Foto di Federica Pergola
Foto di Federica Pergola

Quando Giuntina pubblicò in Italia “I Middlestein” rimasi subito affascinata dal modo di raccontare di Jami Attenberg, sia per la complessa struttura narrativa che poneva il romanzo sulla scia di “Le correzioni” di Franzen, sia per la perizia nel rendere i diversi, e numerosi, personaggi carichi di una loro forte e dettagliata personalità, con uno straordinario portato di umanità, anche quando fossero caratterizzati da cinismo e grettezza, che la rendeva affine ed erede di Elizabeth Strout. (QUI la mia lettura del romanzo)

Una voce che non ho più perso d’occhio, leggendo con curiosità e passione il secondo romanzo tradotto da Giuntina, “Santa Mazie”, che mi ha confermato che Jami Attenberg può essere accostata a un altro grande nome della letteratura americana contemporanea, Jennifer Egan, per la capacità di cambiare toni, registri linguistici e struttura narrativa con maestria camaleontica. (QUI la mia lettura del romanzo) Non ho perso tempo, dunque, per leggere il terzo romanzo della scrittrice americana disponibile in Italia sempre per Giuntina, “Da grande”, con una traduzione d’eccezione, quella di Viola Di Grado. Un romanzo breve, ma denso e corposo che entra nella vita di Andrea Bern, alla ricerca di un enunciato che le appartenga. Per molti è semplicemente una single, ma lei sente di essere anche altro come confessa alla sua analista all’inizio del romanzo:

“Mi dica chi è, allora” dice “quali altre affermazioni sono vere?”

“Beh, sono una donna” dico.

“Bene, sì”.

“Lavoro nella grafica pubblicitaria”.

“Sì”.

“Sono tecnicamente ebrea”.

“OK”.

“Vivo a New York”.

Comincio a sentirmi inquieta. Di sicura sono più di questo.

“Sono un’amica,” dico “sono una figlia, sono una sorella, sono una zia”. Quelle cose sembrano più lontane ultimamente, ma esistono come parte della mia identità.

Nella mia testa penso:

Sono sola.

Sono un’ex artista.

Sono un’urlatrice da letto.

Sono il capitano di una nave che affonda che è la mia carne.

Alla mia analista dico: “Sono una brunetta”.

Su ognuna di queste affermazioni, Jami Attenberg costruisce brevi capitoli, in cui sempre più scopriamo le fragilità e le inquietudini di Andrea, che la rendono un personaggio carico di un’empatica umanità, che avvolge e coinvolge.

Grazie alla disponibilità, sempre generosa, di Shulim Vogelmann, editore di Giuntina, che si è prestato come traduttore, ho potuto rivolgere a Jami Attenberg delle domande, per entrare nel vivo della sua scrittura, così com’è conosciuta e amata dai lettori italiani. Difatti, in versione italiana mancano all’appello: la raccolta di racconti con cui ha esordito nel 2006, “Instant Love”; il primo romanzo del 2007 “ The Kept Man” seguito da “The Melting Season” nel 2010.

Clicca sulla copertina per accedere alla scheda del libro sul sito della casa editrice Giuntina.
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“I Middlestein”, considerato fino ad ora il suo capolavoro, è una storia familiare che ruota intorno alla figura immane di Edie, pur rimanendo un romanzo corale e polifonico di cui la donna funge da baricentro; con “Santa Mazie”, la scrittrice tenta un approccio narrativo diverso, sempre una donna ma questa volta, come si evince già dal titolo, la sua centralità è indiscussa, pur mantenendosi la polifonia del racconto con l’introduzione di altre voci e personalità a raccontare di lei; con l’ultimo, fulminante romanzo breve, “Da grande” Jami Attenberg sorprende nuovamente per la sua versatilità narrativa. Unica indiscussa protagonista è Andrea Bern, alla sfrenata e complicata ricerca di sé che passa anche per la dissipazione del proprio corpo, e intorno a lei altre figure che servono solo a meglio delineare la protagonista, ma pure intaccano il cuore del lettore lasciando un seme di particolare umanità.

C’è un percorso narrativo che può tracciare una linea tra i tre romanzi pubblicati in Italia? Una concentrazione sulle figure femminili che porta dalla coralità familiare dei Middlestein alla convergenza in un unico personaggio in “Da grande”? Oppure insegui solo l’ispirazione del momento?

Jami AttenbergQuesti sono i tre romanzi che ho pubblicato in italiano, ma ne ho scritti altri tre prima, pubblicati in America. Per tutti questi romanzi ho voluto protagoniste forti che stessero al centro dei miei libri. Scegliere personalità femminili complesse è una scelta voluta nella mia scrittura, un atto femminista. (E francamente trovo un po’ noioso scrivere di uomini).

Clicca sulla copertina per accedere alla scheda del libro sul sito della casa editrice Giuntina.
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Il corpo mi sembra sia un elemento determinante nella tua indagine sui personaggi: l’obesità di Edie e le ossessioni delle altre donne della famiglia Middlestein; la claustrofobia di Mazie rinchiusa in uno sgabuzzino e la storia di violenza che si consuma l’interno della famiglia; la dissipazione del proprio corpo di Andrea. Strettamente legato al corpo, il tema della famiglia che rimane preponderante in tutti e tre i romanzi.

Sono questi i temi che più ti appartengono?

Jami AttenbergMi interessa il corpo di una donna, come si muove negli spazi pubblici e privati, come il rapporto con il suo corpo influenzi il suo ruolo nel mondo, e come il mondo si imponga sul corpo di una donna. Sono molto cosciente del mio corpo, lo sono sempre stata. Cosa mi permette di fare, cosa mi impedisce di fare. Ho sempre vissuto la vita della mente trovando a volte assurdo avere questo mio corpo che mi si metteva di traverso. Ma come donna, in una società patriarcale, sento che i nostri corpi hanno un impatto diretto su quanto potere abbiamo o non abbiamo. Mi sembra impossibile scrivere sull’essere donna senza contemplarne la forma. E suppongo che scriverne sia la mia via per reclamare la proprietà del mio corpo.

Clicca sulla copertina per accedere alla scheda del libro sul sito della casa editrice Giuntina.
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Tre romanzi strutturalmente molto diversi tra di loro. I Middlestein sono un romanzo “tradizionale”, che si riaggancia alle storie familiari corpose e corali; “Santa Mazie” si avvale di una struttura composita, che rende dinamica e stratificata la narrazione; “Da grande” è un romanzo, più breve ma più denso, in cui l’introspezione del personaggio è posta al centro della narrazione.

Ti appartiene la volontà di sperimentare diverse forme narrative?

Jami AttenbergMi interessano molto le strutture e i generi letterari. Credo che un aspetto sempre presente nei miei libri è che ti puoi aspettare qualcosa di completamente diverso in ognuno dei miei romanzi. Mi fa bene sperimentare e penso che sia anche un bene per il lettore godere di un’esperienza unica per ogni libro. Questo mantiene le cose fresche e nuove per entrambi. Ho una relazione con il mio lettore; immaginaria o no, voglio che rimanga interessante…

Anche sull’uso della Storia come elemento narrativo nelle tue opere si può notare una profonda diversità: il racconto storico è evidente in “I Middlestein”, fondamentale in “Santa Mazie”, inesistente in “Da grande”. Cosa è più facile, o semplicemente a te più congeniale, scrivere un romanzo corale in cui la Storia fa da sottofondo come in “I Middlestein”? Oppure un romanzo storico come può essere considerato “Santa Mazie”? O ancora un romanzo di ambientazione contemporanea, in cui i dettagli storici sono impossibili da dettare perché troppo vicini al nostro vivere, com’è “Da grande”?

Jami AttenbergIn un certo senso è più “facile” scrivere narrativa contemporanea, almeno dal punto di vista della ricerca. Mi ci è voluto molto più tempo per stare nella stanza con Mazie, vedere cosa vedeva lei, ma una volta che è lei entrata nella mia stanza è stata la stessa sfida che affronto con ogni libro. “Da grande” è ambientato nella New York di oggi e per questo l’ho scritto più velocemente. Ma credo di aver imparato di più scrivendo Santa Mazie che per me ha un valore più grande. Esiste quindi una scrittura più “facile”, ma non è necessariamente la cosa più utile alla mia crescita di scrittrice. E io voglio sempre essere un’artista che cresce!

Il tuo ultimo libro è stato tradotto da Viola Di Grado, talentuosa scrittrice italiana. Che rapporto avete intrattenuto durante la traduzione?

Jami AttenbergViola era un’amica e una collega prima di diventare anche la mia traduttrice. Ci siamo incontrate solo poche volte di persona, ma siamo sempre rimaste in contatto negli ultimi anni e lei è uno spirito affine per me. È stato così significativo che fosse lei a tradurre il mio romanzo e sono stata onorata che abbia accettato di farlo nonostante che sia occupata a scrivere i suoi magnifici romanzi. Abbiamo chattato spesso mentre lei traduceva e a volte mi ha chiesto qualche delucidazione, ma per lo più se n’è stata per conto suo a lavorare. Credo che avesse capito chi fossi come scrittrice e come persona e che avesse compreso il tono delle mie parole; un tono diverso da quello dei suoi libri ma rispetto al quale c’è una sintonia tra di noi. Mi sento davvero fortunata che abbia accettato di dedicare del tempo a questo lavoro e il mio unico dispiacere è che non potrò mai leggere la traduzione e capire il lavoro fantastico che ha fatto.

Posso confermare a Jami Attenberg che Viola Di Grado ha fatto un ottimo lavoro, entrando profondamente nella visione della protagonista, con una prosa lineare e scoppiettante, un lessico trasparente e cristallino, e per ciò stesso più tagliente e sferzante.

Ma cedo la parola direttamente a lei, Viola Di Grado, per chiederle: tradurre non semplicemente una scrittrice, ma una donna con cui si è legati da un rapporto di amicizia e condivisione, agevola o rende più ardua la traduzione stessa? hai accettato di tradurre “Da grande” per amicizia, o perché invece eri interessata a fare l’esperienza di non maneggiare più parole proprie, ma di dare respiro a un’altra voce nella tua lingua madre?

Viola di GradoTradurre è riscrivere con fedeltà, mettere la propria immaginazione al servizio di un testo già immaginato. Tradurre una cara amica, ancora di più, arricchisce l’esperienza di un’affettività utilissima all’immersione nel testo. Jami è una persona speciale: ci siamo conosciute in un festival letterario in Canada, lei era la riccia dal volto serafico con il bicchiere di vino in mano, io la punk in abiti vittoriani seduta su un divano. Ci siamo riconosciute subito come nei film. Poi abbiamo continuato a sentirci per via epistolare, e vederci: si era creato un immediato legame, una “luce improvvisa” come direbbe Neruda. Quando mi ha chiesto di tradurre il libro ho accettato con entusiasmo. Me l’aveva mandato ancora incompleto, in una bozza intitolata “per mamma”, e mi era piaciuto tantissimo. Lo stile del libro ha una naturalezza arguta e musicale che per essere trasposta in italiano aveva bisogno di un’opera di riscrittura, poiché in italiano non esiste un registro colloquiale corrispondente: l’italiano è una lingua di marmo, rigida e sofisticata (ed è questo che la rende così bella, la difficoltà di piegarla). Rispetto a una lingua grammaticalmente malleabile e in continuo divenire come l’inglese, è più impermeabile al cambiamento e meno disposta ad ammettere infiltrazioni di registri linguistici contemporanei. E visto che sono contraria all’appiattimento e normalizzazione che si opera spesso in questi casi, ho creato un italiano ad hoc, che restituisse il ritmo, la spontaneità e la profondissima leggerezza dell’originale. Per me tradurre è scrivere senza scrivere, ovvero esercitare le mie capacità e il mio bisogno fisiologico di scrittura ma al servizio di un mondo già dato. Adesso sto traducendo per Il Saggiatore “New Heaven, New Earth” di Joyce Carol Oates, meravigliosa raccolta di saggi sull’esperienza visionaria in letteratura.

Tutta la mia grande ammirazione per le due scrittrici e la potenza delle loro voci, che vi avevo già raccontato per l’incontro che le vide insieme protagoniste alla Modusvivendi di Palermo: QUI. Leggete i loro libri, tutti i loro libri, e non ve ne pentirete. A me è venuta voglia di rileggerli.

Chiacchierando con… Jami Attenberg (e Viola Di Grado)
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