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Su una barca diretta al faro dell’isola di Skye, nelle Ebridi. Remiamo tutte e due, un remo a testa. Prese dalla chiacchierata, riusciremo mai ad arrivare a destinazione?

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Ecco l’invito che mi rivolge Tiziana D’Oppido, quando le chiedo dove avremmo potuto incontrarci per chiacchierare del suo travolgente e scoppiettante esordio nella narrativa con il romanzo “Il narratore di verità” (LiberAria). Nella realtà io e Tiziana ci siamo incontrate spesso, durante le fasi organizzative del Women’s Fiction Festival di Matera, all’interno del quale abbiamo presentato insieme il suo romanzo a un pubblico attento e partecipe di aspiranti scrittrici e lettori comuni. E poi di nuovo ci siamo confrontate sui temi e gli sfavillanti personaggi del romanzo a Teggiano, mio paese di origine, il 29 dicembre, nella suggestiva cornice dell’ex refettorio del Convento della SS. Pietà: un gioiello di straordinaria bellezza.

Ma voi cosa aspettate a prendere un remo e a salire sulla nostra barca, che tanto mi ricorda il dantesco “vasel” in cui il sommo poeta sperava di trovarsi con gli amici Guido (Cavalcanti) e Lapo (Gianni)? Sia perché il romanzo di Tiziana D’Oppido è un vero “incantamento” in cui da buona incantatrice la scrittrice ci conduce secondo il suo voler, sia perché quella con Tiziana D’Oppido, attraverso l’entusiasmante esperienza del Women’s Fiction Festival, è stata un’immediata empatia di intenti e intenzioni, letterarie e non solo.

Tiziana D'Oppido

Un esordio scoppiettante, anzi per meglio dire pirotecnico ed esplosivo. Addentrarsi nella trama e nelle vicende, varie e rocambolesche, non è lecito, per non rovinare la sorpresa e il senso di stupore del lettore, che mi sono sembrati i due effetti che maggiormente tu hai voluto suscitare con un intreccio pieno di colpi di scena, di buffi riconoscimenti, di equivoci e situazioni. 

Personaggi e vicende che tieni in un equilibrio sottile ma tenace tra realismo e fantasia, tra concreto e immaginifico. 

Sul fondo della narrazione, ma non sullo sfondo, un terreno fertile e fecondo di temi di stringente attualità, che riguardano i destini dell’umanità alle prese con catastrofi e danni ambientali e sociali; il ruolo e la libertà della donna; il senso profondo della propria coscienza e della consapevolezza del proprio destino.

I due elementi: il gusto di raccontare per divertire e la riflessione che spontaneamente ne scaturisce  sono tenuti insieme dalla lingua, soprattutto sul versante lessicale, piena di guizzi e lazzi, faceta e arguta, che vanta una gamma inesauribile di registri, spesso accostati insieme senza stridore, ma con l’ingenuità creativa del bambino che nomina e rinnova con un linguaggio personale, che è portatore di una precisa visione del mondo. 

Partirei proprio dal linguaggio per addentrarci nel labirinto fantasioso di “Il narratore di verità”: quanto è stata importante per te la costruzione di una lingua, fortemente e ricercatamente originale in cui i neologismi si susseguono a parole insolite o comuni o auliche o quotidiane o letterarie o gergali, in un romanzo che diviene un gioco di parole con un proprio codice, che non altera la realtà ma al contrario ne smaschera aspetti, limiti, problemi e accidenti?

picbioPer me è stato molto importante, direi essenziale, costruire la lingua in parallelo con la trama. M’interessava che la lingua utilizzata nel romanzo fosse specchio della storia narrata: triste, a volte dura, ma anche tenera, divertente e terribilmente ironica, persino beffarda. Proprio come la vita.

In questo senso avevo degli strumenti di supporto al mio obiettivo: io nasco come traduttrice e interprete, maneggiare e sperimentare la lingua è il mio mestiere. La lingua utilizzata nel romanzo è il risultato di un processo lungo e composto di stimoli piuttosto eterogenei, a partire dallo studio universitario dei classici e dei contemporanei italiani e stranieri, fonti d’ispirazione per le trame ma anche per lo stile. Così al volo mi vengono in mente Tondelli, Gadda, Mari, Morante, Wallace, Richler, Cappelli, ma potrei citarne tantissimi altri. Le traduzioni mi portano poi ad approfondire argomenti di settori diversi fra loro, con testi spesso molto tecnici, che ti entrano dentro senza volerlo, come è accaduto coi manuali di idraulica torrentizia da cui – l’avresti mai immaginato? Io no! – è partita la prima ispirazione della trama di questo romanzo. E poi sono curiosa dei testi dei parolieri, degli sceneggiatori di teatro e cinema. Testi, testi, testi. Sono affamata di testi. E una grande amante delle arti. Nella mia lingua ci sono ad esempio la pittura, la danza, il cinema e c’è tanta, tantissima musica. 

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Il Narratore di verità è il mestiere di Lucio, uno dei protagonisti del romanzo e uno dei tanti personaggi surreali che si muovono nelle tue pagine, e sembra quasi di vederli gesticolare grazie alla vivacità del ritmo e della lingua, fuggito da un’orrenda e puzzolente, forse velenosa, fabbrica per la lavorazione delle quaglie.

Cosa puoi svelarci di lui, senza rivelare troppo per chi non ha ancora letto il romanzo? E anche da quale cilindro hai tirato fuori un mestiere così particolare, e per certi aspetti anche temibile?

Foto-autore-Tiziana-DOppido-200x300Nel romanzo racconto la storia di Lucio, il mio protagonista maschile, partendo dalla sua infanzia. Questo è necessario perché sono proprio il suo vissuto infantile e adolescenziale e le dinamiche familiari e sociali in cui si ritrova invischiato che lo porteranno a inventarsi il mestiere di narratore di verità.

Io non so da dove mi sia venuta l’idea di questo mestiere, davvero. Forse un giorno mi torneranno in mente i passaggi che mi ci hanno portato, ma non escludo che il percorso sia talmente arzigogolato e ricco di suggestioni che non ci arriverò mai. Recentemente ho trovato degli appunti del 2013 in cui ho scribacchiato un elenco con queste parole: portavoce privato, messo personale, confidente professionale, rivelatore di verità, raccontaverità. Quindi già allora mi ronzava quest’idea nella testa. Di certo il concetto di verità, e quello di menzogna, mi hanno sempre affascinato. Mentire è un fenomeno trasversale a ogni tempo, a ogni cultura e a ogni età: i bambini cominciano a dire bugie più o meno nello stesso momento in cui imparano a parlare. Senza contare che la bugia non è una prerogativa esclusiva dell’uomo. Mentono anche gli animali e le piante, quando mentire può fare la differenza per la loro sopravvivenza. Pensa al camaleonte, alle piante carnivore… quanti inganni! Un argomento davvero troppo interessante per non desiderare di approfondirlo. Mi viene in mente anche l’Università, dove per alcuni mesi abbiamo studiato, da traduttori, la scrittura di Daniel Pennac in “Au bonheur des ogres”, “Il paradiso degli orchi” in italiano. Sono passati tanti anni però chissà… Benjamin Malaussène e la sua vivace famiglia mi avevano molto incuriosito. È solo un’ipotesi, ovviamente. Una curiosità: ho incontrato Pennac a maggio al Salone del Libro di Torino e gli ho detto del libro: era molto affascinato dal mestiere del “Narratore” e mi ha dato dei suggerimenti che ho cercato di mettere a frutto nel romanzo.

Del resto in un’epoca, la nostra, in cui le fake news si diffondono a macchia d’olio e spesso diventano incontrollabili, ci pensi se davvero ci fosse un narratore di verità a ripristinare un po’ gli equilibri? Un mestiere temibile, come dici tu… ne succederebbero di tutti i colori!

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Come avviene nel tuo romanzo: in cui ne avvengono di tutti i colori, di tutti i sapori, di tutte le acrobazie ed esplosioni.

Accanto al protagonista, una protagonista: Sara. Proprio intorno a Sara ronzano tanti personaggi esuberanti e originali, a partire dalle donnemamme, in cui l’istinto materno nei confronti dell’orfana di madre è elevato alla potenza.

Sara nasconde diversi segreti, che non possiamo svelare, a partire da quello che riporta Lucio a casa, dove scoprirà di aver perso anche lui la madre.

Mi sembra che attraverso la figura di Sara e delle donne che la amano, la maternità intesa nel suo significato e senso più universale divenga tema centrale e nevralgico del romanzo.

Ci racconti qualcosa delle figure femminili di “Il narratore di verità” e del concetto di femminilità, se mai un concetto di femminilità ti appartenga, che è dietro le donne, tante, del romanzo?

Pk0gXpD9_400x400Sono molte, e molto diverse fra loro, le donne che popolano questo romanzo.

Le donnemamme a cui ti riferisci – termine che ho coniato per identificare questo gruppo di donne che fanno quadrato attorno all’orfana Sara, proteggendola e incoraggiandola nel suo percorso di vita – nelle mie intenzioni sono un unico personaggio, una voce unitaria come un coro greco tant’è che, se ci fai caso, quasi sempre intervengono e agiscono collettivamente all’interno della storia. La figura delle donnemamme mi permette di declinare la maternità in una forma diversa da quella dei vincoli di sangue. E di sottolineare la bellezza e la forza della solidarietà femminile.

Un altro personaggio femminile è Sara, che ha un ruolo da protagonista e ha un passato difficile e doloroso, da cui deriva una femminilità goffa, confusa ma desiderosa di trovare la sua strada. Ne parlo spesso nel romanzo. C’è un passaggio drammatico in cui, al culmine di un litigio fra Sara e suo padre, uomo opprimente e autoritario, la giovane rivendica il diritto a vivere liberamente la sua femminilità. Nell’ascoltare quella parola, “femminilità”, suo padre è colto di sorpresa, s’adira perché capisce che in sua figlia sta maturando la consapevolezza di essere una donna padrona di se stessa e del suo destino, non più sottomessa alla sua volontà. Per lui è un qualcosa di inaccettabile, oltraggioso e, pieno di rabbia e frustrazione, decide di umiliare il corpo di sua figlia compiendo un gesto solo in apparenza dispettoso e poco rilevante ma che è invece profondamente crudele. Tant’è che Sara, seppur tramortita, tenterà a lungo di giustificare e minimizzare la gravità di quel gesto (come fanno, del resto, molte donne verso i loro piccoli e grandi carnefici) ma, nel prosieguo della storia e della maturazione del personaggio, vedremo come deciderà di gestire quella mutilazione, che in realtà è una profonda ferita inferta alla sua anima e, appunto, alla sua femminilità.

Quindi femminilità solidale delle donnemamme, femminilità tormentata di Sara ma anche femminilità esibita, maliziosa, accentrante, quale è quella di Graziella, un personaggio antropologicamente molto interessante. Per Graziella la femminilità è un mezzo, lei è una manipolatrice, un’arrampicatrice sociale e una donna di potere, spietata, feroce. Dalla mattina alla sera smania per mettere zizzania, seminare calunnie, spettegolare, soprattutto contro le altre donne. Con lei la mia penna ha esitato prima di descrivere oggettivamente i fatti senza giudicare, come fa del resto con tutti i personaggi. Persone così però ce ne sono davvero nella realtà, e sono il veleno della società.

Quale concetto di femminilità mi appartiene, mi chiedi… mi piace l’idea di una donna dalla femminilità serena, libera, consapevole, priva di senso di rivalità femminili e maschili, non esibita, accettata, che si mette talvolta in discussione per poter migliorare e sentirsi bene nella sua pelle. Di certo rifiuto gli stereotipi di genere e combatto le gabbie mentali e sociali in cui noi donne veniamo spesso infilate o ci autoinfiliamo. Non è un caso che io abbia deciso di dedicare questo romanzo alla figura di Judith Shakespeare.

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Se la maternità è un tema dominante del romanzo, che si porta dietro altri momenti e motivi di riflessioni, dalla libertà di scelta alla consapevolezza del proprio corpo, dall’accudimento solidale alla realizzazione di sé, la paternità è consapevolmente negata nel tuo romanzo. Se i padri ci sono, come quello di Lucio e quello di Sara in primis, non sono figure da prendere a modello, né come padri ma in definitiva neppure come cittadini, imprenditori, uomini in senso lato. La loro è una realizzazione apparente che si coniuga o con il fallimento relazionale, penso all’abbandono subito dal padre di Lucio, dedito solo alla sua fabbrica di quaglie; oppure a una totale assenza di eticità e a una profonda, inevitabile solitudine, il cui dramma consistente è che non sia neppure avvertita, da parte del padre di Sara, che protegge la fabbrica di fuochi d’artificio contro ogni morale e senso del pudore.

Che ruolo hanno gli uomini nel romanzo? C’è l’intenzione di presentarli, fatta eccezionale per Lucio e pochi altri, sotto tinte fosche e oscure?

39567Tu dici bene, in fondo questi personaggi sono soli con le loro venalità e il dramma è che non se ne rendono conto. Purtroppo questa è anche la loro fortuna.

Lungi però da me voler creare una contrapposizione uomo-donna o padre-madre. Se ci fai caso ci sono personaggi negativi e positivi tanto fra le donne quanto fra gli uomini. Penso alla malignità di Graziella ma anche al buonsenso del consigliere Diobòn, al coraggio di Lucio.

Più che sugli uomini in senso stretto, metterei l’accento sugli esseri umani e sulla corruttibilità dell’anima. Questi uomini, questi imprenditori che citi, rincorrono da una vita il mito del denaro e ancor più quello del potere. La loro sete è illimitata, non si fermano davanti a nulla, neppure davanti alla loro famiglia, ai loro figli, e in questo senso come padri sono sicuramente e – ahimè – inconsapevolmente dei falliti. Figuriamoci quindi se si pongono problemi davanti al rispetto delle regole, al bene dei loro compaesani, dei loro clienti. Tuttavia, se riescono nel loro intento, è perché sono circondati da schiere di conniventi, di corrotti, di ipocriti, dai politici agli industriali agli operai, che per i motivi più svariati permettono loro di imperare e prosperare. Quindi di chi è la colpa di come vanno le cose? Nel mio romanzo la satira sociale è forte, a tratti feroce. In quel microcosmo, che è poi lo specchio di una larga fetta della società, pare non salvarsi nessuno. A un certo punto del romanzo, al termine di uno dei frequenti spettacoli pirotecnici della vallata, Lucio chiede a Sara cos’abbiano da festeggiare tanto i valbrodimini, che sembrano essere immersi in una perenne celebrazione: «Sai che in passato c’era la tradizione di sparare per spaventare e allontanare gli spiriti maligni?» le dice, e aggiunge, riferendosi ai suoi compaesani: «Forse temono i fantasmi che hanno dentro, prima che fuori. Forse a volte un pensiero nuovo, un palpito dell’anima o della coscienza fa capolino e cerca di farsi sentire, e loro… pam! Lo mettono a tacere. Scacciano i demoni che li tormentano con la polvere da sparo». Scacciano, si distraggono, chiudono gli occhi. Finché inaspettatamente un granello di polvere s’insinua tra gli ingranaggi oliatissimi di questo sistema, che comincia a scricchiolare e a mostrare crepe minime, poi sempre più grandi, fino a far saltare tutti gli equilibri, con esiti a dir poco imprevedibili. 

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Siamo giunti così all’ultima domanda.

Critica sociale, temi caldi e dibattuti che sono il cuore del romanzo. In parte la felicità del tuo esordio, quello che lo rende innovativo e insolito nel panorama della narrativa italiana, è il fatto che non diventi mai feroce nell’ordito narrativo, ma lasci che la ferocia a cui accenni trapeli e si configuri senza intaccare né smorzare la verve e la briosità del dettato. Il lettore conserva sempre il sorriso leggendo le tue pagine, anche se poi a tratti sente la bocca impastarsi di un sapore amore e stantio, di corruzione e ipocrisia.

Lascio a te la patata bollente di trattare e svelare il “nocciolo duro” del tuo discorso narrativo, per quanto si può, perché i temi di critica sociale e di strettissima attualità sono legati a doppio filo ai colpi di scena e ai misteri del romanzo. Questo plot così incandescente e scoppiettante, in cui mistery fiction e dibattito si intrecciano e sovrappongono, ti portano anche lontana da qualsiasi genere letterario, pur non negandoli a priori, ma anzi confondendoli e amalgamandoli. C’è qualche modello a cui ti sei ispirata o che senti particolarmente vicino?

 liberaria.001Non mi vengono in mente modelli letterari a cui mi sono ispirata né avevo in testa un particolare autore o romanzo mentre scrivevo questa storia. Non è stata un’operazione studiata a tavolino e questo spiega perché il romanzo non rientra in un genere predefinito. I lettori e gli addetti ai lavori danno al libro una classificazione che puntualmente varia: thriller, giallo, mystery, comico. Uno scrittore a cui tengo molto, e che ha seguito questo romanzo fin dalla genesi, l’ha chiamato “romanzo brillante con inserti comici e di mystery”. Perché no? Mi ci ritrovo abbastanza.

Se di ispirazione vogliamo parlare, dobbiamo parlare di musica. L’ispirazione iniziale dell’opera è stata infatti l’Estate di Vivaldi, soprattutto i movimenti dell’Adagio e del Presto, una tipica musica a programma che ho sempre amato e che in una sera tedesca, dopo una faticosissima koelnmesse, con temperature sotto lo zero e un vento gelido, ho ascoltato dal violino incandescente di un artista di strada che ha fuso letteralmente la neve sull’asfalto e mi ha dato un’emozione fortissima. Tutto è nato lì, credo. In quel momento mi sono venuti in mente l’incipit e la conclusione di un romanzo che non avrei mai pensato di scrivere, e l’idea che quel romanzo seguisse l’andamento dell’Adagio e del Presto. Da allora ho cambiato molti elementi della trama, dai personaggi allo sviluppo alle azioni, ma da incipit, conclusione e dall’ “Estate” non mi sono mai schiodata.

Per il resto, quello che ho scritto ha una forte base scientifica, una ricerca tecnica durata anni, uno studio accanito della società, una cura maniacale per la forma, ma il nocciolo duro di cui mi chiedi è in realtà è un nocciolo molle, è un muscolo che batte, è il cuore da cui è scaturito tutto, è la passione, l’amore per l’arte, per la bellezza e per la gente. Io credo che sia per questo che, anche nei passaggi più dolorosi e feroci del testo, non indugio, ma descrivo e passo oltre. La vita è fatta anche di sofferenze e ingiustizie e io non le nego, ma neppure infierisco, anzi laddove possibile cerco di renderle più sopportabili, aggiungendo un tocco ironico e colorato.

Quindi vedi? L’imprevedibilità e la passione hanno creato questa storia. Il sangue a un certo punto ha preso a scorrere più veloce e ha trascinato con sé pensieri e parole che avevo da qualche parte nella testa. Tutto il resto, i misteri, la critica sociale, i temi d’attualità, i colpi di scena, sono venuti di conseguenza e fluiti in maniera molto spontanea e naturale.

E qui torniamo all’inizio della risposta. A che genere appartiene questo romanzo? A me interessa qualunque definizione gli dia il lettore. L’ultimo atto del processo di scrittura è passare il frutto della mia passione, il libro, al lettore, alla lettrice, e da quel momento il romanzo appartiene a lui, o a lei. Qualunque cosa ci veda o a qualunque conclusione arrivi, per me va bene. Quando mi capita di ascoltare da un lettore la sua versione della mia storia, resto spesso basita dallo scoprire quante vite può contenere un libro. E questa è una magia alla quale non mi abituerò mai. 

Posso aggiungere solo un consiglio: mettete in sottofondo l’Estate di Vivaldi e immergetevi nella lettura di “Il narratore di verità”… poi passate a ringraziarmi perché sarà un’esperienza unica! Io invece ringrazio Tiziana D’Oppido, per il sorriso generoso che è sul suo viso e nella sua scrittura.

Chiacchierando con… Tiziana D’Oppido
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