di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

Lo zainaccio

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Alessandro Zaccuri parlando di libri, in una magnifica serata/lezione ai Diari, ha detto che la Lettura è inizialmente un fatto molto intimo, ma poi può diventare condivisione e momento di comunità. Già parlare di un romanzo uscito nel 1897 come “Dracula” di Bram Stoker, e vedere nel pubblico degli sguardi illuminarsi, era senso di comunità. Sono tanti i romanzi e i libri che hanno avuto un impatto così forte sull’immaginario collettivo, sulla definizione di un genere narrativo, e perfino sulla psiche delle persone. E con alcuni di questi libri, da quando esistono i social, si creano, oltre gli scambi di opinione, anche giochi divertenti, passatempi leggeri e qualche volta si fanno diverse scoperte. Ho scoperto, ad esempio, che esiste, in Italia, un partito che non avete trovato nelle schede elettorali di domenica 4 marzo, perché non hanno fatto in tempo a depositare entro il termine del 21 gennaio le firme e il contrassegno politico necessario, in vista del voto. Si tratta del Partito Contro le Cacatelle Editoriali, e il suo leader, il palermitano Antonio Vena, è stato molto chiaro con me : “attento quando fai lo zainaccio: noi ti guardiamo”.
“Lo zainetto”, “Lo zaino della parrucchiera”, “Quella specie di contenitore in cui si elencano e scopiazzano le sinossi dei libri, che per lui sarebbero fighi”, “Il sacchetto della spazzatura editoriale”, “La cartella delle bestemmie sintattiche del libraio fru fru” “La bricolla dello scassacazzi”. Sono solo alcune delle gentili espressioni usate in questi anni per definire Lo Zaino sul Blog di GiudittaLegge, pronunciate in ordine: da uffici stampa, snob e con gli abiti dei terremotati irpini dell’ottanta, da scrittori che preferiscono finire sul giornale blasonato e vendere, poi, solo tre copie in libreria (quelli che guai mai a dire grazie o condividere il post!), editori sfigati e rampanti e infine quel genere di librai aggressivi “yeahchequantosiamofortiequantosiamofighisolonoi”. Nessuna di queste espressioni ha mai scalfito la corazza della mia indifferenza, perché lo zaino è stato creato, in fondo, col solo scopo di raccontare le cronache da una libreria indipendente che resiste e cercare di fare buona divulgazione tra i lettori veri. Tutto potevo mandare giù, meno che mai l’espressione “zainaccio” scritta con la zeta minuscola. Per cui, da oggi in poi, starò molto attento a mettere dentro il mio sacchetto di tela capiente solo la Qualità, o almeno cercherò di farlo per non cadere nelle maglie moralizzatrici di questo temibile partito.

DilettantiPer questa ragione, tra i libri da mettere questa settimana nello zaino, parto da un libro che mi sta molto a cuore e si intitola “Dilettanti”, scritto da Gilberto Severini e pubblicato da Playground nella collana Fandango. Ho scelto un libro bomba da cui partire per fare un viaggio insolito nella editoria di Qualità e non essere considerato il dispregiativo di uno Zaino.

Playground Libri è una piccola e raffinata casa editrice,che si è sempre distinta per scelte di qualità e adesso affiliata al gruppo Fandango, pubblica ottima letteratura, da Edmund White a Helen Humphreys, da Allan Gurganus a Emidio Clementi. Alcuni di questi volumi parlano di sesso, parte di questo sesso è omosessuale. È la casa editrice in cui, da diversi anni, vengono pubblicate le opere di Gilberto Severini. Pier Vittorio Tondelli lo chiamava «lo scrittore più sottovalutato d’Italia».

Nato nelle Marche Gilberto Severini, vive a Osimo. Autore di romanzi e di libri di racconti. È diventato un autore di culto con la pubblicazione nel 1996 di “Congedo ordinario”, ma non hai mai smesso di essere sottovalutato. Anzi, come scrive Elena Stancanelli

“la sottovalutazione è diventata quasi un suo tratto stilistico, si è trasformata in un modo di scrivere, morbido come quel velluto che nasconde il ferro”.

Tra gli altri romanzi di Gilberto Severini ricordiamo “La sartoria” e “Ragazzo prodigio Background”. Nel 2011 è stato Finalista al Premio Strega con un altro libro edito da Playground libri “A cosa servono gli amori infelici “.
Gilberto Severini è uno scrittore raffinato e riservato che ha fatto della chiarezza e dell’essenzialità la sua cifra stilistica precisa. Lo stile e la cura di Severini va per sottrazione anche in questo nuovo romanzo, che arriva dopo alcuni anni di silenzio e uscito il 15 febbraio scorso, che racconta le trasformazioni sociali degli ultimi cinquant’anni di vita italiana. Gilberto Severini racconta le vite e le disavventure di un gruppo di “dilettanti della vita”, costretti a fare i conti con le proprie impotenze e le prepotenze dell’ambiente provinciale, alla disperata ricerca di una felicità che col tempo si trasforma in ricerca di una rassegnata quiete, rimessa però in discussione da nuove energie e da protagonisti nuovi. Sergio, Giancarlo, Giulio, Giovanna, Marcello: ogni protagonista incarna un decennio, con le sue aspirazioni e le sue paure, con i suoi riti e con le sue regole, spesso subite. Con una serie di sequenze cinematografiche ci viene raccontato mezzo secolo di provincia italiana attraverso questi personaggi, emblemi di vite irrisolte. Un gruppo di amici, timidi e riservati, si frequenta, si ama, si perde, si ritrova dagli anni cinquanta in poi, cominciando dalle riunioni nella sala che il parroco concedeva ai ragazzi per suonare, passando per gli spettacoli pomeridiani nei cinema di provincia, ambienti usati anche per il sesso solitario in gruppo, fino alle chat e ai filmati erotici oggi così facilmente fruibili. Sergio, Giulio, Vincenzo, la dottoressa Giovanna, Lorenzo e il giovanissimo Marcello sono i protagonisti di questa lunga carrellata in piano sequenza che prende le mosse dalla fine degli anni Cinquanta in una cittadina delle Marche, dominata dalla Chiesa, dai riti e dal controllo sociale, per proseguire con brevi incursioni romane negli anni Settanta, e approdare, infine, ai territori contemporanei della rete, degli ambienti virtuali, senza più centri e periferie, capaci di incoraggiare imprevedibili dialoghi tra sconosciuti, magari anche tra giovani e maturi, sul crinale di un desiderio sempre più diretto, a tratti brutale, ma allo stesso tempo ambiguo nei suoi accenti romantici. Una galleria di “dilettanti della vita”, di protagonisti sentimentali, integri, ma anche goffi e spaventati, spesso incapaci di collegarsi con orgoglio e determinazione ai propri desideri.

La bastarda della Carolina“La bastarda della Carolina” di Dorothy Allison nella traduzione di Sara Bilotti, edito da Minimum Fax, è un altro dei nuovi titoli dei Diari ed uno di quei libri che eleva la Qualità molto al di sopra della regolare asticella. Un romanzo a tratti terribile che trabocca d’amore a ogni pagina: l’amore per i vinti e i reietti. La voce della protagonista nulla ha da invidiare a Huckleberry Finn, a Holden Caulfield e a Scout del «Buio oltre la siepe».

Ruth Anne Boatwright, per tutti Bone, dal padre ha ereditato solamente un certificato di nascita che la dichiara bastarda. In una famiglia nella quale amore, rabbia e prevaricazione fanno parte di un unico coacervo di sentimenti spesso incontrollati, a sorreggerla è il disperato e dolcissimo rapporto che la lega alla madre, e che neanche le violenze subite dal patrigno riusciranno a spezzare. Ambientato in una cittadina del South Carolina negli anni Cinquanta, ricco di riferimenti autobiografici, il romanzo di Dorothy Allison racconta con un’intensità senza precedenti un mondo crudele e amorevole al contempo, nel quale la brutalità maschile e la resilienza delle donne, il desiderio di rivolta e la forza dei legami familiari coesistono in un intrico indissolubile.
La scrittura cristallina e di inarrivabile durezza, la profondità dello sguardo gettato sull’adolescenza, il ritratto dall’interno dei white trash e di un Sud quasi senza riscatto hanno fatto gridare la critica al capolavoro e hanno indotto a paragoni con classici quali “Il buio oltre la siepe” e “Il giovane Holden”. A pochi anni dalla sua pubblicazione, il romanzo fu al centro di una controversia legale quando una scuola decise di proibirne la lettura agli studenti; in sua difesa si schierarono anche Stephen King e la moglie Tabitha, che distribuirono copie del volume nelle biblioteche del Maine perché potesse essere letto gratuitamente.

L'inconfondibile tristezza della torta al limone«L’inconfondibile tristezza della torta al limone» di Aimee Bender, tradotto da Damiano Abeni e Moira Egan,è l’altro libro edito sempre da Minimum Fax da pochi giorni in libreria.

Alla vigilia del suo nono compleanno, la timida Rose Edelstein scopre improvvisamente di avere uno strano dono: ogni volta che mangia qualcosa, il sapore che sente è quello delle emozioni provate da chi l’ha preparato, mentre lo preparava. I dolci della pasticceria dietro casa hanno un retrogusto di rabbia, il cibo della mensa scolastica sa di noia e frustrazione; ma il peggio è che le torte preparate da sua madre, una donna allegra ed energica, acquistano prima un terrificante sapore di angoscia e disperazione, e poi di senso di colpa. Rose si troverà così costretta a confrontarsi con la vita segreta della sua famiglia apparentemente normale, e con il passare degli anni scoprirà che anche il padre e il fratello – e forse, in fondo, ciascuno di noi – hanno doni misteriosi con cui affrontare il mondo.
Mescolando il realismo psicologico e la fiaba, la scrittura sensuale di Aimee Bender torna a regalarci una storia appassionante sulle sfide che ogni giorno ci pone il rapporto con le persone che amiamo. Aimee Bender, californiana, è nata nel 1969. Suo padre è uno psichiatra, sua madre una ballerina e coreografa. «Due professioni», ha osservato in un’intervista, «che hanno profondamente a che fare con l’inconscio, anche se la prima ha una forma di espressione verbale, l’altra completamente non verbale»: entrambe a loro modo influenzeranno la sua scrittura. È autrice di due romanzi, “L’inconfondibile tristezza della torta al limone” e “Un segno invisibile e mio”, oltre a due raccolte di racconti, “La ragazza con la gonna in fiamme” e “Creature ostinate”, tutte pubblicate in Italia da Minimum fax. I suoi libri sono stati tradotti in più di dieci lingue.
Fra i suoi padri letterari Aimee Bender indica Calvino e García Márquez, accanto a maestri della fiaba come Hans Christian Andersen e i fratelli Grimm e a moderni classici americani come J.D. Salinger e Donald Barthelme; ma nomina anche la musica di PJ Harvey e Jane Siberry, i fumetti di Lynda Barry, i balletti di Pina Bausch e il cinema di Jane Campion. Al momento Aimee Bender vive a Los Angeles, dove insegna scrittura creativa alla South California University.

La maestra dei coloriLa raccolta di racconti “La maestra dei colori” è stato segnalato fra i «NotableBooks of the Year» dal New York Times.
La scrittura di Aimee Bender è da sempre un inconfondibile mix di realismo e fantasia; in questa raccolta di racconti la sua voce, carica di sensualità e magia, continua a ridisegnare il mondo in maniera originale, senza concessioni al sentimentalismo e ai cliché della narrativa «femminile». Alcune storie sono ambientate al giorno d’oggi, fra teenager al centro commerciale o studentesse in un campus universitario; in altre fa capolino l’elemento surreale (un ragazzino che soffre di «analfabetismo facciale», cioè non riesce a distinguere il viso delle persone e la loro espressione; un vecchietto inoffensivo che è convinto di essere un criminale nazista); altre ancora sono incantevoli esempi di «realismo magico» (una sarta viene rapita e condotta in un paese dell’Asia dove dovrà rammendare le tigri a cui si stanno strappando via le strisce) o rivisitazioni di fiabe classiche. Fin dal 1999 il New Yorkeraveva segnalato Aimee Bender come uno dei «venti scrittori per il 21° secolo».

Perché non sono femministaAppena uscito per Sur Edizioni nella collana BigSur il libro di Jessa Crispin, autrice di «Perché non sono femminista» nella traduzione di Giuliana Lupi: un pamphlet provocatorio sul femminismo moderno.
Jessa Crispin (1978), blogger e attivista, è autrice dei libri “The Dead Ladies Project” e “The Creative Tarot”. Ha fondato le riviste letterarie online Bookslut e Spolia. Ha scritto inoltre per numerose importanti testate, tra cui il New York Times, il Guardian, il Washington Post e la Los Angeles Review of Books.
Negli ultimi anni assistiamo sempre più di frequente al fenomeno di attrici, cantanti e celebrità che proclamano la loro adesione al femminismo; contemporaneamente, sui social network e sui mass media sono sempre più all’ordine del giorno gli scandali legati alle molestie e le campagne contro i comportamenti sessisti. Ma qual è esattamente la natura di questo «femminismo» che tanto spesso viene chiamato in causa? Davvero basta condannare gli abusi sessuali e credere nel semplice principio che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, per potersi dichiarare femministe?
Questo pamphlet agguerrito e provocatorio ci mostra come il femminismo moderno, nel suo sforzo di essere il più inclusivo e universale possibile, abbia perso la sua carica rivoluzionaria, la capacità di legare la lotta per l’emancipazione femminile a una più ampia battaglia per il rovesciamento dello status quo, e come dietro il cosiddetto girl power si celi in realtà l’accettazione degli stessi valori del sistema patriarcale che crea l’ingiustizia e le disuguaglianze: il denaro, il potere, la sopraffazione del più debole in nome della realizzazione di sé.
Recuperando le teorie del femminismo del Novecento, “Perché non sono femminista” tenta invece di immaginare nuovi valori e nuove pratiche per costruire un progetto completamente diverso, insieme collettivo e radicale:

«una rivoluzione totale in cui alle donne non sia semplicemente permesso di partecipare al mondo come già è, ma in cui siano parte attiva nel riformarlo».

Mantenere alto il livello di posizionamento dell’asticella della Qualità implica fare delle scelte, ed è giusto che queste scelte possano essere giudicate da chi si batte per evitare che il mercato editoriale si riempia di inutilità. Anche negli Autori che si decide di portare in libreria e nei libri da suggerire bisogna fare scelte molto oculate e precise.

Come non lettoSabato 3 marzo abbiamo voluto a tutti i costi fare un incontro con il giornalista e scrittore Alessandro Zaccuri intorno al suo libro “Come non letto. 10 classici più uno che possono ancora cambiare il mondo”, edito da Ponte alle Grazie. La giornata era delle più tremende, dal punto di vista meteorologiche. Dal Giovedì che cadeva copiosa la neve e, tra tempeste e gelicidio, era stata chiusa l’autostrada, con i treni che transitavano con forti ritardi. Zaccuri, da grande professionista è arrivato puntualissimo e noi non abbiamo voluto annullare l’evento. E siamo stati premiati dalla presenza di un pubblico numeroso e attento.
Alcuni classicissimi della letteratura sono stati al centro di una serata interessante. Del resto erano gli stessi classici protagonisti di questo libro dell’autore de “Il signor figlio” e de “Lo spregio” edito da Marsilio, con cui era già stato nostro ospite nel novembre del 2016 (QUI la cronaca dell’incontro ai Diari ma anche QUI).

Saggista, giornalista, narratore, e da poche settimane anche curatore di una Serie per una casa editrice, nostra cara amica, NN Editore, Crocevia, inaugurata poche settimane fa con “Di ferro e d’acciaio” di Laura Pariani. La serie è sulle parole implacabili della nostra tradizione cristiana. Le parole del lessico del cristianesimo, che conservano ancora la loro forza e necessità. Nel primo libro firmato da Laura Pariani, la parola chiave è Passione.

I grandi classici non hanno mai finito di dire quello che devono dire, era solito dire Italo Calvino.
Don Chisciotte, Il conte di Montecristo, Moby Dick, Dracula: libri che hanno cambiato chi li ha letti e forse possono ancora cambiare il mondo. Almeno così la pensa Zaccuri che nel suo saggio affronta 10 capolavori della letteratura più uno analizzando le tematiche fondamentali: il sogno per “Don Chisciotte”, la vendetta per “Il conte di Montecristo”, il mistero per “Moby Dick”, il male per “Dracula” e così via. Offre in questo modo un’originale chiave di lettura e suggerisce nuove, impreviste prospettive per accostarsi alle opere, e intanto incoraggia il lettore a darne una propria interpretazione (e ovviamente a leggerle o rileggerle). La grande letteratura dimostra di non essere un passatempo per privilegiati e si conferma un’esperienza fondamentale, non solo per il piacere del singolo lettore, ma per il bene della società nel suo complesso. E se anche non vogliamo più chiamarla “impegnata”, resta capace di dare il suo piccolo contributo per rendere il mondo un posto migliore.
Con la letteratura, forse, non si mangia. Ma si può dare da mangiare. I libri, o almeno opere che si meritano il nome di classici, da sempre sono un nutrimento per l’anima, e in certi casi possono anche rivelarsi utili per nutrire i corpi o comunque per aiutare a vivere una vita più dignitosa. È quanto ha sperimentato Alessandro Zaccuri nei suoi incontri pubblici, intitolati “Come non letto”, che sanciscono una alleanza tra letteratura e solidarietà. Basta avere un concreto progetto di assistenza per i bisognosi, beni (non soldi) da raccogliere e un libro di cui parlare: Zaccuri racconta e interpreta, il pubblico porta in cambio la sua offerta materiale. “Come non letto” è nato così, ma adesso è cresciuto a sua volta in un libro, i cui diritti saranno devoluti all’Associazione Nocetum di Milano.

Nello Zaino di Antonello: Lo zainaccio