Diari di bordo

Non so, scegli tu! Da Antonello? È credibile? A Pistoia, in un’altra libreria indipendente? 

Fermo restando che Pistoia è una città bellissima che vorrei da tempo visitare e in cui di certo ci saranno tante belle librerie indipendenti in cui incontrare Michele Cocchi, ma nulla nel mio cuore potrebbe eguagliare sedermi finalmente sui sacchi-divano della Libreria Diari di Bordo, a Parma e farmi coccolare dai fantastici librai, Antonello Saiz e Alice Pisu, che chi bazzica il blog conosce benissimo, e nel frattempo chiacchierare del nuovo libro di Michele Cocchi, presentato già in libreria, “La Casa dei bambini”.

Se siete a Parma, non dimenticate di fare un salto alla Libreria Diari di Bordo.

Clicca sulla copertina per accedere al sito della casa editrice.
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“La Casa dei bambini”, il tuo nuovo romanzo per Fandango, è un romanzo ibrido, che se da un lato sembra attingere come modello alla letteratura resistenziale, che in Italia ha dato grandi esempi da Calvino a Fenoglio a Pavese, dall’altro si riversa sul romanzo distopico, immaginando un futuro prossimo in cui la guerra e la violenza, con la repressione che ne consegue sia alla base della vita civile.

Quali sono stati i tuoi modelli per il romanzo?

CocchiLo riconosco, il romanzo può far pensare a una distopia, l’epigrafe – tratta da “Il Giardino delle mosche” -, in tal senso può ingannare. Ma partendo proprio dall’epigrafe – per rispondere alla tua domanda -, non è stata scelta per richiamare l’ambientazione spazio-temporale, o la condizione storico-sociale di quel racconto, ma, più semplicemente, per richiamare un legame d’amicizia, quella tra Ralph e Piggy; e il fatto che Ralph soltanto alla fine comprende che ciò che li avrebbe potuti salvare, sull’isola, aveva a che fare col rispetto reciproco, con l’importanza di ascoltare l’Altro e, quindi, col suo amico Piggy. Nelle distopie si narrano condizioni – negative – tipicamente umane ma portate all’estremo; quello che a me interessa, invece, è parlare dell’uomo in quanto uomo, con le sue fragilità, i suoi meccanismi difensivi, le sue ferocie. L’uomo e le sue azioni, le quali – nonostante i progressi sociali, di pensiero e tecnologici – si riverberano come un destino al quale non si può sfuggire. I personaggi di questo romanzo vivono in uno spazio-tempo che ha l’ambizione di essere ogni spazio e ogni tempo, uno spazio e un tempo tipici dell’umanità. Forse, allora, definirei “La Casa dei bambini” più simbolico, che distopico. Nella parte centrale del libro, quella che tu nomini, tutto questo si incarna nel tema della guerra. I bambini sono cresciuti e, adolescenti oltre il muro di cinta della Casa, si trovano al centro di un conflitto – ribelli contro militari – costretti dalle circostanze a scegliere da che parte stare. Penso alla guerra e a come questa, nel tempo, rimanga una costante dell’essere umano, una sua peculiarità; una componente necessaria, quasi archetipica direi. Certo, è vero, questa guerra richiama una guerra di resistenza, la nostra, quella spagnola, quella balcanica… ma di fatto è una guerra, come le molte che oggi infiammano il ventunesimo secolo. E in ogni guerra – semplificando – ci sono due fronti che confliggono, che sia civile, di liberazione, o di occupazione. C’è sempre un Noi e un Loro. Ma ancor più terribile – e anche questo è dell’uomo in ogni luogo e in ogni tempo – è il fatto che ci sarà sempre un gruppo di individui, un governo, un potere – economico o meno – che farà leva su questo, sul creare una linea di demarcazione tra un Noi e un Loro – spesso esacerbando la fisiologica paura del diverso e del non-conosciuto -. Ci sarà sempre qualcuno, dicono Lupo e Saturno e Faina, che dirà a Noi che è necessario combattere contro di Loro, per una qualche differenza somatica, culturale, o di pensiero; o a Loro che è necessario combattere contro di Noi. È questo che mi interessa veramente e che, se vogliamo, è un elemento tragico della natura umana.

Certo, per dire questo è stato necessario attingere a un immaginario accessibile, a memorie che mi appartengono – in fondo mio padre è del 1947, e i miei nonni hanno vissuto in tempo di guerra -; e a autori che considero maestri, quelli che hai nominato tu – Fenoglio, Calvino, Pavese – ma anche Arpino, Vittorini, alcuni libri di Bilenchi, la Duras, Steinbeck. E a fianco di letture di pura narrativa altre opere quali l’autobiografia di Mandela, “Non c’è futuro senza perdono” di Desmond Tutu, “L’uomo in rivolta” di Camus, il “Diario partigiano” di Ada Gobetti.

 

Il romanzo sembra fortemente segnato da una bipartizione: un dentro e un fuori, con un ritorno finale, quasi a scandire che “La Casa dei bambini” non è solo un Bildungsroman, ma anche una Ringkomposition, fortemente giocato nel segno dell’amicizia.

Dentro l’orfanotrofio, la casa dei bambini del titolo, Nuto (che non mi sembra un nome scelto casualmente) Dino Sandro e Giuliano si conoscono e insieme nutrono il folle e spudorato desiderio di andare via, fuori, scappare. In questa prima parte la struttura da romanzo tradizionale, di stampo novecentesco, persino dickensiano, mi è apparso evidente.

Una volta fuori, la follia della realtà li cattura e li allontana l’uno dall’altro, eppure quel sentimento di amicizia perdura sia nei sentimenti che nelle scelte da adulti che si troveranno ad affrontare.

L’hai pensato diviso in due parti il tuo romanzo, oppure come sembra indicare l’indice la ripartizione narrativa è sancita dai personaggi, più che dallo stare dentro o fuori la casa?

CocchiCredo che sia più giusto parlare, rispetto a questo libro, di due piani, l’interno e l’esterno, la Casa dei bambini da una parte, e ciò che è fuori dalla Casa dall’altra, piuttosto che pensare a tre diverse sezioni. Anche perché Sandro Nuto e Dino – rispettivamente i protagonisti delle tre parti del libro -, insieme a Giuliano e Viola – che con loro costituiscono il gruppetto degli amici di lacrime -, potrebbero rappresentare qualità diverse di uno stesso personaggio, sfaccettature di una singola personalità. I chiari e gli scuri di ogni uomo. Ora che mi ci fai riflettere, la prima idea che ho avuto, mentre scrivevo il libro, è che ognuno di loro fosse il prodotto della fantasia di Sandro: un bambino che per proteggersi abbia bisogno di costruirsi un mondo immaginario, presente e futuro, dove i personaggi che lo abitano non sono che proiezioni della sua mente. Poi questo è apparso troppo complicato da realizzare, forse troppo cervellotico, così ho iniziato ad affezionarmi ad ognuno di loro, come se ognuno di loro fosse una persona a sé stante. Dunque, dicevo, due piani, un interno e un esterno, perché questo – tornando alla tua domanda -, ha a che fare col romanzo di formazione – e oltre a Dickens penso a “I ragazzi della via Pal” di Molnar -, così come con una necessaria circolarità. Rispetto al romanzo di formazione, credo che lo sviluppo dei personaggi, come quello di ogni essere umano, abbia sempre a che fare con una pulsione interna che spinge a guardare il fuori e a modificarlo; e con un esterno che viene modificato ma allo stesso tempo offre esperienze nutritive – piacevoli o dolorose che siano -, che modellano il dentro. In una sorta di danza reciproca di rispecchiamenti e adattamenti che rappresenta sempre un Noi – inteso come un Me e un Te in relazione -, e che permette a ogni persona – e, in senso più ampio, a ogni società -, di essere ciò che è. In fondo, e questo oramai è appurato, ogni neonato apre gli occhi sul mondo in un suo speciale modo di guardare, ma cercando sempre un oggetto – genitore, o figura accudente –, al quale agganciare lo sguardo e dal quale sentirsi compreso e aiutato nel nominare e dare significato al mondo. Quello sguardo, dall’altra parte, è uno sguardo atteso che restituirà piacere e valore a chi se ne prenderà cura, in un’esperienza estetica reciproca irripetibile. Ecco perché insisto sul dire che questo libro parli, tra le altre cose, del fatto che in ognuno di noi vi è necessariamente l’Altro da noi.

Rispetto alla circolarità, invece, penso che questo dentro-fuori abbia a che fare con lo sviluppo dell’uomo in senso generale, e dell’essere umano in senso particolare, così come – credo – abbia a che fare con il passaggio dall’infanzia a età adulta, che non sono stati indipendenti, ma collegati circolarmente – sebbene noi percepiamo degli scalini, dei salti, che corrispondono, sappiamo, anche a scalini e salti neurobiologici -, perché in ogni adolescente c’è anche il bambino, e in ogni adulto c’è anche l’adolescente e il bambino, e in ogni vecchio… in una concatenazione che è sempre circolare. In questo senso diviene fondamentale il tema della fuga, come spinta necessaria alla ricerca della verità, ad andare oltre il limite, oltre il muro di cinta, per conoscere ciò che sta fuori – anche fuori di noi -. Si può parlare di limen – la soglia, il limite domestico, che dobbiamo attraversare, anzi trasgredire, per diventare grandi -, e il limes – il muro di cinta, l’ostacolo costruito per difenderci da ciò che temiamo -. Ne La Casa dei bambini ciò che poteva essere soglia – la verità sulla ribellione -, diventa muro di cinta. Lo comprende Dino alla fine, quando intuisce che per i bambini quel muro sarebbe stato facilmente valicabile, ma avevano troppa paura per farlo, e la paura nasce perché l’adulto non ha reso comprensibile, nominabile – attraverso un’opera di bonifica -, la realtà esterna, così come un padre e una madre dovrebbero fare quotidianamente, inconsapevolmente, col loro neonato. Il muro di cinta – su un piano evolutivo -, è l’ostacolo che innalziamo quando ovattiamo il mondo dei figli, lo depotenziamo dai pericoli, ma così facendo – senza rendercene conto -, trasformiamo il limen in limes, trasformiamo questo mondo in qualcosa di ancora più incomprensibile e pericoloso, costringendoli a rifugiarsi in altre realtà, in altri mondi, ma questa è un’altra storia… Il ritorno a La Casa è allora il ritorno al legame emotivo originario, quello del bambino con la sua figura di accudimento, in questo caso quello dell’amicizia, permettendo a Dino di fare ciò che gli adulti non hanno saputo fare con lui, di affrontare la verità, di dare un senso a ciò che fa paura, di offrire a Caterina – la bambina, figlia di un reduce di guerra, che conosce nella locanda e che gli ricorda Viola -, un possibile futuro, una rete di affetti che possa accoglierla insieme alla sua famiglia.

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Nel fuori predomina la violenza e la lotta. Nemici e amici, vecchi nemici che si dimostrano amici, amici che si trasformano in traditori, tradimenti che sono una promessa d’amore. Il sentimento di amicizia e i legami fraterni che sostanziano scelte, gesti, parole e reazioni. L’amore relegato sullo sfondo.

Sentimenti virili, che poco si concedono alla speranza di un futuro migliore e che lasciano come la cicatrice delle sofferenze e delle disgrazie che segnano le esistenze dei personaggi.

È un mondo senza speranza e senza futuro quello che descrivi? Per cosa hanno lottato Nuto e i suoi? Per cosa hanno perso l’amore e la prospettiva di un domani sereno? Perché anche la scelta di Sandro di tornare alla Casa sembra il bisogno di un rifugio, più che un decisione deliberata. Da cosa continuano a fuggire i tuoi personaggi, una volta fuggiti dalla Casa dei bambini e dall’infanzia?

CocchiQualcuno ha letto in questa storia una profonda disillusione, una pessimistica visione dell’uomo per ciò che riguarda la sua capacità di migliorarsi, di essere realmente democratico, di saper conservare per sé e per gli altri le libertà per le quali periodicamente combatte e muore. Come se l’uomo, in fin dei conti, mettesse sempre a nudo una componente egoistica – oggi, direi, anche patologicamente narcisistica -, spesso espressa con tanta ferocia da distruggere ciò che con fatica aveva costruito. Freud avrebbe parlato di pulsione di morte ma, nonostante la mia formazione psicoanalitica, la pulsione di morte è una teoria che da sempre trovo poco convincente, parlerei più di una spinta alla massima espressione delI’Io, a discapito di tutto il resto.

Credo che quei personaggi della Casa – soprattutto Giuliano, Dino e Sandro -, che combattono nella rivolta e ne escono vivi, trovano soluzioni diverse al medesimo problema: che fare di fronte alla ferocia dell’uomo, all’orrore – avrebbe detto il Kurtz conradiano di Cuore di tenebra -, quando questo si manifesta? Sandro si rifugia in una condizione di follia, reale o fittizia che sia. Certo, in attesa di nuovi bambini, ma quali bambini? quelli che verranno? o quelli che sono stati gli amici di lacrime, in un delirante desiderio di ritorno all’infanzia? Quella di Sandro rischia di essere una fuga in una condizione di sterile solitudine, come spesso è la follia. Dino sceglie di camminare per tutta la vita in equilibrio precario, funambolo sospeso nell’aria, certo, con una rete di protezione ad alcuni metri sotto di lui, la rete delle amicizie che si muovono sotto il tendone del circo, ma con qualcosa di irrisolto dentro e soprattutto con la delusione di vedere la società tornare a essere una società repressa e controllata; una società illusa di vivere nel benessere, dentro quella logica che potremmo chiamare consumistica che ci porta a svendere gli ideali per i quali abbiamo combattuto a prezzo della vita. Non sono troppo sicuro che quella società sia tanto diversa dalla nostra e oggi, a cinquant’anni dai moti del sessantotto, i miei genitori – i nonni dei miei figli -, dovrebbero porsi qualche riflessione che vada in questa direzione…

L’America di fine ottocento, e poi l’America e l’Europa di tutto il novecento, e in questo nuovo millennio aggiungerei anche le crescenti potenze asiatiche, ci hanno convinti che noi abbiamo il diritto – se non addirittura il dovere -, di aspirare sempre al massimo, di ottenere ciò che desideriamo, di realizzare ogni nostro sogno perché l’Io, ci hanno raccontato, viene prima di tutto, e la vera libertà consiste nella sua massima espressione a discapito di tutto il resto. Come cercavo di spiegare nella risposta precedente, trovo che tutto questo non sia sbagliato soltanto dal punto di vista concettuale – oggi lo dicono le neuroscienze, le teorie evoluzioniste e persino alcune teorie economiche che il nostro Io prima di tutto è un Noi, un Me e un Te , ma anche profondamente disumano da un punto di vista etico – e l’uomo è un animale etico, dato che a differenza di tutti gli altri animali è dotato della capacità di pensare -.

Giuliano, a differenza di Sandro e Nuto, decide di far parte di questo sistema, di stare dalla parte di chi comanda, è il bambino che per paura non voleva fuggire, che tradiva gli amici pur di non farli scappare oltre il muro di cinta; Giuliano sceglie di stare nella pace controllata, nella pace ottenuta a discapito delle più elementari libertà, nel rabbonimento generale, direi, rifugiandosi – per evitare nuovi conflitti e sofferenze -, in un sistema reazionario e conservatore, era necessario che fosse così, dice Giuliano a Dino. Ma in fondo Giuliano non è che una pedina del sistema politico economico, e quando se ne accorge ripone in Dino la fiducia del riscatto, riscatto che affonda le radici proprio nella verità: quella sui metodi di governo, sulla Casa dei bambini, sulle luci e ombre che hanno caratterizzato la rivolta, e quindi anche sulla vita dei loro amici: Nuto, Lina, Sandro…

Giuliano mi permette di mettere in evidenza, come suggerisci tu, il fatto che nell’uomo c’è sempre ambivalenza; gli esseri umani per molti versi sono fragili, perché soggetti all’emotività; spesso – come spiega Lupo –, si illudono di scegliere, quando sono le circostanze a scegliere per loro. Tutti siamo capaci di azioni alte e nobili, così come di azioni basse e vili. In questo libro sono molti i personaggi a dover prendere decisioni difficili e dolorose, che hanno a che fare con la propria sopravvivenza e quella dell’Altro, costretti a tradire se stessi o gli affetti: Giole, Nuto, Lina, Gracco, Giuliano, Dino… Non esprimo giudizi – se non quando si è in cattiva fede, su questo non transigo -, perché davvero credo che quella del libero arbitrio sia una vana illusione, spesso è l’inconscio a scegliere per l’uomo o, peggio, sono le circostanze. Come L’8 settembre del ’43, una data che da sempre ho stampata in mente: da un momento all’altro, dopo l’armistizio, abbandonato dai padri, senza più modelli vicini, tu devi scegliere: da che parte stare? Quale parte rappresenta il tuo sentimento per la patria, o l’idea di giustizia, o l’idea di libertà? Oggi è facile scegliere, ma all’epoca, in quelle condizioni storiche, a sedici, diciassette, o diciotto anni, con la paura sulla pelle e la morte alle costole, cosa avremmo scelto di fare? Da che parte saremmo andati?

Non dico che non ci debba essere giudizio o legge, è necessario che ci sia, dico che l’uomo è debole. Tempeste emotive – interne -, o di vento e pioggia – esterne -, ci porteranno fuori rotta, ma ho la mia personale convinzione verso quale rotta dovremmo tenere la barra del timone: andare dove sta l’Altro da noi, secondo le nostre forze e le nostre possibilità. Per fare questo, ne sono consapevole, è necessario che l’uomo impari a rinunciare, sembra poca cosa, ma è il più grande sacrificio che potremmo chiedere all’uomo occidentale, all’uomo del benessere, all’uomo del tutto e subito. Come fa Dino, è necessario imparare l’arte della rinuncia, non tanto per noi, ma soprattutto per i nostri figli, per le generazioni future, per chi – a differenza di noi – non ha potuto avere tutto questo…

 

La tua è una scrittura di dettagli. Ti piace indugiare sui particolari, che siano dell’ambiente o dei gesti o delle reazioni dei personaggi. È come se tu li scansionassi alla ricerca del senso vero, che si racchiude in essi.

La cura minuziosa dei dettagli serve solo a creare l’atmosfera narrativa in cui si muovono i personaggi, o ha un senso più pregnante di ricerca di una verità da far emergere nella scrittura?

CocchiPer questo ci sono maestri straordinari, la Mansfield, Carver, London, Hemingway, Steinbeck, Fenoglio, Pavese e molti altri: tu leggi una cosa e ne percepisci un’altra. Mi piace l’idea che si possa dire una cosa per il tutto; soffermarsi su un particolare in grado di evocare l’intera immagine: il tronco di un albero per dire il bosco; il movimento di una mano per dire lo stato d’animo di un personaggio. Per fare questo è necessario inseguire analogie, e anche un’innata capacità del nostro cervello di passare da uno stato sensoriale all’altro. Sapevi che in psicologia dello sviluppo – in contesto sperimentale -, si è dimostrato che se un neonato ciuccia due ciucci con superfici diverse, uno liscio e l’altro ruvido, lui, senza averli mai veduti prima, saprà distinguere il ciuccio che ha ciucciato? Sente con la bocca, e automaticamente vede con gli occhi. Non è magia, ma una straordinaria funzione associativa del cervello. Scrivere, per me, ha lo stesso fascino, tu descrivi una cosa, ti soffermi su un particolare, e la tua mente vede, o sente – emotivamente -, qualcos’altro. In tal senso credo abbia valore il fatto che siamo cresciuti nutrendoci di immagini, ferme o in movimento. A partire dal novecento, la fotografia, poi il cinema, la televisione, internet… ci nutriamo quotidianamente di immagini; il nostro cervello è una sorta di enciclopedia, e allo stesso tempo di macchina che ordina e cataloga, per cui i processi associativi di cui parlavo si sono profondamente rafforzati. È vero, come molti critici sottolineano gli autori contemporanei hanno perso la capacità dei grandi affreschi dell’ottocento, o dei primi anni del novecento, ma allora c’era bisogno di rappresentare dei mondi altrimenti non rappresentabili, oggi quei mondi fanno già parte della nostra galleria mentale. Ecco, dunque, che una singola pennellata, se questa ha la giusta tonalità di colore, la giusta intensità, ti proietta in un altrove, figurativo e emotivo, che è già dentro di noi. Rispetto al passato è meglio, o è peggio? Non so, è così, e a questo punto non potrebbe essere altrimenti. Dunque, dal mio punto di vista, dovremmo cercare di fare cose buone a partire da questa condizione: la lingua diventa per me centrale, cercare la parola giusta per dire quel particolare concetto, la parola più evocativa, più potente, più espressiva, e di conseguenza anche il giusto dettaglio sul quale soffermarsi. In questo mi ha aiutato la lunga e forte tradizione poetica pistoiese, e tra tutti Roberto Carifi e Alessandro Ceni – quest’ultimo fiorentino -, perché la poesia fa questo, trova l’unica parola, o serie di parole, per dire quello che si sente di dover dire. La forma breve, nella narrativa, trova allora nuova ragion d’essere, e finalmente in questi ultimi due tre anni sta tornando in voga. Come ho scritto altrove, l’Italia è luogo di racconti brevi, da Boccaccio in poi i maestri sono molti, perché è lo stesso nostro territorio a evocare il racconto, un Paese lungo e stretto, con scorci taglienti mozzafiato, ripide montagne a picco sul mare e non ampie distese a perdita d’occhio, o ampi oceani sui quali navigare; è qualcosa che abbiamo dentro, la forma breve. La Casa dei bambini, in fondo, è l’inanellarsi di tre racconti, ognuno potrebbe avere vita a sé, ognuno avrebbe senso anche preso indipendentemente dagli altri.

 

Ultima domanda: se dovessi scegliere tra gli scrittori un lettore ideale del tuo romanzo, chi sceglieresti? Preferiresti affidarlo a una voce del XX o del XXI secolo?

CocchiPer questa domanda non ho dubbi, e ne approfitto per parlare di un autore di cui da tempo vorrei scrivere. Se potessi scegliere a chi far leggere il romanzo, sceglierei Francesco Biamonti. Uno di quegli scrittori che, nonostante sia pubblicato da un grande editore, in Italia è misconosciuto. Uno degli autori che mi ha emozionato di più, e che mi ha insegnato di più. Attesa sul mare, Vento largo, L’angelo di Avrigue sono storie indimenticabili, senza tempo, che narrano l’uomo, il suo bisogno di avventura e di ritorno, la necessità di migrare, l’uomo solitario e l’uomo amico, in pace con se stesso ma in eterna ricerca dell’Altro. Storie che narrano di donne che incarnano la natura, selvagge e sfuggenti, forti e accoglienti, desiderate e rispettate, quanto si può desiderare e rispettare un fiore di rara bellezza.

In Italia ci sono, e ci sono stati, narratori straordinari nel descrivere la natura, ma forse nessuno ha fatto quello che ha fatto Biamonti: vissuto quasi un’intera vita sull’appennino ligure, tra l’Italia e la Francia, con la montagna ai suoi occhi e il mare ai suoi piedi, in un fienile che ha ristrutturato facendone una casa, a coltivare – vuole la leggenda -, mimose amate e odiate, ha lasciato che le immagini dei luoghi e degli eventi, colte giorno dopo giorno in ogni condizione metereologica, si affastellassero, si depositassero nella sua mente, finché un giorno ecco che da quella collezione si condensa una frase, una parola, un concentrato in grado di dire l’essenza esatta di tutto quel materiale. Il modo più bello – non trovo altro termine -, per dire quello scorcio, quell’albero, quel cielo o quel mare che evoca in chi legge tutto ciò che Biamonti, in anni di osservazione, ha registrato attraverso i suoi sensi. Apro un libro a caso e leggo: “Salirono tra arastre. Cariche fin sulle spine di lumache bianche e magre, oscillavano sull’abisso aggrappate al dirupo con tutte le loro mani. Un po’ più in là rocce pianelle e rocce alte facevano una musica in sordina.” Capisci quello che intendo?

Allora, se davvero potessi, busserei alla sua porta e gli lascerei il libro sul tavolo, o sulla cimasa del camino, e lo pregherei di accompagnarmi lungo le mulattiere su quelle terrazze, tra gli ulivi frustrati dal vento, le mimose, fino agli altopiani di lavanda. In silenzio, perché di parole non ci sarebbe bisogno. E io camminerei dietro di lui come un ragazzo non ancora adolescente cammina dietro un padre, o un nonno, in cerca di un modello da seguire.

Chiacchierando con… Michele Cocchi
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