Tangeziale est

Forse avremmo passeggiato sotto i piloni della Tangenziale Est, al tramonto, quando i primi vagabondi preparano i sacchi in cui passeranno la notte, e si odono i rumori di bottiglie rotte, i taxi che accelerano dopo aver preso su i viaggiatori appena sbarcati alla stazione, il cielo di Roma che si infiamma e i palazzi che assumono il colore caldo della creta.

Ho appena terminato di leggere “Anni luce” e spontaneo nasce il desiderio di chiacchierarne con Andrea Pomella. Mentre noi passeggiamo in un luogo che ci riporta nelle pagine del libro come scopriranno coloro che lo leggeranno (o l’hanno già letto), voi seguiteci, ma prima mettete in sottofondo “Crazy Mary”, nella versione dei Pearl Jam, ideale colonna sonora scelta per noi dallo scrittore. 

Clicca sulla foto per accedere al video yuotube con Crazy Mary nella versione dei Pearl Jam
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Se Andrea Pomella ha scritto “Anni Luce” a 43 anni, io lo leggo a 43 anni. Ho vissuto, però, in maniera del tutto diversa i vent’anni e gli anni Novanta, e quindi la lettura del libro è stata per me molto affascinante. Come guardare in uno specchio magico che rimanda un’immagine del tutto diversa da ciò che credevo di conoscere bene.

Aspettavo da tempo di poter leggere di nuovo Andrea Pomella, dopo aver ammirato, ed essermi ritrovata, in “La misura del danno”, pubblicato nel 2013 da Fernandel.

Se fosse una favola inizierebbe così. Ma la storia che voglio raccontare non è una favola. […] La storia che voglio raccontare non rientra neppure nel genere “memorie di un fan”, non essendo io mai stato fan di niente e di nessuno. è la storia di un’amicizia, e riguarda, certo, anche i Pearl Jam. Ma non solo i Pearl Jam.

Clicca sulla copertina per accedere al sito della casa editrice.
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Che storia è “Anni luce”, il nuovo libro pubblicato nella collana Incendi di Add editore? Da dove nasce?

Il libro nasce dal desiderio di compiere un atto d’amore nei confronti di quella che fu la mia giovinezza, dalla passione per la musica grunge e in particolare per i Pearl Jam. È la storia dell’amicizia fra due ragazzi vissuta nel cuore degli anni 90, nella Roma dei bassifondi, dei centri sociali, degli aperitivi a base di Fiesta e whisky consumati in macchina sotto i piloni della tangenziale. Un legame che troverà sublimazione in un viaggio lungo le rotte d’Europa, un’ultima grande illusione di libertà prima del sopraggiungere dell’età adulta.

 

A ripensare a cos’è stata la mia generazione (che è anche la mia!). Quella che non ha presidiato neppure per un minuto la giovinezza, perché era già troppo impegnata a disfarsene e a negarla, quando invece avrebbe dovuto goderne.

Che generazione è quella che negli anni Novanta, che sono i protagonisti di “Anni luce”, viveva i vent’anni? Perché nel libro sono tanti gli spunti che partendo dalla vicenda dei due amici, l’io narrante e il compagno di sbronze, l’amico, il viaggiatore, il chitarrista geniale, il folle, il saggio, l’esagerato, l’imprevedibile, il lunatico Q, si universalizzano a tracciare i contorni di un’intera generazione.

Tra gli autori nati negli anni Settanta, tu sei quello che già con il precedente romanzo mi sembra che si stia interrogando con continuità sull’epoca che ti appartiene, da uno sguardo generazionale. È così, o la mia percezione è errata?

PomellaA dire il vero faccio un po’ fatica a pensare alle cose in termini di “generazione”. Le epoche sulle quali mi interrogo sono sempre osservate dal mio personale punto di vista. A volte questo punto di vista può coincidere con quello della maggioranza dei miei coetanei. Non credo però che sia questo il caso. Il grunge era una sottocultura, sebbene abbia sfornato prodotti musicali diventati in breve tempo mainstream. Il mio modo di vivere di allora era il modo di vivere di una minoranza di ragazzi. Si sceglieva, come in tutte le epoche, una tribù, e ad essa si aderiva. Perciò questo libro non fa altro che testimoniare un tempo vissuto in una certa maniera da un gruppo minoritario, una nicchia che tuttavia ha avuto la forza di imporre la propria maniera, tanto da assurgere a bandiera di un decennio. Ampliando la prospettiva, se cerco di cogliere una temperie, un clima, una circostanza che accomunava i ragazzi degli anni Novanta (non solo coloro che erano devoti al dio del grunge) riesco forse a scorgere qualcosa di più ampio: una sorta di scetticismo diffuso che si scontrava sotto pelle con un’ansia di ribellione ancora molto viva. Una pulsione che però non trovava più sfogo nella politica, ma nel campo più vasto e più intimo dell’interiorità. Il nichilismo degli anni 90 era una pulsione autodistruttiva che derivava dall’impossibilità di vedere chiaramente chi fosse il “nemico”. Nel mio precedente romanzo, “La misura del danno”, mi sono interrogato sulla “dittatura del sorriso finto” del Berlusconi politico. Era lui il nemico? In “Anni luce” sposto l’attenzione su un nemico interiore, che prendeva forma dai fantasmi del passato annidati nel cuore di ciascuno di noi. E da qui la rabbia addolcita dagli acidi, l’ansia di viaggiare, di spostarsi da una città all’altra, da una nazione all’altra, la furia che si scatenava in certe feste alcoliche durante le quali si finiva puntualmente per devastare le case, forse, quelle sì, da un punto di vista psicanalitico i veri bersagli del nostro rancore. 

Il racconto di “Anni luce” è filtrato dalla distanza. 

Poi c’è stato un giorno, più o meno nella primavera dello scorso anno, in cui mi sono ricordato di un anniversario: il 2016 sarebbe stato il venticinquennale della pubblicazione del primo disco dei Pearl Jam. Ten. Il treno che travolse la mia giovinezza. Decisi perciò di scriverci un pezzo, la ricorrenza lo meritava. E bastò quello perché il treno passasse di nuovo sopra le mie rovine di ultraquarantenne, stavolta trascinandosi dietro un oceano di ricordi.

Sebbene i ricordi prendano il sopravvento, divenendo materia narrativa nella sua immediatezza, lo sguardo dell’ultraquarantenne fa capolino in diverse occasioni, a tracciare per lo più una differenza tra il ragazzo degli Anni Novanta e quello di oggi.

Ma non solo, il ventenne di allora ha un’ombra con cui vive i suoi anni, ed è quella dell’adulto che sarebbe diventato nella speranza per l’avvenire, che la vita adulta non mi si ritorcesse contro…

Un adulto che tra le altre cose, pian piano perde interesse o almeno attenzione per i Pearl Jam. Cos’è stato un tradimento, una crescita, una necessità o il naturale percorso della vita?

PomellaQuel modo di vivere aveva due soli sviluppi possibili: andare fino in fondo, pagandone le conseguenze; oppure rientrare nei ranghi… pagandone le conseguenze. Il dilemma è ben rappresentato in Trainspotting: da una parte c’è il disfacimento, dall’altra c’è il futuro, la vita. Se scegli la vita, ad aspettarti ci sarà il maxitelevisore del cazzo, le lavatrici, le macchine, i lettori CD e gli apriscatole elettrici, fino a schiattare in un ospizio “ridotto a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che hai figliato per rimpiazzarti”. Io ho scelto la vita, qualcuno dei personaggi di “Anni luce” ha imboccato l’altra strada. Forse c’era una terza via, non so, io non l’ho trovata. Non credo di aver tradito niente, tantomeno i Pearl Jam, di cui non ero un fan, poiché rispetto alle cose che amo cerco sempre di mantenere una distanza critica. Credo nell’evoluzione delle persone e non vedo di buon occhio gli irremovibili, coloro che non cambiano mai idea né direzione. Quanto all’essere adulti, la penso come Lovecraft: l’età adulta è l’inferno.

 

Lasciamo i Pearl Jam per la prossima, ultima domanda.

“Anni luce” è la storia di un’amicizia, ma come tu dici nelle prime pagine è anche suscitato da un messaggio di Q giunto dopo un silenzio di più di vent’anni. Quasi una benedizione, o una promessa, o un lasciapassare a scrivere di voi, di quello che eravate? C’è un rapporto tra il messaggio di Q e la centralità che l’amicizia ricopre in “Anni luce”?

Non sarebbe stato possibile per me scrivere “Anni luce”, o comunque raccontare quel periodo della mia vita, omettendo l’amicizia con Q. Con lui, e attraverso di lui, sono scivolato in quel mondo. È successo tutto in modo molto naturale, malgrado le enormi differenze caratteriali che correvano tra noi. Il campo mentale di completa anarchia che lo dominava era qualcosa di pericoloso e al contempo di molto affascinante. Era un personaggio capace di trascinarti nei guai anche solo mostrandosi al mondo per quel che era. In vita mia per due volte mi sono ritrovato ad avere un’arma puntata contro. Entrambe le volte è stato per mano della polizia. Capitava che durante un controllo di routine la sola apparenza di Q, la sua strafottenza, la follia che sprigionavano i suoi occhi, allarmassero la pattuglia di turno. Per molti anni ho creduto che fosse impazzito, che avesse dissipato la propria lucidità a causa degli abusi di gioventù, o più semplicemente che non ci saremmo mai più rivisti. Poi un giorno mi è arrivato questo messaggio in cui mi confessava di essere un mio lettore, e in cui diceva che forse ci saremmo rivisti prima di compiere cinquant’anni. In quel periodo avevo già l’idea di scrivere qualcosa sul grunge e sul mito incendiario della gioventù. “Anni luce”, più che un libro sugli anni 90 e sui Pearl Jam, è un libro sull’amicizia. 

I Pearl Jam sono la traccia su cui tu raccogli quegli anni. 

Non so immaginare la mia giovinezza senza Ten, Vs. e Vitalogy. quei tre dischi mi hanno dato un’identità.

E in particolare è la voce di Eddie Vedder, a dare rappresentazione a certe sensazioni ed emozioni del modo in cui tu vivevi quegli anni. Più ancora di Kurt Cobain, a cui pure tu dedichi dei cammei, che servono a caratterizzare quegli anni e i suoi miti.

Hai già accennato al tuo particolare rapporto con i Pearl Jam: non sei un loro fan. Condizione che ti dà un vantaggio di lunghezza di sguardo e di apertura di orizzonti sulla loro musica e sul ruolo che hanno giocato nella temperie culturale degli anni Novanta. 

Insomma, non potevo definirmi un fan dei Pearl Jam perché forse ero qualcosa di più.

È stato quel “qualcosa di più” a renderli icona dei tuoi “Anni luce”?

PomellaLe canzoni di quei tre dischi erano parte della mia vita, come possono esserlo la cerchia degli amici, o la famiglia. Ci si può definire “fan” della propria famiglia? Io credo che la funzione dell’arte, di qualsiasi forma d’arte, sia incidere nella realtà del mondo. Se un libro, una fotografia o una canzone ti cambiano la percezione della realtà, allora hai a che fare con un’opera d’arte. Quelle canzoni non solo hanno mutato la mia percezione della realtà, ma mi hanno per così dire riposizionato rispetto alla realtà. Sono state la bussola del mio presente, mi hanno sussurrato la direzione. Ogni volta che le ascoltavo era come se mi dicessero: “Ehi, questa è casa tua, questo è ciò che sei, è la tua natura”. Non si può ricondurre un’esperienza musicale, estetica, vitale, come questa a un rapporto acritico, fideistico, come quello che intercorre tra il fan e l’idolo. Oggi sono in cerca di qualcosa che guidi il mio presente con altrettanta precisione. A volte mi capita ancora di vivere un’immersione di questo tipo, soprattutto con i libri, ma è sempre più raro. Credo che la maturità in fondo sia questo: svincolarsi da qualsiasi bussola, guadagnare l’autonomia di pensiero necessaria a decifrare se stessi e il proprio posto nel mondo.

Chiacchierando con… Andrea Pomella
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