel romanzo coincida all’incirca con la mia, un po’ come se quello fosse il mio orizzonte degli eventi. Sull’oltre non avrei accesso con uno sguardo altrettanto interno.

Ma l’intervallo che il libro compie ha anche una ragione diversa. Avevo, fin dall’inizio, l’ambizione di scrivere un romanzo sull’oggi, sugli idoli del nostro presente. Un romanzo che arrivasse quindi, necessariamente, a toccare le frontiere etiche che la tecnologia ci pone davanti. “Divorare il cielo” lo fa, credo. Tuttavia, ho capito molto presto che mi sarebbe stato difficile, forse impossibile, affrontare il presente “di petto”, riconciliare la stranezza e la novità di questo tempo con la letteratura che conosco e amo. Ho sentito perciò l’esigenza di partire da più lontano, da un’epoca più consueta per la letteratura, un’epoca pre-invasione tecnologica, ma anche l’epoca della tarda infanzia, che è di per sé un tempo-fuori-dal-tempo. Questo mi ha permesso di arrivare all’oggi gradualmente, come ripercorrendo la mia crescita, come “planando”, mi verrebbe da dire.

“Divorare il cielo” è quindi un tentativo di interpolazione fra i due millenni, così come noi, la generazione a cui appartengo, siamo nostro malgrado un’interpolazione.

 

Gli idoli del nostro tempo.

Teresa e Bern sembrano rifiutare i propri tempi, a partire dalla tecnologia. E dall’altra parte sembrano traditi dalle innovazioni scientifiche nel loro desiderio più intenso: quello di diventare genitori. I loro tentativi di trovare un punto di riferimento, un senso esistenziale, una “missione” da compiere falliscono miseramente e tragicamente.

Qual è il loro “peccato”? cosa in loro o nel tempo in cui vivono li destina al fallimento? è un fallimento personale o generazionale? perché anche i loro amici non se la cavano meglio di loro. Forse sono sbagliati gli idoli?

© Daniel Mordzinski
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Non penso che ci sia qualcosa di sbagliato in loro. A volte la vita ci impedisce delle strade. Difficile è accettare che non ogni desiderio possa essere esaudito. La tecnica, la modernità ci hanno abituato a pensare l’opposto. Così, forse, il peccato di Bern diventa l’insistenza, e il peccato di Teresa diventa il non voler vedere, il non volersi rendere conto di ciò che accade per non mettere in discussione il proprio amore per lui. Due forme diverse di ostinazione, talvolta perfino di cecità, ma molto umane. Perché ci sono pochi argini intorno ai loro desideri e perché, dopotutto, Bern e Teresa sono anche molto soli.

Il passaggio repentino dalla masseria ecosostenibile alla ricerca affannosa di un figlio attraverso la medicalizzazione è forse uno dei più significativi nella mia idea del romanzo. Mi sembra che racchiuda la difficoltà di ognuno di noi di arginare i propri desideri, e l’impossibilità, in questo slalom, di mantenere una coerenza, un credo. Bern e Teresa, per rincorrere il nuovo sogno che si affaccia, sono pronti a ribaltare tutto ciò in cui hanno creduto fino a un attimo prima. Questo li rende colpevoli? o è forse una manifestazione di umanità, di adattabilità?

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Immagino che te l’abbiano e te lo chiedano sempre: la voce narrante del romanzo è Teresa, anche se con grande maestria riesci a dar spazio anche alla “versione” di altri personaggi, come Tommaso in una lunga febbricitante notturna confessione, posta a metà del romanzo. 

Perché Teresa e non Bern? o meglio perché ti è parso che la storia di Bern dovesse essere raccontata da Teresa? “Divorare il cielo” ha una forte aspirazione a essere romanzo collettivo, ma se poi dovessi indicare il protagonista non esiterei a dire che è Bern che giganteggia nelle pagine, e che è su di lui che si appuntano i riflettori della narrazione. 

© Daniel Mordzinski
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E in effetti Bern è anche il primo a essere nato. Le visioni iniziali sul libro sono state su di lui. Ho avuto subito chiaro che sarebbe stato uno di quei personaggi “grandi”, dal mistero irriducibile. Questo rendeva impossibile che potesse raccontarsi da solo (sebbene io abbia provato a più riprese). Se ci pensi, ha molto senso: Gatby non racconta se stesso, viene raccontato da chi prova una devozione per lui. Lo stesso qui. Perché il mistero, il buco nero, può essere solo costeggiato. A un certo punto ho capito che a raccontare Bern sarebbero state tutte le persone che si erano innamorate di lui, in un modo o in un altro, a partire, ovviamente, da Teresa.

Ci avvicinammo al reticolo di filo spinato che circondava il rudere. La luce lontana bastava appena a leggere il cartello di divieto d’accesso. Bern scalzò un paletto per aprire un varco. C’era da superare una distesa di ortiche, avevo le gambe nude, gli dissi che mi sarei punta ovunque, ma lui tirò diritto.

La scala cominciava a un metro e mezzo di altezza. Ci arrampicammo e salimmo una decina di gradini ripidissimi per arrivare al centro della torre. Una feritoia era aperta verso il mare, ma incorniciava solo un rettangolo di nero. Bern accese una torcia. – Di qua, – disse.

Chiacchierando con… Paolo Giordano
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