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Un tipo strano si aggira per le vie di Roma, si intrufola negli appartamenti con la scusa di doverne prendere uno in affitto. Il caso è così curioso che ne hanno parlato anche i giornali nella cronaca cittadina.

Una volta ho sentito di uno che andava a vedere le case per finta, per scrivere dei racconti. Addirittura, dava un nome falso e aveva registrato un secondo numero di telefono. Ne avevano parlato su un giornale. Che sia lui?

rmoliterni-faniniMi verrebbe da chiederlo a Roberto Moliterni, che lo scrive in “Storie in affitto” (Dino Arduino editore), se il calabrese che si incontra alla decima casa visitata dal protagonista, suo omonimo, in zona Prati, non riveli la genesi del libro, o se invece sia vera la notizia del giornale, da cui lui stesso ha preso poi spunto per scrivere un “romanzo a racconti” come indica il sottotitolo.

Sedici appartamenti visitati in giro per i quartieri romani, alternati a cinque racconti in cui si seguono le vicende della casa al Pigneto che Roberto vuole lasciare, dopo che, andata via Angela, una delle coinquiline perfette e solidali con cui ha condiviso un pezzo di strada, è stata sostituita da un tipo strano e pericoloso che coltiva cannabis in casa e sul terrazzo condominiale, dalle cattive compagnie e minacciose frequentazioni.

Se da una parte la ricerca di una casa in affitto e il disagio, sempre più evidente, che il protagonista vive nella propria, gettano una luce soffusa e originale sulla precarietà e il senso di caducità che l’accompagna, sia di una generazione che si barcamena senza stabilità e ormeggi in un mare pieno di contraddizioni, sia dell’esistenza tutta, che barcolla tra sentimenti e relazioni instabili e vulnerabili.

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Il girovagare del protagonista e la ricerca di casa sono il pretesto per descrivere con sorniona e partecipe ironia i diversi destini e la varia umanità, con i suoi tic e le sue vicissitudini, ma sono anche racconto attuale del presente, che dal microcosmo degli appartamenti visitati si apre al contesto della città e da questa si allarga a quella del mondo. Non solo chi cerca, ma anche chi offre casa in affitto vive necessariamente un senso di precarietà, legato spesso allo scardinamento di certezze professionali, affettive, relazionali, esistenziali. Il calore dello sguardo di Moliterni coglie gli aspetti più umani della ricerca e dell’offerta, si sofferma su dettagli che nella loro semplice banalità nascondono e svelano sensi e storture del nostro esistere.

Se quasi tutti i racconti sono viaggi sentimentali nelle vite altrui, che mettono in luce con un sapiente gioco di specchi anche l’interiorità della voce narrante, in cui talvolta sembra far capolino l’autore, in un curioso nascondino con il lettore, l’incontro e l’amicizia con Andrea è l’occasione per allargare l’orizzonte della narrazione, trascendendo i limiti delle pareti di casa, della città stessa e delle esperienze quotidiane e facendo irrompere, come accade nella vita vera, l’attualità con la sua carica dirompente ed esplosiva.

Roberto e Andrea si incontrano per l’affitto di una stanza singola in zona Prati: una casa bella in un posto bello, che al protagonista piace subito. Eppure tentenna:

Ci penso uno, due, tre giorni, non so perché ci penso così tanto, potrei dirgli subito sì, avrei potuto dirglielo appena uscito dalla casa o addirittura mentre ero in cucina con lui: forse, come al solito, è la paura del cambiamento, forse è la dipendenza dalla voragine – mi terrei il tossico che spaccia invece di andare a casa di Andrea Vignali. Sono capace di questo?  

E quando finalmente è pronto, la stanza è già stata affittata. Ma la vita non è solo perdita, anche restituzione e ricompensa, e in questo caso Roberto perde sì un’occasione di cambiare la propria dimora in meglio, ma conquista un’amicizia, che diviene sintonia di prospettive e di valori. La vita di Andrea sarà segnata da un’esperienza forte: come parte della squadra della trasmissione “Presa diretta”, è vittima di un rapimento insieme ad altri giornalisti in Siria. Quell’esperienza rende visibile, e come uno specchio riflette e rende evidente anche quella di Roberto, il “blues che ha negli occhi”. E la svela al lettore come colonna sonora del libro e della visione del mondo e sul presente che “Storie in affitto” rappresenta:

La sensazione che ho, e che non saprei definire se ci fosse già prima che Andrea partisse per la Siria, oppure è venuta dopo – dopo, cioè, è soltanto esplosa – è che noi abbiamo sempre girato sul bordo dell’inquietudine, anche quando abbiamo parlato d’altro, e questo ci ha dato la sensazione di poter diventare amici, legati da un’inquietudine. Non so se questa inquietudine sia il “male” o un “vuoto” (che poi è la forma che prende il male quando smette di pulsare), se sia semplicemente la fotografia che si ripropone di quel momento della vita in cui tutti, in modo diverso, abbiamo perso la giovinezza. Qualcuno, sì, lo chiamerebbe blues quello negli occhi di Andrea e nei miei. E questo blues in fondo, ci protegge, non tanto dal dolore, che è inevitabile, quanto dalla follia, e ci salva: ci tiene vicini alla linea che divide la vita dalla morte, ma non ce la fa superare, ce ne fa prendere confidenza, ma non ce la fa temere. Non ci fa essere, cioè, superficiali, che è il modo più pericoloso per farsi sconvolgere dagli eventi, anche quando sono enormi come quello che è capitato ad Andrea. E lui, infatti, è ancora qui, saldo, nonostante tutto.

Quindi, ho la sensazione che, parlando di niente o dei nostri casini, anche quelli piccoli e quotidiani, io e Andrea abbiamo sempre parlato del nostro blues, quasi come se  – assieme – volessimo rafforzarlo. Poi, beviamo e sorridiamo, brindiamo al blues.

Non riuscirei a trovare parole più pertinenti per descrivere la sensazione finale della lettura di “Storie in affitto” che offre al lettore l’occasione di riconoscere il proprio blues, tra i piccoli fatti quotidiani e un grande evento internazionale, raccontati con il sorriso e vissuti con la paura e la confidenza con cui affrontiamo le scelte giorno per giorno, e che ci portano ad abitare un luogo invece di un altro, e ci trattengono dal cadere nella voragine che talvolta all’improvviso si apre dinnanzi al portone di casa, e che mette alla prova sia le nostre paure che la nostra rassegnazione, la volontà di battersi e quella di arrendersi, fino all’inevitabile volere del destino.

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Ho pensato che dovevo impegnarmi di più a trovare una casa nuova, perché questo è quello che succede quando ci si abitua alle voragini: le cose ci scivolano dentro senza che ce ne accorgiamo.

“Storie in affitto” di Roberto Moliterni, con leggerezza e ironia, spinge il lettore ad accorgersi delle voragini esistenziali che se non fanno parte della propria biografia, avrebbero potuto farne parte nell’infinito capriccio del destino che i libri e le storie partecipano e rendono propri di ciascun lettore vero e appassionato.

 

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