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Un luogo? Un’aula di una scuola elementare. Non primaria. ELEMENTARE, con il profumo di gomma da cancellare, di matite e di colla.

La precedente è la proposta di Stefania Auci, quando le chiedo un posto dove avremmo potuto incontrarci per discutere di “La cattiva scuola”, il pamphlet che ho letto con grande partecipazione, scritto insieme a Francesca Maccani e pubblicato per Tlon.

P1000175Francesca Maccani invece immagina la nostra chiacchierata all’orto botanico di Palermo sotto le fronde di un ficus secolare con un bel thè freddo con granita al limone in mano.

Poiché all’immaginazione non si possono imporre limiti, e l’invito è immaginario, a voi lascio la scelta di immaginarci tra i banchi o all’ombra, accomodandovi con noi per parlare di scuola, docenti, riforme e innovazioni, attraverso la prospettiva e l’ottica privilegiata di due docenti motivate, dalla penna felice e mente lucida.

Stefania Auci e Francesca Maccani non sono nuove sul blog. La prima per aver scritto Dieci Buoni Motivi per NON leggere “Florence” (QUI) e la seconda perché collabora stabilmente con il blog, con una rubrica tutta sua in cui indossa i panni della “Recensora della domenica” (QUI).

Voci interessanti sulla scuola perché provengono dall’interno. Ma la scuola vissuta da loro è quella di periferie difficili, in cui l’insegnante deve avere una marcia in più per poter portare il peso del proprio ufficio. Raccontano la loro esperienza con accoramento e lucidità, in un equilibrio riuscito quanto difficile. Barcamenandosi tra mille difficoltà senza perdere il sorriso e la passione per quello che fanno. 

“La cattiva scuola” è il titolo del libro, a cosa vi riferite?

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Trentina di origine, vive a Palermo dal 2010. Ha pubblicato un libro di poesie, Fili d’erba, nel 2007 e il saggio “La cattiva scuola” scritto con Stefania Auci nel 2017. Gestisce una pagina Facebook: Francesca leggo veloce

La cattiva scuola è il titolo che abbiamo scelto per il nostro saggio poiché la legge 107, definita la Buona scuola, a nostro avviso, presenta delle fallacie piuttosto vistose e insanabili.

Soprattutto ci è parso che il gap fra decreti e vita vera, che si svolge nelle classi, sia ormai una frattura evidente e difficile da colmare.

Per questo abbiamo deciso di giocare con le parole, trasformando il buona in cattiva.

Non perché la scuola sia cattiva di per sé, ma a causa di tutta una serie di azioni nefaste che si sono abbattute su questa istituzione, non da ultima, la proposta di togliere un anno ai licei, che appare evidente non essere altro che un ulteriore tentativo di ridurre i costi legati all’istruzione.

Sempre meno soldi a fronte di problemi sempre più complessi.

StefaniaCattiva scuola perché di buono, qui, c’è solo il battage mediatico che è stato fatto su questa riforma. Una riforma che lascia insolute troppe questioni spinose e che getta la responsabilità della gestione del successo formativo unicamente in capo ai docenti, escludendo o marginalizzando le famiglie. E invece, in una società che si rispetti, si dovrebbe pensare a educare degli individui, sia dal punto di vista umano che da quello culturale. Invece, la riforma della 107 e quelle che sta perseguendo la ministra Fedeli vanno sempre più verso l’impoverimento e lo svuotamento del ruolo del docente, verso la creazione di un sapere massificato e livellato verso il basso, verso la deresponsabilizzazione dei futuri adulti.

Date queste premesse, come si può parlare di “buona scuola”?

Oggi la scuola si dimostra inadeguata alle spinte sociali che arrivano da più parti. L’aspetto più pesante di questo processo di decostruzione è la mancanza di autentica collaborazione tra istituzioni e famiglie che invece si pongono in una situazione di antitesi. Si è perso di vista l’obiettivo primario, cioè quello di ottenere il benessere dei ragazzi, inteso come formazione a 360 gradi di adulti responsabili. Oggi ci troviamo dinanzi una generazione che, salvo poche eccezioni, non è grado di assumere una responsabilità, e soprattutto, non ha un bagaglio culturale tale da poter essere competitivi sul mercato del lavoro.

Il mercato, questo grande feticcio degli ultimi anni, ha schiavizzato anche un bene non monetizzabile qual è l’istruzione. Solo che l’educazione, intesa come trasmissione di un codice comportamentale e sapienziale, non risponde a logiche economiche. Un insieme di valori non ha mercato e invece, è ciò che sta accadendo: stiamo dando ai ragazzi l’idea che tutto abbia un valore economico e che la cultura non abbia un peso ma serva soltanto laddove sia funzionale alla produzione di un reddito.

La scuola sta fallendo perché sta perdendo la sua anima più autentica. E anche la cancellazione di semplici cose come i compiti a casa o del voto di condotta si traduce in una deresponsabilizzazione, in una incapacità di conoscere limiti, diritti e doveri . Stiamo creando una massa di cittadini senza pensiero critico. E da questo non può che venire male.

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“La cattiva scuola” vanta la prefazione molto ricca e argomentata, davvero illuminante di Maura Gancitano, da cui è stato scelto il passo per il retro della copertina. 

Eppure nella scuola, come nella vita di ciascuno di noi, le cose davvero importanti non possono essere monetizzate, e ciò che un buon insegnante ci passa potrebbe non avere un rapporto diretto con il lavoro che faremo, ma lo avrà di certo con la persona che saremo.

Qual è della prefazione di Gancitano il passo o la riflessione o l’argomentazione in cui Francesca e Stefania si sono più riconosciute, e quella che per ciascuna di voi meglio interpreta ciò che volevate dire con il libro?

 

Trentina di origine, vive a Palermo dal 2010. Ha pubblicato un libro di poesie, Fili d’erba, nel 2007 e il saggio “La cattiva scuola” scritto con Stefania Auci nel 2017. Gestisce una pagina Facebook: Francesca leggo veloce

Per quanto mi riguarda il passo della prefazione che più sento vicino a ciò che volevamo trasmettere nel nostro saggio è questo:

Oggi assistiamo, al contrario, al tentativo di far assomigliare sempre di più la scuola pubblica a un’azienda che deve guardare al fatturato, tagliare le spese superflue, sottoporre a test e valutazioni continue sia chi somministra il sapere sia chi ne fruisce, dimenticando che il rapporto tra insegnante e allievo non può essere ridotto a uno scambio di merci.

Stefania e io abbiamo più volte ribadito questo concetto della scuola-azienda.

La trasformazione di un servizio pubblico in una sorta di struttura ibrida regolata dalle leggi del marketing, ha generato un impoverimento culturale e, peggio, l’idea che i docenti siano dei dipendenti valutabili. Il loro operato è divenuto un’ arena pubblica nella quale si svolgono processi sommari e che deve sopportare ogni sorta di ingerenza.

Francamente lavorare in queste condizioni risulta frustrante e demotivante.

La vera soddisfazione rimane fortunatamente il lavoro in classe con i ragazzi ed è ciò che mi dà la forza ogni mattina di alzarmi ed andare al lavoro. Stare con i miei alunni, vederli imparare e vederli crescere è il tempo meglio impiegato.

Dico sempre che baratterei volentieri ore pomeridiane di impegni spesso inutili, con un pomeriggio in compagnia delle mie classi trascorso magari a scrivere o a leggere insieme. Un bel laboratorio al posto di un corso di aggiornamento obsoleto.

Due piccioni con una fava!

 

StefaniaLa mia frase preferita è questa:

Nella società della performance la scuola deve somministrare informazioni su specifiche discipline, non educare alle relazioni, al rispetto della legalità, delle differenze di genere e di ogni diversità.

A mio avviso Maura ha centrato completamente il punto, ha individuato la ragione ultima di ogni insuccesso collezionato nell’ambito delle riforme della scuola che si sono succedute fino ad ora. Ciò che manca più che mai oggi è un approccio integrale, oserei dire olistico al mondo della scuola e dei ragazzi che la frequentano. Prepariamo dei perfetti operai, dei fruitori di una cultura quanto più massificata possibile ma andiamo in crisi nel momento in cui la naturale aggressività dei ragazzi – soprattutto degli adolescenti – viene fuori. Pensiamo a ciò che si verifica con i social media e all’aumento del cyber bullismo: bambini e adolescenti oggi hanno serie difficoltà a fare i conti con le loro emozioni, con la loro interiorità, o con le differenze di genere. Su questo punto, oggi si affrontano le emergenze, si fanno corsi su corsi per reprimere e creare “buone pratiche” tra gli adulti  e si definiscono gli alunni come destinatari, e non come soggetti attivi. Si massificano persino le ragioni del disagio.

Ma nessuno ha mai pensato, o sembra non averlo detto con voce abbastanza forte e chiara che ciò che passa attraverso il web viene da dentro, è una pulsione dell’individuo. E su questo non si sta facendo nessun tipo di lavoro efficace. Su questo punto, la scuola intesa come luogo di educazione a 360° ha perso su tutta la linea.

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La parte più corposa del libro riguarda la vostra esperienza di docenti, in scuole difficili, emarginate, disagiate, in cui l’unica arma sembra essere la buona volontà dei singoli insegnanti. Un’ottica “privilegiata” la vostra, che vi autorizzerebbe a salire in cattedra, e che invece voi affrontate con grande umanità, con occhio vigile sui ragazzi, che è il vero unico obiettivo che ogni insegnante dovrebbe avere.

È stato un privilegio o un sacrificio questa esperienza nella vostra vita professionale? In cosa ha cambiato il vostro modo di considerarvi e di essere insegnanti?

 

Trentina di origine, vive a Palermo dal 2010. Ha pubblicato un libro di poesie, Fili d’erba, nel 2007 e il saggio “La cattiva scuola” scritto con Stefania Auci nel 2017. Gestisce una pagina Facebook: Francesca leggo veloce

Lavorare in scuole difficili è stata una gran fatica ma anche una grande opportunità. Se non avessi toccato con mani certe realtà, non avrei imparato a insegnare senza libri né quaderni, a fare tesoro del poco, cercando di ottimizzarlo. Ora che lavoro in due scuole ottime, non mi scoraggio se non ho la lim o se la connessione wi fi non funziona. Già avere finestre e porte nei bagni è sufficiente a farmi sentire privilegiata.

I miei ragazzi poi, quelli con cui riuscivo a legare, mi sono entrati nel cuore perché così affettuosi e rispettosi a modo loro. Schietti e genuini come pochi.

Mi è capitato di incontrarne uno in aeroporto proprio al ritorno da Roma, ero stata con Stefania alla presentazione del nostro saggio a Più libri più liberi. Mi ha salutata con un affetto quasi commovente. Ha voluto sapere dove poter comprare il libro e mi ha scritto pochi giorni dopo dicendomi di aver letto il capitolo sulla sua scuola. Era commosso.

Questo patrimonio umano, nessuno stipendio al mondo lo può ripagare.

StefaniaÈ cambiato nella misura in cui ti rendi conto che tutto ciò che hai imparato ti serve a molto poco. Che devi imparare, di volta in volta, a capire come muoverti, quali tasti toccare e quali canali privilegiare. Io continuo a lavorare in un istituto professionale, in cui le difficoltà oggettive sono tante e in cui la buona volontà dei docenti colma lacune pesanti. A volte gli insegnanti si trovano a essere più assistenti sociali che professori. Però non riesco a immaginare di andare in un liceo o in una scuola “normale”. Qui trovo la vera ragione di questo mestiere. La vera funzione della scuola è essere punto di riferimento, istituzione sul territorio, presenza dello stato. Noi prof. siamo rappresentanti di uno stato patrigno, ma non lavoriamo solo per quest’ultimo. Lo facciamo perché ci crediamo.

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L’ultimo capitolo del vostro pamphlet è intitolato: Immaginare una nuova scuola.

Da “La cattiva scuola” alla “nuova scuola” attraverso l’immaginazione, che spesso manca tra le cattedre scolastiche e sicuramente è mancata nei diversi ministri che si sono avvicendati a decidere e legiferare sulla scuola.

Dalla cattiva alla nuova scuola il passo è breve o lungo? e questo vostro contributo a che punto del cammino si pone?

Trentina di origine, vive a Palermo dal 2010. Ha pubblicato un libro di poesie, Fili d’erba, nel 2007 e il saggio “La cattiva scuola” scritto con Stefania Auci nel 2017. Gestisce una pagina Facebook: Francesca leggo veloce

Passare da una cattiva scuola ad una scuola nuova non è un passo facile né tantomeno indolore. Non è un caso se i più grandi pedagogisti del passato sono considerati dei rivoluzionari e hanno scatenato nei loro contemporanei reazioni non sempre positive, anzi.

Lo stato attuale delle cose non facilita sicuramente un processo di evoluzione costruttiva delle agenzie educative. Siamo sulla strada della depauperazione della scuola e della professione insegnante e stiamo diventando invece un’azienda che sforna manodopera a basso costo e generazioni di ragazzi vengono educate al fatto che lavorare gratis sia un passo non solo necessario ma dovuto ( si veda l’alternanza scuola-lavoro per come è impostata).

Si è persa la voglia o forse semplicemente non si riesce più in un’aula a stimolare lo spirito critico, per dirne una.

Nell’epoca della globalizzazione pare che la parola d’ordine sia omologare. Massificare fa comodo e comporta meno rogne. Peccato che mai come in questo momento storico le fragilità dei ragazzi escano allo scoperto.

Nel nostro saggio abbiamo scritto una sorta di libretto dei sogni, una serie di cose che a nostro dire potrebbero aiutare a migliorare la scuola in Italia. Nessuna scoperta dell’acqua calda ma piccole strategie e proposte per far sì che stare in classe possa essere un’esperienza sempre costruttiva e non un momento frustrante.

Chissà se qualche ministro avrà voglia di ascoltare anche le voci dei docenti!

StefaniaOgni cosa, prima ancora di esistere, viene immaginata. Noi ci poniamo nella fase dell’immaginazione, ma lo facciamo in maniera propositiva, concreta, prendendo spunto da situazioni e sperimentazioni che già si stanno attivando in alcune scuole: penso alle sedute di yoga, o allo studio delle lingue straniere in maniera concreta e partecipata. Come dice Francesca, oggi manca la voglia dosare: la didattica delle competenze è stata una vera propria iattura per la scuola, poiché non solo ha livellato i speri ma ha schiacciato e svilito la professionalità dei docenti. Si è tentato in ogni modo di farci credere che così sarebbe stato valorizzato il merito, ma non è accaduto  perché, per come è stata pensata questa scuola, non viene premiata in alcun modo l’indipendenza di pensiero o l’apporto critico dei docenti.

Oggi la scuola deve ripensare non solo il proprio ruolo, ma la sua stessa identità, e farlo co n coraggio, spazzando via quelle influenze politiche che hanno uaviuto un effetto devastante: ogni governo degli ultimi 20 anni ha fatto carne da cannone dell’istruzione. Oggi l’istruzione non può più permettersi di essere un punto all’ordine del giorno. Siamo in emergenza educativa ed è bene prenderne atto.

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Ultima domanda: se doveste indicare uno o più titoli per accompagnare la lettura di “La cattiva scuola”, quali indichereste e perché?

StefaniaPiù che di due libri, parlerei di due film. Uno è “Will Hunting” e l’altro è “Meri per sempre”. In entrambi i casi, sia pure con molte differenze, si coglie come un insegnante possa davvero fare la differenza,  soprattutto in contesti deprivati. Se dovessi scegliere un romanzo, sceglierei “Farheneit 451”, perché vorrei che a scuola si imparasse di più, si capisse di più la bellezza dei libri, e si comprendesse come davvero i libri ci aiutano a vivere mille vite. Perché, oggi più che mai non possiamo permetterci la massificazione del sapere.

 

Trentina di origine, vive a Palermo dal 2010. Ha pubblicato un libro di poesie, Fili d’erba, nel 2007 e il saggio “La cattiva scuola” scritto con Stefania Auci nel 2017. Gestisce una pagina Facebook: Francesca leggo veloce

Sicuramente come accompagnamento vedrei bene il saggio di Christian Raimo “Tutti i banchi sono uguali”, il libro di Matteo Bussola “Sono puri i loro sogni”, poi la Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana e “La città del sole” di Tommaso Campanella.

 

Mi permetto di inserire, “Un’altra scuola è possibile” di Giovanni Accardo, perché mi sembra che si associ al vostro lavoro per tante ragioni, in particolare perché è anche lui un docente e quindi condivide con voi lo sguardo dall’interno, e perché come il vostro è un libro scritto con grande amore per i ragazzi e passione per il proprio ruolo di insegnante.

Trentina di origine, vive a Palermo dal 2010. Ha pubblicato un libro di poesie, Fili d’erba, nel 2007 e il saggio “La cattiva scuola” scritto con Stefania Auci nel 2017. Gestisce una pagina Facebook: Francesca leggo veloce Giuditta, ci fa piacere che tu abbia nominato Giovanni Accardo, che abbiamo citato nel nostro saggio. Giovanni oltre che un validissimo collega è anche un amico che abbiamo avuto il piacere di incontrare qualche settimana fa a Palermo.

Giovanni ha apprezzato il nostro lavoro e ne ha scritto una recensione approfondita, essendo un docente estremamente sensibile agli argomenti trattati. (QUI)

 

Per concludere: l’augurio che posso fare è che “La cattiva scuola” arrivi sì nelle mani degli addetti ai lavori ma sia anche letto dagli altri tasselli del percorso educativo: studenti e genitori, e che insieme con loro si possa compiere quel percorso che voi, con tenacia e costanza, indicate nel libro.

Clicca sulla copertina per accedere al sito della casa editrice.
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Chiacchierando con… Stefania Auci e Francesca Maccani
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