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Dunque se ci fossimo visti a Roma ti avrei detto all’ex mattatoio a Testaccio, è il quartiere in cui vivo da anni e adoro, uno dei posti più belli di Roma, e quel punto in particolare ha una sua trasandata quiete che lo rende unico davvero. E poi da lì, oltre le mura del mattatoio, appare il gazometro, un grande totem industriale che a me è sempre sembrato beneaugurante.

Scrittori si nasce, mi viene subito da pensare leggendo l’invito di Peppe Fiore, quando gli chiedo un luogo dove avremmo potuto vederci per chiacchierare di “Dimenticare”, il nuovo romanzo pubblicato da Einaudi, che mi ha scorticata: non solo Fiore si conferma una delle voci nella scrittura che più mi stanno a cuore, ma ha scritto un romanzo di lancinante feroce bellezza.

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Difficile dunque cominciare con una domanda. Se in “Nessuno è indispensabile” avevo apprezzato e ammirato la sua scrittura caustica e uno sguardo irriverente e dissacrante sulla realtà del lavoro, in “Dimenticare” la sua scrittura raggiunge una maturità piena e profonda. 

Un romanzo che non si riesce a dimenticare, che tocca corde profonde e costringe a immergersi, rimanendo in apnea, nelle profondità abissali dei sentimenti.

Uno di quei romanzi, così rari e particolari, che vuoi custodire per te, tante sono le cose segrete e oscure che racconta, che giunge a violare l’intimità, i timori, le ansie più nascoste e irrisolte.

Non sei, Peppe, uno scrittore prolifico: il primo romanzo per Minimum fax nel 2009, “La futura classe dirigente“; un secondo per Einaudi, “Nessuno è indispensabile”, nel 2012; e il terzo, “Dimenticare” appunto, nel 2017. 

Ipotizzo che sia la cura che emerge ben visibile dalle tue pagine che necessità di tempi lenti e lunghi, o invece le ragioni sono altre? “Dimenticare” è stato per te come sperimentare una voce diversa, o invece è una mia impressione?

peppe-fioreÈ vero, se guardi al mio percorso fino a questo momento do l’impressione di non essere uno scrittore prolifico – soprattutto per lo spazio di 5 anni che è passato tra il secondo e il terzo romanzo. Eppure, devo dire, io credo nella prolificità, proprio come valore assoluto. Più precisamente credo che uno scrittore, o un artista in genere, trovi il senso del suo lavoro attraverso la durata cioè nella totalità della sua opera. Non mi sarei messo a fare lo scrittore, non mi sarei dedicato a questa attività di per sé logorante e faticosa e ad altissimo rischio di frustrazione e fallimento, se non ci vedessi in filigrana l’unica speranza di dare significato a tutto il resto, realtà inclusa. E questo significato non emerge tanto nel singolo romanzo in sé quanto nell’intertestualità dei romanzi, nella conversazione che le singole opere intrattengono tra loro. O, perlomeno, è così in tutti gli artisti che mi interessano – non solo gli scrittori, anche i musicisti, i registi eccetera: tutti quelli che mi piacciono dimostrano un carattere (se vuoi, una poetica) che si esprime nella quantità dei testi. Quando si parla dei grandi, ho l’impressione che ogni libro nuovo sia uno strato ulteriore, un dettaglio ulteriore di quel carattere che amiamo; e tendo a diffidare dell’idea di capolavoro. Ma per tornare al punto. I cinque anni dall’ultimo romanzo sono passati quasi senza che me ne accorgessi: dopo “Nessuno è Indispensabile” ci sono stati un po’ di mesi che mi sono serviti a metabolizzarlo, poi altri mesi di ragionamenti sul mio futuro di scrittore in funzione di quello che avevo fatto e che non mi piaceva, quindi ancora altri mesi di esperimenti. E alla fine, due anni per scrivere “Dimenticare” e un altro anno e mezzo circa di lungaggini editoriali. Adesso so che non bisogna aspettare che esca un libro per pensare al prossimo, la scrittura deve essere perenne, deve essere una postura – la postura – del proprio stare al mondo e le pubblicazioni solo un contrappunto. Poi, sì, naturalmente “Dimenticare” è diverso da tutto il resto, un po’ di quel tempo che è passato mi è servito a abbandonare la rete di salvataggio del registro comico e a avere il coraggio di fare le cose sul serio.

 

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“Dimenticare” è un libro coraggioso, di grande raffinata fattura, sia per i temi trattati che per il modo che hai scelto di trattarli. La sospensione, che non è solo sospensione di giudizio su eventi reazioni e personaggi, ma è soprattutto sospensione narrativa, per concedere al lettore la possibilità di perdersi tra le parole, le sensazioni, le immagini. Decidere che le pagine siano un labirinto ricco di introspezione, pieno di specchi, in cui ci siano continui rimandi e suggestioni, fino a perdere le consuete cognizioni spazio-temporali. Trecase, il luogo in cui Daniele si ritira a vivere, è un luogo fiabesco, ma non la fiaba edulcorata della fantasia di Walt Disney, bensì quella più antica e gotica e oscura dei fratelli Grimm. Un luogo in cui la vita si manifesta in tutte le sue declinazioni, conservando un alone di mistero che è simboleggiato dall’orso.

Non il lupo dai connotati più certi e definiti, sia nella realtà che nella favola, ma un orso, animale più emblematico e meno analizzato nei bestiari letterari, dai connotati ambigui.

Che cosa rappresenta l’orso nella grammatica narrativa e simbolica che sorregge il tuo romanzo? E prima ancora è un simbolo, una metafora, o altro?

fiore-peppeDunque, il bosco è un archetipo fiabesco che mi riguarda da vicino. Una buona parte dei miei sogni è ambientata nei boschi – non saprei dire perché, forse perché il bosco appartiene a una mia dimensione dell’infanzia (da bambino i miei genitori mi portavano a funghi e io avevo sempre paura di perdermi – questo misto di senso di scoperta e ansia di sparizione è uno dei sentimenti più nitidi della mia infanzia e ha riverberato in tutto il mio carattere). Per questo forse era destino che il bosco finisse anche in un romanzo.

Ciò detto, il registro di “Dimenticare” è volutamente realistico, di un realismo che definirei pesante, nel senso dell’immanenza. Le cose che vedi significano sé stesse e se c’è una verità ulteriore inizialmente invisibile è contenuta dentro le cose stesse e non nell’aura simbolica impiattata dall’autore. Non c’è simbolico qui, perché la voce che senti è quella delle cose e non quella del narratore – questo nelle intenzioni almeno. In generale trovo sempre deludente quando uno scrittore si trova a rivelare un significato altro in ciò che ha scritto. L’interpretazione del lettore per me vale quanto la mia.

In questo senso l’orso non è un simbolo né una metafora, è un orso vero, in carne ossa e pelo. Narrativamente è il centro vuoto intorno al quale si sviluppano i discorsi del paese, nelle chiacchiere della gente è la vittima sacrificale e allo stesso tempo il carnefice. Allo stesso tempo assomiglia in qualche modo a Daniele, che ci riconosce – o crede di riconoscerci – qualcosa che conosce bene e di cui ha paura. Insomma, l’orso esiste, e esiste di vita propria – che poi è solo in minima parte quella che gli ho dato io, il resto se l’è fatta da sé o nella testa del lettore.
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Daniele e il fratello Franco; Daniele e il nipotino Cristiano; Daniele e la cognata Marina; Daniele e il commercialista e amico Gigio; Daniele e la guardia forestale Cecconi, con il piccolo Mattia; Daniele e il vicino di casa, che in realtà abita in una roulotte; Daniele e la maestra Eleonora; Daniele e Gabriella, funzionaria dell’ente parchi; e ancora Daniele con Gettone, una losca figura fondamentale per i due fratelli.

Il tuo romanzo è ricco non semplicemente di personaggi, ma di umanità, che sai ritrarre con pennellate leggere ma incisive, tanto da rendere le figure che ruotano intorno a Daniele vive, reali, familiari, pur raccontandoci poco di loro e soprattutto molto poco del loro passato. Si sente che ognuno di loro ha una vita dietro le spalle con il carico di dolore e felicità, sconfitte e vittorie che segna il presente che vivono. 

Ho trovato molto affascinante la scelta di ritagliare i personaggi sul presente narrativo e di raccontare di loro solo l’essenziale.

Mi sono chiesta se fosse motivata dalla volontà di centrare lo sguardo del narratore su Daniele e di fare in modo che ciascuna figura entrasse in relazione con lui, al punto da rinunciare a quella parte di vita che non fosse direttamente, tramite il vissuto o il racconto, conosciuta da Daniele. Una focalizzazione interna al protagonista particolarmente riuscita e valorizzata dal racconto in terza persona.

Ti interessava raccontare l’umanità nella varietà delle relazioni con il protagonista più che la varietà dei tipi umani che vivono nelle tue pagine? Più che una sottrazione, a me questa scelta mi è parsa che aumentasse l’empatia e la vicinanza del lettore a ciascuno dei personaggi, persino quelli relegati sullo sfondo come i genitori di Daniele o il primo amore di Gigio, la crudele Olga: era questo che volevi?

maxresdefaultIl pensiero dietro “Dimenticare” era quello di costruire una storia tutto sommato semplice, che ruotava intorno a Daniele e al suo cambiamento nell’arco dei tredici anni di racconto. Mi interessava che questo percorso fosse preciso e definito, e che accompagnasse il lettore dalla prima all’ultima pagina. La forma del romanzo – questa forma molto asciutta, che non prevede digressioni e racconta i personaggi secondari con pochi tratti essenziali – è giocoforza venuta da sé. Scrivere così, tra parentesi, ha significato per me rinunciare alla parte più divertente della scrittura di un romanzo, che sono proprio le digressioni, le zone del racconto che non sono strettamente funzionali al plot ma istituiscono il mondo narrativo del romanzo e ti danno la possibilità di giocare con la lingua e lo stile. 
Qui di parti così ce ne sono poche (una è quella in cui si parla di Olga), e quando ci sono, sono sempre funzionali a descrivere un personaggio attraverso un suo ricordo o, genericamente, un momento emblematico del proprio passato. Avevo quest’idea, inizialmente, che Daniele fosse una specie vettore delle storie altrui – non volendo è un po’ come in “Caos Calmo”, dove il protagonista per qualche ragione si trova depositario, volente o nolente, delle narrazioni degli altri personaggi. Senza giudizio e senza nessuna istanza normativa. Daniele è un po’ così: la guardia forestale giovane, Gigio Ferri, l’uomo del camper, Eleonora: tutti, per un motivo che non so bene neanch’io, si trovano a confessarsi a lui. E di solito i racconti che gli fanno sono spiazzanti (il Messico della guardia giovane, lo striscione di Gigio). Mi sono preso il rischio di sfiorare l’aneddotico – rischio che spero di aver evitato dosando questi interventi con misura – perché mi interessava questo meccanismo per il quale si aprivano degli improvvisi squarci di lirismo in questi personaggi dall’umanità in fondo molto comune e, per dire così, antiretorica. 
Qualche lettore mi ha fatto notare che in questo romanzo mancano le psicologie. Ma a me non interessavano le psicologie, i personaggi di “Dimenticare” hanno bisogni e desideri che sfiorano davvero l’essenziale. Mi interessava mettere questi uomini e ominicchi a cospetto di qualcosa di più grande che non riescono a capire – e se ci fai caso più o meno tutti personaggi, non solo Daniele, vengono ripresi sempre in momenti così, sulla soglia di un passaggio o di una trasformazione. Che di solito sono i momenti in cui si diventa sé stessi, o ci si tradisce.

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Dissento sull’idea che nel tuo romanzo non ci siano psicologie, perché in realtà c’è introspezione senza psicologismo, e dei personaggi noi percepiamo in modo nuovo la psicologia nel profondo, non con digressioni racconti conoscenza del loro passato, ma attraverso il loro agire in quel preciso momento in quel modo determinato, nella tua costante attenzione al dettaglio, e nella grande cura che mostri all’essenzialità.

Tra i tanti sentimenti messi in campo nel romanzo ce ne sono due particolarmente forti, che sembrano anche dividere il romanzo in due parti: il sentimento che lega i due fratelli, Daniele e Franco; e l’amore, che si declina in maniera differente per Daniele, Cristiano e Marina.

Se la fratellanza nella prima parte sembrava sommergere tutti gli altri e quasi non lasciare spazio, l’amore invece apre i personaggi, dà la possibilità di smussare gli spigoli, lenire le angosce del cuore e offrire una nuova opportunità.

Era tua intenzione dare maggiore spazio a queste due fondamentali relazioni affettive nella vita di Daniele? Ce n’è una vincente, o più imperiosa, o sono sullo stesso piano? e infine Daniele è mosso dai sentimenti o dalla fatalità?

peppefiore_0Grazie anche per questa domanda che tocca due temi che mi stanno particolarmente a cuore.

Il titolo di lavorazione del romanzo – poi scartato perché ritenuto, innanzitutto da me, troppo impegnativo – era “Predestinazione”. Questo per rispondere alla tua ultima domanda: c’è, eccome, una forza di gravità fatale che trascina i miei personaggi, innanzitutto Daniele, verso il proprio destino. Ma se è vero che certi destini, come quelli generati da una colpa o da una presunta colpa o da una tara del carattere, si possono solo abbracciare, è vero pure che questo non ci rende per forza meno umani. Anzi, il perdono e la misericordia si imparano e si esercitano al meglio nelle vite che partono in svantaggio, in debito di destino per così dire (ammesso che esistano vite che non lo sono – cosa di cui dubito).

Per il resto, “Dimenticare” credo sia innanzitutto una storia d’amore. Nel senso più ampio del termine: i due fratelli si amano a modo loro, l’uomo del camper e sua moglie pure, tutte le donne che Daniele incontra nella storia sono depositarie di un modo diverso di dare e ricevere amore. Ma l’amore è allo stesso tempo la cosa che spaventa di più Daniele, tanto da essere portato a camuffarlo ogni volta da qualcosa di diverso (senso di protezione per il fratello, attrazione fisica per le donne, ecc.). È  un modo come un altro per difendersi dal sentimento più compromettente del mondo, quello che mette al rischio la propria presunta integrità di individuo, le proprie presunte certezze e il proprio presunto ego. Ecco perché poi, di fronte a un amore nella sua forma pura, impossibile da camuffare, e dunque bruciante, ci si sente disarmati e l’unico istinto possibile è quello della fuga.

Da qualche parte in me sento che predestinazione e amore sono due forze antagoniste. Più precisamente due forze che si fronteggiano nell’esistenza e generano movimento e progresso. Non posso sfuggire da ciò che mi segna, se non perdendomi nell’altro. Per poi tornare a me, tornare a me attraversando l’altro – e risalire verso il mio destino e ritornare a perdermi. Se dovessi darmi un obiettivo come scrittore, mi piacerebbe che le storie dei miei romanzi riproducessero con precisione questo dinamismo perché è lì, da qualche parte, che sta la poesia.

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La domanda fatale: l’ultima… Quella della scelta tra le infinite che ancora vorrei farti.

Torno alle prime pagine: siamo dietro lo stadio Pietro Desideri di Fiumicino. Le due di notte passate. Da una Maserati Ghibli nera vengono spinti fuori prima Franco e poi Daniele, e per ultimo l’uomo che li aveva condotti lì. Dietro di loro, un secondo tizio. Alla fine dello slargo opposto, Gettone.

Quello fu il momento

Un inizio fulminante: in aria un pallone a esagoni bianchi e rossi. La minaccia e una sorta di riscatto.

Era finita.

Ho pensato a Pasolini, e ai suoi palleggi. A Camus e alla sua carriera calcistica. Mi sono sembrati una possibile cornice in cui inserire il tuo romanzo. Ma non voglio darti suggerimenti, e quindi ti chiedo: ci sono degli autori per te imprescindibili? e quali invece lo sono stati per scrivere “Dimenticare”? e infine Peppe Fiore nel campo della Letteratura in che squadra gioca?

peppe_FIORE-bc481-cd050Come al solito ti rispondo dalla fine: calcisticamente parlando, Peppe Fiore gioca ancora nella  primavera della scrittura. Se guardo ai miei ultimi dieci anni, cioè da quando ho deciso di fare seriamente lo scrittore e di dedicare tutta la mia vita a questa cosa tantalica che è vivere di storie, mi sembra che i libri che ho pubblicato siano dei tentativi di prendere le misure della distanza tra me e la letteratura. Più imparo più mi rendo conto che la letteratura non è una meta ma un orizzonte, ed è giusto che rimanga orizzonte, e libro dopo libro uno deve capire come orientarsi verso quell’orizzonte.

Con “Dimenticare” credo di aver chiuso una prima fase – ho fatto cinque libri, un po’ di sceneggiature, ho messo a punto un po’ di tecniche e sperimentato diversi fallimenti, alcuni clamorosi, e nel frattempo bene o male ho campato. Per la prima volta nella mia vita mi sento sicuro, ho la sicurezza che la scrittura nella mia vita c’è, non si tratta solo di un gioco o di uno sfogo di certe frustrazioni o un bisogno di riconoscimento dagli altri, e questa sembra una piccola cosa e invece per me significa tutto. Credo che la partita vera cominci adesso.

Per me Camus è stato fondamentale quando avevo sedici anni – mi ricordo che al liceo le mie letture, a parte i classici, erano un palleggio tra Camus, Moravia e Sartre – forse perché erano gli autori in cui, per quel poco che ci potevo capire all’epoca, mi pareva di vedere dei riverberi del mio spleen adolescenziale. Adesso mi domando quanto quelle prime letture abbiano influenzato i miei gusti successivi – per esempio la mia venerazione per Houellebecq che, al netto delle pose e di certi compiacimenti, giudico il maggiore scrittore europeo vivente (rileggo “Le particelle elementari” almeno una volta all’anno e ogni volta ci trovo dentro qualcosa di diverso). Poi ho sempre letto molti italiani contemporanei – Aldo Nove, Celati, tantissimo Balestrini, Arbasino che pure ho amato tanto, l’immenso Busi ecc.

De Lillo – quello fondamentale di “Underworld” e “Rumore Bianco” – l’ho incontrato più tardi ed è stato l’incontro che mi ha rivelato quanto si poteva essere moderni nelle forme e nei temi senza bisogno della fantascienza. Bisognerebbe leggere ogni parola che ha scritto De Lillo (a me manca ancora un bel po’…), anche solo i movimenti del pensiero di quest’uomo sono già letteratura. Di italiani, verso i miei vent’anni, sono arrivati Walter Siti e Moresco – due giganti – che, per l’appunto, posso solo tenere lì sull’orizzonte letterario della mia libreria perché cercare di emularli sarebbe un suicidio. Ho amato tantissimo Franzen e Eugenides, li ho sempre considerati un’unica creatura letteraria bicefala.

E poi tutti gli altri. In realtà il mio pantheon letterario è abbastanza tipico, ho avuto qualche innamoramento ma poi i miei gusti sono sempre stati guidati dalla curiosità, ogni libro era sempre un mondo a sé. Per questo non ho mai avuto dei modelli precisi per le cose che scrivevo io. Ho sempre pensato che volevo scrivere il romanzo perfetto per i miei gusti da lettore – quella era l’unica regola. Fino a adesso non ci sono ancora riuscito e questo in fondo è un bene perché, appunto, è giusto che la letteratura rimanga una visione che appare nella distanza.

 

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Chiacchierando con… Peppe Fiore
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