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Nella precedente chiacchierata con Caterina Bonvicini, alla richiesta di immaginare di darmi un appuntamento che facesse da sfondo, con estrema generosità mi aprì la sua casa milanese, anzi il punto nevralgico della casa: la cucina, come potete leggere QUI. Questa volta, invece, anche per la stagione estiva ormai piena, mi ospita sul suo terrazzo in Sardegna. Isola Piana, di fronte a Carloforte. E proprio il caso di esclamare: cosa si vuole di più dalla vita? Una donna straordinaria, aperta generosa e solare, con cui conversare; un terrazzo in un luogo meraviglioso; un libro incisivo e adamantino che offre una miriade di spunti di riflessione e di analisi.

Clicca sulla copertina per accedere alla scheda sul sito della casa editrice Mondadori.
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“Fancy Red”, edito da Mondadori, con cui Caterina Bonvicini torna in libreria, è una storia complessa, che si muove su piani diversi, stimolando sentimenti contraddittori e potenti.

Concedetemi di salutarla con un abbraccio, come se fosse una vecchia amica, pur avendola vista una sola volta, a Libri Come per la presentazione di “Correva l’anno del nostro amore” (di cui vi ho parlato QUI), e poi senza ulteriori indugi, concentriamoci sul suo libro e cominciamo con le domande.

 

 

Quel giorno ho cominciato a guardare i diamanti in modo diverso. C’è chi li porta al dito e chi con le dita li raccoglie dal fango. Chi li compra all’asta e chi viene ammazzato se cerca di venderli. Solo loro conoscono lo spazio fra due destini paralleli. Per tutti gli altri è un mistero. I destini non sono delle rette e quello spazio non si può calcolare attraverso delle equazioni. non si può risolvere.

Correggimi se sbaglio, ma in un romanzo stratificato, in cui convivono elementi disparati e differenti che lo rendono di complessa e straordinaria visione; in cui il noir, pur essendo trattato con grande attenzione, è forzato e in un certo senso scardinato; in cui l’introspezione diviene momento di analisi sociale e politica; in cui la contemporaneità diventa sfondo storico di vividi dettagli e ampie prospettive; il punto nodale che tiene avvinti a sé tutti gli elementi è proprio il valore emblematico dei diamanti. Una sorta di correlativo oggettivo per cercare un “varco” che permetta di indagare il “male di vivere” dei nostri tempi, e che a differenza di Montale, tu non indaghi nella sua valenza metafisica, ma in quella storica, sociale, economica e antropologica, senza per questo mancare nella ricerca dei sentimenti e delle reazioni più profonde dell’animo umano.  

caterina-bonvicini-983x540Giuditta cara, quanto sono intense le chiacchierate con te. Già nelle prime righe sei andata al cuore drammatico del romanzo, o al suo senso ultimo, se preferisci. E’ vero: il discorso politico è centrale. E’ difficile accettare un mondo così ingiusto, dove le disparità sono tanto enormi. Le grandi ricchezze sono concentrate nelle mani di pochi, mentre il grosso dell’umanità è disposto ad attraversare deserti, ad affrontare le torture nelle carceri libiche e anche ad affogare, pur di conquistare una minuscola parte di quella fortuna, che sta sempre dall’altra parte. Interrogarsi sulle migrazioni, la grande tragedia del secolo, in fondo significa interrogarsi anche su quello che sta dietro a questo fenomeno. Per esempio questa spaventosa disparità.

Il correlativo oggettivo è arrivato dopo. Direi per caso. Non sempre lo scegli, a volte si presenta da solo, come un regalo. Volevo raccontare la disparità economica e sociale in modo indiretto, senza tirare fuori i migranti, ma non sapevo come. Poi un giorno ho conosciuto la gemmologa di Sotherby’s. Ero molto incuriosita dal suo mestiere. All’inizio ho pensato: ecco un bel lavoro per un personaggio. E in quel momento mi sono accorta di avere davanti qualcosa di molto più importate: il correlativo oggettivo giusto. Ma certo, i diamanti: l’emblema della distribuzione della ricchezza.

Era il simbolo più potente e più esatto, l’unico che poteva portare il discorso all’estremo. Ma avevo paura. Perché per «giocare» con un campo metaforico, purtroppo devi conoscere molto bene la materia. E la mia ignoranza era totale. Conoscevo già i vantaggi e i rischi di un’operazione del genere, perché avevo fatto la stessa scelta narrativa per “L’equilibrio degli squali” (che a dieci anni esatti dall’uscita, a fine agosto verrà ripubblicato negli Oscar Mondadori. È il regalo più bello che ti può fare un editore, far durare i tuoi libri: noi tutti scriviamo solo per questo, alla fine). Solo che di squali bianchi sapevo tutto, sono sempre stati la mia passione fin da bambina, dovevo solo approfondire l’argomento. Invece di diamanti non sapevo niente di niente. Non mi piacciono neanche. Sarei riuscita a orientarmi nel mondo delle gemme? Aiuto. Invece basta mettersi lì, e studiare. Basta avere pazienza. La gente immagina che la vita degli scrittori sia molto eccitante. Sbagliato. Uno sta lì, giorni e giorni, davanti al computer o a dei libroni noiosissimi in inglese di cui non capisce niente, soprattutto all’inizio, solo per alludere in quattro righe al carbonio. Dietro a quattro righe può nascondersi una fatica bestiale. Ma il tuo dovere di scrittore è proprio questo: non farla notare, non farla pesare al lettore. Almeno secondo me.

 

Anche un altro elemento narrativo di interesse di “Fancy red” è stato già sperimentato da te: la voce narrante maschile. Il gemmologo è lui, che ama i diamanti in maniera molto complessa, perché ne è affascinano e incantato in maniera quasi “disinteressata”, non per il potere che alcune gemme hanno rappresentato, di cui pure racconti nel romanzo, o per la bellezza estetica (che non è mai avulsa dal loro valore economico). 

Lui li ama (e li riconosce) con la stessa ammirazione e devozione che prova nei confronti della moglie Ludovica, figlia adottiva di un importante e ricchissimo finanziere milanese, con la quale condivide la vita e di cui si accolla i capricci, tra cui il turismo sessuale (altro nervo scoperto della contemporaneità a cui dai voce con particolare incisività, senza cadere nei luoghi comuni), non per tornaconto ma per una felicità piena di spazi d’ombra a cui sembra aspirare senza riuscire ad afferrarla. 

Filippo e Ludovica, i protagonisti del romanzo, sono figure controverse, ambigue, inquiete, difficili da definire o da circoscrivere. Se con il primo scardini il genere noir, perché ce lo presenti subito come (presunto) colpevole dell’omicidio della moglie, e responsabile della scomparsa del corpo in mare; in Ludovica giochi, senza dubbio, la carta più spinosa e aguzza del romanzo, e chiedo a te di svelare alcuni elementi della sua storia, perché da lettrice non vorrei anticipare dati che sarebbe meglio non conoscere.

Dove e come hai incontrato i tuoi protagonisti, e in che modo Filippo ti ha convinta a cedergli la narrazione?

caterina-bonvicini-983x540Vero, ho usato una voce narrante maschile in moltissimi romanzi, a partire dal primo. Il maschio che è in me? Può darsi. Ma potrei dare anche un’altra spiegazione. La voce degli uomini mi aiuta a far risaltare meglio i personaggi femminili. Le donne diventano più sfuggenti, attraverso i loro occhi.

Nel caso di Filippo, ho scelto un narratore inattendibile. In parte perché è inattendibile anche a se stesso (non ricorda se ha ucciso sua moglie o no). E in parte perché guarda il mondo come se fosse una gemma. Alberto Garlini ha detto una cosa che mi ha molto colpita: Filippo cerca sempre il punto di sfaldatura nelle cose, come i tagliatori lo cercano in un diamante.

E qui arriviamo alla coppia. Anomala, sicuro. Eppure si amano, si accettano per quello che sono. Per quello che desiderano, mi viene da dire. Da parte mia, nell’osservali non c’è moralismo, non c’è giudizio. Anche perché i temi che mi interessavano davvero erano altri. Eccoci al turismo sessuale. Tutto si può accettare, ma non che il terzo incomodo sia la miseria degli altri. Questo no.

Ho visto con i miei occhi il turismo sessuale due volte: a Cuba e a Santo Domingo (lì il turismo sessuale delle donne, che è persino peggio, perché ricoperto di falsi sentimentalismi, ma è un altro romanzo…). Ero sconvolta. Mi chiedevo: Ma come si fa a provare desiderio davanti alla miseria degli altri? Come possono cercare una quale felicità in quella sofferenza? Allora ho scritto un racconto, che s’intitolava “L’odore dolce della miseria”, in cui ribaltavo i cliché del turismo sessuale, per guardare il fenomeno di sbieco, magari più a fondo. Non un vecchio muratore e un’adolescente cubana, non una ricca signora che in un resort si autoconvince di essersi innamorata di un nero (livello base di realtà, che ho registrato). No. Volevo qualcosa di più complesso. E da lì, ho continuato. Un piccolo nucleo complesso può portarti molto più lontano di quello che pensi. Perché è più mobile.

 

Spero di non sbagliare, nel qual caso correggimi. Dopo aver tracciato delle linee di continuità con la tua precedente produzione letteraria, tiriamo fuori la novità che proponi in “Fancy Red”. (Mi sembra che in ogni romanzo, oltre alla tematica, tu sia sempre alla ricerca di una nuova, o per te insolita, forma narrativa).

Il noir. Anche con il genere tu mostri di avere un rapporto di rispetto, ma anche di innovazione. 

Perché un noir? Quali sono gli elementi fondanti del genere noir con cui avevi voglia di cimentarti, e quali invece i limiti insiti nel genere che ti sono risultati più ostici? Quali delle caratteristiche dello stesso volevi consapevolmente superare, e quali invece è stato necessario travalicare? 

caterina-bonvicini-983x540Sono una scrittrice parecchio versatile, nessuno lo può negare. Mi piace sperimentare generi letterari diversi, anche con una certa incoscienza. E mescolarli, sfidarli, spingerli oltre la loro natura. Ho all’attivo un romanzo storico, un romanzo di formazione, una raccolta di racconti, una storia d’amore, un romanzo sul cancro, una commedia. Ho sperimentato persino il fantastico e la narrativa per bambini. Per non parlare del giornalismo, che è un’altra cosa (è un mestiere che insegna molto, almeno a me, un mestiere che adoro). Escluso il western, il fantasy e la spy story – generi poco adatti alla mia personalità – dopo il noir, cosa mi resta? Una biografia? Un romanzo d’avventura o di mare? Un legal thriller? A volte me lo chiedo.

Altre invece penso che non abbonderò più il noir, perché ho trovato “il genere dei generi”. Nel senso che il noir ti consente di mescolarne molti. In “Fancy Red” ci ho messo dentro perfino il romanzo di guerra. Tutta la parte su Sarajevo in fondo appartiene a un’altra categoria. Eppure non stona. Anzi, fa da perno. E perché succede? Perché il noir ti costringe a rispettare una struttura rigidissima. E, se tu la rispetti, quella struttura rispetta te. Il noir è un patto. Serve lealtà da entrambe le parti. Okay, genere, io faccio quello che devo fare, ma tu in cambio mi consenti di fare quello che pare a me. Funziona più o meno così. Forse esistono noir bizzosi che non rispettano gli accordi, non so. Con “Fancy Red” non c’è stato problema, ci siamo capiti al volo.

All’inizio avevo paura. Marcello Fois, che considero un fratellone, mi prende ancora in giro per questa paura. A una presentazione ha detto: «Una sera abbiamo preso un aperitivo e Cate mi ha chiesto: Marci, scusa, come si scrive un noir? Io le ho detto questo e quello, in cinque minuti. Un anno dopo mi ha mandato “Fancy Red”». E rideva. È vero. È andata così. Però non ha detto che fra le cose dette in cinque minuti ce n’era una fondamentale: Devi avere in mente tutto fino alla fine prima di scrivere. È la regola base e se non la capisci, addio noir. In realtà, davanti alla prima stesura, Marcello mi ha anche sgridata parecchio. Dicevo che tendevo a “telefonare”, che in gergo teatrale significa spiegare troppo. Altra buona lezione. Bisogna essere ambigui. Ma questo è anche il principio fondamentale del racconto o della commedia, senza ambiguità non vanno da nessuna parte. Più in generale, la letteratura non va da nessuna parte.

E ora veniamo alle infrazioni. Il finale (e parlo dell’ultimo capitolo, non della soluzione del mistero) è la mia grande infrazione. L’infrazione per eccellenza. Ho sempre rifiutato i finali catartici in tutti i miei romanzi, figuriamoci se cedevo sul noir. Un genere che si fonda proprio sulla catarsi. Nei gialli, la morte è qualcosa che si risolve, quindi qualcosa che si domina. Se ci pensi, i thriller ti allontano dal senso di morte, anche se ne parlano in continuazione. C’è un investigatore che scopre l’assassino, e tutti sono felici e contenti. Lo schema base è questo. Praticamente quello di una favola. Per questo la gente ha bisogno di leggere gialli, secondo me. Il male viene sconfitto e tu chiudi il libro in pace. Ma se non vuoi scrivere una favola – puoi benissimo farlo, intendiamoci, non ho mica pregiudizi, sono necessarie anche le favole, sono solo scelte di fondo opposte – devi scardinare innanzitutto questo schema base. Quindi l’ho scardinato. Alla fine, platealmente. Ma anche prima. Il senso di morte evocato dall’assedio di Sarajevo non lascia scampo al lettore, altroché thriller.   

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No, Sarajevo non stona come tu scrivi, anzi. Mi sembra che sia l’apice del noir. Non a caso è l’unico momento in cui l’io narrante si sdoppia, e la città è guardata in soggettiva da due personaggi, in una sovrapposizione di piani temporali, il presente e il passato. C’è un’urgenza, nelle pagine che dedichi a Sarajevo, che il lettore avverte. La necessità di raccontare la tragedia con cui si è chiuso il Secolo Breve, e dall’altra l’impossibilità di farne un racconto storico in terza persona, per la poca distanza che ci separa dagli avvenimenti narrati. Straordinariamente ne fai una testimonianza, e non una narrazione. 

Con una contrapposizione interna, la “novella” sul Koh-i-Noor che diventa l’emblema del tema del potere e della smania insanguinata di chi vuole possederlo, per giungere alla chiosa con cui si potrebbe scrivere una storia universale:

Certi diamanti è meglio guardarli, non possederli.

Il Fancy Red può essere interpretato metaforicamente come un risarcimento, vano e illusorio, per la tragedia di Sarajevo, e dei Balcani in generale, guardati, durante gli anni delle guerre, con indifferenza e talvolta con tragici errori politici dal resto d’Europa?

caterina-bonvicini-983x540Sai, ho un grande rimpianto. Non so per quale ragione, non ho citato nel romanzo la canzone che mi ha accompagnata durante la stesura di tutte le pagine dedicate a Sarajevo. È  una canzone tradizionale, interpretata da Joan Baez, che è andata a cantarla lì durante la guerra, nel ’93. Si intitola “Sarajevo ljubavi moja” (Sarajevo ti amo tanto). Ora ti giro il link a YouTube, mi piacerebbe che i lettori potessero ascoltarla. A me fa piangere, forse perché è una testimonianza storica.

Ci sono due cose su cui nessuno scrittore serio può permettersi di usare l’immaginazione: la miseria e la guerra. E in “Fancy Red” mi sono attenuta a questa regola, che non è solo narrativa, ma anche morale. Insomma, potevo inventare la vita di una donna durante l’assedio, ma non i particolari di una guerra, fra l’altro così atroce. Sarebbe stato un insulto alla realtà, senza contare che la mia immaginazione non avrebbe mai potuto arrivare a tanto. Quindi, mentre scrivevo, avevo tante voci nella testa, voci di bosniaci che attraverso lettere o diari mi raccontavano cosa significava vivere lì. Voci di vivi e di morti, che si intrecciavano e mi facevano morire di dolore, o sopravvivere di dolore. Mi sentivo responsabile nei loro confronti. Da qui, l’urgenza.

In aggiunta, ho scritto il capitolo finale, ambientato a Sarajevo, in un momento di grande dolore personale. Avevo appena perso Lea, un’amica che per me era una sorella: credo di avere sbattuto in quelle pagine anche la tragedia sua. E non era nemmeno fuori luogo, considerato quanto sentiva la guerra in Bosnia, di cui sapeva tutto, da brava pasionaria quale era. Ormai non si reggeva in piedi, era il suo ultimo mese, eppure era andata a “Più libri più liberi” per ascoltare una conferenza e portarmi un diario da Sarajevo appena pubblicato, con dedica. Il suo ultimo regalo.

A questo carico, si deve aggiungere un viaggio che ho fatto con mio marito a dicembre. Dopo essere entrata tanto dentro l’assedio attraverso la lettura, sentivo il bisogno di vedere Sarajevo. Naturalmente l’impatto con la città crivellata è stato forte. Sapevo troppe cose e ogni dettaglio mi parlava di quel pezzo di storia che con tanta passione avevo studiato. Vorrei tornarci ancora, per capire cos’è diventata adesso. Cosa che richiede altre energie e altri studi, magari un’inchiesta. Chissà se lo farò mai.  

Al di là dell’amore per Sarajevo (ljubavi moja), sono convinta che sia una guerra rimossa. Per i sensi di colpa, certo. Sia dell’Europa che degli Stati Uniti, che per troppo tempo hanno preferito definirla una guerra tribale, pur di cavarsi dall’impiccio, anche se era chiaro che se c’era un assedio, doveva esserci per forza un assediante (limitandosi alla città, senza contare i genocidi nei paesi bosniaci intorno). È anche una guerra sottovalutata storicamente. Non è la fine del Secolo Breve, secondo me, è qualcosa che riguarda profondamente il secolo successivo, in anticipo. È il tragico fallimento di una società multietnica e multiculturale, che non implode, un fallimento che non viene dall’interno insomma, ma cade dall’alto di un fascismo, di un nazionalismo, di un’ideologia, come le granate e il fuoco dei cecchini dalle colline. Qualcosa che purtroppo ci riguarda molto più di quel che crediamo. Tutti indicano come cesure storiche il 1989, la caduta del muro di Berlino, o il 2001, il crollo del World Trade Center. In mezzo però c’è il 1992, l’assedio di Sarajevo. Quattro anni di assedio. Un evento troppo lungo per essere considerato una cesura netta? Invece lo è stata, una cesura netta. E nel cuore dell’Europa. Anche se ci abbiamo messo tanto tempo a capirlo, e temo non abbastanza.

Prima dell’ultima domanda, vorrei aggiungere un altro tassello alla precedente: è una nemesi o una consolazione che il Fancy Red sembra tornare proprio lì, in quella terra bagnata di sangue e crivellata di colpi (e di colpe)?

caterina-bonvicini-983x540Forse l’arrivo del Fancy Red proprio a Sarajevo è una nemesi. In fondo, tutto il romanzo ruota intorno alla vendetta. Era il mio finale ideale, ma non sapevo come costruirlo. Poi, un giorno, ho scoperto per caso che un collegamento fra i diamanti e le guerre balcaniche esisteva davvero (non solo nella mia testa) e che la più importante banda di ladri di diamanti di questo secolo, i Pink Panthers, veniva proprio da lì. A me piacciono i conti che tornano, almeno nei romanzi. Nella vita è un po’ più complicato, farli tornare, ma quando succede in letteratura, ti assicuro che esulti.

La storia del Koh-I-Noor, il diamante più insanguinato che conosciamo, mi serviva da preparazione. A volte, per aumentare la tensione, è utile divagare. Possibilmente in tema. E il tema della disuguaglianza è una cosa sola con il tema del possesso. Basta pensare alla retorica xenofoba e razzista che dilaga in questi giorni, che si basa su una paura elementare: Non venire qui a portarmi via quello che possiedo. Il concetto di possesso è sempre molto sanguinoso, al di là dei diamanti (e neanche tanto al di là: vogliamo ricordare i soldi dei contribuenti investiti dalla Lega in diamanti della Tanzania?)

Per concludere questa chiacchierata che potrebbe durare all’infinito: i diamanti non ti servono solo come leitmotiv per tenere insieme le mille suggestioni, riflessioni e spunti che affastelli nel romanzo; né è solo una metafora per far deflagrare le infinite contraddizioni del nostro tempo; è anche un modello strutturale, che ti suggerisce la costruzione del romanzo. Tu stessa, a titolo di curiosità, concludi la bibliografia accennando di aver costruito il romanzo come un ottaedro: otto capitoli, ciascuno di tre paragrafi, suddivisi in tre parti. 

È solo un gioco letterario, o invece nasconde anch’esso come tanti elementi del romanzo, una valenza profonda e studiata, che rimanda a un significato preciso?

caterina-bonvicini-983x540Volevo che il romanzo avesse la stessa struttura di un diamante. Allora ho pensato alla sua struttura cristallina, che spesso è quella di un ottaedro (quindi otto capitoli da tre paragrafi). Un diamante può avere anche la struttura di un esacisottaedro, ma diventava un po’ complicato. Non so se questo desiderio si possa definire un gioco. Per me è più che altro una ricerca di armonia, come nella musica. Non penso solo alle frasi musicali o al ritmo, a cui tengo molto, ma anche all’architettura. Puoi fare una sinfonia o un quartetto, io mi sono inventata la forma-diamante. Perché no.   

Chiacchierando con… Caterina Bonvicini
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