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Non mi è propria l’arroganza intellettuale di chi si mette in cattedra. In ogni libro scrivo ciò che sento necessario, se poi questo ingenera consapevolezza in chi lo legge, vuol dire che il libro è riuscito e ne sono felice. Ma non posso né voglio farlo a priori.

Ho incontrato Valeria Luiselli, una delle più consapevoli e articolate voci della letteratura americana, a colazione, in una fredda giornata romana, in un bar poco lontano dalla Nuvola di Fuksas dove si teneva Più libri più liberi, la fiera dell’editoria indipendente, di cui vi ho parlato QUI. Insieme con me altre blogger per chiacchierare con la scrittrice messicana: Laura Ganzetti di Il tè tostato, Simona Scravaglieri di Letture sconclusionate, Barbara di Libri in valigia e Maria Di Biase di Scratchbook. Valeria Luiselli parla un perfetto italiano, e nonostante sia presente in veste eccezionale ma consueta di interprete l’editore di La Nuova Frontiera, Lorenzo Ribaldi, conduce da sola il dialogo, con piccole perplessità su termini difficili e specifici del pensiero e del ragionamento, che quasi sempre esprime in italiano con il termine non solo corretto, ma forbito e specialistico.

In Italia Luiselli è pubblicata da La Nuova Frontiera, una coraggiosa casa editrice indipendente che si occupa solo di letteratura sudamericana. Luiselli è messicana, anche se è cresciuta in Sudafrica e ora vive a New York. La sua presenza in Fiera è stata per accompagnare il nuovo pamphlet, dal titolo fortemente espressivo: Dimmi come va a finire.

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È la domanda che la figlia le rivolge spesso, dopo che la madre le racconta le storie che incontra da quando ha cominciato a lavorare come interprete volontaria per il Tribunale Federale dell’Immigrazione di New York. In particolare, probabilmente per la forte carica di immedesimazione, la domanda della figlia si concentra sulla storia di due sorelline messicane, arrivate negli Stati Uniti con il numero di telefono della mamma cucito sul vestito, perchè troppo piccole per poterlo memorizzare. Raccontano di una vita serena con la nonna, senza essere mai state picchiate né minacciate. E questo non va bene, perché toglie alla loro storia i requisiti necessari per poter rimanere negli Stati Uniti, e ricongiungersi con la madre.

Con l’era Trump, per la violenza delle posizioni, si torna a parlare della frontiera con il Messico, del problema dell’emigrazione e di quello in particolare legato ai minori non accompagnati. Ma quasi nessuno conosce, ed è per questo che ho scritto in inglese – risponde alla mia domanda sul perché per “Tell me how it ends” (questo il titolo originale, tradotto alla lettera in quello italiano) abbia scelto l’inglese invece dello spagnolo, che è la sua lingua madre –, le posizioni drastiche di Obama e le leggi sfavorevoli che, durante il suo mandato, sono state votate contro i migranti. Perché chiamarli clandestini è un errore, ma non semplicemente linguistico, un errore politico con cui è necessario fare i conti, perché ha implicita la violenza, non solo verbale ma di visione politica.

8gA-KyZn_400x400Al titolo della versione italiana, che vanta la traduzione di Monica Pareschi, splendida e letteraria voce all’interno del panorama dei traduttori che sono il fiore all’occhiello della nostra narrativa, è stato aggiunto un sottotitolo: Un libro in quaranta domande.

Sono le quaranta domande del questionario che viene somministrato ai minori dal Tribunale Federale dell’Immigrazione:

Quando il colloquio preliminare con il minore è finito, incontro gli avvocati per consegnare e spiegare quello che ho trascritto e le eventuali osservazioni. Dopo di che gli avvocati analizzano le risposte, cercando di individuare gli elementi utili a costruire una difesa sostenibile che ne impedisca l’espulsione, e la “potenziale dispensa” che il bambino o la bambina sono in grado di ottenere. Il passo successivo è trovare un difensore. Una volta che un avvocato ha accettato l’incarico, comincia la vera battaglia giudiziaria. Se vince, il bambino otterrà qualche forma di sospensione del provvedimento. Se perde, il giudice emetterà un ordine di espulsione.

Spesso si crede che una volta passata la frontiera, la storia finisce con il lieto fine. – spiega la scrittrice –  Invece a quel punto, anche per i minori, comincia un altro viaggio non meno doloroso e crudele del precedente. Le pratiche e la battaglia per non essere espulso.

Per quale motivo sei venuto negli Stati Uniti? È questa la domanda che apre e chiude il saggio, perché è così che Valeria Luiselli definisce il nuovo libro.

Un saggio, che è la forma ibrida per eccellenza: centauro di generi. – ci spiega.

Non semplicemente un saggio, perché Valeria Luiselli non è solo una saggista dalla penna e dalle prospettive letterarie ricche di acribia, ma qualcosa di più, una raffinata scrittrice di grande maturità dal punto di vista narrativo e strutturale, e nel libro rivela con intensità la promiscuità delle due figure: saggio e racconto in un equilibrio di tensione narrativa che afferra il lettore, senza mai trascinarlo, ma mantenendolo sul piano di un discorso pacato e convinto, consapevole e lucido, partecipato e a tratti commosso.

scrittrice-messicana-valeria-luiselli-ospite-e-sca-186507Stavo scrivendo un romanzo – ha chiarito – quando mi sono resa conto che la rabbia per la situazione dei migranti stava prendendo il sopravvento e quello non era il luogo giusto. Ho dunque sentito il bisogno di fermarmi e di dare sfogo alla mia necessità di scrivere dell’esperienza di interprete presso il Tribunale Federale dell’Immigrazione, di raccontare le storie che avevo conosciuto. Non ho voluto farlo con rabbia, tutti siamo capaci di dare sfogo alla rabbia, ma con compostezza e trasparenza.

La stessa scrittrice era in attesa della Green Card, la tanto agognata Green Card, mentre scriveva il libro, che è anche il racconto di un viaggio da New York in Arizona, al confine con il Messico. Un viaggio al contrario, fatto con marito e figli, nella condizione di “nonresident aliens” in cui si trovano al momento del viaggio, in attesa di diventare “resident aliens”. Alieno: chi proviene da paesi diversi dagli Stati Uniti è un alieno, che può diventare “removable aliens” ossia stranieri che possono essere rimossi.

La richiesta della Green Card, con tutti i sacrifici che richiede, mette lei e il marito in una situazione di disagio e li spinge a porsi quella fatidica domanda con cui si apre il questionario d’ingresso che Valeria Luiselli traduce per i piccoli migranti giunti negli USA: Per quale motivo sei venuto negli Stati Uniti?

Non avevamo una risposta precisa. Nessuno ce l’ha mai. Ma ormai era fatta, avevamo inoltrato le domande, e mentre aspettavamo una risposta non eravamo autorizzati a lasciare il paese.

9788883733253_0_0_0_75La forza del libro di Valeria Luiselli è nel non avere una risposta, ma di non crogiolarsi nella rabbia. Di nutrire una necessità, che è quella della scrittura e della consapevolezza:

Mi domandavo se ero “autorizzata” a scrivere: la scrittura è il mio lavoro, dopotutto. Ma naturalmente lo feci, e continuerò a farlo, perché è quello che so fare. E sapevo che se non avessi scritto questa particolare storia non avrebbe avuto senso tornare a scriverne qualunque altra.

Non lo sa la scrittrice perché è venuta negli Stati Uniti, perché il desiderio di appartenenza all’America la spinge a essere aliena a se stessa, nella convinzione che un giorno, in America, potrà tornare a essere quello che è. L’unica ad aver tentato di dare una risposta è una bambina, con la verità disarmante che spesso si cela nell’ingenuità:

Perché volevo arrivare.

Eppure non è così facile arrivare, e lo esprime chiaramente la Preghiera del Migrante, riportata da Luiselli, che ricorda solo poche righe: “Partire è un po’ morire/ Arrivare non è mai arrivare”.

Ma, e qui il grande pregio di una scrittura che non si affida alla rabbia e alla violenza, ma al ragionamento e alla costruzione di un pensiero, c’è un momento in cui si sente che esiste la cosa giusta, e che mi ha particolarmente toccata nella mia veste non solo di cittadina ma anche di docente.

Un corso universitario, tenuto da Valeria Luiselli, che diventa movimento propositivo e costruttivo per cercare di rispondere alla domanda semplice ma pregnante dei nostri tempi: dimmi come va a finire.

Ma come va a finire la storia di queste due bambine? Chiede mia figlia.

Non lo so come va a finire, rispondo.

Torna spesso a questa domanda, esigendo una conclusione appropriata con l’insistenza dei bambini molto piccoli: Ma dopo cosa succede, mamma?

Non lo so.

Perché seppure è difficile trovare una risposta alle quaranta domande del questionario, a partire dalla prima: perché sei venuto negli Stati Uniti (o in qualsiasi altro paese diverso dal tuo)?; seppure non possiamo immaginare come va a finire la storia di bambini che con il numero cucito sui vestiti cercano una seconda possibilità, sebbene tutti sappiano che non sarà facile; possiamo sempre provare a fare qualcosa, di molto semplice:

Basta un gruppo di dieci studenti motivati per cominciare a cambiare qualcosa. In dieci, davanti ai miei occhi sbalorditi e persino increduli, stendono una bozza di statuto, stabiliscono i vari compiti e ottengono l’approvazione dell’università. L’organizzazione si chiamerà TIIA, che gioca con il termine spagnolo “tìa”, ossia “zia”, e sta per Teenage Immigrant Integration Association (Associazione per l’integrazione dei giovani migranti).

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Una definizione forse abusata, quella di libro necessario, ma “Dimmi come va a finire” di Valeria Luiselli è un libro estremamente e assolutamente necessario, che tutti, proprio tutti dovrebbero leggere e far leggere:

Ci sono cose che si possono comprendere solo a posteriori, quando sono passati molti anni e la storia è finita. Nel frattempo, mentre la storia è in corso, l’unica cosa da fare è raccontare continuamente man mano che progredisce, si biforca, si ingarbuglia. E la storia va assolutamente raccontata, perché prima di poter comprendere qualcosa, questo qualcosa va narrato molte volte, con molte parole diverse, da molte angolazioni diverse, da molte menti diverse.

Una cosa simile l’ha dimostrata un’altra donna che ammiro straordinariamente, Chimamanda ‘Ngozi Adichie, in una conferenza sul pericolo della storia unica di un popolo: 

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Grazie Valeria Luiselli per averci concesso il tempo della riflessione attraverso la lettura del centinaio di pagine di “Dimmi come va a finire” e averci aiutato a comprendere uno spaccato della nostra storia, ricordandoci che siamo prima di ogni cosa “umani”.

Colazione con Valeria Luiselli
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