di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

Raccontare un tempo carico di malesseri attraverso i libri.

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Sabato 10 Marzo in libreria abbiamo fatto una cosa bella e inusuale. Abbiamo presentato il romanzo d’esordio di Paolo Pecere, “La vita lontana”, LiberAria Editrice, con una formula nuova: assieme alla voce e al racconto del suo autore abbiamo unito le voci delle Donne che partecipano al nostro corso di Lettura ad Alta voce del lunedì, in un’armonizzazione bella e alternativa. Nelle giornate a ridosso della festa della Donna abbiamo scelto una Donna, Dora, la protagonista del libro, e attraverso la voce di altre Donne ne abbiamo raccontato la storia. Storia di una zattera alla deriva che naviga a vista nel mare della vita, raccontata da altre Donne, mentre per tutto il romanzo la voce e il malessere di questa Donna sono raccontati da un uomo: Paolo Pecere. Un autore esordiente, ricercatore universitario di Storia della Filosofia, saggista e collaboratore di riviste culturali. 

Clicca sulla foto per accedere al sito della casa editrice.
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“La vita lontana”, nella collana Meduse curata da Alessandra Minervini, ripercorre gli anni della crescita dei gemelli Marzio e Livio, dopo la nascita dei quali il padre, Elio, marito di Dora, la voce narrante appunto, abbandona la famiglia per trasferirsi in India in un monastero jainista dove diventa figura autorevole per la comunità religiosa. Dora, giovane insegnante precaria, cresce i gemelli completamente da sola. Pur ispirata da ideali umanistici, la crescita dei figli si accompagna a una violenta conflittualità. Livio è vittima di vessazioni da parte dei coetanei e crescendo, interrompe gli studi, perseguendo una passione per il teatro e dando segni sempre più netti di malessere; Marzio accetta un lavoro all’estero, allontanandosi definitivamente. In Dora emerge la consapevolezza della miopia borghese che ha inquinato la sua vita. Quando viene informata da Rajesh della presenza di Livio vola in India per cercare di accudirlo. Dopo poco tempo chiama Marzio per chiedere il suo aiuto e questi la raggiunge. Ma le tensioni riemergono e la famiglia presto si disperde di nuovo.
Il romanzo di Paolo Pecere è articolato in un breve prologo e quattro sezioni. La narrazione procede come una sinfonia, in cui diversi stili corrispondono a diversi movimenti narrativi.
La progressiva dislocazione geografica degli eventi traccia un percorso di emigrazione inversa, di fuga dall’Italia in crisi e di ritorno a una società simile a quella delle origini, regolata da un altro tempo.
La voce con cui Pecere racconta ha una grande padronanza linguistica, ironica e immerge i lettori in un rifugio dell’anima. Il vero protagonista di questa storia è proprio la lingua dell’autore, questa straordinaria scrittura. Come una ginnastica danzata, “La vita lontana” procede per spezzoni che restituiscono la disintegrazione della famiglia occidentale: senza mai giudicare ma stando dalla parte della speranza che, sul finale, si affaccia attraverso la rinascita di Dora.

Stefano Sgambati, a proposito del libro ha scritto:

Vi dico, secondo me, che cosa fa di un romanzo un romanzo. Che cosa fa di uno scrittore uno scrittore.
Tre aspetti, non c’è scampo:
– la voce narrante
– il punto di vista
– la lingua.
Ne “La vita lontana” c’è una voce narrante prodigiosa, perché è quella di una donna, Dora, raccontata da uno scrittore uomo in prima persona singolare; una donna completamente introiettata nell’autore, dall’autore, che compie un prodigio di mimesi. Paolo Pecere *diventa* donna, non so in che altro modo dirlo. Una voce che non cade mai in trecento pagine.
Il punto di vista, idem: un eccellente lavoro. Perché la trama non è il punto forte (la storia di una disgregazione famigliare, con una donna costretta a crescere da sola due gemelli) e quando la trama non è il punto forte, se il punto di vista è meno che straordinario, tutto il romanzo crolla.
Faccio sempre l’esempio di un grande chef che riprende un piatto comune della tradizione e grazie al suo talento, al suo “punto di vista” lo rende nuovo, lo rende unico. Massimo Bottura con la sua parte croccante delle lasagne, ad esempio. Che ci vuole? Ci vuole. O il tanto criticato Carlo Cracco con la sua pasta al burro per cui vergogna vergogna, e che c’è bisogno di uno Chef strapagato per fare una pasta al burro? Certo, se per caso il burro, com’è in questo caso, è frutto dello studio di anni, di equilibrio di giuste parti lattee e grasse, e in più c’è la magia dell’affumicatura perfetta. Tutti possono scrivere la storia di una famiglia che si spezza. Pochi la possono scrivere come lo ha fatto Pecere.
Infine la lingua…Questo è, con “è” sottolineato cinque volte, un libro di lingua, un libro di scrittura.Per chiudere il cerchio, c’è il tema del viaggio. “La vita lontana” è anche un romanzo di viaggio, di esplorazione, alla volta dell’India in questo caso. Un viaggio geografico, di distanza fisica ma anche interiore. La storia di una madre con una missione gigantesca.Un romanzo di certo non facile, che muove il mio applauso all’editore per la scelta, per l’azzardo. Se siete soliti considerarvi Lettori, questo libro è una sfida che non potete perdere”.

Raccontare un tempo carico di malesseri attraverso i libri, tanti libri diversi. E ai Diari di bordo in questi giorni trovate in bella mostra la terna di vincitori del Premio Salerno Libro d’Europa 2018. Il Premio, dedicato alla nuova narrativa europea, è assegnato ogni anno a tre scrittori under 40 provenienti da tre diversi Paesi della continente. Il Premio 2018 è andato a Max Lobe, scrittore di origini camerunensi che risiede oggi in Svizzera, autore di “La Trinità Bantu” (66thand2nd); all’inglese Olivia Sudjic, autrice di “Una vita non mia” (Minimum Fax); alla ceca Katerina Tuckova, autrice di “L’eredità delle dee” (Keller Editore).
I tre scrittori parteciperanno alla sesta edizione del Festival Salerno Letteratura il 22 e 23 giugno. Qui incontreranno i lettori ed i giurati del Premio: questi ultimi, proprio il 23, eleggeranno il super-vincitore.
Di Olivia Sudjic con “Una Vita non mia” avevo parlato nel primo zaino di quest’anno; anche di Katerina Tuckova, autrice di “L’eredità delle dee” avevo abbondantemente raccontato.

Premio Salerno

Max Lobe lo conosciamo, invece, oggi per la prima volta con il romanzo “La Trinità bantu” nella traduzione di Sándor Marazza, pubblicato dalla casa editrice 66thand2nd. Classe 1986, camerunese di lingua francese residente in Svizzera. Dopo l’infanzia trascorsa a Douala, all’età di diciotto anni Max Lobe si trasferisce a Lugano, dove studia Scienze della comunicazione. Più tardi consegue un Master in Politica e amministrazione pubblica all’Institut de hautes études en administration publique di Losanna e in seguito si trasferisce a Ginevra, dove vive e lavora. I suoi racconti e romanzi trattano spesso di temi socio-culturali quali l’immigrazione, l’omosessualità e la comunicazione interculturale.
Il romanzo è la storia tragicomica di un giovane uomo africano, educato nelle migliori scuole in Svizzera ma che, nonostante ciò, non riesce a trovare lavoro e che affronta la vita con ironia, nonostante tutto attorno a lui sembri andare a rotoli.

«Quando il signor Nkamba mi ha annunciato che non gli servivo più, non ci volevo credere».

Inizia così, con il suo licenziamento, la tragicomica epopea di Mwána Matatizo, venditore porta a porta presso un’azienda di cosmetici di Ginevra. Spiantato e senza un impiego, con una madre che lotta come una belva contro il cancro che la consuma, Mwána vive in una Svizzera dove la disoccupazione è in calo perpetuo, mentre lui, originario del «Bantuland», non riesce a trovare «nemmeno un lavoretto da cani». Un modo per sbarcare il lunario però ci sarebbe: Ruedi, il giovane bianco con cui è sposato, figlio unico della venerabilissima famiglia Baumgartner, dovrebbe solo mettere da parte l’orgoglio e accettare i soldi dei genitori, così da portare a casa un po’ di «gombo bello liscio». Intanto, sullo sfondo, si accende la campagna elettorale, con l’Unione democratica delle pecore nere che propone una politica discriminatoria e razzista, proprio quando Mwána riesce a trovare uno stage presso una Ong che si occupa di lotta alla xenofobia. Seguendo le sventure di un simpatico antieroe, Max Lobe dà vita a un romanzo surreale e ironico, sulle diversità e la tolleranza, un racconto che mostra una Svizzera inedita e impietosa, dove per sopravvivere non resta che appellarsi all’antica Trinità bantu.

PostelAltro autore da mettere assolutamente nello Zaino per il suo sarcasmo e per l’occhio attento alla contemporaneità è sicuramente Alexandre Postel.

Alexandre Postel è un giovane scrittore, classe 1982, che insegna letteratura francese a Parigi. Con il suo primo romanzo, “Un uomo discreto”, pubblicato nel 2013 in Francia da Gallimard, è balzato ai primi posti delle classifiche francesi e ha vinto il Premio Goncourt per il miglior esordio.
Autore di “Théodore e Dorothée“, appena pubblicato da Minimum fax nella traduzione di Stefania Ricciardi.

Théodore e Dorothée sono, a modo loro, una coppia perfetta, a cominciare dai nomi di battesimo, uno l’anagramma dell’altro. Lui programmatore informatico, lei insegnante impegnata da anni in un’ambiziosa tesi di laurea su un politico francese, sono giovani, belli, progressisti, e soprattutto si amano profondamente, al punto di compiere il grande passo e prendere una casa insieme, a Parigi. Eppure, la loro vita è un continuo interrogarsi: qual è il modo migliore di divertirsi? Che cosa si deve mangiare, e che cosa no? Che cosa fare del proprio corpo, e quanto prendersene cura? A cosa consacrarsi? È più giusto fondare una famiglia, lavorare, oppure arricchire la schiera degli «indignati»?
Essere innamorati e riuscire a mettere in piedi una vita di coppia sono due cose diverse, purtroppo e in “Théodore e Dorothée” Alexandre Postel svela, con partecipe ironia, l’anatomia di una coppia e delle sue dinamiche, raccontando attraverso i suoi due protagonisti un’intera generazione in perenne attesa di una primavera che sembra sempre dietro l’angolo ma che non arriva mai.

Alexandre Postel è autore anche de “La gabbia“.
Con una scrittura tesa, nervosa l’autore qui ricostruisce il dramma, l’incubo dentro cui cade il protagonista in sole cinque giornate.
Su richiesta dello psichiatra, il protagonista – un giovane venditore di telefoni cellulari – racconta gli eventi che, nel giro di cinque giorni, hanno sconvolto la sua vita. Informato della morte del padre, con il quale aveva ormai pochissimi rapporti, l’uomo torna nel paese natio per organizzarne il funerale. Il secondo giorno compie una scoperta terrificante: nella cantina della casa del padre c’è una gabbia, in cui è rinchiusa una giovane donna. Che fare? L’indecisione, attraverso una serie di passi falsi e insidiosi, lo trascinerà in una situazione da incubo, sino al colpo di scena finale. La gabbia conferma la potenza della scrittura di Alexandre Postel: una forza narrativa inesorabile che ci conduce in un viaggio nel senso di colpa, sentimento che pervade l’intera atmosfera del romanzo. Una storia che inchioda il lettore fino all’ultima riga, trascinandolo tra l’empatia, il rifiuto e il terrore. Una prosa che parte da Albert Camus e arriva all’Avversario di Emmanuel Carrère, svelando le inquietudini del mondo contemporaneo.
Federico FalcoTra gli scaffali dei Diari trovate anche “Silvi e la notte oscura“, il libro di racconti dello scrittore argentino Federico Falco appena pubblicato da Sur Edizioni nella traduzione di Maria Nicola.
Tra le montagne, nei boschi o nel mezzo di un pomeriggio assonnato, i personaggi che animano questi racconti di Federico Falco si espongono alle intemperie della vita. C’è il re delle lepri, un eremita che passa i suoi giorni nascosto sulle alture e fatica a confrontarsi con la società che ha abbandonato. Silvi, un’adolescente in subbuglio, che ha bisogno di disfarsi della propria fede per comprendere l’inquietudine che la spinge a ribellarsi. Víctor Bagiardelli, il più grande progettista di cimiteri al mondo, che trova il luogo ideale per il suo capolavoro, sulla collina di un villaggio sconosciuto. Mabel e suo padre che, dopo aver vissuto per anni in una pineta, devono abbandonare la propria casa perché ben presto le motoseghe la faranno finita anche con loro. E la signora Kim, che in mezzo a una tormenta di neve crede di capire cosa voleva dirgli suo marito in quel sogno così strano.
Falco reinterpreta il racconto in cinque testi in cui il paesaggio ha un ruolo fondamentale: il risultato è un ecosistema di personaggi solitari, una raccolta di storie cristalline e avvolgenti, che colpiscono il lettore al punto da far sentire il loro effetto a lungo dopo la lettura.

 

fiore frutto foglia fangoDa pochi giorni in Libreria è arrivato “fiore frutto foglia fango“, il libro di una scrittrice Donna, Sara Baume, tradotto da un’altra donna, Ada Arduini, per NN Editore. Un libro che racconta di un uomo, di un cane e di un’amicizia.

Sara Baume è nata nel Lancashire e cresciuta in Irlanda. I suoi racconti e saggi sono usciti sull’IrishTimes, sul Guardian e su Granta, e sono stati premiati con il Davy Byrnes Award, l’Hennessy New Irish Writing Award, e il Rooney Prize. “fiore frutto foglia fango”, il suo romanzo d’esordio, è stato finalista al Costa Award, al Guardian Award, al Desmond Elliott Prize e al Los Angeles Times Book Prize.

Ray, il protagonista di questo libro, è un uomo di quasi sessant’anni che vive, isolato da tutti, nella casa del padre, in una cittadina sulla costa irlandese. Un giorno, in un moto d’impulso, decide di adottare un cane impaurito, malandato e privo di un occhio. Con il suo nuovo compagno di vita, Ray riesce per la prima volta ad aprirsi, a scardinare la solitudine, in un dialogo serrato dove ripercorre la sua esistenza, dall’infanzia alla scomparsa misteriosa della madre. Quando Unocchio, però, azzanna un altro cane del paese, i due sono costretti alla fuga e si mettono in viaggio alla ricerca della libertà e della speranza. Con una musica composta di parole, colori, profumi ed emozioni, Sara Baume ci consegna un romanzo sull’amicizia tra un uomo e un cane, un’alleanza che si rinsalda giorno dopo giorno grazie a fiducia e compassione, in un inno appassionato alla stupefacente bellezza del mondo.
Questo libro è per chi ama conversare con i personaggi dei suoi libri preferiti, per chi inventa parole strambe giocando a Scarabeo, per chi compone ogni giorno la lista delle cose da fare, e per chi si è liberato i polmoni da una caligine di tristezza e, gambe in spalla, ha deciso di andare a cercare l’odore dell’infinito.

Nello Zaino di Antonello: Raccontare un tempo carico di malesseri attraverso i libri.
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