Nona Fernandez

Questa donna è un genio! È quello che ho pensato leggendo “Chilean electric”, un racconto lungo com’è nelle intenzioni editoriali della casa editrice italo-cilena Edicola Ediciones; e sono tornata ad esclamare mentre leggevo “Mapocho”, il romanzo visionario, crudele, onirico tradotto da Stefania Marinoni per Gran vìa. Affermazione di genialità che non esprimo a lettura ultimata, ma sin dalle prime pagine, sempre straordinariamente originali.

Clicca sulla copertina per accedere alla scheda sul sito della casa editrice Gran vìa.
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Lei è Nona Fernàndez, una delle scrittrici cilene più importanti e innovative. “Mapocho” è il suo primo romanzo, uscito in Cile nel 2002, e in Italia nel 2017. Dell’esordio non ha nulla, tale è la maturità stilistica e narrativa che esplode nelle pagine. Al centro della storia l’amore incestuoso tra la Bionda e il fratello Indio, accanto a loro i genitori che hanno vissuto sulla propria pelle e sulle proprie spalle l’immane fardello della dittatura, di un dispotismo cieco e crudele, che rimane sullo sfondo del racconto, diventando dimensione onirica e atemporale. Un romanzo corposo in cui le categorie dello spazio e del tempo scompaiono, la divisione tra vivi e morti è inesistente, i rapporti e le relazioni si intrecciano senza più alcuna genealogia che possa dare un senso. Ingredienti che mescolati danno vita a un romanzo potente, che diviene una sfida entusiasmante e continua tra lettore, personaggi e scrittrice, che si trovano coinvolti non solo nella storia narrata e nelle vicende, ma nella stessa narrazione, nel processo narrativo, del quale il lettore è chiamato a tenere e riannodare i fili, rimanendo spesso in essi imbrigliato e interamente partecipe.

Cara Giuditta, ti prego di perdonare il ritardo, ma sono stata piena di lavoro e di impegni. Finalmente sono riuscita a trovare un po’ di tempo libero. Ho dato delle risposte brevi per agevolarne la traduzione. Un abbraccio grande e grazie mille per le tue domande e il tuo interesse.

Nona

Con questo biglietto virtuale, Nona Fernàndez accompagna le risposte alle mie domande, gentilmente tradotte dalla casa editrice Gran Vìa che ringrazio per l’opportunità che mi ha concesso di interagire con una grande scrittrice, e della piena ed entusiastica disponibilità che mi ha mostrato.

Adorno, nel 1966, scriveva che “Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile.” La storia del Cile è stata segnata dalla dittatura, che mi sembra essere un elemento ineludibile, della tua scrittura. È possibile scrivere in Cile, dimenticando la feroce dittatura che ha segnato il paese?

Nona FernandezNon solo è possibile, ma è necessario. La scrittura è uno strumento di comprensione, di riflessione, uno specchio in cui possiamo vederci con distacco e analizzarci, in cui cerchiamo di leggere, come fanno i gitani nella linea della mano, il passato, il presente e il futuro.

 

“Mapocho”  è un romanzo di potenza dirompente, che straripa dagli argini in cui scorre il romanzo: lo spazio, il tempo, i personaggi. Non c’è linearità temporale nella vicenda, non c’è continuità nei personaggi che sembrano rincorrere se stessi, non c’è uno spazio definito ma si confina con il sogno e le allucinazioni. Vita e morte si intrecciano e confondono. È la tua cifra stilistica o in essa si nasconde un messaggio per i lettori?

Nona FernandezIl tempo è un’invenzione, un mezzo che usiamo per organizzarci, per adattarci alla sua struttura di passato, presente e futuro. Ciò che mi interessa è esattamente straripare questo tempo, scriverlo nella sua dimensione caotica, renderlo inafferrabile, come accade con la temporalità dei sogni dove la fine e l’inizio si mescolano, dove non esiste la morte, perché la morte si insinua nella vita, o la vita nella morte. Dove ieri e oggi si riflettono nello stesso specchio all’infinito.

 

“Mapocho” è anche un romanzo sulla forza e la furia delle parole, sulla loro capacità creativa ma anche mistificante. “Le parole vengono al mondo e cercano la propria ragion d’essere, delineano il futuro, lo plasmano, ne stabiliscono il corso definitivo, creano la storia.” Quello delle parole è un potere o una maledizione?

Nona FernandezLe parole sono un’arma a doppio taglio. Hanno il potere di fissare, di stabilire. Così come una fotografia fissa un’immagine e grazie a questo possiamo rivederla tutte le volte che vogliamo, le parole possono fissare grandi idee, grandi riflessioni, grandi pensieri, che a loro volta possono illuminare per sempre. Ma allo stesso modo, le parole possono anche fissare grandi bugie, grandi inganni, grandi truffe. Le parole sono un dono, ma un dono pericoloso.

 

Fratello e sorella, Bionda e Indio, un amore intollerabile e prepotente. Viscerale e imperscrutabile. “Mapocho” è anche, o soprattutto, una storia d’amore? E che amore congiunge i due protagonisti? Il loro amore è anche una metafora, storica o trascendentale?

Nona Fernandez“Mapocho” è la storia d’amore tra due orfani che possono contare soltanto l’uno sull’altra. La certezza di appartenenza è il magnete che li tiene uniti. L’unico paese possibile per la Bionda è l’Indio. Sono un mostro con due teste, parte di uno stesso corpo meticcio. Sono condannati l’uno all’altra.

 

Se dovessi disegnare Mapocho traccerei un triangolo che abbia ai vertici, la casa, i morti, il padre. Sono questi i nuclei tematici su cui volevi far muovere il romanzo? O altro?

Nona FernandezIl romanzo si muove su tutti i nuclei tematici che si possono o si vogliono vedere. La Storia del Cile, l’incrocio di razze, i morti del fiume Mapocho, l’amore incestuoso tra la Bionda e l’Indio, il tradimento, l’inganno, l’abbandono, la perdita della memoria e così via, fin dove si vuole continuare a cercare.

 

Per questo è difficile dare anche solo per grandi linee l’idea del romanzo e delle sue mille correnti, e non sarebbe neanche giusto per i futuri lettori che io tirassi i miei fili, impedendo che loro si aggroviglino nei propri, perché “Mapocho” è un’abile e geniale costruzione labirintica, in cui è fondamentale perdersi per poi ritrovarsi.

Quindi l’unico consiglio che posso darvi è accettare la sfida che Nona Fernàndez vi lancia e immergervi nelle acque di “Mapocho”, lasciandovi cullare, senza alcuna rassicurazione, dal suo corso:

Non spaventarti, Bionda, non correre via sul ponte come stai facendo, non fuggire da questo fiume. Guardami ancora, cerca di leggere le mie labbra inerti, lascia che ti racconti dove sei finita, perché ora lo so. È vero che qui noi morti navighiamo, vaghiamo per le strade e dormiamo sotto i ponti, ma non c’è motivo di avere paura. Se mi ascoltassi, se avessi il coraggio di guardarmi in faccia, ti metterei in guardia ed eviteremo questo gioco ciclico, questo racconto senza fine. Te ne vai di corsa, Bionda, lasci il ponte e io resto con lo smog negli occhi, sotto il cielo pulmbeo solcato dai cavi, con quella sensazione di eterno ritorno dell’uguale sullo stomaco. Non è vero che i morti non sentono. O almeno, io continuo a farlo. Ma deve essere una questione di sfiga, l’ultimo passo di una cueca ballata male. Non c’è fine, non c’è sollievo, né pace. Che altro potevo aspettarmi? Sono nata maledetta e questta morte di merda è il tocco finale. Non esulto né mi lamento, mi lascio solo trasportare dal Mapocho. Non c’è altra possibilità. Non c’è mai stata.

 

logo-granviaHo chiesto ad Annalisa Rubino, ufficio stampa di Gran vìa, di suggerire altri titoli del catalogo della casa editrice, che possano raccontarvi il progetto editoriale che stanno perseguendo. Ecco quelli che ha selezionato per noi:

Clicca sulla copertina per accedere alla scheda sul sito della casa editrice Gran vìa.
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beh, inizierei da un titolo più datato ma molto rappresentativo: “Ballata per mia madre” del messicano Julián Herbert (romanzo autobiografico, in cui vita e morte diventano metafora della scrittura; amore, dolore e violenza e, sullo sfondo, il Messico con tutte le sue contraddizioni);

 

 

 

 

 

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“Non spargere lacrime per chiunque viva in queste strade” dell’argentino Patricio Pron (appena uscito e molto attuale, in quanto indaga sugli anni bui della storia d’Italia e, più in generale, sul rapporto tra arte, politica e violenza);

 

 

 

 

 

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l’antologia “TINTAS. Tredici racconti dal Cile” (ultimo titolo della collana dédalos, che ci ha dato molte soddisfazioni; i primi due erano dedicati a Cuba e Messico), e che offre una mappatura del meglio della letteratura cilena contemporanea.

 

 

 

 

 

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E naturalmente non posso non citare l’ultimo della nostra meravigliosa Nona: “La dimensione oscura”, primo titolo della nuova collana “diagonal”, dedicata alla letteratura ibrida e obliqua, a cavallo tra fiction e non-fiction.

Chiacchierando con… Nona Fernàndez

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