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Foto di Guido Taroli

Questa  volta non vi svelo nelle prime righe lo scenario in cui si sarebbe potuta svolgere la chiacchierata con Umberto Pasti, ma vi chiedo di mettervi in sintonia, seguirci nell’intrecciarsi dei nostri pensieri, e arrivare fino in fondo per scoprire non solo dove la nostra chiacchierata avrebbe potuto tenersi e perché proprio lì, ma anche la compagna che invisibile fino alla fine ci ha accompagnati.

Perduto in paradisoQuando propongo allo scrittore, giornalista e disegnatore di giardini, Umberto Pasti di confrontarsi con me su “Perduto in paradiso” (Bompiani) di cui mi sono perdutamente innamorata, anche grazie all’incanto della scrittura, mi avverte che, trovandosi in Marocco,  avrà accesso alle mail solo una volta ogni tanto,  ma che ogni volta avrebbe trovato una mia mail mi avrebbe risposto.

Mi diverte l’idea di chiacchierare con una persona di cui per ora non so nulla.

Si parte con i migliori auspici.

Mi emoziona saperti in Marocco, perché dopo aver tanto amato “Perduto in Paradiso” quel tuo giardino fa parte di me e del mio mondo.

Quando un libro, inaspettatamente, (ti confesso che qualora esistesse, io avrei il pollice “nero”) genera un profondo entusiasmo e fa stare (con tutte le accezioni, reali e translate, di questo verbo) bene, è difficile mettere a fuoco quello che ti ha colpito e il perché della folgorazione. Di “Perduto in paradiso”, fin dal titolo, mi ha incantato tutto: la narrazione di una comunione con i luoghi e le persone, quanto più diverse da sé non si potrebbe, il lessico ricercato e nello stesso tempo di raffinata immediatezza, le sensazioni sinestetiche che si intrecciano nelle tue pagine e che avvolgono il lettore, e infine l’assoluta mancanza di ogni mistificazione o demistificazione.

Da dove parto, quindi? Da te, narratore e personaggio della storia (sei d’accordo con me a non considerarti protagonista, perché la tua è una narrazione panica e collettiva, in cui a essere protagonista è la comunità di Rohuna con tutti i suoi esseri?)

La prima domanda che ti rivolgo la rubo alle pagine del libro:

Sono felice, a volte mi interrogo sul mio destino. Perché io, un borghese italiano dovevo finire qui? a coltivare questo pezzo di terra? facendomi dei nuovi amici così diversi da tutti gli altri? cambiando tanto il mio modo di vivere, le mie abitudini?

 

umberto-pasti-scrittore-1-1280x677Cara Giuditta, sono così tante le cose gentili che mi dici, che devo fare uno sforzo per soffocare la mia vanità. Hai comunque visto giusto, o perlomeno visto quello che io speravo vedesse il lettore: protagonista del mio libro è una comunità di uomini che vive ancora in armonia con la terra, le piante e gli animali. “Io” , l’io narrante, è uno dei personaggi. La risposta alla tua domanda è implicita in ciò che ti ho appena detto. Il personaggio Umberto si innamora di questo gruppo di contadini e del loro modo di vivere perché quando per caso fa la loro conoscenza essi abitano ancora un mondo preindustriale, premoderno, che si regge sul rispetto dell’esperienza e delle tradizioni. Sono uomini, insomma, non lemuri. E proprio dalla loro umanità semplice e negletta scaturisce la dimensione mitica. Umb si innamora, e si butta nell’ amore  per questa gente che ha ancora gli occhi, ancora la faccia,  ancora il piacere di stare insieme. In tutto questo non c’è niente di arcadico o lezioso, nessun vagheggiamento del buon selvaggio. I contadini di Rohuna sono gente dura, duri i modi. Dura la vita. Ma conoscono i piaceri e le consolazioni degli uomini che hanno desideri reali: cibo e acqua quando si ha fame e sete, il fiume e il mare nelle giornate torride, un po’ di ciarnut (sesso) quando ci vuole, e stare insieme se si ha paura (a Rohuna certe notti di tempesta il mondo sembra popolato di draghi, ti stringi ai tuoi vicini, sono le storie dei vecchi a tenere lontani i mostri). Umb è un borghese fortunato. Il suo amore per le piante lo ha portato qui. E mentre faticosamente fa il suo giardino, capisce a poco a poco che il giardino vero è un altro: è una comunità di uomini in cui viene accettato. È questo il paradiso.

Indovini dove vado domani? Stiamo organizzando una mostra di bambole di stracci e di giocattoli di terra fatti dai nostri bambini. Coi proventi si pagheranno vestiti caldi per il prossimo inverno, e il trasporto per la scuola più vicina. Capisci la fortuna che ho avuto?

Immagine di Annamaria Sbisa' @annamariasbisa su Instagram
Immagine di Annamaria Sbisa’
@annamariasbisa su Instagram

Non avrei capito, caro Umberto, la fortuna che hai avuto se non avessi letto “Perduto in paradiso”, con il quale apri e sveli un mondo per i lettori.

All’interno di questo svelamento di relazioni e rapporti tra esseri, mi ha colpita che Umberto resti un nazrani, straniero, nella definizione degli abitanti di Rohuna. 

Un nazrani con delle responsabilità, come quando impedisce che una giovane donna incinta venga uccisa a bastonate per scacciare il diavolo, portandola in ospedale, ben sapendo che se non ce la farà, la colpa e la vendetta della sua morte ricadrà su di lui. O quando accetta in dono il più scapestrato della famiglia Bando, Najim.

Nello stesso tempo, la sua condizione di nazrani necessita della collaborazione degli uomini del posto, non solo nella gestione del giardino, ma anche e soprattutto nella difficile e ostica legislazione marocchina, come anche a destreggiarsi in situazioni ed eventi.

Quella che tu metti in essere è una convivenza ricca e complessa, non appiattita sulla semplice identificazione, ma in cui la diversità è un fattore positivo e arricchente.

Nazrani è un dato di fatto, ma anche una forma di rispetto e un reciproco riconoscimento. 

Mi sembra una via, la migliore, su cui impostare qualsiasi tipo di convivenza, in qualsiasi luogo: il rispetto reciproco, l’amore per la propria e altrui cultura senza porsi in condizione di superiorità e supremazia, la felicità di incontrarsi e condividere passioni e sogni.

La comunione tra uomini è questo, penso sentendo la febbre che sale, questo picnic su un monte dove per un attimo siamo tutti uguali.

In quell’appellativo: el nazrani di el nuar, non si nasconde un’idea, e forse anche una proposta in questi tempi tristi, per una convivenza tra “stranieri” che diventi comunione?

umberto-pasti-scrittore-1-1280x677Cara Giuditta, ti scrivo dal diluvio universale. Mai vista tanta pioggia nel nord del Marocco. Amdulillah. Io mi sono innamorato degli abitanti di Rohuna, e dopo tanti anni continuo a amarli. Questo amore, come sempre fa l’amore, mi ha aperto gli occhi.  E mi fa anelare a una comunione con tante persone che sono diverse da me per mille ragioni (economiche, sociali, ecc.) ma simili a me sotto aspetti forse più importanti. Ecco, io credo che sia fondamentale essere fedeli a chi siamo, riconoscendo negli altri noi stessi. La ragazza africana che salta sul gommone ha lo stesso bisogno di amore, la stessa voglia di calduccio che hai tu. Ha una storia diversa dalla tua, ma su un piano più profondo è te. Sei tu. Rohuna mi ha insegnato questo. Ci vuole molta immaginazione per essere gli altri, ma solo grazie all’immaginazione possiamo fare qualcosa di buono. Il male che c’è nel mondo, per me, è frutto della mancanza di immaginazione. Come colpire qualcuno, immaginandoci di essere noi a ricevere quel colpo, a provarne il dolore? E come non fare tutto ciò che è in nostro potere per fare un piacere a qualcuno, mettendoci nei suoi panni? Penso che essere un uomo tra gli uomini sia questo. Essere gli altri, accomunati dagli stessi desideri, dalle stesse aspirazioni, che sono sempre le medesime: cibo, compagnia, baci, tepore in inverno, lavoro sereno, ozi fastosi. Il resto non mi interessa più.

 

Caro Umberto, io ti scrivo invece a fine di una giornata di primavera, abbastanza precoce per il clima montano di Potenza, che mi riappacifica con il mondo. Togliersi il peso dei cappotti alleggerisce l’animo. 

Si può dire che anche il percorso di Umberto in “Perduto in paradiso” sia una muta, o forse meglio una vera e propria trasformazione. Da giardino in giardiniere per tornare alla natura più vera di sé.

Su questo tema nel romanzo si dipana una fitta rete di rimandi, con pagine dense e intense, in cui il giardino di Rohuna è fiabescamente oggetto e mezzo dell’incantamento. Con uno slittamento che mi pare sia la cifra più profonda del romanzo, nel momento del riconoscimento tra giardino e protagonista, è il primo ad essere umanizzato, ma nello stesso a dettare il sentimento dell’uomo:

Questo giardino ero stato io e non era più me: potevo amarlo con tutto me stesso. Come un bambino sta crescendo, mi rivelava finalmente la sua personalità. Con l’attenzione di un padre che guarda crescere il figlio, osservavo il suo comportamento cambiare a seconda dell’esposizione e della qualità del suolo, del drenaggio, e delle simpatie o antipatie che si instauravano tra le creature che lo condividevano. Lo spiavo, per soddisfare i suoi desideri, per prevenirli; lo incoraggiavo, lo incitavo, e se qualcosa non andava per il verso giusto, lo consolavo. Per capirlo, dovevo dimenticare sia che un tempo ero stato lui, sia che continuavo a esistere: come un innamorato, imparavo a annullarmi in lui e a essere più intensamente me stesso per amarlo di più. 

Bisogna annullarsi per amare intensamente? dimenticarsi di essere stato l’altro e di essere persino? Una grammatica dell’amore che vale solo con la natura? E la paternità come proposta nella riflessione è solo una metafora, o un nuovo orizzonte in cui posizionarla?

umberto-pasti-scrittore-1-1280x677Le tue domande sono sempre più difficili, cara Giuditta (tutte le volte che scrivo il tuo nome mi sorge davanti agli occhi quella dipinta da non ricordo chi, forse Verrocchio? che con un sorriso mesto e la testa di Oloferne in un fagotto si appresta a prendere la strada). Sì, l’annullamento. In fondo a tutto c’è l’aspirazione a questo. Essere uno con gli altri, come ti dicevo nella scorsa mail, e poi essere nessuno, essere niente. Dici una cosa molto vera. Nel mio mondo animista e animato tutti sono persone, il fango, il vento, i tigli, i corbezzoli, i narcisi, i ragazzi. E il mio desiderio è quello di sparire per amore, di essere dappertutto senza essere, un refolo tiepido che carezza foglie e guance. L’umiltà dell’artigianato, l’esattezza lessicale, la precisione dello sguardo, sono una sorta di via crucis o strada iniziatica che dovrebbe preludere a questo. Perché amare, dopo la fusione, è sparire. Essere assorbito dall’oggetto del proprio amore. Credo che il momento in cui l’uomo più si avvicina a questa condizione è quello della paternità/maternità. Il tuo bambino che sei tutto tu essendo radicalmente altro da te. Ma se ti capita di confondere i Regni tra loro, e come accade a me scambi le ranocchie per principi e i vecchi signori per radici di ulivi, aspiri a andare più lontano. Per me amare il giardino, le persone che sono il giardino, è sperimentare questa forma mistica di erotismo: un amplesso in cui all’inizio divento loro, poi una voce che stinge nella voce azzurra dei jennun, e infine il momento che si dilata per sempre in cui quella voce si spegne e quello che resta è…  Questo non lo so. Mi piacerebbe dirti la realtà. Una realtà banale, fresca e indigesta. Non prendermi per un mistico. Sono una persona pratica e abito in questa realtà di mal di schiena e bollette da pagare. Vado a ripiantare delle orchidee che crescevano dove stanno allargando la solita strada. Poi sparirò per qualche giorno a Rohuna. 

 

Prima di arrivare all’ultima domanda, che voglio riservarla al custode del giardino, mi soffermerei sul titolo, che ho trovato seducente come pochi: “Perduto in paradiso”. Il gioco lessicale con il Paradiso Perduto di John Milton è liricamente esplicito; ma il mio pensiero è subito dopo volato al “smarrito in una selva oscura” di Dante, che mi sembra alluso e contrapposto dal sintagma “in paradiso”. 

C’è una forte religiosità, non dogmatica né fideistica, nel coltivare il giardino:

Ogni azione faceva parte di un rituale: piantare le erbe cipolline nella stanza del primo orto, raccogliere le fragole di Zorah, la mia amica di Asilah che coltivava il suo giardino in qualche secchio in fondo a un vicolo della bidonville, mondare dalle erbacce le piccole annuali, dissodare la terra sotto gli alberi da frutta tra le patate, preparare le terriere per i pomodori e le melanzane, erano momenti di una preghiera. avevo la sensazione che ogni cosa tornasse finalmente al suo posto.

Non manca neppure Satana, il male, il nemico nel romanzo. E ha fattezze assolutamente umane: il giovane figlio del politico che vuole organizzare un rave party annuale sulla spiaggia, distruggendo la flora e mettendo in fuga la fauna locale; e l’imprenditore con la velleità di costruire un residence turistico, elitario e globalizzante, che distrugge la particolarità paesaggistica del luogo.

Rohuna è un paradiso, in cui perdersi o ritrovarsi? Quanto è difficile perdersi in paradiso? Non è forse più difficile che trovarsi in paradiso?

umberto-pasti-scrittore-1-1280x677Eccomi cara Giuditta, reduce da giornate molto pesanti. Ti racconterò. Credo che in paradiso ci si possa soltanto perdere. Perché condizione necessaria per accedervi è appunto l’abbandono del sé. E’ dimenticarci di noi stessi, il paradiso, è un fluire in comunione con le creature degli altri Regni. E’ diventare erba e stallatico e pietra e lichene. Ma al paradiso si arriva solo, almeno io credo, attraverso una forma umilissima e attentissima di ascolto e di lavoro (lavoro fisico). Poi dal paradiso si è espulsi proprio dal peso della nostra identità che si riaffaccia e subito ci domina. Ma chi ci è stato ci ritorna, in paradiso. E alla fine saremo davvero tutti lì. Perché siamo tutti uno solo. Vita, energia, chiamala come ti pare.

Il giardino di Rohuna. Foto di Ngoc Minh Ngo
Il giardino di Rohuna.
Foto di Ngoc Minh Ngo

Carissimo Umberto, eccoci all’ultima domanda alla fine di una chiacchierata che spero abbia seminato un’amicizia, come è la mia percezione.

Non si può che concludere con lei, la vipera, che non può mancare in nessun giardino che si fregi del titolo di Eden, di cui è la signora.

Nella serpe, di letteraria ed eccellente tradizione letteraria, mi sembra si celi il senso profondo del tuo racconto. Il lettore l’ha già sperimentato nell’episodio degli scorpioni. Un capovolgimento in cui gli esseri si mostrano per quello che sono. Una specie di cantico delle creature, non dogmatico né spirituale, ma terreno e naturale.

Apre e chiude il tuo romanzo la Vipera latastei: è semplicemente un animale come i tanti che popolano il giardino; è correlativo oggettivo di una condizione esistenziale, o altro?

umberto-pasti-scrittore-1-1280x677Direi che l’amicizia, seminata, già germoglia. La Vipera latastei è bella e mortale, ed è anche rara, come rare, rarissime, sono le bulbose stupende che io salvo. All’inizio del mio libro io penso di essere molto fortunato, perché vivo in un paradiso custodito da lei. Ma alla fine, quando dopo l’esperienza torno al passato, al mio primo incontro con lei, mi sono reso conto che il paradiso non è nel giardino, ma nell’ annullamento nella natura che ho vissuto e che vivo. Lei è questo, è la natura, è la mia signora, è l’entità che dominandomi e governandomi mi consente di essere quello che sono, un uomo tra altri uomini, un poveraccio tra poveracci, in un mondo- giardino che è la cosa più bella che c’è. Ma se ci hai fatto caso lei è già sparita. Perché è questa la nostra condizione: di anelare a un ricongiungimento che nel momento in cui si realizza si è già dissolto. Sempre così. Quella Vipera latestei vorrei con tutto me stesso essere io. Ma non mi è dato. Per questo la nostra chiacchierata tu e io l’abbiamo fatta nel giardino di Rohuna, sotto le mimose in fiore, tra i viburni e i corbezzoli, col vento tiepido che veniva dall’entroterra e increspava il mare. Lei era nascosta tra le foglie morte. E ci ascoltava, vicinissima e a siderale distanza, con l’attenzione gelida e amorosissima che le regine buone riservano ai loro sudditi. Un po’ triste, in fondo, di non potere capire i nostri balbettii. Ti abbraccio forte, e quando torno in Italia ti cerco. 

 

Giuditta BotticelliE io l’aspetto, anche perché dobbiamo risolvere un piccolo mistero legato al quadro di Giuditta, che Umberto Pasti ha descritto accuratamente in una delle risposte.

Io non ho trovato una Giuditta di Verrocchio, ma una di Botticelli che mi sembrava in parte corrispondere alla descrizione. Invece Umberto mi scrive:

Quanto al quadro, succede una cosa strana: la figura di Giuditta che ho in mente assomiglia a quella del Botticelli, ma è vista più di fronte. E nella mano sinistra stringe il fagotto con la testa. È come se facessi una crasi tra due quadri, quello che mi hai mandato e un altro – forse Mantegna? Quando tornerò a Milano guarderò i miei libri e ti dirò. 

Per chi avesse curiosità di vedere il giardino di Rohuna, QUI il link al video che gli ha dedicato Ngoc Minh Ngo sul NewYorkTimes

Chiacchierando con… Umberto Pasti
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