Tere e Ste Barsac

Ah, ti avremmo fatta camminare un po’, su per i sentieri che amiamo, fino a uno dei rifugi sul lago: e lì, davanti a un bel piatto di polenta e selvaggina (o polenta e funghi, se sei vegetariana), avremmo chiacchierato con negli occhi il lago dall’alto e tutt’attorno la corona delle montagne. Fino al tramonto che si specchia nell’acqua, e all’accendersi delle mille luci dei paesi sui pendii, riconoscibili uno a uno, occhieggianti insieme alle stelle. E sarebbe stata poesia.

Non chiedetemi, dunque, il motivo dell’innamoramento immediato per Teresa Radice e Stefano Turconi, perché questo invito con cui hanno risposto alla tradizionale richiesta del Chiacchierando di trovare uno sfondo che rendesse reale ciò che è stato virtuale, è dimostrazione piena della grande umanità che li contraddistingue, della poesia insita nel loro essere e che trasfondono a piene mani e con grande generosità nelle loro pagine.

 

Clicca sulla copertina per accedere al sito della casa editrice.
Clicca sulla copertina per accedere al sito della casa editrice.

Quanto, quanto, quanto mi ha toccato “Non stancarti di andare”, il graphic novel scritto da Teresa Radice e illustrato da Stefano Turconi per Baopublishing, sin dal titolo e dalla copertina. Un’umanità piena e vitale, momenti cruciali e drammatici narrati con tocco lieve ed estremamente poetico, disegni di una bellezza indicibile.

Mi sembra che sia proprio questo il senso profondo della vostra scrittura: i disegni colmano quello che le parole non riescono a dire, come l’ineffabile bellezza e la serenità che deriva da certi paesaggi, il silenzio solenne di alcuni gesti, il dolore graffiante delle situazioni; e le parole arricchiscono quello che i disegni non possono spiegare, la pregnanza dei discorsi, l’importanza di una dichiarazione, il valore di un’affermazione.

Il risultato finale è un’intesa sapiente tra ciò che è narrato con le parole e ciò che è raccontato con le immagini: cosa viene prima nel processo creativo? le illustrazioni o le parole? Lavorate allo stesso tavolo o ciascuno nel proprio spazio?

NON STANCARTI DI ANDARE9Ciao Giuditta!

Innanzitutto GRAZIE del tuo interesse per il nostro lavoro e delle belle parole.

Il nostro è un processo creativo veramente “di coppia”, nel senso che il primissimo input per una nuova storia di solito viene sempre da qualcosa che riguarda entrambi: un’emozione condivisa, un tema che ci appassiona, un momento o personaggio storico che abbiamo voglia di approfondire, le sensazioni durante o in seguito a un viaggio… Poi, la suddivisione del lavoro è quella classica: prima viene la storia (sotto forma di soggetto e sceneggiatura), poi i disegni. In realtà, a monte di questo sta il momento in cui stendiamo insieme il progetto, ci immaginiamo i personaggi, le loro storie, le loro facce, dove andranno a finire… Di solito è Teresa a buttare lì più spunti narrativi e Stefano a proporre soluzioni visive, ma a volte i ruoli si invertono, con molta naturalezza e serenità. È una grande fortuna poter contare sullo stesso background ormai da 14 anni: lo stesso vissuto, in termini di esperienze, film visti, mostre e luoghi visitati e tutto quello che si può costruire e condividere in una vita insieme, insomma. Dal momento successivo, cioè dall’approvazione del progetto da parte dell’editore, Teresa comincia a stendere la storia, riempiendo fitta fitta i suoi quadernetti di appunti a mano, cancellature, ripensamenti, foglietti appiccicati con le aggiunte, citazioni, fonti di ispirazione… è forse la fase del lavoro più tesa e pesante, accompagnata dall’ansia costante di riuscire a mettere su carta quello che le ballonzola nella testa e farlo nel modo migliore possibile. Questa fase del lavoro può durare parecchio e richiede una concentrazione totale: per “Non stancarti di andare”, ad esempio, è durata 5 mesi. Però, alla fine di questa sfiancante salita, Teresa ha in mano un quadernetto ingrassato che contiene per filo e per segno TUTTA la storia del libro che verrà. E deve “solo” mettersi a sceneggiarlo perché Stefano lo possa disegnare. Con libri grossi come “Il Porto Proibito” e “Non stancarti di andare” succede che Teresa stia ancora sceneggiando una parte del libro mentre Stefano inizia a disegnare e si procede dunque parallelamente nel lavoro. Non di rado Stefano scopre passaggi della storia mentre li sta disegnando. Si va avanti così, con un continuo saliscendi dalle scale (Stefano lavora “in cantina”, Teresa al piano terra) finché il libro non è finito. Poi si riguarda tutto insieme, si lima, si fanno gli ultimi cambiamenti… prima di lasciare che la storia che ci ha accompagnato per anni prenda da sola la sua strada…

 

Per la verità, Teresa e Stefano, le mie parole non riescono a stare dietro a tutte le emozioni che mi avete regalato. Non sono brava quanto voi né a scrivere né a disegnare. Nella mia ricca vita da lettrice, “Non stancarti di andare” occupa un posto in vetta ai libri più amati. 

Anche Iris ha un taccuino prezioso, o forse sono due: uno in cui disegna, perché è un’illustratrice, e uno su cui scrive delle lettere piene di sentimento e meraviglia a un “amore minuscolo” che gli sta sbocciando in grembo.

Colgo questo dettaglio per chiedervi che ruolo gioca la vita vera che vivete nella letteratura che scrivete e disegnate. Quanta della vostra vita si nasconde tra le pagine di “Non stancarti di andare”? e se l’autenticità che emana prepotentemente la vostra narrazione sia legata a sentimenti, paure, gioie e tormenti che avete davvero vissuto.

NON STANCARTI DI ANDARE26Ah, la vita vera gioca un ruolo fondamentale, Giuditta! In fondo si scrive e si disegna sempre essenzialmente di quel che si conosce… poi lo si traveste, lo si maschera, gli si cambia nome, volto, età… ma rimangono inalterate le emozioni, le sensazioni, quello che un evento, una persona, una circostanza ci scrivono dentro. Crediamo fortemente che siano queste emozioni, queste sensazioni autentiche (pur dentro storie non necessariamente vere o realistiche) a far sì che il lettore s’immedesimi, che diventi quell’Altro che è uno dei personaggi, il protagonista o un comprimario non importa. Sai, secondo noi le storie sono straordinarie lezioni di umanità: ti permettono di metterti nei panni di altri anche lontanissimi da te, di vivere vite straordinariamente distanti… e poi tornare te stesso arricchito. Quindi, per rispondere direttamente alla tua domanda: tanta, tantissima vita nostra finisce nelle storie che scriviamo e disegniamo. A partire dai nostri viaggi. Magari non abbiamo mai vissuto una realtà analoga a quella dei nostri personaggi, ma analoghe saranno le emozioni, nostre e loro, pur in contesti totalmente differenti: un distacco, una perdita, una gioia, una sorpresa, una nascita… lasciano impronte che ciascuno può riconoscere in sé, indipendentemente dal contesto.

 

I luoghi, importantissimi in “Non stancarti di andare”. Quasi un unico grande personaggio, comprimario con Iris e Ismail e il loro amore, così grande da diventare un amore minuscolo, capace di affrontare deserti, guerre, burocrazie e distanze.

Dall’Italia dei migranti all’Argentina della dittatura militare, da un familiare borgo ligure al deserto siriano con le sue meraviglie monumentali, dalle montagne assolate dell’Alto Adige alla bellezza abbagliante di Istanbul, dalle coste africane a Lampedusa. In alto, ma profondo nei cuori dei personaggi e dei lettori, il convento di Mar Musa con il gigante dai capelli e dalla barba rossa, padre Saul, che è Paolo Dall’Oglio, seminatore di abbracci, come scrivete nella dedica.

A ogni luogo un personaggio: la Siria a Ismail e Saul; l’Italia a Iris e Alessandra e alla loro amicizia; Lampedusa alla straordinaria zia Tiziana; l’Argentina a Maite; l’Alto Adige a Janis e Linda. Per poi in un puzzle mosso e vivace, concedere a ciascuno di invadere il paesaggio dell’altro e di farlo proprio, e così regalarlo ai lettori. Luoghi e storie che si intrecciano, disegnando la vita dei personaggi e segnandone il cammino. 

Grande l’emozione di seguire i passi di Iris e Ismail, tra presente e passato, alla ricerca di sé e sui passi del proprio futuro. Un messaggio di fratellanza, che è esaltato dalla varietà dei luoghi, e che trova l’emblema nel monastero di padre Saul: il mondo è di chi lo abita e lo vive. Di chi l’attraversa. Di chi resta e di chi parte. Questa è l’unica identità vera.

Sono nati insieme personaggi e luoghi? O gli uni prima degli altri? Come scegliete i volti dei vostri personaggi e i dettagli nei disegni dei luoghi?

Copia di NON STANCARTI DI ANDARE p211Cara Giuditta, intanto grazie per queste tue splendide considerazioni! Sì, si può dire che personaggi e luoghi siano nati insieme… o forse è dai luoghi stessi che i personaggi sono scaturiti. In effetti è vero, i luoghi in questa storia sono quasi personaggi essi stessi: pensa che, per la casa di Iris a Verezzi, Stefano ha disegnato uno schema ben preciso degli interni, con i passaggi tra le camere, le scale, le aperture delle finestre, l’arredamento… Sentivamo il bisogno di conoscere profondamente i luoghi per poter far muovere con naturalezza i personaggi al loro interno. Molti sono luoghi che abbiamo visitato e amato (l’Alta Val Venosta, Borgio Verezzi – la casa di Iris è in realtà un agriturismo che abbiamo visto solo dall’esterno, chiuso, una mattina di febbraio di qualche anno fa, camminando da quelle parti… abbiamo fotografato il terrazzo con tutti quegli oggettini appesi e abbiamo pensato che ci assomigliasse -, la Siria, Milano, Genova…) e per ricostruire i quali ci siamo basati sui nostri ricordi, le sensazioni, gli album di foto, i carnet di Stefano. Di altri abbiamo solo sentito parlare (Lampedusa, ad esempio, o Istanbul, meta di un viaggio saltato all’ultimo momento…), perciò siamo ricorsi alla documentazione (è una fase, questa, della quale siamo veri maniaci, e che precede di mesi e mesi – e poi accompagna – la scrittura del libro). Se proprio vogliamo dare un ordine alle cose, è dalla Siria e da Saul che questo libro è partito. Dall’esigenza forte di raccontare i luoghi, la gente e la realtà che avevamo vissuto nel 2007 e che da anni, ormai, ci vengono restituiti dai media in tutt’altro modo. E questo ci porta ai personaggi, che sempre vengono da una commistione di persone reali e altre uscite dai libri, dai film, dai quadri… Capita spesso che, fisicamente, siano davvero un puzzle di amici/attori/conoscenti! Funziona così anche col carattere: ad esempio, nei ringraziamenti in fondo al libro, ci rivolgiamo a un certo punto alle donne che, “in un modo o nell’altro, e mescolate tra loro”, hanno ispirato i personaggi femminili del romanzo: sono tante, sono reali, ci sono vicine… nessuna di loro poi è identificabile nettamente con una delle donne del libro ma, senza le figure femminili in carne e ossa, nessuna delle figure femminili di “Non stancarti di andare” avrebbe visto la luce. Torniamo al discorso fatto per le emozioni: si scrive e si disegna di quel che si conosce, per poter essere il più onesti e rispettosi possibile nelle cose che raccontiamo.

 

La cura dei dettagli mi è sembrata la cifra stilistica più autentica della vostra scrittura: sia nelle illustrazioni che nella scelta delle parole, e dei silenzi. Dialoghi pieni e spessi, in cui le parole sanno sempre cedere il passo ai gesti, e in particolare agli abbracci, che mi pare un tema dominante e ricorrente nelle pagine. L’abbraccio profetico di padre Saul a Ismail e Iris è per me la sintesi perfetta di quel coacervo ricchissimo di emozioni e sensazioni che la lettura mi ha donato, toccandomi e accarezzandomi, ma anche strattonandomi dolcemente perché vedessi e capissi. Ecco la dolcezza mi sembra un’altra caratteristica preziosa del vostro procedere narrativo, e in essa si annida la Bellezza. 

Perché nonostante i tanti temi difficili che si affastellano nelle pieghe della storia, i desaparecidos, i naufragi, la carestia, le guerre, le ostilità, “Non stancarti di andare” è un inno alla vita, attraverso la Bellezza, declinata in ogni modo possibile.

È un libro sulla Bellezza il vostro? possiamo contraddire Bauman? La Bellezza ci salva, sempre, basta saperla cercare e riconoscere?

NON STANCARTI DI ANDARE27Da quell’abbraccio è partito il nostro libro, sai? Un abbraccio che non si ferma all’istante, ma rimane, accompagna poi per il resto della vita. Come la bellezza. Sì, forse questo è un libro sulla bellezza. Di certo è il racconto di chi la cerca, ostinatamente, anche tra le brutture, di chi la scova e la tramanda, di chi decide di farne una ragione di esistenza. Bellezza nella perfezione dell’attimo, nei rapporti tra le persone, non solo nell’arte e nella natura. Non siamo nessuno, noi, per contraddire Zygmunt Bauman, però forse ci sentiamo più vicini ad Agnes Heller, la filosofa ungherese che sul tema della bellezza ha dibattuto altrettanto. Lei diceva che la bellezza è “promessa di felicità”, che quando vedi una cosa bella ti viene voglia di esserne parte. Magari la bellezza non ci salverà, però aiuta – come l’amore e la libertà, dice lei… e noi aggiungeremmo come la speranza – ad allontanare la disperazione. Per cui forse non c’è niente di più utile della bellezza. Gibran scriveva che “viviamo solo per scoprire nuova bellezza. Tutto il resto è una forma d’attesa”. Ecco: l’attesa e la bellezza. L’attesa della bellezza. E anche un po’ la bellezza dell’attesa, perché no? Specialmente oggi, che siamo abituati ad avere tutto subito, con un click.

 

Vi confesso che voi mi avete regalato un lungo pomeriggio, protrattosi fino a notte inoltrata di grande bellezza, e sì anche di speranza, perché quando ho terminato di leggere il graphic novel (a proposito: il maschile lo uso dopo aver chiesto chiarimenti a Teresa e Stefano che preferiscono “il” graphic novel, inteso come “romanzo grafico”) oltre al desiderio di condividere tutte le emozioni con altri lettori, invogliandoli a leggervi, ho provato un grandissimo desiderio di “andare” verso gli altri, i loro luoghi e il loro pezzetto di storia: “Non stancarti di andare” è un invito, che continua a risuonarmi dentro!

Per concludere questa nostra chiacchierata, che per la ricchezza dei temi che affrontate potrebbe durare all’infinito, come infiniti sono i mondi e gli orizzonti che aprite tra le pagine, mi concentro sulla poesia. Nel suo senso più puro. Poetiche sono le illustrazioni che colgono l’attimo e lo sublimano (sono rimasta affascinata da quando immagine e parola non coincidono, perché all’una è affidato il compito di spiegare la reazione emotiva di un’affermazione); poetiche le scelte narrative con l’attenzione volta ai sentimenti che si intrecciano alle storie; ma anche tanta poesia (oltre alla musica e all’attenzione per l’arte figurativa) si ritrova nelle pagine. Anzi la poesia diventa un linguaggio, d’amore e di solidarietà, tra Iris e padre Saul, ma anche tra Iris e Ismail. 

Che ruolo riveste la poesia in “Non stancarti di andare”? e la calligrafia è una forma visiva di poesia? Ci sono delle immagini di una grazia straordinaria legate alle composizioni calligrafiche: la terra è la mia patria, e l’umanità la mia famiglia; e due corpi nudi che si congiungono dopo mille traversie, perché quello è il loro spazio. 

NON STANCARTI DI ANDARE28Iris, in una delle lettere scritte al suo “amore minuscolo”, dice di amare “la capacità della poesia di raccontare in poche righe l’indescrivibile, di incoraggiare il cuore a scrutare oltre. La poesia mostra vie segrete alle cose commoventi”, aggiunge. Ecco: allo stesso modo noi ci accorgiamo, giorno dopo giorno, di aver sempre più bisogno di questo: un angolo di bellezza che ti riporti a ciò che sei realmente, sgravato delle etichette, delle impalcature, dagli impegni assillanti; un angolo di pace che ti riconcili con il tuo essere al mondo e dia speranza al senso del tuo passaggio. Stefano cerca questa poesia istintivamente nelle immagini, che si tratti di calligrafia (cioè parola che si fa immagine) o di illustrazione, Teresa fa lo stesso con le parole. Ma è solo il primo istinto, perché basta alzare un attimo gli occhi al giardino per trovare poesia sommessa che muta versi ogni nuova ora e cerca solo occhi che la colgano, orecchi attenti al rincorrersi dei suoni. Com’è che la contemplazione di un paesaggio naturale dà immediatamente sollievo a chi si sente in affanno? Com’è che troviamo serenità quando ci perdiamo nel cielo sconfinato? È  poesia. Ce l’abbiamo dentro, per questo quando la incontriamo e la riconosciamo ci sentiamo “a casa”, “ritrovati”. È che abbiamo mille vincoli e incombenze, mille pensieri che la sommergono e non riusciamo più a fermarci. Ma se lo facessimo, anche poco ogni tanto, ritroveremmo il nostro baricentro e sapremmo partire con energie fresche. Forse la poesia è il collante del nostro libro, il filo rosso che tiene unite tra loro le volontà di bene di chi “va avanti nonostante”, sostenendo tutti senza legare nessuno. È  poesia l’incontro tra le persone quando si fa scambio, costruzione, sentiero.

Grazie ancora di queste tue bellissime riflessioni, Giuditta. Speriamo un giorno di poterti incontrare dal vivo. Nel nostro piccolo, quando la chiacchierata uscirà, le troveremo di certo un posticino nel blog. In bocca al lupo per il tuo cammino!

Chiacchierando con… Teresa Radice e Stefano Turconi