padova

Immaginate tre donne che camminano accostate, prese e assorte nelle loro chiacchiere. Ogni tanto si fermano, osservano tutte e tre lo stesso particolare dell’architettura della città, mentre una delle tre continua a parlare. Si sorridono e riprendono la loro camminata nel colore caldo di una sera incipiente per le vie di Padova.

Siamo io, Emanuela Canepa e Claudia Grendene, e se avrete la pazienza e il desiderio di seguirci tra le righe di questo post, scoprirete cosa ci stiamo raccontando.

Per la prima volta per me (mi dolgo se invece avrei dovuto già esserci stata), mi sono ritrovata a Padova tra le pagine di un romanzo (fatta eccezione per l’inizio di “La masseria dell’allodole” di Antonia Arslan), e vista la sorpresa di ritornarci dopo breve tempo per la lettura, casualmente ravvicinata, di due romanzi, mi è venuto in mente di fare una chiacchierata insieme con le due scrittrici, che mi hanno consentito nelle loro pagine di aggirarmi tra le strade della città veneta.

L'animale femminaDue esordi letterari, due romanzi molto diversi per struttura narrativa, tematiche, voce narrante, ma anche con degli interessanti spunti che hanno fatto sì che nella mia percezione di lettrice fossero accumunati: “L’animale femmina” (Einaudi) di Emanuela Canepa, vincitore del Premio Calvino 2017, ed “Eravamo tutti vivi” di Claudia Grendene, pubblicato da Marsilio. Comincio con il primo elemento di similarità: Padova. Entrambi i romanzi sono ambientati nella città veneta. Nel romanzo di Emanuela Canepa Padova è una città essenzialmente di interni, dal supermercato in cui incontriamo Rosita Mulè, come cassiera; all’appartamento in cui vive, ormai stretta, con altre coinquiline; alla casa e poi l’ufficio in cui viene assunta come segretaria da Ludovico Lepore, un avvocato di fama, anziano, ormai agli sgoccioli della carriera; alla stanza di un appartamento in cui si consumerà la trasformazione della protagonista. Eravamo tutti viviIn “Eravamo tutti vivi”, invece, la città è vista soprattutto nella effervescenza di una città universitaria, in cui fare incontri e mescolarsi con gente diversa, storie disparate che incrociano i loro destini. I sette amici protagonisti del romanzo intessono le loro relazioni tra le aule universitarie, e da qui proseguono a camminare insieme tra sbalzi e attese, assenze e scomparse.

In entrambi i romanzi Padova non è una città qualsiasi, ma un mondo provinciale che gioca la sua parte nella vicenda narrata. Dato anagrafico, entrambe vivete attualmente a Padova come leggo nella quarta di copertina, o invece la città è lente d’ingrandimento per mettere a fuoco il nodo fondante dei rispettivi romanzi?

C’è qualche “guida letteraria” che vi ha aiutato a muovere i vostri personaggi tra le vie della città?

Claudia GrendeneCLAUDIA: Padova è certo un dato anagrafico nella mia biografia, ma Eravamo tutti vivi è nato anche grazie alla suggestione di alcuni luoghi, come per esempio l’androne di palazzo Liviano, sede della facoltà di Filosofia, dove c’è questa enorme statua marmorea di Tito Livio in meditazione su un libro, come le piazze affollate all’ora dello spritz, o la Specola, con la sua torre dell’osservatorio astronomico. Non solo. Trattandosi di un romanzo che parla di studenti universitari, Padova mi è sembrata lo scenario perfetto. C’è un’università tra le più rinomate oltre che più antiche d’Italia, un’università che ha legami storici importanti con certe militanze politiche, basta che ricordiamo gli anni di piombo. Questo mi ha dato modo di rappresentare meglio il cambiamento, l’abbandono di ogni militanza, anche di quelle più positive e pacifiche, e il progressivo scivolamento verso vite private molto lontane dalla cosa pubblica. Al di là di queste ragioni, la quotidianità della città si intreccia con quella degli studenti universitari: case alloggio, aule studio e tantissime biciclette vecchie -spesso rubate- che girano per le strade del centro. 

Inoltre, mi interessava la dialettica sociale apertasi nel nostro paese proprio durante il ventennio che ho voluto raccontare riguardo al tema dell’immigrazione. La vicenda del ghetto di via Anelli di Padova è stata emblematica a livello nazionale. Poi c’è la storia dei centri sociali, insomma: per tanti aspetti Padova mi è parsa uno sfondo interessante per i miei personaggi. Parlo di sfondo, perché ho scelto di non scrivere un romanzo storico o politico e dunque di non mettere al centro la storia della città nell’ultimo ventennio.

Penso che l’angolo di mondo che scegli per raccontare la tua storia debba essere nitido, determinato, ma allo stesso tempo rappresentativo di un qualunque altro luogo in cui si possano ritrovare le stesse dinamiche: in questo caso, hai detto bene Giuditta, sono quelle della città provinciale alle prese con un periodo di declino pre-crisi economica.

dalla cartella dei luoghi di Claudia Grendene
dalla cartella dei luoghi di Claudia Grendene

Infine, amando scrivere storie molto realistiche, credo che muoverò sempre i miei personaggi su scenari noti, in luoghi da me ben conosciuti. Non ho usato guide letterarie, ma ho preso la mia bicicletta vecchia -ma non rubata- e ho girato la città per rivedere vie, piazze, case, strade, interni. Ho fotografato tutto e mi sono fatta come prima cosa una cartella dei luoghi.

 

Foto Basso Cannarsa
Foto Basso Cannarsa

EMANUELA: Nel mio caso la scelta di Padova è stata influenzata da due ragioni. La prima è puramente empirica: a parte Roma, che è la città dove sono nata e cresciuta, Padova è la città che conosco meglio. E anche se, come hai notato, è sostanzialmente un romanzo di interni, avrei annaspato se non avessi potuto agganciare Rosita a un territorio preciso, non solo in senso geografico ma anche antropologico. La scena iniziale, quella ambientata sul Liston sotto Natale, volevo averla chiarissima davanti agli occhi. Le strade, i luoghi, ma anche la gente, la confusione in quel contesto e in quel periodo dell’anno. E ho chiarissimi in mente anche tutti gli altri luoghi dove si svolge la narrazione. Il Ghetto, dove vive Rosita, che la notte si anima per il cerimoniale dello spritz. Il bar dove Rosita viene mandata da Lepore a incontrare Guido, il locale dove nella scena finale siedono prima Rosita e Lepore e poi anche Guido, che è sotto i portici accanto alla chiesa dei Servi, e soprattutto 20180708_093750la casa di Lepore, quella in cui Rosita entra una sola volta, per andare a restituire il portafoglio. È a Città Giardino, dietro Prato della Valle, in via Gabriele D’Annunzio. Una palazzina liberty splendida e cupa, con la facciata in mattone scuro e l’altana che svetta, proprio come l’ho descritta. Anch’io l’ho fotografata e ho operato solo una modifica: l’originale è a due piani e credo ci vivano due famiglie, mentre nel romanzo l’ho leggermente rimpicciolita e ne ho fatto una casa unica. Per tutta la durata della scrittura ho avuto la stampa della foto appesa di fronte alla mia scrivania. E ogni volta che andavo a fare colazione alla Pasticceria Europa (abito lì vicino), facevo sempre un piccolo pellegrinaggio fino a lì.

La seconda ragione invece è funzionale alla storia. Rosita vuole studiare medicina e la facoltà di Padova è una delle più prestigiose in Italia e delle più antiche in Europa. Oltre al fatto di essere anche molto lontana dal luogo in cui è nata, che per lei costituisce un altro prezioso vantaggio.

 

Entrambi i romanzi sono un esordio, eppure mostrano una chiarezza e consapevolezza di intenti pienamente matura, soprattutto nel modo sapiente in cui trattate la categoria del tempo narrativo.

Per “L’animale femmina” è l’equilibrio tra i diversi piani temporali che si alternano nella storia, a rintracciare ragioni e reazioni a supporto dell’indagine introspettiva ed emotiva che struttura il romanzo. Vediamo Ludovico, vecchio e annoiato, urticante e cinico, e in parallelo lo seguiamo ragazzo, nel fulgore degli anni e dell’amore, preso e tradito, con un senso di amaro che dà significato anche se non giustificazione a certi suoi atteggiamenti.

In “Eravamo tutti vivi”, invece, il tempo è usato come un gambero, in una maniera estremamente suggestiva: si torna indietro, calcando le orme dei sette protagonisti, di cui prima si conoscono gli esiti delle loro vicende personali, tragici per alcuni, destabilizzanti per altri, di piana tranquillità per pochi. Nel passato, nell’euforia e incostanza degli anni giovanili, ne conosciamo le ragioni e le motivazioni profonde. Il riannodare il nastro della memoria, su una linearità all’inverso, carica il lettore di un sentimento di nostalgia perché si specchia negli adulti delle prime pagine e si ritrova giovane, sempre più giovane, procedendo nella narrazione.

In entrambi i contesti mi sembra che la categoria temporale sia dunque particolarmente studiata e mossa da esigenze narrative. Anche se poi è evidente la differenza di visuale, perché Claudia Grendene guarda al passato ed è lì che la sua indagine trova il punto nodale della narrazione; Emanuela Canepa invece guarda al presente, con una storia che se trova le sue radici nel passato di ciascun personaggio in ballo, è al loro presente, con le esistenze contorte e tormentate che appartengono a ognuno, che mostra di volersi dedicare.

Il tempo, dunque, è un elemento cardine su cui far ruotare il perno della vicenda.

È stato frutto di una ricerca, è venuto per caso, o è stato rintracciato con particolare fatica?

 

Claudia GrendeneCLAUDIA: La scelta narrativa di procedere a ritroso nel tempo è stata abbastanza naturale. La mia idea era di raccontare non una di quelle storie per cui ci si chieda “come andrà a finire?”, ma una storia in cui la domanda sottesa, ciò che attribuisce senso al racconto, sia “perché è andata così?”. Non mi interessava raccontare tanto il “che”, quanto il “perché”. E quando ci si interroga sul “perché” lo sguardo retrospettivo mi pare l’unico possibile. Inoltre, a mio avviso, il fatto di mettere il lettore dentro a un binario chiuso -visto che dall’inizio del romanzo è tutto già successo- e di poter andare soltanto indietro, carica di tensione il racconto. Ad ogni step a ritroso il lettore apprende quali e quante possibilità aveva un personaggio, ma è consapevole di come se le sia giocate (spesso male). Questa impossibilità di aspettarsi il meglio rende il racconto del passato molto più struggente, in quanto toglie la speranza di un happy end. La narrazione a ritroso ha richiesto, dal punto di vista tecnico, un espediente del tipo anticipazione e ripresa, che permettesse di capire meglio le storie. Se narri all’indietro, per comprendere il presente devi sapere cosa è successo prima, ma quel che è successo prima lo troverai sviluppato nel prossimo capitolo: per questo sono state necessarie alcune piccole anticipazioni e riprese successive. Questa tecnica dell’anticipare qualcosa che verrà raccontata più avanti genera costantemente una promessa di racconto, dunque: attesa e tensione.

Quando ho terminato la stesura, ho provato a riscrivere tutto in cronologico: il risultato è stato molto meno efficace e mi sono convinta in modo definitivo che la narrazione a “gambero” era la più giusta.

Confesso, infine, che il passare del tempo è una delle mie personali ossessioni: poterlo far andare all’indietro -almeno nella finzione- è stata un’esperienza rassicurante. Un modo per sentirmi un po’ padrona di questa dimensione dello scorrere che di fatto, inesorabilmente, ci sfugge.

 

Sorrido nel ringraziare le due interlocutrici per la qualità delle risposte, perché stanno aprendo anche il laboratorio della loro scrittura che è sempre segno di grande generosità.

 

Claudia GrendeneCLAUDIA: Aprire il mio laboratorio di scrittura è forse una deformazione professionale da tutor della Bottega di narrazione (di Giulio Mozzi), con la quale collaboro. Ma sono convinta che il mio lettore sia in grado di capire alla perfezione da sé il testo e dunque quel che posso aggiungere io è il come e il perché di quel testo. Cioè il lavoro e le riflessioni che stanno alla base.

 

Foto Basso Cannarsa
Foto Basso Cannarsa

EMANUELA: Nel mio caso è stato senz’altro faticoso trovare un equilibrio, e l’esito finale è passato attraverso molti ripensamenti. Nella prima versione del romanzo il passato non c’era. Il lettore conosceva Lepore solo come vecchio amaro e disincantato, e non gli venivano forniti indizi in grado di contestualizzarne il cinismo. Per conseguenza quindi non c’era nemmeno una storia d’amore – genere con cui ho grandissime difficoltà, per me l’amore non è particolarmente stimolante dal punto di vista narrativo – e il rapporto tra Lepore e Guido rimaneva in sospeso. Si intuiva che i due si erano conosciuti in passato e che tra loro era rimasta qualche ruggine, ma nient’altro. Non c’era quindi un’ipotesi di ricongiungimento e neppure compariva la statuina dell’efebo di Volterra, che in un secondo momento ho inserito come evidente correlato oggettivo dell’amore fra i due.

Poi però alcuni dei lettori del manoscritto mi hanno fatto notare che il racconto risultava sbilanciato, e che avrebbe toccato maggiore profondità se avessi agganciato Lepore a un orizzonte biografico più concreto. In fondo non si sapeva quasi niente di lui. Da lì ho cominciato a pensare alla natura del rapporto che poteva avere unito questi due uomini nel passato, e il resto è venuto da sé. E malgrado le mie resistenza a scrivere d’amore, devo dire che quei sette capitoli ambientati tra il 1958 e il 1960 – che ho buttato giù quindi separatamente, in un secondo momento, tutti di seguito, come fossero un romanzo nel romanzo – sono quelli che ho amato di più scrivere. L’ho fatto durante l’estate del 2017 quasi senza fermarmi. Ricordo molto bene la sensazione di gioia panica, di frenesia. E dopo averli inseriti nel testo, che quindi a quel punto ha assunto la sua struttura attuale, devo dire che ho dato piena ragione a chi mi aveva avanzato quella riserva. Anche a me il romanzo sembrava più bilanciato. Oltreché umano. Perché prima era una storia un po’ troppo esangue. Mentre l’amore tra Guido e Ludovico credo gli abbia assegnato una dimensione carnale che mancava.

 

Devo dare pienamente ragione ai tuoi lettori, Emanuela. Non solo la storia di Guido e Ludovico aggiunge un elemento di carnalità, che diversamente mancava nel romanzo, ma dà anche spessore alla figura determinante dell’avvocato, restituendogli una fragilità e umanità che senza il suo passato sarebbe rimasta nascosta dietro la corazza di cui si è armato.

Abbiamo fatto più volte riferimento ai protagonisti e ai personaggi dei vostri romanzi, ma non li abbiamo ancora presentati ai lettori.

Vi cedo la parola, perché sia “L’animale femmina” che “Eravamo tutti vivi” sono storie di personaggi, vividi veri con una loro forte autonomia nella pagina.

A voi il compito di dire chi sono e che cosa ci fanno nella vostra storia.

 

Claudia GrendeneCLAUDIA: I protagonisti del romanzo sono sette amici, Max, Chiara, Isabella, Elia, Alberto, Anita e Agnese. Al presente (2013) sono ormai adulti, ma via via che si segue il rewind delle loro storie li vediamo sempre più giovani, fino a quando erano sette ragazzi negli anni Novanta. Per me era importante renderli tutti protagonisti e che le loro storie, pur diverse e in molti passaggi separate, si intrecciassero.

Max è un ragazzo che non può vivere senza un dizionario delle etimologie; dei sette amici è il più sognatore e quello che non sta molto bene di testa, tiene spesso palco, aggrega, affascina e poi si perde. È quello che per sopravvivere ha bisogno di crearsi altre identità: Joe Fortis o Capitan America, ma non il supereroe, bensì il personaggio interpretato da Peter Fonda in “Easy Rider”. Una delle sopravvivenze di Max al proprio universo familiare disfunzionale, infatti, consiste nel trasformarsi in un biker buono.

Chiara, dei sette, è quella che va sempre in bicicletta, anche di sera o con la nebbia fitta. Insieme a Max fa da il principio unificatore del romanzo, lo sguardo un po’ alieno che tutto contiene, ed è proprio lei che ha un conto aperto con lui e con Agnese.

Agnese è invece il principio di disordine. Bellezza, libertà e insolenza. È quella che si infila nelle storie degli altri, appare e scompare, rimescolando le carte. Agnese è solitaria, giramondo e tende ad avere relazioni sfuggenti con tutti.
Tra le amiche, Isabella è quella più paziente e disincantata. Fa coppia fissa con Elia. Finisce la gioventù, finisce l’amore, finiscono le manifestazioni politiche, finisce il matrimonio, finisce il denaro, se ne va l’amicizia con l’ultima nota di un concerto al Pedro. Tutto finisce, ma lei caparbiamente continua a lottare e vivere.
Elia è un personaggio chiave, l’unico dei sette che inizia la carriera da operaio e non frequenta l’università. Nei suoi pensieri e nelle sue parole sono finiti alcuni nodi fondamentali della storia, come la “filosofia delle carte” che la vita mette in mano a ognuno di noi, o come la premonizione sul destino del nostro paese dopo il millenovecentonovantaquattro. Elia incarna il disincanto totale e il tradimento di se stessi, prima che degli altri.

Alberto, giovane dell’aristocrazia patavina, è un Romeo un po’ vile, sopraffatto da logiche familiari, aspirante scrittore, nervosamente bello. Ha un discreto repertorio di canzoni anni Sessanta che canta talvolta a squarciagola. È innamorato di sua cugina Anita.

Anita è meravigliosa. Nasce nella mia testa come una sorta di mia personale “Remedios la bella”, ma meno autistica e più materna. È il personaggio di cui più ho amato scrivere, le ho donato alcuni miei incubi, come per esempio la paura che mi fa la città di Venezia, o alcuni quadri, o le statue bianche. Segni particolari: lei è meticcia, metà padovana e metà marocchina, e porta sulle braccia la linea di demarcazione tra la pelle chiara e quella scura. Mi sono accorta soltanto alla fine, rileggendo il testo dopo la stampa, che quando c’è lei di solito arriva la pioggia.

 

Bellissima questa risposta, piena di tutto il brio e la vivacità che i personaggi mostrano nelle pagine di “Eravamo tutti vivi”.

 

Foto Basso Cannarsa
Foto Basso Cannarsa

EMANUELA: A differenza del libro corale di Claudia il mio ha un approccio più intimistico. I personaggi principali sono due: la protagonista è Rosita, una ragazza malinconica e insicura che fin dall’inizio fa scelte di coraggio senza esserne assolutamente consapevole. Viene dal sud ed è in fuga da tutto: dal paese in cui è nata, dalle manovre manipolatrici di una madre egoriferita convinta di sapere sempre come va il mondo, dall’ambiente in cui è cresciuta isolata come una naufraga. Arriva a Padova per studiare medicina e a stretto rigore la sua vita non migliora. Ma almeno è lontana dalle ammorbanti miserie familiari, e per lei, abituata ad accontentarsi di pochissimo, è già qualcosa. Rosita è silenziosa, discreta, introversa, ma osservatrice. Accetta tutto ma non si assolve, conosce le sue debolezze, ed è profondamente onesta. Onesta come sono le persone che non mentono per proiettare all’esterno un’immagine edulcorata di sé. L’antagonista di Rosita è Ludovico Lepore, l’anziano avvocato che offre a Rosita una seconda possibilità. A due mesi dall’uscita del libro, avendo raccolto ormai un considerevole numero di pareri, devo dire che sono sorpresa del riscontro che ha avuto Lepore tra i lettori. È un personaggio inutilmente feroce – inutilmente perché non ne avrebbe alcun bisogno visto che vive la sua vita da una posizione di privilegio e di forza – eppure piace quasi a tutti. Avevo immaginato che sarebbe stato relativamente facile odiarlo per colpa del suo pensiero monocorde sulle donne, e invece non è così. Mi sono chiesta spesso da cosa dipenda. Sospetto che sia perché anch’io in qualche modo gli ho voluto bene. E gli ho voluto bene non certo per quello che dice o che pensa, ma perché all’origine della sua vita adulta c’è una scelta eroica. La decisione di assumere la propria natura anche sul ciglio dello scandalo, per amore della verità. E questa scelta la sconterà per tutta la vita.

Intorno a loro ruotano altri – pochi – personaggi. Il desolante amante di Rosita, Maurizio, imprigionato in un matrimonio disfunzionale, Renata Callegari, la giovane avvocato arrivista che collabora con Lepore, Larisa, la badante ucraina che coltiva la sua piccola vendetta, e Dina, la collega di Rosita, l’unica che le offre un appoggio e le fa intravedere un modello di madre che può rispettare. E poi c’è Guido, il sulfureo amico d’infanzia di Ludovico. Efebo di VolterraMi sento di dire che anche la statuina dell’efebo di Volterra, che Gabriele D’Annunzio battezzò ‘L’Ombra della Sera’, in qualche modo è un personaggio importante. Anche se non parla e non si muove sulle sue gambe.

 

Fra tutti i tuoi personaggi, ho amato soprattutto quella statuina, come correlativo oggettivo di una lotta titanica contro le convenzioni che vogliono silenziare quello che siamo nel profondo.

Un’ultima domanda, nel caso abbiate letto l’una il romanzo dell’altra, o comunque vogliate azzardare un invito.

La connessione tra i due testi l’ho fatta io, in virtù della città, in cui si svolge l’azione in entrambi i romanzi.

Ma secondo voi, come spesso su vari siti, in cui una scelta si trascina un abbinamento algoritmico, i vostri romanzi potrebbero essere letti dallo stesso lettore perché…?

 

Claudia GrendeneCLAUDIA: I due romanzi sono molto diversi, come io ed Emanuela lo siamo. Però credo che abbiamo un’idea di narrazione e di scrittura abbastanza concorde. Parlandoci, abbiamo scoperto -per esempio- di avere in comune un certo bagaglio di letture, potrei citare Philip Roth, Alice Munro, Elizabeth Strout, Magda Szabò. Io mi sono trovata estremamente a mio agio tra le pagine de L’animale femmina, ho apprezzato il modo in cui la scrittura di Emanuela Canepa ha reso visivo ogni singolo dettaglio, la rigorosità con cui Emanuela ha condotto la dialettica Rosita-Lepore e, sopra ogni cosa, come sia riuscita a costruire una narrazione in prima persona capace di mettere in risalto personaggi e mondo al di fuori della coscienza di Rosita (voce narrante). Anche le clienti di Lepore, che restano in scena lo spazio di poche righe, riescono a essere straordinariamente vive e incisive. Leggo troppe “prime persone” che fagocitano il mondo dentro al teatro dell’io, che è una cosa che mi annoia profondamente. La narrazione in prima persona che ha costruito Emanuela invece è straordinaria in questo senso, una scrittura matura.

C’è un elemento, secondo me, che può accomunare questi due romanzi così diversi: per entrambe il focus è la forza di Rosita e delle “mie” protagoniste femmine. Ne L’animale femmina  questa forza declinata più secondo l’aspetto dell’autoconsapevolezza; in Eravamo tutti vivi più sul quello del resistere e andare avanti, ma poco importa. Sempre forza è.

 

Foto Basso Cannarsa
Foto Basso Cannarsa

EMANUELA: Sottoscrivo tutto quello che ha detto Claudia, aggiungendo qualcosa ma solo per non lasciare tutta la fatica a lei: oltre ai gusti letterari comuni, che dicono moltissimo, direi che entrambe abbiamo un piacere ottocentesco per la narrazione. In un certo senso siamo narratrici di un’altra epoca, declinate al XXI secolo, se mi passi la forzatura. Non dico che ci metteremo mai a scrivere opere monumentali come La Piccola Dorrit, però siamo a nostro agio nelle narrazioni con architetture forti, strutturate, con eventi che si svolgono al di fuori della testa dei personaggi e una diegesi scandita e riconoscibile. Ti faccio un esempio: Claudia cita giustamente il tema della forza delle donne che è chiaramente un punto nodale sia della mia protagonista che delle donne del suo racconto. Ma se penso a questa dimensione, le donne più forti che riesco a rievocare sono molto di rado le eroine della narrativa contemporanea. A me viene in mente Maggie Tulliver de Il Mulino sulla Floss, Dorothea Brooke di Middlemarch, Isabel Archer di Ritratto di Signora, Ellen Olenska de L’Età dell’Innocenza. Peraltro sono spesso personaggi tragici che in qualche caso soccombono, ma che al tempo stesso esercitano una forza per opporsi al loro destino che ha qualcosa di eroico, e che secondo me sia Claudia che io abbiamo in qualche modo rievocato.

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E adesso che la sera è ormai inoltrata, a me, Emanuela Canepa e Claudia Grendene non resta che concederci uno spritz, seguendo l’abitudine della città, mentre voi vi accingete a leggere i due romanzi, vero?

Chiacchierando con… Emanuela Canepa e Claudia Grendene
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