di Federica Pergola

Federica Pergola, lettrice, con la rubrica “Le amiche consigliano”
Federica Pergola, lettrice, con la rubrica “Le amiche consigliano”

 

 

 

 

 

Non c’è mondo, c’è solo l’Isola

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 Lost – la serie televisiva ABS  divenuta parte della cultura popolare americana (e non solo); che ha dato vita a fiumi di interpretazioni critiche, così come a videogiochi, fumetti, alternate reality game; la serie acclamata da pubblico e critica, vincitrice di un Golden Globe nel 2006 e di tre Emmy Award nel 2005, 2007 e 2009; con più di sedici milioni di telespettatori per ciascuna puntata della prima serie – contemporaneamente B-movies e fantascienza, Bibbia e Shakespeare, Jules Vernes e Stephen King – ha davvero dimostrato che la televisione non è la morte del cinema. Ma può invece essere la sua reinvenzione.

Lost è un capolavoro. Lost è una riflessione sull’Occidente, nella sua forma più angosciata e irriducibile” (Aldo Grasso, Buona maestra. Perché i telefilm sono diventati più importanti del cinema e dei libri, Mondadori).

La serie creata da J.J.Abrams e Damon Lindelof, con la sua carica di innovatività e mistero, non può che continuare ad affascinare e a disorientare al tempo stesso. Per come scompagina il nostro naturale modo di vedere. Le cose. Le persone. Il mondo.

“un mondo i cui confini, della realtà e della percezione che se ne ha, sono quanto meno moltiplicati (…) tra il normale e il paranormale i confini sono incerti, labili, a volte inesistenti” (Attilio Coco, Le serie Tv e l’esperienza del transito, Segnocinema 142)

Il punto di partenza è noto. Il volo di linea Oceanic 815, per un guasto non chiarito precipita su un’isola non identificata (e, scopriremo, non presente su nessuna cartina geografica). I sopravvissuti si accampano sulla spiaggia, in attesa dei soccorsi. Ma presto scoprono che il loro aereo è uscito dalla rotta prevista. E, soprattutto: che l’isola non è disabitata; che è un posto da cui sembra impossibile allontanarsi; che è un luogo carico di una stupefacente energia; che nasconde molte cose e dove, in definitiva, accadono fatti inspiegabili altrove…

“Questo posto è diverso. Ma se per tutto quello che ci è capitato qui esistesse una ragione?” (John Locke, Lost).

Concepita come uno “scavo archeologico” – Lindelof in un’intervista ha dichiarato: “Abbiamo deciso che la serie sarebbe dovuta essere come uno scavo archeologico: ogni stagione sarebbe andata ancora più a fondo, rivelando cose ad ogni strato”  – Lost ha al suo cuore l’enigma della verità. Tutto, in Lost, è un enigma. E ciò che muove i personaggi è la ricerca della verità.

        “Lost mette in scena l’enigma della verità. Mostrando tutti i limiti dell’idea di verità come adeguazione del pensiero e del discorso alle cose; e mettendo in guardia contro i rischi insiti nella volontà di verità a tutti i costi. Lost ti sprona a pensare a un’altra idea di verità, al di là di ciò che è semplicemente “esatto” “giusto” “adeguato”(…) Si tratta di imparare a scoprire e pensare una verità che, nel suo mostrarsi, lascia sempre un fondo di nascondimento e di mistero che devi imparare a custodire come tale” (Simone Regazzoni, La filosofia di Lost, Ponte alle Grazie).

E quindi non aspettatevi risposte esaurienti ed esaustive. Non avrete UNA risposta.

        “”non ci sarà una sola risposta per quanto riguarda l’Isola (…). Lost è un’esperienza partecipatoria, aperta all’interpretazione e dare interpretazioni chiare limiterebbe l’abilità del pubblico di tirare le proprie conclusioni e ricavare la propria interpretazione degli eventi (…). Vorrei restassero sempre delle risposte insolute, perché questo rende il pubblico creativo” (J. J. Abrams)

 Ma al di là delle domande più immediate che inevitabilmente sorgono alla fine della sesta serie (cosa è veramente successo? Dove sono ora e dove sono stati davvero i personaggi che abbiamo imparato a conoscere e amare?) Lost, più in profondità, ne formula altre: cosa significa sopravvivere? Esiste il mondo esterno o è solo un’illusione? Tutto accade per una ragione? Deriva tutto da un’arcana fatalità o si può essere artefici del proprio destino?

Davvero Lost riflette il conflitto tra queste due diverse visioni del mondo, incarnate nella fiction dai personaggi di John Locke, per il quale il significato delle cose è da cercarsi oltre la loro conoscenza sensibile; e di Jack Shepard, il dottore che invece sostiene la causa della ragione e dell’autodeterminazione. E’ una delle chiavi di lettura offerte da Attilio Coco in Le serie Tv e l’esperienza del transito, Segnocinema 142:

un conflitto “tra una mitologia classica, in cui il destino regola l’esistenza dell’uomo e del suo universo”  e “una più moderna in cui egli confida pienamente nelle sue capacità di farsi padrone della Storia e di tutti gli eventi che la costituiscono” (…).

  “Persiste qualcosa di sostanzialmente mitologico nella concezione di un mondo retto da forze umane (la ragione) e da altre forze (l’occulto,il destino) che ne oltrepassano la capacità di trovare spiegazioni a ciò che pure accade. Un universo in cui umano e sovrumano operano a stretto contatto. I protagonisti vivono su un confine che è un limite affascinante eppure pericoloso: di qua il rapporto con la normale quotidianità fatta di lavoro,affetti,valori,scelte consapevoli;di là la perturbante esperienza di ciò che lo sovrasta. La realtà si deforma e si moltiplica;il personaggio è costretto a operare in una situazione di continuo transito dall’una all’altra dimensione

E ancora:

Tutti trovano sull’isola, che da ambiente diventa progressivamente personaggio, occasione per riflettere sull’inevitabilità di ciò che accade loro. Non il caso, ma il destino governa le cose della vita”.

In questi confini incerti –  dove solo i punti di vista, gli sguardi (gli occhi che si aprono e che così aprono diversi episodi, ad indicare, se ancora ce ne fosse la necessità, il segno della prospettiva e della singolarità, il relativismo della “verità” in Lost) restituiscono un mondo altrimenti perduto – c’è Lost.

Non c’è nient’altro. Questo è tutto quello che è rimasto. Questo oceano e questo posto qui. Siamo chiusi in una palla di vetro con la neve. Non esiste il mondo esterno. Non c’è via di fuga” (Desmond Hume, Lost)  

Ma perdersi, rimanere soli, può anche voler dire ripartire da zero, e ricominciare. No?

“E’ solo quando siamo perduti, solo quando abbiamo perduto il mondo, che iniziamo a trovarci, che capiamo dove siamo e la distesa infinita delle nostre relazioni” (H. D. Thoreau).

Federica consiglia: Lost
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