di Andrea Cabassi

Andrea Cabassi

 

 

 

 

 

 

CARTOGRAFIE DELLA SAUDADE

Recensione al libro di MARINO MAGLIANI “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi”

(Exòrma)

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Quando nella mia adolescenza e nella mia giovinezza andavo in vacanza a Marina di Carrara, amici e conoscenti mi dicevano che, nelle terse giornate d’estate, dopo che il vento aveva spazzato le nubi, si poteva vedere la Corsica. Un giorno andammo sul Monte Sagro, nelle Apuane, ci fermammo la notte e gli amici mi dissero che, se non ci fosse stata foschia, all’alba si sarebbe potuto vedere la Corsica. Qualcuno smentiva e diceva che, no, non si sarebbe potuto vedere la Corsica, ma le linee delle coste dell’isola d’Elba.

In tutti gli anni in cui andai in vacanza da quelle parti non vidi mai né la Corsica, né l’isola d’Elba. Restarono per me, ragazzo, isole di un altrove quasi mitico su cui poter fantasticare. In Corsica non ci sono mai stato e mi è sempre rimasta una struggente nostalgia per un luogo mai visto, una nostalgia che ho, in qualche modo, coltivato immaginando i paesaggi còrsi, immaginandone la geografia. 

Ricordo, poi, -è un ricordo nitidissimo- una giornata di fine maggio, pochi giorni prima che finisse la scuola (frequentavo il Liceo classico, la II). Mi aggiravo per il corridoio di casa illuminato dai raggi di sole mentre leggevo ad alta voce “Meriggiare pallido e assorto” di Montale. Fui assalito da una struggente nostalgia per la Liguria (quando ero in vacanza a Marina di Carrara andavo spesso nella Liguria di Ponente). Continuai a leggere e la nostalgia assunse forme di immagini: il sole, il mare, gli orti, gli ulivi, i giorni passati a esplorare i sentieri… il senso faticoso dell’esistere.

Ricordi che sono riaffiorati, potenti, mentre leggevo i libri di Marino Magliani “Il collezionista di tempo” (Sironi editore. 2007), “Carlos Paz e altre mitologie private” (Amos edizioni. 2016)Risultati immagini per Carlos Paz e altre mitologie private” (Amos edizioni. 2016) mentre sfogliavo la splendida graphic novel “Sostiene Pereira” di cui Magliani è lo sceneggiatore e Marco D’Aponte il disegnatore ( Tunuè. 2016), mentre leggevo il suo ultimo libro “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” (Exòrma. 2017). Libri che ti lavorano dentro, ti si incollano addosso, evocano ricordi, immagini, frammenti di vita, nostalgia, malinconie. Sono libri che ti provocano intense sensazioni cinestesiche: assapori e gusti la pagina, ascolti i colori e i paesaggi, tasti la musica della frase. Sensazioni profonde che si provano, ad esempio, leggendo il racconto “Sabbia” contenuto in “Carlos Paz e altre mitologie private” (pag. 15-23) e che è stato selezionato per Frontiere Grenzen, il premio per narratori di racconti provenienti dalle Alpi. Sensazioni profonde che si provano leggendo “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” sul quale mi soffermerò. Un libro che, come gli altri, parla di esilio, nostalgia, malinconia, temi fondamentali nella narrativa e nella biografia di Magliani che vive in Olanda, ma è originario della Liguria.

Sostiene Pereira
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A cosa si riferisce il titolo del libro? Si riferisce  a quei moscerini che si trovano in Olanda e che “vivono attorno alle alghe, o nei luoghi anfibi dove la sera si radunano i gabbiani. Il loro nome completo è japanse dansmug.

A volte esco a fotografarli (al solito se cerchi le cose non le trovi) e mi viene in mente quando da bambino aspettavo la Corsica, ma lei spariva per dei giorni, poi un bel giorno si ripresentava come se niente fosse, silenziosa, con le sue gobbe e la cresta a sinistra, in quel posto del mare che sembrava già l’Africa, se allora uno avesse avuto un’idea dell’Africa”(pag.13-14).

Sono quei moscerini che “ritrovo persino sul terrazzino di casa, all’ombra della pianta di basilico. Forse è quando ricordano il grande viaggio, il loro esilio, e le piantine aromatiche delle isole Hawaii, da cui provengono” (pag. 30).

Sono molto diversi dai talitri che si trovano sulle dune di Marina di Vecchiano e che sono animaletti nomadi e non esuli. Perché c’è una differenza essenziale tra essere nomadi e essere esuli: il nomadismo non implica la nostalgia,  non la richiama, l’esilio sì.

Prima di proseguire qualche cenno alla trama: il narratore vive in Olanda dove, tra le altre cose, lavora come traduttore, ma è nato in Liguria, regione che è un luogo dell’anima come lo è il suo dialetto. Prima dell’Olanda il narratore è stato in collegio a Mondovì per sfuggire alla malinconia: “Andandotene volontariamente speri di sbarazzarti della malinconia (ci si nasce con la malinconia), di lasciarla da qualche parte sotto un portico. Ecco, cosa fai, scappi via. Non sai che sarà l’unica cosa che porterai con te. E a un certo punto pensi di averla fatta franca. Miracolo, in collegio la malinconia ti viene meno, molto meno, e questo è pericoloso, il tranello, la malinconia è la stessa di sempre, ma insieme a lei è sopraggiunta la nostalgia, e allora la voglia di tornare a casa ti nasce dentro come una speranza” (pag.64-65). È stato in quella Spagna di plastica che sono la Costa Brava e le isole Canarie. È stato nella pampa Argentina. Poi gli andirivieni tra Olanda e Liguria, costellati di nostalgia e ricordi d’infanzia perché, come diceva Rilke, la nostra patria sono i ricordi d’infanzia. E tra questi andirivieni, altre vicende come il servizio di leva e la morte del padre per la quale il narratore/autore porterà sempre un profondo senso di colpa, il rapporto con una donna sposata, conosciuta negli anni dell’adolescenza, il rapporto con Peter che scrive poesie e quello, di grande importanza per l’economia del libro poiché interlocutore privilegiato, con Antonio Tabucchi.

Il confine tra narratore e autore è labile. Magliani è davvero ligure; è davvero un traduttore di scrittori spagnoli e ispanoamericani: ha tradotto Gabriel Mirò, Roberto Arlt (sua la traduzione di “Acqueforti di Buenos Aires” uscito per Del Vecchio nel 2014), il libro di Adriàn Gìmenez Hutton “Chatwin in Patagonia” (Nutrimenti.2015), sta traducendo uno dei più grandi autori argentini, poco conosciuto in Italia e uno dei primi scrittori fatti scomparire dal regime di Videla nel maggio 1976, Haroldo Conti, quell’Haroldo Conti che sosteneva essere la vita una gomma da cancellare. Vive davvero in Olanda; ha conosciuto davvero Antonio Tabucchi e non è un caso che sia stato lui  a sceneggiare la  graphic novel “Sostiene Pereira”.

Magliani è un cartografo dell’esilio e della saudade. Uso appositamente il termine saudade che è qualcosa in più della nostra nostalgia, è qualcosa che va oltre. Non è uno stato d’animo che, di tanto in tanto, ci assale. E’, soprattutto per i portoghesi, un modo di essere nel mondo. Anche per Magliani la nostalgia è un modo di essere nel mondo. Per questo motivo, dunque, lo considero un cartografo della saudade, quella saudade che permea tante pagine dei suoi libri e dei libri di Tabucchi e che Anna Dolfi ha ben analizzato nel suo saggio “ Gli oggetti e il tempo della saudade. Le storie inafferrabili di  Antonio Tabucchi” (Le Lettere. 2010), quella saudade che ti prende e non ti abbandona più quando ti aggiri per i vicoli dell’Alfama, a Lisbona, o quando ti perdi a guardare il Tago e l’orizzonte lontano sperando di scorgervi schegge di futuro o leggi Pessoa in uno dei caffè del Rossio.

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Dolcedo, luogo natale di Magliani.

Magliani è un cartografo della saudade e ne traccia la fenomenologia: “La nostalgia non la senti quando sei lontano, ma quando sei lì, al tuo paese, e sai che tra poco te ne vai” (pag.40).

E’ una nostalgia del presente, ma anche una nostalgia del futuro. Quella nostalgia che ti prende nel presente, sapendo che di quel momento avrai nostalgia in futuro, quella saudade che mi assaliva a Lisbona sapendo che di quel momento, di quella città avrei avuto nostalgia in futuro. Attimi in cui si condensavano presente e futuro e che presto sarebbero diventati passato. Perché, se c’era nostalgia a guardare il Tago, a perdersi tra i vicoletti dell’Alfama, a scendere dal Castello con l’electrico 28, c’era anche una nostalgia proiettata in un futuro in cui sapevo che non avrei potuto più essere lì.

E ancora c’è quella nostalgia che si prova per una terra mai vista e solo immaginata come mi succedeva per la Corsica e come succede al narratore/autore per il Portogallo quando cerca in Olanda frammenti della terra lusitana e che, forse, trova nella sua corrispondenza con Antonio Tabucchi.

Un paese immaginato e mai visitato  è un paese di illusione  se consideriamo il termine illusione nel suo significato etimologico di in/ludere, “giocare in”, “giocare dentro”. “Giocare in”, “giocare dentro” lo puoi fare solo se quel luogo lo fantastichi, un luogo che, magari, non visiterai mai perché hai il timore che il reale ti de/luda. E nella de/lusione  sta la fine del gioco. C’è un momento in cui alla geografia immaginaria, a cui Magliani dedica pagine bellissime, si sostituisce una geografia fin troppo reale. Come quando, alle parole inventate dai bambini, magari in dialetto ligure, si devono sostituire le parole della lingua italiana: “Le parole dei bambini sono codici, quando ne dimentichiamo il segreto è perché abbiamo scoperto la combinazione e spogliato la cassaforte. Lo stesso forse avviene per i posti. Un giorno siamo costretti a decifrare i codici, e la cartina geografica sostituisce il mondo preistorico” (pag. 33).

Se Magliani e Tabucchi si specchiano e rispecchiano, in una geografia immaginaria anche Liguria e Portogallo si specchiano e si rispecchiano perché: “Mi piacerebbe discorrere del Portogallo, e del fatto che in qualche modo ci sono terre che in comune con la Liguria hanno un senso di estremità. Forse ci giocano la luce, i marciapiedi, le finestre. La malinconia. Portogallo e Liguria e quell’idea di isola” (pag. 53).

Altri due tasselli alla cartografia della nostalgia/saudade.

Il primo è uno straordinaria definizione di nostalgia: “La nostalgia è il liquido che allaga le terre riarse, il dentrovivere che ci è concesso per riempirlo di nostalgia. Un organo, la pancia che cresce con gli anni. Guai se quel liquido raggiungesse altri organi e arrivasse agli occhi, si farebbe gelatinoso come le meduse, anche se ogni volta si proporrebbe come qualcosa di nuovo, perché i tessuti riarsi del dentrovivere non potrebbero assorbire la stessa nostalgia contenuta nel tempo. Sprofonderebbero. Invece ne contengono solo il ricordo, e insieme al ricordo la nostalgia del presente e quella del futuro, diceva Pereira” (pag. 44). E lo diceva nel magnifico capitolo XX di “Sostiene Pereira”, dopo aver parlato a lungo con il dottor Cardoso che gli aveva consigliato di frequentare il futuro : “… sentì invece una grande nostalgia, di cosa non saprebbe dirlo, ma era una grande nostalgia di una vita passata e di una vita futura, sostiene Pereira” (Feltrinelli 1994. Pag. 141).

Il secondo è una immagine che si trova nel racconto “Sabbia” contenuto in “Carlos Paz e altre mitologie private” : “Gli sarebbe piaciuto sapere cos’era un molo se non era  né terra né mare. Al solito aspettò le parole, ma la cantilena delle onde consumò la pazienza” (pag. 19).

A quel narratore che, impaziente, aspetta le parole si può rispondere con Alvaro de Campos, uno degli eteronimi di Pessoa,  che in “Ode Marittima scrive: “Ah, todo o cais è uma saudade de pedra”, “Ah, Ogni molo è una nostalgia di pietra/ e quando la nave salpa/e subito ci accorgiamo che s’è aperto uno spazio tra il molo e la nave/ non so perché, mi coglie un’angoscia mai provata,/una nebbia di sentimenti e tristezza/che brilla al sole delle mie angosce rifiorite/come la prima finestra sulla quale riverbera l’alba/e mi avvolge con il ricordo di un’altra persona/che forse misteriosamente è me”.   

 Se l’esule è colui che è ex/solum, fuori dalla terra”, “fuori luogo”, allora tra il molo e la nave, tra l’assenza e la presenza, tra la distanza dal luogo delle origini e il luogo in cui si è esuli sta la scrittura perché la scrittura è la manutenzione dell’assenza, è  riempire il vuoto, è l’abitare il luogo  di chi è “fuori luogo”.

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Lisbona, Electrico 28

In “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” c’è un’altra bellissima pagina che coglie il senso dell’esilio: “Vivere in esilio è svegliarsi all’alba, colazione, lavorare un’ora, poi tornare a dormire e svegliarsi a metà mattinata. Un piede nudo sul pietraio del passato, l’altro su quello del presente, e il rumore che senti nella testa rigonfia di sonno sono i sonagli dei serpenti sotto le pietre” (pag. 53-54). E, subito, sembra di rivedere Ulisse sull’isola di Ogigia che scruta il mare.  

A differenza di un altro grande scrittore ligure, Francesco Biamonti il cui stile è scabro, in Magliani la scrittura è di grande eleganza, raffinata, fortemente evocativa. La narrazione, spesso, si trasforma in immagini poetiche e queste immagini hanno un forte impatto sul lettore. La cronologia è stravolta perché esilio e nostalgia scompaginano i tempi, il prima e il dopo, il passato, il presente e il futuro. Il tempo, i tempi si fondono, si con/fondono e non potrebbe essere diversamente. Ben lo sapeva Antonio Tabucchi che, sostiene Magliani, soffriva di una nostalgia oceanica, e che ha scritto un romanzo epistolare come “Si sta facendo sempre più tardi” ( Feltrinelli. 2003) in cui le lettere spedite e scambiate non solo sono “fuori luogo”, ma sempre “fuori tempo”. Paolo di Paolo, nell’introduzione alla graphic novel  “Sostiene Pereira”, scrive giustamente: “Le date e i conti non tornano mai, c’è un rapporto tormentoso tra la nostalgia e l’infinito, tra l’oggi che evapora e tutti i nostri ieri…”

Antonio Tabucchi e Marino Magliani. Due scrittori che hanno riflettuto sull’esilio e la nostalgia, due scrittori che sono d’accordo nel sostenere che gli esuli sanno fare bene due cose: camminare lungo i corsi d’acqua e non dormire la notte. Due autori che si sono annusati e riconosciuti. Non è casuale che alla fine di “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” ci sia un capitolo che si intitola “Note per un altro libro” (pag.171-73) dove viene riportato uno scambio di mail, realmente avvenuto, tra Tabucchi e Magliani. Quasi un’appendice distopica, datata inverno 2026.

Chissà che queste note non siano il prodromo ad un nuovo romanzo in cui un Antonio Tabucchi reale, immaginato, immaginario torni a prendere la parola e ci racconti, guidato dalla mano sapiente di Marino Magliani, qualcosa dell’Altrove.

Chissà che queste note non contengano in embrione un nuovo stupendo libro come lo è “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi”.

Lo Scaffale di Andrea: L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi

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