Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

Sulla via Emilia

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Bisogna essere molto coraggiosi in questo paese per aprire una libreria, e anche un po’ pazzi. Reduce dal Salone Internazionale del libro di Torino, dove ho avuto modo di parlare con librai che hanno chiuso come Morris o Virginia, devo constatare purtroppo che, negli ultimi anni, si può fare solo la conta delle librerie indipendenti che hanno cessato l’attività e, in compenso, si deve annotare che i punti vendita delle grandi catene continuano ad aumentare. Chiunque abbia messo piede in uno di questi ultimi sa bene la differenza e sa pure che, in questi megastore, i libri costituiscono ormai solo uno dei tanti prodotti in vendita. Noi dei diari, ci sentiamo arruolati, lungo la via Emilia, come dentro una battaglia per la Resistenza. Da qualche anno abbiamo deciso di fare opposizione a questa tendenza che vede le indipendenti chiudere e provato ad imporre un’inversione di marcia. Con le armi della creatività e del solo entusiasmo abbiamo iniziato a spenderci in mille operazioni diverse e attività collaterali, non solo per poter galleggiare, ma anche per dare proposte culturali sempre più valide. Non solo stiamo cercando, da quasi quattro anni, di dare spazio esclusivamente alla piccola e media editoria, ma puntiamo anche sulla ricerca di strade alternative e, rifuggendo dal marketing, proponiamo ogni mese una mostra di arte e fotografia che abbia attinenza con i nostri libri e stimolare il lettore con Eventi e proposte insolite, come lo sono del resto tutti i nostri titoli. Ci siamo affermati all’interno della città proprio per questo genere di eventi settimanali che ci caratterizzano per la formula innovativa. Libri e non solo lungo la via Emilia.

Appena aperti, abbiamo contattato un’associazione che si occupa da anni di documentare il sociale e si chiama “Le Giraffe”. Nata in modo “informale” subito dopo i fatti di Genova 2001 , prende il nome da un celebre discorso del Sub Comandante Insurgente Marcos. Le giraffe raccontate da Marcos sono una “specie in pericolo di estinzione”, che ha una sua resistenza, ribellione, dignità: è quella parte di umanità che non si piega a logiche oligarchiche e monoculture. Proprio come la nostra Libreria. Insieme ai ragazzi delle Giraffe abbiamo organizzato tre mostre fotografiche di Giulio Nori, la rassegna “Piovono Libri” e siamo prossimi a settembre al quarto anno della Rassegna Gente di Fotografia.

Paolo OnoriIn associazione con “Le Giraffe” e per la Rassegna “Piovono Libri” lo scrittore esordiente Paolo Onori è stato a Parma il 9 maggio per leggere e raccontare “Fare Pochissimo” (Marcos y marcos). A dialogare con il finto Autore esordiente è stata Caterina Bonetti e si è parlato di Stalin, di storie bellissime e piene di bugie, di esordienti navigati, di Casalecchio di Reno. In questo libro “diverso” di Paolo Nori, con una lingua e un linguaggio davvero liberi, quello unico e inimitabile inventato da LUI, ci sono tutte le sue passioni, le idiosincrasie, le sue ossessioni: la Russia, il giornalismo, l’amore, la provincia emiliana, l’eccentricità del quotidiano.“Fare pochissimo” ha l’andamento di un noir che gioca tutto con gli pseudonimi e gli alias.

Un autobus con dei passeggeri che a guardarli sembra che dicano tutti “Anche da lontano, si vede, che non mi vuoi più bene”, una collega che quando la chiamano al telefono lei dice «Obitorio, buongiorno», una moglie con cui non si è sposati che è grama come le verze bagnate, una barista che quando le chiedi un toast ti chiede se te lo deve scaldare, una figlia che sa a memoria una canzone di Orietta Berti, un prete russo che sta cercando di avviare il processo di beatificazione di Stalin, un avvocato che imita Gianni Agnelli e telefona ai suoi clienti alle sei e quaranta del mattino, un insegnante di religione cattolica che, quando si va a confessare, il primo peccato che dice è: «Insegno la religione cattolica», una collega appassionata di trapani che ha un dogo argentino che si chiama Satana, un protagonista convinto che la vita è orribile e meravigliosa: tutte queste cose, e qualche altra ancora, forse fanno un libro che, se uno ha un po’ di pazienza, forse riesce a leggerlo dall’inizio alla fine.

Silvio D'Arzo
Una libreria di progetto cerca anche e soprattutto di fare della buona divulgazione e per questa ragione abbiamo voluto, per una serata, accendere i riflettori su un grande scrittore e fare una serata monotematica su Silvio D’Arzo. Pseudonimo di Ezio Comparoni, era nato a Reggio nell’Emilia nel 1920. A sedici anni ottiene la maturità classica presentandosi come privatista a Pavia, dopo essere stato preparato dal professor Giuseppe Zonta, e nel 1941 si laurea in Lettere presso l’Università di Bologna con una tesi di glottologia.
In vita pubblica un solo romanzo, nel 1942, “All’insegna del buon corsiero” (Firenze, Vallecchi), ma scrive alcuni fra i più importanti e misconosciuti racconti della letteratura italiana del Novecento.
L’opera sicuramente più importante di D’Arzo è il racconto lungo “Casa d’altri”, uscito postumo nel 1953 e che è stato definito da Eugenio Montale un racconto perfetto. Muore di leucemia a soli 32 anni.
Giovedì 10 maggio abbiamo presentato due opere dedicate a Silvio D’Arzo l’edizione della redazione più lunga del suo capolavoro, “Casa d’altri” (a cura di Paolo Briganti e Andrea Briganti, Consulta librieprogetti, 2017), e il saggio “Luci sulla Contea. D’Arzo alla prova della critica tematica”, di Giulio Iacoli (Mucchi, 2017). Presenti autore e curatori dei due volumi, docenti dell’Università di Parma, e la bellissima voce evocativa di Mirella Cenni che ha letto brani tratti da “Casa d’altri”.

In gioventù, lo chiamavano Doctor Ironicus per la sua intelligenza sottile; ormai sessantenne, il protagonista di “Casa d’altri” non è che un “prete da sagre”, confinato in un paesino della provincia emiliana dove non succede mai niente e dove “appaiono strane anche le cose più ovvie”. Zelinda, però, una vecchia che passa le sue giornate a lavare i panni al fiume, senza avere alcun contatto con la gente, così ovvia non è; e non è ovvio neppure il tentativo di comunicazione che cerca d’instaurare con il prete, interrogandolo vagamente sulla legittimità di derogare a una “regola” della Chiesa cattolica. Quale sia questa regola, lo si scoprirà soltanto alla fine: quando il Doctor Ironicus, “così goffamente da provare vergogna di tutte le parole del mondo”, non saprà dare alla vecchia che una risposta convenzionale e inadeguata. Intanto il lettore si trova coinvolto in una vicenda dal ritmo sempre più serrato, in un intreccio di tensioni e conflitti, in una lingua densa insieme di concretezza e di lirismo. Tra gli echi di un paesaggio purgatoriale, affiorano due figure una povera vecchia e un prete di montagna – tormentate da una domanda che non si lascia pronunciare e ammutolisce chi è chiamato a rispondere. Come in un giallo dell’anima, le tracce di un’indagine esistenziale scandita dall’attesa di una rivelazione continuamente differita alimentano una suspense che il silenzio non scioglie, fino a lasciare il lettore faccia a faccia con una verità da ascoltare con gli occhi girati dall’altra parte.
“Luci sulla Contea”, edito da Mucchi editore, con sottotitolo “D’Arzo alla prova della critica tematica”, è un saggio scritto da Giulio Iacoli nella Collana Lettere Persiane,
Non solo la Contea inglese, la prospettata raccolta di saggi nati dalla lettura appassionata di modelli angloamericani: l’opera tutta di Silvio D’Arzo ci appare un territorio ampio e immaginoso, popolato da trepidanti speranze e rapporti difficili fra gli uomini, eppure come gelosamente preservato dall’urto con la realtà esterna. Lungo la Contea sono allora i grandi temi di fondo a venirci incontro, sotto forma di figurazioni e parole chiave, costanti descrittive, toni e atmosfere capaci di assicurare continuità fra i racconti brevi e le più ambiziose forme del racconto lungo o del “romanzo lirico”. L’indagine dà voce a pensieri riposti e disarmati, rivelatori della diversità di sentire propria di un testo in genere negletto dagli interpreti, Essi pensano ad altro, per estendersi a temi e figure, spesso pensosamente zoomorfiche, della narrativa per ragazzi, all’angustia dell’insegnare, quali attestazioni di un preciso sentimento: la complicatezza di stare al mondo. Ai paesaggi di “Casa d’altri” e all’interpretazione filmica del racconto-capolavoro, da parte di Blasetti, sono affidate le ultime note di una descrizione critica animata tutta da una necessaria tensione: leggere D’Arzo in maniera dinamica e approfondita, oltre il tempo della sua breve esistenza.

Silvio D'ArzoTra i libri di Silvio D’Arzo segnaliamo anche un breve romanzo che ha in sé i canoni del grande classico: “Il pinguino senza frac” con illustrazioni di Elisa Pellacani, pubblicato da Consulta Librieprogetti nella collana Tracce dall’Appennino al Po. Piccolo, bianco, povero e senza frac: è Limpo, un pinguino che, triste e sconsolato, si allontana da Mamma e Papà pinguino avventurandosi nell’immenso e sconosciuto Nord, alla ricerca della risposta a un’unica domanda: perché lui non ha il frac? Sopravvissuto a paurose burrasche, a lunghi periodi di digiuno, incontrando foche, trichechi, gabbiani e renne, a poco a poco impara che, di fronte alla sofferenza e alla violenza, tutti i cuccioli di animali, compresi i piccoli degli uomini, piangono allo stesso modo. Sconcertato e infelice fa ritorno a casa. La tristezza si trasforma in sorpresa quando il piccolo si accorge di indossare il più elegante frac che pinguino abbia mai visto, segno del raggiungimento di una conoscenza fatta di esperienza e di coraggio.

C’era già stata ai Diari una lettura ad Alta Voce di Paolo Nori lo scorso anno che aveva letto ”Strategia della Crisi” edito da Città Nuova e precedentemente, nel gennaio del 2016, ” Manuale di Giornalismo disinfornato”, edito da Marcos y Marcos. Qui Ermanno Baistrocchi non l’avrebbe mai detto che gli sarebbe successa una cosa del genere, ma sul tavolo della sua cucina, tre giorni prima, era steso un morto.
Era un periodo difficile, perché erano successe altre due cose stranissime, la prima che aveva guadagnato troppo, la seconda che la donna con cui avrebbe voluto vivere aveva deciso che voleva vivere con lui. Era un periodo che non voleva, si svegliava e pensava “Non voglio”, e le cose che faceva non le faceva perché doveva farle, ma per non fare quello che avrebbe dovuto fare, e cioè scrivere il nuovo romanzo che il suo editore gli aveva chiesto di scrivere. Pur di non scrivere il nuovo romanzo, guardava su internet, ascoltava la musica, mangiava, si offendeva, perdeva le cose, accettava inviti a tutti i festival, andava in giro a fare corsi di giornalismo disinformato. Baistrocchi, proprio adesso che la gente smetteva di leggere i giornali, si occupava di giornalismo, ma di un giornalismo nuovo, che provava a diffondere: il giornalismo disinformato.Un giornalismo dove si scriveva di cose, di cui non si sapeva niente e non si voleva saper niente; un giornalismo dove non si intervistava la gente che contava, ma la gente che non contava; dove non si scrivevano le cose che si possono scrivere, ma quelle che non si possono scrivere.Baistrocchi, che ai suoi corsi di giornalismo disinformato consigliava di scrivere le cose che non si possono scrivere, e di non scrivere, per esempio, la cronaca nera, o rosa, adesso che c’era un morto, con un buco nel petto, sul tavolo della sua cucina, era costretto a scrivere un libro di cronaca nera, o rosa, o gialla, si potrebbe dire.

Per quanto riguarda i libri di Paolo Nori, sono tanti i titoli presenti tra gli scaffali dei Diari, tra questi ricordiamo ”Si sente?” edito da Marcos y Marcos.
PAolo nOriCi sono vari livelli per leggere “Si sente?”. Da qualunque livello si parta, comunque, ci si ritrova ad imboccare la strada della consapevolezza che scuote dall’abitudine, un po’ come il rumore del treno a cui l’orecchio di chi abita in un appartamento al settimo piano che dà su uno snodo ferroviario, non fa più caso. Il treno, in realtà, passa lo stesso, fa il solito rumore, ma noi rischiamo di non sentirlo più. Proprio come con la storia, quella che stiamo attraversando, che fa rumore in questo preciso momento nonostante il nostro orecchio non sia più abituato a sentire. Ecco, il primo livello per leggere questo libro è quello della concentrazione che riporta l’orecchio verso il suono che, nelle pagine, potrebbe benissimo essere quello del concetto di “razza”, a cui Nori dedica il suo primo dei tre discorsi su Auschwitz.
Per noi, la storia, la storia a noi contemporanea, è come se abitassimo tutti in un appartamento al settimo piano che dà su uno snodo ferroviario ma ci abitiamo da tanto di quel tempo che se ci chiedono “Ti dà fastidio, il rumore dei treni?” ci vien da rispondere “Il rumore dei treni? Che rumore? Che treni?” Questo non vuol dire che i treni non facciano rumore. E non vuol dire che a concentrarsi, a tendere l’orecchio, come si dice, non si senta quel rumore, il rumore che il treno della storia fa in questo preciso momento che noi siamo qui.

Altro libro di Paolo Nori è ”La banda del formaggio”, pubblicato da Marcos y Marcos nella collana Gli alianti .
Ermanno Baistrocchi fa l’editore.Va in giro a far notare le impercettibili differenze tra i suoi libri e quelli delle altre case editrici. Paride Spaggiari fa il libraio. Invita Ermanno nella sua libreria e poi gli fa delle telefonate bellissime, tutte piene di zioboja, ma non sono zioboja d’impazienza, sono come il basso che suona l’un due tre di un valzer, i suoi discorsi sono dei valzer, mettono di buon umore. Poi quando Ermanno ha la possibilità di comprare tre librerie, Paride si offre di diventare suo socio, che si trova con una certa liquidità. E per quindici anni Ermanno, tutto quello che fa, ne ha prima parlato con Paride. A un certo punto salta fuori il buridone: i soldi per le librerie a Paride venivano dalla banda del formaggio, come se i delinquenti a Parma fossero tutti della gente che non vedeva l’ora di comprarsi una libreria, come se avere una libreria fosse una specie di status symbol per i ladri. Finisce che Paride si butta giù dal settimo piano, e dicono che sia stato per via dei giornali, per via di quello che avevano scritto sopra i giornali, ma secondo Ermanno non era mica per quello.
“La banda del formaggio” è la storia di un editore che un giorno sull’autobus prova affetto per il suo cuore che batte, e gli verrebbe da ricominciare. È la storia di un libraio che il delinquente avrebbe voluto farlo come Raskol’nikov, o come il conte di Montecristo, e che ha lasciato a suo nipote, che ancora non c’è, una filastrocca che Ermanno impara a memoria, per lasciarla anche al suo, di nipote, che chissà se mai ci sarà.

Altro titolo ancora, edito da Marcos y Marcos, è “Spinoza”, dove si racconta di quando Learco Ferrari ha cominciato a scrivere, di quel che ha scritto quando si è messo a farlo perché diventasse un mestiere, e di quando ha pensato che tra un po’ l’avrebbero visto per strada che avrebbe fatto impressione, dal tanto che era contento. E dove si racconta di quando Paolo Nori ha cominciato a lavorare alla sua tesi, e di cosa c’entra, in questo libro, Spinoza, e di quando in Russia c’è stata una rivoluzione, e della relazione che c’è tra le agenzie ippiche e le biblioteche. In copertina, un’illustrazione di Mauro Cicarè.

Molti sono i libri tradotti da Paolo Nori, come ”Memorie del sottosuolo” di Dostoevskij, edito da Voland nella collana Sírin Classica

“La poesia, credo, forse mi sbaglio, non sono un esperto, la poesia è come la musica, è il pathos, e questo libro, sia nel primo che nel secondo capitolo (un terzo capitolo che evidentemente c’era nella prima stesura si dev’essere perso per strada, chissà dove, non sono un esperto non posso saperlo), è pieno, di musica e di pathos. Vi consiglio, se posso dar dei consigli, e se ne avete voglia, di leggerlo ad alta voce. Credo che cambi. Ci son delle pagine che non si riescono a leggere senza accelerare, ci son delle pagine in cui manca il fiato.” (dalla postafazione di Paolo Nori)

4Sempre tradotto da Nori è un breve romanzo storico di Lev Tolstoj, “Chadži-Murat”, scritto fra il 1896 e il 1904 e sempre edito da Voland nella collana Sírin Classica

“Ecco, io ho l’impressione che Chadži-Murat ci parli di quella cosa che ci sta succedendo, e che non succede solo nel Caucaso, ma dovunque, quella cosa della quale sentiamo parlare talmente tanto che anche il nome, conflitti razziali, o come si chiama, non ci dice più niente, è frusto, consunto, io, dicevo, ho l’impressione che Chadži-Murat ci spieghi questa cosa (cioè ce la mostri, ce la faccia vedere) molto meglio di quanto ce la spieghino quotidianamente le opposte fazioni e i rispettivi esegeti, agiografi, critici, interpreti…”
(dalla postfazione di Paolo Nori).

“Sei città” è un albo illustrato di Tim Kostin e Paolo Nori.

“Lì, quando sei un bambino, che son le due del pomeriggio, che esci dal portone, dall’androne buio del condominio dove abitano i tuoi genitori, e apri il portone e entri nella luce, che è tempo – dalle due di pomeriggio fino a sera – e spazio – da via Montebello in qua, tutto il quartiere – lì, tutti i giorni la promessa è così grande che ti vien da piangere, a pensarci”.

Per Quodlibet Paolo Nori ha curato la raccolta di poesie di Velimir Chlebnikov, “47 poesie facili e una difficile” (2009)
Velimir Chlebnikov è nato il 28 ottobre 1885 a Chanskaja Stavka, nel governatorato di Astrachan, e è morto il 28 giugno 1922 a Santalovo, nella regione di Novgorod.

«Sklovskij diceva che era un campione, Jakobson diceva il più grande poeta del Novecento, Tynjanov diceva una direzione, Markov diceva il Lenin del futurismo russo, Ripellino diceva il poeta del futuro, e avevan ragione, secondo me, tutti, però avevano torto, anche, secondo me, e avevano torto perché, secondo me, Chlebnikov è molto di più». – Paolo Nori

Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.

Sempre per Quodlibet ha tradotto il romanzo di Venedikt Erofeev, “Mosca-Petuškì. Poema ferroviario” (2014).
Questo romanzo, che Erofeev chiamava «poema ferroviario» perché si svolge in uno stato di estasi superalcolica tra la stazione di Mosca e quella di Petuškì, è stato uno dei libri più letti nella Russia dell’ultima era sovietica; circolava clandestinamente di lettore in lettore dal 1973, e fu pubblicato quello stesso anno in Israele in russo. In Russia fu ammesso ufficialmente e integralmente solo dopo il 1990, incontrando un successo e un apprezzamento enorme (Limonov ne parla con malcelata invidia e denigrazione): sembra che per desiderio dell’autore il libro dovesse costare quanto una bottiglia di vodka. Romanzo più che mai illustrativo dell’insofferenza per il regime morente, e del sordo, sotterraneo, costante boicottaggio messo in atto dalla popolazione, in particolare dalla larga popolazione di alcolizzati. La traduzione di Paolo Nori gli restituisce la vivezza del parlato anche gergale e la soffusa tragica comicità.
Venedikt Erofeev è nato nella penisola di Kola, oltre il circolo polare artico, nel 1938, ed è morto a Mosca nel 1990; in vita ha fatto vari mestieri, tra i quali il disoccupato (in Unione Sovietica, dove la disoccupazione non esisteva), a lungo è stato senza fissa dimora (in Unione Sovietica, dove non si poteva essere senza fissa dimora); oggi grazie a questo romanzo, tradotto in più di trenta lingue, è uno dei più conosciuti, imitati, ammirati, odiati, calunniati, malsopportati autori russi del Novecento.

Nel 2008 per la collana curata da Ermanno Cavazzoni, Compagnia Extra, con Quodlibet sono usciti “Pubblici discorsi”.
A proposito di questo libro così Alberto Sebastiani scrive su Repubblica :

“Paolo Nori ama le digressioni, gli aneddoti, le associazioni di pensieri, anche non immediatamente comprensibili. Le sue narrazioni ne sono un esempio lampante, ed è il ritmo della sua scrittura, ormai comunemente definita dell’ oralità, che riesce a tenere insieme ogni cosa, a conquistare il lettore e a farlo proseguire, pagina dopo pagina, in un territorio dove ogni cosa sembra abbia cittadinanza. Racconti in cui tutto si tiene, si intreccia, si mescola, si accavalla, dalle riflessioni sulla lingua e la letteratura alla cronaca della quotidianità. Un magma in cui spesso non esiste una vera e propria trama in senso tradizionale, con un inizio, uno svolgimento, una fine secondo un percorso lineare. In uno dei suoi primi romanzi, lo stesso Nori racconta ironicamente che secondo un suo lettore nei libri “normali” uno volta pagina per scoprire cosa succede, in quelli di Nori per scoprire se succede qualcosa. Eppure di lettori lo scrittore parmigiano ne ha conquistati molti. Che lo seguono anche tra letture pubbliche e spettacoli con accompagnamenti musicali. E, a volte, anche “interventi pubblici”. Sono proprio dieci interventi pubblici quelli raccolti in Pubblici discorsi, pubblicato da Quodlibet nella collana “Compagnia Extra”, diretta da Jean Talon ed Ermanno Cavazzoni. Una collana che ha già ospitato altri celebri autori emiliano romagnoli: Gianni Celati, Federico Fellini, Ugo Cornia. I dieci “pubblici discorsi” sono stati tenuti da Nori tra il 2002 e il 2008, in giro per l’ Italia, in occasione di convegni, conferenze, presentazioni di volumi. Affrontano testi letterari, questioni di letteratura, linguistica, traduzione. Tutto, ovviamente, nello stile consueto dei suoi scritti, lontano da quello saggistico tradizionale, soprattutto accademico. I lettori di Nori ritroveranno in alcuni di questi interventi anche brani dei suoi romanzi, in certi casi come citazioni esplicite, in altri no.”

«Secondo me, adesso io non son pratico, ma secondo me anche il capo dello stato, per il suo discorso dell’ultimo dell’anno, se lui per esempio cominciasse dicendo Cari italiani, quando comprate un uccello, guardate se ci sono i denti o se non ci sono. Se ci sono i denti, non è un uccello. Sarebbe un grande inizio, per un discorso di un capo dello stato».
«Ho un po’ vergogna a dire che questi discorsi li ho scritti molto velocemente, perché a dire così sembra quasi che me ne vanti e ho letto, tempo fa, L’elogio della follia, di Erasmo da Rotterdam, dove Erasmo da Rotterdam, se non ricordo male, prendeva in giro quelli che si vantavano di aver scritto i loro libri molto velocemente. Io non me ne vanto, però li ho scritti molto velocemente, questi discorsi pronunciati nel corso degli anni e che trattano: delle biblioteche come agenzie ippiche; di Enzo Jannacci come uno tra i principali scrittori italiani contemporanei; della traduzione in una lingua inventata; del rapporto tra storia e letteratura; del tentativo fallito di esaurire la città di Scandiano; di un posto in cui non tira il vento ma si alza un mite grecale; di Cesare Zavattini; dell’inizio di Anna Karenina; della fine di Anna Karenina; delle bandiere anarchiche».

Nello Zaino di Antonello: Sulla via Emilia