di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

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Con lo scrittore e traduttore Daniele Benati assieme a Giulio Iacoli, professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Parma, si è chiusa ai Diari la stagione degli eventi invernali in prossimità della piccola pausa pasquale.
Dopo aver insegnato in varie università in Irlanda e negli Stati Uniti e Ungheria, Daniele Benati ha collaborato alla rivista «Il semplice» con Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni, dove ha pubblicato racconti e traduzioni. Ha tradotto scrittori irlandesi e americani (Joyce, Beckett, Flann O’Brien, Brian Friel e altri).
Sempre con Celati, ha curato “Storie di solitari americani” (Rizzoli, 2006), traducendo racconti di Mark Twain, Jack London, Sherwood Anderson, Ring Lardner, Delmore Schwartz e Flannery O’Connor. Ha anche tradotto opere di Flann O’Brien (“La miseria in bocca”; “Il boccale traboccante”; “L’ardua vita, Cronache dublinesi”), James Joyce (“Gente di Dublino”), Ring Lardner (“Tagliando i capelli”), Tony Cafferky (“Storie di identità”), e Seumas O’Kelly (“La tomba del tessitore”) e ha curato l’edizione americana di “Carta canta”, monologo teatrale di Raffaello Baldini (Einaudi, 2000). È inoltre l’autore di “Silenzio in Emilia” (Feltrinelli, 1997; Quodlibet, 2008) e “Cani dell’Inferno” (Feltrinelli, 2004) e delle “Opere complete” di Learco Pignagnoli (Aliberti Editore, 2006), che ha dato luogo a una serie di memorabili convegni-spettacolo in giro per l’Italia. “Un altro che non ero io” (Aliberti, 2007); “Baltica 9” (con Paolo Nori, Laterza, 2008). È stato redattore dell’almanacco letterario «Il Semplice» (Feltrinelli, 1995-1997) e della rivista «L’accalappiacani» (DeriveApprodi, 2006-2010).
È appena uscito per Quodlibet la nuova edizione di “Cani dell’inferno”.
Ecco cosa scrive Ermanno Cavazzoni di questo splendido libro:

“Beh, la prima cosa che mi viene da dire è che questo è un libro formidabile, se ne vedono pochi al giorno d’oggi così, ma anche al giorno di ieri; se ne vedono pochi in generale; e identici a questo, non ne ho mai visti, e non ho mai sentito che qualcuno ne abbia intravisti.
È un libro pieno di persecutori. Chi è che non ne ha avuti di persecutori? quei tali che ossessionano, rompono le scatole, portano disgrazia. In questo libro persecutori di varia razza e apparenza assillano il protagonista, anche solo in forma di fantasmi piantati in testa, o di amiconi venuti per bere alcolici o surrogati. Il protagonista, tale Joe, è finito in una città americana a spese dello Stato, non sa neanche lui perché, in Mystic Avenue 3847, un palazzone che di sotto ha un McDonald’s; e attraverso i gabinetti si sbuca direttamente in un’università americana: è finito lì per scontare una pena? non sarà già nell’aldilà? nell’inferno personale del protagonista? o in qualche inferno moderno dove si arriva senza avvedersene?
Il romanzo gira e rigira attorno agli stessi luoghi, mutando i punti di vista a seconda del mutare dei personaggi; un modo di raccontare in preda a contorti umori mentali, che si trasmettono come per malefico incanto anche a chi legge. Provare per credere”.

Gianni Celati aveva invece scritto di “Cani dell’inferno”, ripubblicato da Quodlibet nella Collana Compagnia extra :

“In una città americana, che potrebbe somigliare a quella di Blade Runner, c’è un ristorante McDonald’s frequentato soltanto da barboni. Passando attraverso i gabinetti del McDonald’s si accede a una delle più importanti università americane e poi ai vari piani d’un grande palazzo situato al numero 3847 di Mystic Avenue. Pare che in quel palazzo abitino molti deportati politici, mandati dal Governo italiano col pretesto di collocarli in un ufficio consolare, oppure in quella famosa università come professori. A volte i deportati sono lasciati per sempre in un appartamento a far niente, ad annoiarsi e a pensare alle donne. Tutti fanno le stesse cose, vagabondano senza meta, raccontano all’infinito la stessa storia”.

Daniele Benati è autore di uno di quei libri fondamentali di fine novecento come “Silenzio in Emilia”. Pubblicato con Feltrinelli nel 1997, è stato rieditato nella Collana Compagnia Extra della casa editrice marchigiana Quodlibet nel 2009.
Undici racconti popolati da quella bizzarra specie di personaggi che non si è accorta di morire e continua a tornare sul luogo della propria vita.

“Ci sono molte credenze legate ai morti, che però in tempi moderni non valgon più. La gente non ci crede o non ci pensa, ecco il perché. Ma dice un tale dalle mie parti che i morti tornan spesso dove han vissuto, delle volte passandoci in treno di notte, oppure delle altre compiendo un’azione tipica della loro vita. Come quel muratore di Marmirolo che un giorno è tornato al suo paese dopo tanti anni che era morto, ha costruito una casa, poi è tornato via.”

Comincia così il primo degli undici racconti dedicati a chi non si è accorto di morire, sullo sfondo di un’Emilia silenziosa e grigia.
Un libro tenero e divertente che profuma della nostra Emilia,

“quella non più contadina ma non ancora qualcos’altro, quella della nebbia, quella della pancia della regione, che va da Modena fino a Reggio, dalla Via Emilia al Po, che a volte si passa dall’altra parte ma solo per fare un giro sulla riva mantovana, non di più e in mezzo i campi, i paeselli e non so che cosa sia, ma qualcosa che da quel quadrato pulsa di storie e di racconti, che sembra che sia l’oste alcolizzato che parla di personaggi e vicende così strampalate che neanche lui ci crede eppure giura che sono vere”.

Dopo che uno è morto continua a vagare in terra più o meno nei luoghi che abitava, senza sapere di essere morto, e con in testa le ossessioni che l’hanno perseguitato da vivo. Questo più o meno il panorama generale e piuttosto insolito del libro di Daniele Benati. Ma succede che le cose qualsiasi e banali, viste dall’aldilà, diventano visioni come quelle dantesche, e l’ordinario si rivela come la cosa più immaginifica che esista. Come in tutti gli altri suoi libri, quello che colpisce di Benati sono le intensità comiche delle sue frasi, sempre su uno humour violento e paranoico, come quello di certi personaggi nell’Amarcord di Fellini.

“Questi racconti”, ha scritto Gianni Celati, “ci portano in una dimensione ormai quasi scomparsa dalla narrativa in auge ai nostri tempi: non c’è più niente di soggettivo, qui è tutto un circolare di voci, una comunanza di sogni, visioni e apparizioni che formano un intelletto collettivo.”

“Silenzio in Emilia” è fatto di storie brevi che si inseguono, surreali, assurde, grottesche con un gusto grasso nelle quali c’è chi muore impiccato, chi schiantato ubriaco contro un palo, chi gli prende un colpo secco e per questo morire in modo assurdo si incazzano, ma si incazzano così tanto che tornano indietro bofonchiando.
29939610_10216666886973240_1300214045_nInsieme a Paolo Nori, Daniele Benati è autore di “Baltica 9. Guida ai misteri d’oriente” edito da Laterza. “Baltica 9” è la roadmap di due degli scrittori italiani più particolari in circolazione che dalla loro esperienza lassù dove l’Europa Occidentale tocca in modo non del tutto soave l’Est, ricavano un vero e proprio taccuino a due mani sul quale appuntano di tutto, da buoni consigli di viaggio a considerazioni campate per aria, da cronache di avventure non sempre finite bene a indicazioni pratiche su come non finire invischiati nelle labirintiche (nella logica) frontiere oltre l’Austria.
Questa è una guida diversa da qualunque altra anche se, come tutte le guide, racconta di un viaggio. Ma anche di due scrittori, di San Pietroburgo, di allegrie, di cene alcoliche, di risvegli difficili e vagabondaggi malinconici.

“Se chiedeste a degli occidentali che hanno vissuto per un po’ di tempo in un paese dell’ex blocco sovietico in cosa sono diversi gli ex sovietici dagli occidentali, forse loro vi direbbero che diversa è l’importanza che qui e là si attribuisce all’idea che gli altri hanno di noi. E se chiedeste loro come mai anche dopo la fine dell’ex impero sovietico continuano a tornare in quei famosi paesi ex sovietici, che cosa c’è di tanto bello, in quei famosi paesi, forse loro vi direbbero che la cosa bella, di quei famosi paesi, è che fanno paura.”
“Vi piomberà addosso un cupore e una cupitudine e una cupetaggine simile a una disperatezza d’animo che non vi aveva mai colto prima. Non sappiamo dirvi perché. Ma sarà così e non bisogna voltargli le spalle nel modo più assoluto a questa disastrosa rovina del vostro umore perché la vita è fatta anche di questi momenti, e soprattutto quella del turista al quale invece paradossalmente si rivolgono le guide per abbindolarlo in un sogno di piacere. Niente affatto”.

30180231_10216666882293123_1678123449_nOltre ai libri scritti da Benati abbiamo fatto un viaggio attraverso le sue traduzioni. Tra queste lo splendido libro di racconti di Brian Friel, uno dei più grandi scrittori contemporanei, dal titolo “Tutto in ordine e al suo posto”, edito da marcos y marcos. Brian Friel è l’autore in lingua anglofona più rappresentato nei teatri di tutto il mondo.
Spesso definito il Checov irlandese, è considerato uno dei più grandi scrittori contemporanei, la cui opera narrativa è sconosciuta in Italia. Daniele Benati ha raccolto i suoi dieci racconti migliori e li ha tradotti regalandoci una bellissima postfazione.
Scomparso nel 2015 all’età di 86 anni, Brian Friel è figlio di una Irlanda spezzata, nei confini nazionali, nella cultura, nella politica, nelle sue opere si preoccupa spesso della dualità in cui si trova a vivere: due ‘patrie’, due set di valori, due lingue, due generazioni in conflitto. Fortissimo in lui questo senso di ‘spaccatura’ che è il vero emblema di questa Irlanda spaccata a metà che non si è mai riconciliata con il suo recente passato e con lo scempio che della sua terra, della sua lingua e della sua cultura hanno fatto gli inglesi. Una selezione dei suoi racconti è contenuta proprio in “Tutto in ordine e al suo posto” .
È l’Irlanda piena di orrori e meraviglie quella che appare in questa raccolta di racconti, storie ambientate a volte in luoghi riconoscibili, altre volte affidate a toponimi immaginari ma sempre ancorati a paesaggi che si presentano ai nostri occhi con estrema nitidezza, in un’Irlanda resa universale dal talento di Friel. Già la copertina dell’edizione italiana è uno spettacolo non casuale: un quadro di Martin Gale, artista contemporaneo. Ha appena smesso di piovere, in questa Irlanda, posto aspro e inospitale, da cui molti vogliono fuggire via, ma nello stesso tempo luogo magico, in cui regna un incanto che è impossibile trovare altrove. Con la sua lingua meticolosa e nitida (resa da Daniele Benati con straordinaria intelligenza e passione) Friel non giudica, non spiega. Gli basta il lampo della barca sul lago che appare e scompare nella notte, una testa troppo chinata sul volante per agganciarci: il nostro cuore è lì e l’immaginazione vola. Dieci racconti, dieci capolavori: Friel è un maestro dell’arte narrativa. Sono dieci racconti che sono come centinaia di bellissime e nitide foto, una dietro l’altra. Brian Friel è bravo, perché tratta tutto con ironia,qui ci si commuove, ma si sorride, anche… Ed è bravo soprattutto a trasportarci nell’azione, siamo sul calesse con i bambini che marinano la scuola per andare a lavorare nei campi, siamo sulle rive di quel lago e siamo a bordo di quella barchetta, sul lago, siamo insieme ai protagonisti speranzosi e disperati, mentre due galli combattono, siamo sulla cima di una collina di fronte ad un silenzioso e spettacolare paesaggio, e sentiamo tutto, odori e suoni. Siamo presenti all’accadere di quel fatto imprevisto che cambia il corso delle cose. Insieme a quella gente che cerca di spezzare la monotonia e la disillusione, che siano rabdomanti o illusionisti o allevatori di colombi, alla ricerca di un volo che non sono mai riusciti ad ottenere.

“È tale la nitidezza con cui egli descrive certi paesaggi o certe scene particolari, che questa sua tecnica finisce per provocare nel lettore uno scatenamento immaginativo grazie al quale poi le immagini prodotte dai suoi racconti si fissano nella memoria in maniera indelebile.”

30020048_10216666886093218_1182045630_nIl magnifico racconto irlandese di Seumas O’Kelly edito da Quodlibet nella collana Compagnia Extra è tradotto da Daniele Benati. L’edizione italiana de “La tomba del tessitore” è bellissima: curata, maneggevole, tradotta e commentata in maniera puntuale. L’opera dell’irlandese O’Kelly – uscita postuma nel 1919 – è il racconto di una particolarissima giornata vissuta da vecchi uomini. Una bellissima storia di vecchi, di morte e di amore, del genio più trascurato d’Irlanda.
Il tessitore è morto, la vedova piangente è con lui al cimitero e i decani del paese, il chiodaio e lo spaccapietre, sono stati arruolati – loro, grandi conoscitori del piccolo camposanto – per indicare ai due scavatori, gli unici giovani protagonisti del racconto, il punto esatto in cui scavare la buca che ospiterà la bara del tessitore. Ma dove si trova, esattamente, questo punto? Nessuno lo sa davvero, ma tutti pensano di saperlo. Ne sono convinti.Ed è proprio qui che emergono le prime diatribe tra vecchi, la sfida della conoscenza arcaica, la bonaria lotta per le predominanza, il rigetto comune verso i giovani scavatori che “provano a confonderli”, sotto gli occhi della vedova, che alla fine della storia sarà costretta addirittura a rivolgersi a qualcuno di ancor più vegliardo per dipanare il mistero…
Solo in Irlanda può venir concepito e può nascere un libro come questo, dove il cimitero sembra un altro paesello accanto a quello dei vivi, in cui ad un certo punto si fa trasloco. E non si deve sbagliare tomba, perché sarebbe come andare a vivere in casa d’altri. Quando la vedova del tessitore Mortimer Hehir, per non sbagliare, interpella le massime autorità in fatto di tombe, cioè i più vecchi abitanti del posto, sembra che però non abbiano le idee molto chiare; perché quanto più si è vicini e direttamente interessati al trasloco, tanto più la mente si fa storta, fantasticante e bislacca.
Tra le traduzioni di Daniele Benati spicca quella del “Tagliando i capelli” di un formidabile scrittore americano che corrisponde al nome di Ring Lardner. Il libro è edito da Marcos y Marcos.

30184605_10216666887333249_1054665279_nAh, questi Americani frivoli e frenetici degli albori del Novecento; questa ingenua e maliziosa borghesia di provincia, questi cinici signoroni di città con in testa il mito inscalfibile di Hollywood, del denaro pigliatutto, del successo nello sport: sigari e bridge, bionde e baseball… i racconti di Ring Lardner riescono a renderne in pieno la forza. Che soggetto, ad esempio, che balengo quell’Elliott. Potrebbe essere il più forte battitore di baseball del mondo. Schianta gli avversari scagliando la palla come un missile verso le stelle. Poi, inspiegabilmente, rimane lì impalato e brucia decine di punti. D’altronde, è uno che si fa la barba, ridacchiando, in piena notte e a volte sembra pronto a sgozzare un compagno di squadra senza motivo.Altro bel tipo, il barbiere che rievoca – una miscela di epica e malignità – le bravate del bullo rappresentante di scarpe. Uno di quelli che ti si piazzano in bottega e tengono banco. Piccoli raggiri, lettere che seminano zizzania qua e là. Finché qualcuno non gli fa le scarpe con un sano colpo di fucile.O ancora, una coppia costretta a cambiare città. Non per via di un pluriomicida. Ma per lo schiacciante eccesso di “sollecitudine” con cui i nuovi amici, certi Stevens, si intrufolano in ogni incombenza. Non c’è angolo della vita – automobile, rasoio, casa reggiseni vacanze – su cui quelli non la sappiano più lunga. E non si intromettano cambiando tutto, come loro credono sia meglio, fino allo sfiancamento.
Una lingua che fotografa perfettamente la parlata della gente comune, vezzi e birignao dei potenti, modini e gorgheggi delle signorine in amore.Una traduzione che corrisponde in pieno alla tavolozza di Lardner, questa di Daniele Benati, da tempo cultore del maestro del racconto moderno americano.
In barba a una gamba piuttosto ribelle, fin da bambino Ring Lardner si dedica allo sport – e al baseball in particolare – con un entusiasmo straordinario. Nato a Niles (Michigan) nel 1885, proviene da una famiglia benestante e conservatrice, caduta in difficoltà finanziarie. Quando, nel 1910, approda al «Chicago Tribune» e pubblica il primo articolo dedicato proprio al baseball, nessuno presta attenzione a quel ragazzotto dall’aria elegante e un po’ arcigna. Quando, solo tre anni dopo, avvia la rubrica “In the Wave of the News” (Sull’onda delle notizie), la sua celebrità esplode. In meno di un lustro, viene celebrato fra i fondatori del giornalismo americano moderno. Nel periodo di massima gloria, i suoi pezzi sullo sport vengono ripresi da più di cento quotidiani. Paragonato a Mark Twain, ammirato da Hemingway e Scott Fitzgerald, che lo esorta a pubblicare il famoso “How to Write Short Stories” (Come si scrivono racconti) prima ancora di averne pubblicati di suoi, Lardner darà successivamente alle stampe diverse raccolte di racconti.
Quattro le più celebri: “You Know Me, Al” (1916), “Gullible’s Travels” (1917), “The Love Nest and Other Stories” (1926) e “Round Up” (1929). Il suo stile, caratterizzato da un parlato vivace, perfettamente aderente al reale, entusiasma persino Virginia Woolf. Appesantito da un lungo periodo di alcolismo, Lardner muore nel 1933, non ancora cinquantenne, per un attacco di cuore.
30007650_10216666887253247_1079098913_n“Via con me” di Castle Freeman, pubblicato in Italia da Marcos y Marcos,  è uno dei romanzi americani più amati degli ultimi anni, definito un gioiello da Oprah Winfrey e paragonato dal Publishers Weekly e Washington Post ai romanzi di Cormac McCarthy e a David Mamet, al cinema é diretto da Alfredson, regista dei primi due film della trilogia di Millennium.
La storia è quella di un’ossessione. La giovane e bellissima Lillian torna a vivere nel paese in cui è nata, uno sperduto villaggio di taglialegna ai limiti della foresta e della civiltà. Poco tempo dopo il suo ritorno qualcosa inizia a non andare, qualcuno sembra avercela con lei. Lillian è alta e attraente, ha capelli morbidi fino alle chiappe, è molto tosta ma anche molto terrorizzata. Cerca qualcuno che stia con lei, che la protegga da Blackway. Blackway è un bastardo che ‘significa rogne’: le ha sgozzato la gatta, le ha fracassato la macchina, la terrorizza in tutti i modi. Wingate, lo sceriffo, se ne lava le manie se ne infischia. Per fortuna c’è Whizzer, un tizio diroccato come la sua segheria, solista di un coro di sciroccati che sbevazzano e spettegolano. La affida a due angeli custodi: Lester, l’uomo dei trucchi, e Nate il Grande, un gigante in tutti sensi.
Gli unici ad aiutarla saranno Lester e Nate, un ex taglialegna e il suo giovane assistente. Le sole persone tanto coraggiose e folli da mettersi contro Blackway. Ma perché Blackway perseguita Lillian? Qualcuno dice che ‘quella presuntuosa gli ha rovinato il giochetto’. E perché Kevin, ex ganzo di Lillian, ‘uno di quegli intelligentoni che credon che tutti gli altri siano coglioni’, con una fedina penale lunga cento pagine, ‘ha menato le tolle’, ha preso il volo? Perché Blackway fa tanta paura?
Un viaggio breve e bruciante nel regno del male, del bello, del vuoto. Freeman è semplicemente uno dei nuovi, grandi maestri della narrativa di oggi. “Via con me” è teso come l’aria fredda e rapido come un giaguaro: mai una parola di troppo. Dialoghi da Oscar, ritmo alle stelle. E ha una voce italiana con i fiocchi, uno scrittore di grandi dialoghi: Daniele Benati.
Mi chiamo Irma VothTra i libri curati da Daniele Benati c’è “Mi chiamo Irma Voth” di Miriam Toews edito da Marcos y Marcos.
Irma, nemmeno vent’anni, vive sola nel deserto del Messico: suo padre l’ha relegata in un casolare ai margini della comunità mennonita. Ha sposato un messicano, che scandalo, ma suo padre ce l’ha con lei già da prima, da quando ha cominciato a crescere e pensare. Irma è spaesata, confusa. Ha sposato Jorge per fuggire con lui, e Jorge è fuggito da lei. I campi di granoturco e le scie degli aeroplani le sembrano così semplici, così veri; le relazioni umane, invece, grovigli inestricabili. Poi un giorno si alzano nuvole di polvere, sfrecciano pick-up sconosciuti: arriva una troupe del cinema e la realtà diventa un set. Ciascuno di colpo ha un ruolo preciso, anche Irma, che viene assoldata come interprete e diventa depositaria di tutti i segreti. Nel rimescolone di quel teatro improvviso, dove le lacrime vere sono finte e le lacrime finte sono vere, un filo teso troppo a lungo si spezza e Irma prende il volo. Porta in salvo se stessa, la sorellina Aggie e X., fragile e prepotentissima clandestina.
Un terzetto strampalato, litigioso e indissolubile che semina guai, mette in scena tragedie, farse e miracoli.
Nel buio della stanza piccina di un bed and breakfast a Città del Messico Irma vuota finalmente il suo cuore e crea lo spazio per sentirsi pronta alla vita. Sotto un cielo di milioni di stelle, va incontro alla sua libertà.

Nella scorsa stagione in questo mio spazio su Giuditta Legge avevo creato, all’interno sempre dello zainaccio, uno spazio dal titolo I DIMENTICATI. E qui avevo parlato della grandezza di Giovanni Arpino (QUI).

Una casa editrice come MINIMUM FAX, che pubblica la migliore collana sul mercato italiano, denominata minimum classic, grazie alla quale io ho scoperto alcuni eccezionali capolavori della letteratura statunitense da molti anni fuori mercato in Italia. In queste settimane ha pubblicato “Sei stato felice, Giovanni” di Giovanni Arpino, un bel classico. Minimium fax ha scelto, infatti, Giovanni Arpino come primo scrittore italiano a entrare nella collana dei classics.

30020451_10216666886693233_1318305508_nLeggere l’esordio di un classico è come assistere a un fenomeno naturale. In fondo, scrisse Calvino per tutti, il primo libro è il solo che conta, e forse bisognerebbe scrivere quello e basta. “Sei stato felice, Giovanni” è il grande strappo che Arpino diede alla sua vita. Aveva ventitré anni e alloggiava in una pensioncina di Genova, lurida e malfamata. Ci mise venti giorni. Venti giorni per inventare una voce. E un paesaggio. Per dire addio agli amici, alla giovinezza, agli amori impossibili, alle tante allegrie e disperazioni di ogni età precaria. Per gettarsi alle spalle gli Hemingway e gli Steinbeck, Vittorini e Pavese, il cinema francese e il lungo intervallo della guerra. Il primo libro di Arpino è un libro di congedi. Una storia da ultima sbronza, in attesa dell’età adulta e del porco avvenire. L’avventura di chi portava la solitudine come un berretto e si sentiva un proiettile disperso, un reduce, anche se non ricordava più da cosa. Il suo protagonista sa che deve muoversi, cercare un lavoro. Ma intanto si ubriaca, litiga, si innamora, contrae debiti e sfortune. È pigro, crudele e prodigo. Non può che abitare un porto, averne l’odore, appartenere a un’umanità di marinai, di prostitute, di vagabondi. Un porto che si chiama Genova, con quell’aria svelta e sottile di mare, ma che potrebbe essere Buenos Aires o essere qualsiasi altro posto. Perché “Sei stato felice, Giovanni” è un libro che parla con parole vere, prepotenti e insostituibili.

Nello Zaino di Antonello: Veri Gioielli
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