di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

Le librerie devono fare Buona Divulgazione

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Una mattina di inizio novembre il mio amico traduttore Giuseppe Girimonti Greco, a bruciapelo, mi chiese: “conosci per caso le opere di Paolo Zanotti“? Mi ricordai che un’amica dei Diari voleva portarci la studiosa Mariolina Bertini, che ben conosceva Zanotti, a raccontarci il mondo dei suoi racconti e “L’originale di Giorgia”. Giuseppe mi spiegò che Zanotti era il suo miglior amico e che ne sentiva la costante mancanza, mi spiegò che la sua musa era Giorgia e che nella sua vita si era occupato molto di letteratura per ragazzi e poi di classici dell’omosessualità, con studi approfonditi sulla costruzione dell’identità omossessuale nell’Inghilterra vittoriana. Dalle parole di un amico capii che si trattava di un Genio e che andava fatto conoscere. Persino leggendo solo i saggi di Paolo Zanotti si capisce l’intelligenza, l’arguzia e l’empatia. Da qui è partita l’idea di una serata dedicata a lui, perché anche questo deve fare una buona libreria: divulgazione intelligente. Per un gioco delle coincidenze incredibili, prima dell’ultima presentazione in libreria, “La casa dei bambini” di Michele Cocchi, chiacchierando con l’autore scopro che erano molto amici e mi racconta una scena di Paolo Zanotti, carica di tenerezza, al suo matrimonio, messo a dormire su un materassino gonfiabile assieme a dei gatti, di cui uno disabile.
Finalmente, venerdì 19 Gennaio ai Diari presenteremo il libro “L’originale di Giorgia” e altri racconti di Paolo Zanotti pubblicato da Pendragon nella collana I chiodi.

A parlare del libro dello scrittore, scomparso nel 2012 saranno Mariolina Bertini, Matteo Marchesini e Nicola Barilli.

La presentazione del libro sarà una bella occasione per un saluto della città di Parma a Mariolina Bertini, docente, studiosa di letteratura francese, critica letteraria e vicedirettore de “L’Indice dei libri del mese”, che lascia la cattedra di Parma, dopo un trentennio di vita intellettuale da parmigiana, e non solo, da raccontarci.
Per i Diari un grande onore poter ospitare una delle più grandi studiose di letteratura francese, che dal 1987 insegna all’Università degli Studi di Parma. Si è occupata soprattutto di Marcel Proust e Honoré de Balzac, ma anche di Jean Racine, Molière, Stendhal, Charles Augustin de Sainte-Beuve, Gérard de Nerval, Alexandre Dumas, Charles Baudelaire, Théophile Gautier, Alfred de Vigny, Jules Amédée Barbey d’Aurevilly, Gustave Flaubert, Émile Zola, Colette, Marguerite Yourcenar, Hélène Berr, Saint-John Perse, Roger Caillois, Henry Corbin, René Girard, Georges Perec, Patrick Modiano, Édouard Glissant, Lucette Finas, Daniel Pennac, Emmanuel Carrère, Annie Ernaux, Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Annie Vivanti, Natalia Ginzburg, Italo Calvino, Liala e poi di Giovanni Macchia (del quale ha curato una vasta raccolta di testi e saggi ne I Meridiani Mondadori), Francesco Orlando, Raffaele De Cesare, Roland Chollet, André Lorant, Lionello Sozzi. Mariolina Bertini è socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino per filologia, linguistica e letterature medioevali e moderne ma anche membro dell’Associazione Sigismondo Malatesta, del Seminario di filologia francese e della Société des études romantiques et dix-neuviémistes. Ha insegnato al Collège de France (con Antoine Compagnon) e ha partecipato a vari convegni, oltre che in molti altri luoghi europei e italiani, più volte alla Sorbona, all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi e all’Università di Zurigo.

Di recente per una casa editrice nostra amica, La Nuova Editrice Berti, è stato pubblicato “Libri e lettori” (tra autori e personaggi). Studi in onore di Mariolina Bertini, a cura di Laura Dolfi, Maria Candida Ghidini, Alba Pessini, Elena Pessini, Parma, Nuova Editrice Berti, 2017.

Paolo Zanotti
Paolo Zanotti

Ai Diari Mariolina Bertini ci racconterà di Paolo Zanotti e i suoi racconti. Scomparso prematuramente nel 2012, è stato subito riconosciuto come uno degli scrittori più significativi e promettenti della nuova narrativa italiana. I suoi romanzi, “Bambini bonsai” e “Il testamento Disney”, avevano suscitato un consenso unanime per la straordinaria invenzione fantastica unita a un realismo minuzioso, e per la sapienza con cui accostavano apocalisse e leggerezza. Nella forma breve va visto un lascito non meno importante. Ognuno dei racconti contenuti nella presente raccolta costituisce infatti per stile e originalità di sguardo un mondo a parte: si va dalla fulminante fantaecologia di “Bambini bonsai” (racconto generatore dell’omonimo romanzo, pioniere della climate fiction italiana), alla straziante elegia di “La cella geografica”, fino a quell’imprendibile, aerea descrizione della «natura dell’amore collettivo» che è “L’originale di Giorgia”. Al centro restano i temi dominanti dell’opera di Zanotti: i sortilegi dell’infanzia, le amicizie di gruppo, gli amori e le illusioni della giovinezza.
L’Introduzione al libro è di Nicola Barilli che sarà presente alla serata.
Paolo Zanotti ha insegnato Letteratura italiana contemporanea e Letterature comparate in varie università in Italia e all’estero. Ha lavorato come selezionatore di manoscritti per l’agenzia letteraria Studio Nabu e per la casa editrice Mondadori. A metà anni Novanta realizzò la traduzione di “Ricordo di Fleeming Jenkin” di Robert Louis Stevenson (Sellerio 1996). Tra le sue pubblicazioni scientifiche, un saggio sul romanzo d’avventura (Il modo romanzesco, Laterza 1998), uno sulla letteratura per l’infanzia (Il giardino segreto e l’isola misteriosa, Le Monnier 2001), uno sulla storia culturale dell’identità omosessuale (Il gay, Fazi Editore 2005). Fu curatore del volume “Contaminazioni” (Le Monnier 2005) e dell’antologia “Classici dell’omosessualità” (Rizzoli 2006). Importante anche la produzione di narrativa: suoi racconti sono apparsi sulle riviste Il Caffè illustrato, Nuova Prosa e nell’antologia Best off (minimum fax 2005) che lo portarono a esordire con il romanzo “Bambini bonsai” (Ponte alle Grazie, 2010). È morto per un tumore al pancreas a soli 41 anni, lasciando il suo ultimo romanzo su Kaspar Hauser, KH, incompleto. Di lui, Emanuele Trevi ha detto:

«la cultura in lui non annullava l’ironia, l’intelligenza non offuscava la complicità.»

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Una buona libreria deve saper fare buona divulgazione e proporre cose interessanti. Ecco, sono da poco arrivate in libreria le prime due novità SUR del 2018 : «1971. L’Anno d’oro del rock» di David Hepworth e la nuova edizione di «Respirazione Artificiale» di Ricardo Piglia.

In “1971. L’anno d’oro del rock”, David Hepworth compone una cronistoria inedita, tra songwriter romantici e rockstar in fuga dal fisco, produttori avventurosi e discografici spregiudicati. Il 1970, con lo scioglimento ufficiale dei Beatles, segna la conclusione simbolica degli anni Sessanta. Archiviata traumaticamente un’era musicale, se ne apre una interamente nuova, in un misto di aspettative e delusioni, paure e slanci creativi. Il 1971, il primo anno del nuovo e all’apparenza fragile decennio, si dimostrerà alla fine tra i più fertili e innovativi di tutta la storia del rock, lasciando un’eredità che a distanza di quasi mezzo secolo continua a essere fortemente sentita nel panorama musicale contemporaneo.
Seguendo un filo cronologico, ma arricchendo la narrazione con libere associazioni, approfondimenti o semplici curiosità, il critico inglese David Hepworth racconta eventi noti e meno noti di un anno irripetibile. La prima visita di David Bowie negli Stati Uniti, da cui scaturirà l’idea del personaggio di Ziggy Stardust. Le leggendarie sedute di registrazione agli studi A&M di Hollywood, dove negli stessi giorni vengono incisi Tapestry di Carole King e Blue di Joni Mitchell, i due capolavori del cantautorato femminile del decennio. La nascita della prima catena di negozi di dischi su scala mondiale, la Tower Records, e quella del primo programma televisivo dedicato alla black music, Soul Train. E poi il matrimonio di Mick Jagger, l’infortunio di Frank Zappa, la morte di Jim Morrison.Tra songwriter romantici e rockstar in fuga dal fisco, produttori avventurosi e discografici spregiudicati, ideatori di trasmissioni radiofoniche e inventori di strumenti elettronici, “1971” compone, con rigore e un tocco di nostalgia, una cronistoria inedita dell’«anno d’oro del rock».

Intricato come un poliziesco e appassionante quanto una storia familiare è invece “Respirazione artificiale” di Ricardo Piglia da questo mese in libreria in una nuova Edizione.

Ricardo Piglia (1940) narratore e critico letterario argentino, è autore, tra gli altri, dei romanzi “Soldi bruciati” (1997) e “Bersaglio notturno” (2010), e della raccolta di saggi “L’ultimo lettore”.
“Respirazione artificiale” è uno dei pochi grandi capolavori pubblicati in Argentina durante gli anni della dittatura: un libro che Piglia costruisce come una potente metafora politica e metaletteraria; intricato come un poliziesco e appassionante quanto una storia familiare. Marcelo Maggi è un oscuro professore di provincia dal passato alquanto torbido. In anni politicamente difficili sta scrivendo un libro scomodo: immaginando che potrà avere dei problemi, si mette in contatto con il nipote, Emilio Renzi, per consegnargli il suo archivio di documenti, ma la corrispondenza tra i due si interrompe senza un motivo. Renzi tenta quindi di scoprire che fine abbia fatto lo zio e, in una lunga notte d’attesa, incontra una serie di personaggi memorabili che lo aiutano a ricomporre il puzzle della vita e del lavoro di Maggi. Con la sapienza di un Faulkner e un ritmo che ricorda Raymond Chandler, Piglia conduce il lettore in quella che il New York Times ha definito

«un’esperienza intellettuale indimenticabile».

Madeleine ThienVi voglio segnalare un libro che dall’autunno scorso è presente in libreria, pubblicato da 66thand2nd, dal titolo “Non dite che non abbiamo niente” di Madeleine Thien, finalista al Man Booker Prize, vincitore dei più prestigiosi premi letterari canadesi e che secondo me merita un’attenzione maggiore. Alice Munro ha parlato di una splendida scrittrice e di essere stupefatta dalla chiarezza e dalla facilità con cui scrive, e dalla sua purezza emotiva. In “Non dite che non abbiamo niente” si fa un’evocazione straordinaria e commovente della tragedia cinese del ventesimo secolo attraverso la storia di Marie.
Marie è nata in Cina ma è cresciuta con la madre in Canada. Il padre le ha abbandonate due volte: la prima quando se n’è andato di casa, la seconda quando si è ucciso gettandosi dal nono piano di un grattacielo a Hong Kong. Siamo all’inizio degli anni Novanta, e i fatti della lontana Cina irrompono nella vita di Marie e della madre, quando Ai-ming, fuggita dopo il massacro di piazza Tienanmen, bussa alla loro porta. È con il suo aiuto che Marie inizia a ricostruire la storia di suo padre, una storia ricca di idealismo rivoluzionario, di musica e di silenzio, in cui tre musicisti del Conservatorio di Shanghai – il timido e talentuoso compositore Sparrow, il prodigio del violino Zhuli e l’enigmatico pianista Kai – combattono nella Cina dell’implacabile Rivoluzione culturale per rimanere fedeli l’un l’altro e alla musica a cui hanno consacrato la propria vita. Dalle affollate sale da tè nei primi giorni della Rivoluzione fino agli eventi che portarono alle manifestazioni del 1989 a Pechino, seguendo le vicende di un misterioso taccuino passato di mano in mano durante gli anni di Mao, Madeleine Thien compone un affresco dolente e meraviglioso di un paese in continua trasformazione, e una riflessione di vasta portata sul ruolo della politica e dell’arte nella società. Madeleine Thien è nata a Vancouver nel 1974, anno in cui i suoi genitori si sono trasferiti in Canada dall’Estremo Oriente (il padre è cino-malese, la madre di Hong Kong). Nel 2001 esce il suo primo libro, “Simple Recipes”, una raccolta di racconti che le vale l’elogio della connazionale Alice Munro e l’inserimento nella short list del Commonwealth Writers’ Prize, seguito a pochi mesi di distanza da “The Chinese Violin”, libro per bambini illustrato da Joe Chang. Il successo internazionale arriva con “Certezze” (2006), uscito in Italia per Mondadori e tradotto in sedici lingue. Il quarto romanzo della Thien, “L’eco delle città vuote”, è stato pubblicato da McClelland & Stewart nel 2011 e successivamente da Granta Books (2012).

Vasile Ernu
La buona divulgazione non riguarda solo libri freschi di stampa e autori da divano televisivo. Accade che la casa editrice marchigiana Hacca abbia pubblicato di uno splendido autore, quarantenne romeno come Vasile Ernu, due libri ” Nato in Russia” e “Gli ultimi eretici dell’Impero”

Io provo a raccontare un mondo, un mondo scomparso. E in questo percorso procedo da una tesi semplice: indifferentemente dal sistema in cui vivi, indifferentemente dall’ideologia, dalla repressione, la cosa più importante è la vita. Io provo a raccontare la vita, la vita comune, quella di ogni giorno, la vita quotidiana di un cittadino sovietico: come si veste, come vive, cosa fa a scuola, come beve, che rapporto ha con il sesso, che oggetti utilizza, che film vede e che musica ascolta, come si diverte, chi ama e chi odia, come sta in fila e di cosa conversa in cucina… E tanti altri elementi che costituiscono la nostra vita. Il tutto è scritto con una certa dose di tenerezza, quando è necessario non mancano gli elementi nostalgici, ma c’è anche molta ironia. Allo stesso tempo, io faccio riferimento sempre anche al presente. Il libro è una sorta di sguardo dal presente verso il passato, per questo non dimentico di ironizzare sul mondo nuovo, sulle nuove ideologie, sui nuovi clichè.
Vasile Ernu

«Se il mondo in cui siamo vissuti era centrato sulla repressione politica, quello di oggi si basa sulla repressione economica. Sono due facce della stessa medaglia. Entrambe ci controllano e ci riducono in sudditanza; cercano di trasformarci in schiavi e macchine che reagiscono a ordini prestabiliti. Entrambe ci lavano il cervello in maniera altrettanto perfida e ci alienano con altrettanta efficacia […]. I nostri compromessi di oggi sono identici a quelli che facevamo in passato».

Vasile Ernu, artista romeno classe 1971, nato e cresciuto sotto l’egida dell’Unione Sovietica, nell’allora Bessarabia, non ha dubbi: tornare a ricordare il passato suo e del suo popolo non è così atroce e disperante come si potrebbe pensare, è piuttosto ragione di una certa nostalgia. “Nato in URSS” (Hacca, euro 14, pp. 326), sua provocatoria opera prima, è il memoir di un quarantenne che scrive nella piena consapevolezza d’essere stato testimone di un regime totalitario che considera piuttosto «uno dei progetti più utopici dell’umanità»: di quel regime ha conosciuto apogeo e improvviso declino, in quel regime è stato cittadino orgoglioso.

Ernu si considera un «prodotto made in Urss», e ha nostalgia di casa: ma casa sua non più esiste. Per l’homo sovieticus non c’è più un luogo in cui tornare: il passato s’è fatto letteratura. Per questa ragione è appena meno sconcertante del previsto interiorizzare le pagine d’un testo che si propone come un romantico amarcord di qualcosa che per molti popoli è stato un incubo: è chiaro che Ernu non ha nessuna voglia di rispettare i milioni di morti caduti per mano della sua vecchia nazione, e non ha nessuna intenzione di rispettare la sofferenza di quei popoli, come il popolo ucraino, polacco, magiaro, afgano, come i popoli baltici, che hanno vissuto la perdita dell’autonomia o dell’indipendenza e l’esperienza della sovietizzazione come una parentesi terrificante. Ma Ernu non è uno storico. Ernu è un polemista. Ernu è un narratore non più giovane che ha nostalgia della sua adolescenza e della sua giovinezza, del mondo che ha conosciuto e di ciò che ha rappresentato, nel bene e nel male: degli oggetti che incontrava allora, e di cui si serviva, e dell’economia in cui era cresciuto e s’era formato, perché la trovava più onesta e giusta.

«Oggi abbiamo sigarette, alcool, tanto da mangiare, ma è svanito il pathos, lo spirito sublime, lo spirito di giustizia. È diventato tutto una specie di vodka analcolica», scrive.

Un approccio lucido e onesto a questo libro pretende un lettore capace di guardare con la dovuta pietà, la dovuta intelligenza e la dovuta sensibilità a tutto ciò che è passato, è caduto, è morto: il lettore ideale di “Nato in Urss” non è un cinico, e non è un nostalgico. È un osservatore delle cose del mondo sensibile e ironico, curioso e onesto. A questo lettore piacerà leggere frammenti d’un’opera che può parlare a tutti, non soltanto agli ex comunisti, non soltanto ai socialdemocratici più sensibili a certe dinamiche e certe possibilità. Può parlare a tutti perché, ad esempio, ricorda quanto è bello e importante conquistare qualcosa passo dopo passo.

“Gli ultimi eretici dell’Impero” è il secondo lavoro di Vasile Ernu, pubblicato sempre dai tipi della Hacca, ed è un romanzo epistolare dal taglio filosofico che mescola al suo interno più generi della tradizione letteraria russa. L’eretico è colui che solleva interrogativi e mette in dubbio le zone del potere, lì dove nessuno osa, né ha il coraggio di osare. Nel libro l’autore cerca di mettere in dubbio le cose, le storie, con una formula più paradossale e di portare l’attenzione sul fatto che il mondo che abbiamo lasciato potrebbe non essere il “male peggiore”, mentre quello in cui siamo entrati, a sua volta, potrebbe non essere il “paradiso in terra”; inoltre che il nostro ruolo è mettere in dubbio sia il mondo in cui siamo vissuti che quello in cui viviamo ora, per comprenderli meglio. Si cerca di dimostrare che ogni regime, comunista o capitalista, porta con sé una serie di forme repressive, e che entrambi vogliono farci loro prigionieri e rubarci la vita, che in fondo è la cosa più preziosa che abbiamo.

«Quando il comunismo crollò, il paese sprofondò sotto un’immensa quantità di vodka».

Nel «Times» ho letto con stupore che un giornalista proponeva, quale strumento di lotta alla nostra eterna “transizione” e alle sofferenze di tale eterno “stordimento”, di bere sei bottiglie di Coca Cola. Lo ammetto, ho visto rimedi e varianti anche poco umani, o forse troppo umani, per contrastare questa condizione “politica”. Ma a soluzioni del genere ho reagito in maniera radicale: mi spiace, ma sono persuaso che l’organismo torturato del cittadino che abbia vissuto l’“alcolismo” del comunismo e viva oggi lo “stordimento” capitalista della transizione non possa sopportare un livello tanto elevato di ideologia in corpo. Un’overdose di ideologia può ucciderti. Tutto sommato nella vita ci sono cose che non si possono mischiare.

Olivia SudjicChiudiamo questo Zaino con Olivia Sudjic, l’autrice di “Una Vita non mia”, minimum fax, un romanzo da leggere assolutamente in questo 2018.
La scrittrice è nata a Londra nel 1988 e ha studiato letteratura inglese alla Cambridge University. “Una vita non mia” è il suo primo romanzo, ed è stato salutato dai principali quotidiani inglesi e americani come uno dei migliori esordi degli ultimi anni. Non ha neanche trent’anni ed è stata paragonata a giganti della narrativa contemporanea come Murakami Haruki, Donna Tartt e Patricia Highsmith. Un romanzo notevole, che offre tanti spunti di riflessione, sull’uso dei social e su come questi possono arrivare a condizionare la nostra vita. Un romanzo intrigante su una ossessione che trasforma, e per questo motivo, un romanzo che stimola e sollecita a pensare e a porsi interrogativi inquietanti… soprattutto a tutti quelli abituati a definire la realtà dai pixel di uno schermo. Ma è anche un romanzo capace di andare oltre il semplice monito, banale e riduttivo, contro le trappole del web. “Una vita non mia” narra il rincorrersi reale e virtuale tra la giovane Alice, neolaureata sbarcata a New York per ricostruire le sue origini, e Mizuko Himura, enigmatica scrittrice giapponese la cui biografia (appresa proprio grazie ai social network) risuona incredibilmente simile a quella della protagonista.
Dopo un lungo inseguimento sui social network le due donne si incontrano in quella che a Mizuko sembra una circostanza casuale: nell’era della connettività, però, le coincidenze non esistono. Il loro rapporto infatti si evolverà in un gioco di specchi multimediali dove i confini fra social, fatti e finzione sfumano in un groviglio di bugie e tensioni.
Olivia Sudjic scrive la storia di una delle domande più antiche dell’uomo, quel «da dove veniamo» che fa coincidere la ricerca delle radici con la trama di un futuro. Una riflessione affascinante sui legami di sangue, le scelte sbagliate e i legami tormentosi che è necessario affrontare per se si vuol vivere da esseri umani in un’era dominata dal digitale.
Come Orhan Pamuk, ossessionato dall’idea di un altro se stesso a spasso per i vicoli della sua Istanbul, come le due Veronica, sosia ignare e malinconiche nella Cracovia del film di Kie?lowski, anche questo libro ci pone di fronte alla domanda:

“E se esistesse, nel mondo, un nostro alter ego, qualcuno che conduce una nostra vita parallela?”

Con un’aggiunta fondamentale, però:

“E se oggi, nella società dei social network e dell’iperconnessione globale, fossimo in grado di incontrarlo?”

Temi come l’identità e la memoria, la difficoltà dei legami e la responsabilità delle scelte vorticano insieme in un carosello che non si dimentica.

Nello Zaino di Antonello: Le librerie devono fare Buona Divulgazione
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