di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
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Poeti e Letterati protagonisti nei Libri.

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C’è una strana bara (col lucchetto) che è troppo corta e bassa per uno come lui che ha due gibbosità; c’è che quando agli inizi del novecento vanno a estumulare troveranno solo qualche osso, un lembo di pastrano, mezza suola di una scarpa e soprattutto non c’è il teschio che ci doveva proprio stare perché di tempo ne era trascorso troppo poco. C’è che non sappiamo e forse ormai neppure importa, quale fu la causa della sua morte: complicazione polmonare? Colera? C’è che Giacomo Leopardi, ce lo racconta il suo ombroso amico Ranieri, a Napoli fa perdere le sue tracce per giornate intere: dove va e soprattutto con con chi non ci è dato di sapere. C’è infine il desiderio di Leopardi di lasciare l’Italia per iniziare una vita nuova in Francia. Questi più o meno e detti proprio al volo son gli spunti, i vuoti su cui ho cercato di costruire la mia storia, che è sgherigliata tenendo conto non tanto dei convicimenti del poeta-filosofo – che con buona pace degli artisti della fragilità, ruotano attorno al suo “tutto è male” – ma guardando a come visse e alle esperienze dell’uomo Giacomo Leopardi.

Massimiliano Timpano

 

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Uno dei poeti più amati della nostra letteratura è al centro del libro “La vita, se altro si dice”, scritto da Massimiliano Timpano per Bompiani, che sabato 4 novembre abbiamo presentato in libreria ai Diari. Romanzo fantastorico che racconta di un Giacomo Leopardi inedito, arricchendo la sua vita di una originale fantasticheria letteraria. L’autore, rendendo omaggio al poeta de L’infinito con grande grazia ed efficacia letteraria, immagina per lui una storia personale diversa da quella realmente accaduta. Si immagina che il poeta non sia morto nell’epidemia di colera a Napoli, ma sia riuscito a scappar via. La vicenda mescola elementi di immaginazione alla verità storica: Giacomo Leopardi è a Napoli, stanco, sfinito, malato e ora che è diventato celebre risulta circondato da molta gente che, vedendolo debole, vorrebbe impossessarsi dei suoi averi. Ci sono gli amici, i buoni amici che lo sanno bene e sono pronti a difenderlo. Sono loro ad aiutalo a cavarsi dal pericolo mettendo in scena la sua morte, con tanto di cadavere e funerale, mentre lui prende il largo diretto ai porti spagnoli, poi a Calais, infine, via terra, a Parigi. Ma la nave che lo trasporta viene incrociata da un’imbarcazione di corsari e il poeta, ancora malato e scosso, viene curato da Josephine, una splendida donna di colore. Dopo tante delusioni, Leopardi potrà conoscere finalmente le gioie di un amore vero. È l’amore, finalmente: vero, appagato, fisico, profondo. I due sono felici, possono esserlo. Ma non è questa la fine della storia: un’altra sorpresa lo aspetta, e aspetta il lettore, alla fine di questo divertissement aggraziato e melanconico, questa fantasticheria letteraria resa con grande finezza linguistica.

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Il poeta Giacomo Leopardi era già stato protagonista di una fantasticheria di questo tipo all’interno di un altro romanzo pregevole, “Il signor figlio”, pubblicato da Mondadori nel 2007 e scritto da un altro storico amico dei Diari di bordo, Alessandro Zaccuri. Giornalista e curatore delle pagine culturali di «Avvenire», Zaccuri è anche autore de Lo Spregio, presentato proprio un anno fa ai Diari con grande successo e recentemente vincitore della XXXVI edizione del Premio letterario Giovanni Comisso. Anche Zaccuri nel suo libro incrocia fatti storici e finzione insinuandosi abilmente nelle pieghe dei documenti e costruendo una trama solida e avvincente.

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Anche qui Leopardi non è morto, ma vive a Londra come conte Rossi. È il 14 giugno 1837, a Napoli imperversa il colera, Leopardi è molto malato ma gli mancano le forze per abbandonare le umane spoglie. Così sul letto di morte resta solo la sua identità mentre quel corpo maledetto, continua a respirare altrove. Pochi giorni dopo Leopardi è a Londra dove, da esule, consuma questo supplemento di vita portando avanti un progetto folle e ambizioso: un’ opera che sia «macchina e pensiero nello stesso tempo, ingranaggio e intuizione», una liturgia laica – «ignota al mondo e proprio per questo necessaria» – di cui lui sarà l’ unico officiante. Con una struttura narrativa complessa dalla storia principale qui si innestano per analogia e per assonanza, altre storie di altri figli come lo scrittore Rudyard Kipling o il compositore Olivier Messiaen e dei loro genitori. Monaldo Leopardi, padre di Giacomo; John Lockwood Kipling, padre di Rudyard; Cecile Sauvage, madre di Olivier Messiaen: erudito e scrittore il primo, disegnatore e scultore il secondo; poetessa la terza rappresentano tre classici casi di genitori artisti superati dai figli. A partire da queste osservazioni, Zaccuri costruisce un romanzo visionario e fantastico. Un padre e un figlio. Uniti dalla scrittura, divisi dall’arte. Perché il genio non rispetta l’ordine tra le generazioni e un figlio può eccellere in regioni destinate a rimanere sconosciute al padre, non lasciando scelta tra il conflitto e la sottomissione. A meno che in questo contrasto tutto maschile non intervenga lo sguardo visionario di una madre capace di arrendersi al mistero di cui ogni figlio è portatore. Ne sa qualcosa l’uomo che, nella Londra di metà Ottocento, si presenta come il conte Rossi. In Italia, molti anni prima, è stato un poeta in continuo duello con il padre. Adesso è soltanto un erudito bizzarro e solitario, dedito alla costruzione di un’opera enigmatica e indefinibile. Ma chi è davvero il conte Rossi? Quale segreto custodisce? Lo scoprirà, suo malgrado, un pittore alle prime armi, finito quasi per caso nella soffitta in cui l’italiano vive rintanato. E da quel momento la storia di Monaldo e Giacomo Leopardi confluirà in quella di Rudyard Kipling e di suo padre John, in attesa dello scioglimento al quale presiede fuori dal tempo e dallo spazio – Cécile, la madre poetessa del compositore Olivier Messiaen.

 

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Einaudi nel 2016 ha ristampato quel gioco lettarario che Michele Mari aveva già pubblicato qualche anno prima, nel 1990 per Longanesi, sotto il titolo “Io venìa pien d’angoscia a rimirarti”. Il nove febbraio del 1813 Orazio Carlo, di tredici anni, decide di annotare, giorno per giorno e segretamente, le sue osservazioni intorno al comportamento sempre più indecifrabile del fratello maggiore. Quest’ultimo altri non sarebbe che Tardegardo Giacomo Leopardi, figlio di Monaldo e Adelaide, futuro autore del celeberrimo idillio (Alla luna) da cui è tratto il titolo di questa anomala e preziosa prova letteraria di Mari. Siamo a Recanati, in un austero palazzo nobiliare, e il giovane Orazio Carlo tiene un diario nel quale riporta le parole e le azioni del fratello maggiore, Tardegardo Giacomo. Ad attirare l’attenzione del ragazzo è il comportamento misterioso di Tardegardo, che si diletta di poesia e ha tranquille abitudini da erudito, ma è anche roso da una sconvolgente irrequietezza. Nel frattempo, in paese, alcuni episodi cruenti turbano la serenità degli abitanti. Si alternano così la rivisitazione della vita e delle opere di un giovane poeta e gli elementi di un romanzo nero, come delitti efferati, coincidenze lunari e antiche vicende di sangue. Riprendendo i modi della prosa italiana dell’Ottocento, il romanzo è l’esecuzione musicale di un apocrifo leopardiano, ed è al contempo un’originale variazione sul tema del doppio. «Un apologo misurato ed elegante, – ha scritto Lorenzo Mondo, – sulla faccia notturna della vita, sulle pulsioni selvagge che ricollegano l’uomo al tempo delle origini» Cosa nasconde il giovane Giacomo Leopardi dietro il suo amore per la Luna? A quali aberranti ipotesi dà adito il diario in cui Orazio Carlo riporta le parole e i gesti del fratello maggiore? Un gioco letterario raffinato e divertente, il ritorno di un libro introvabile e ormai diventato di culto.
giallo20napoliLoretta Marcon, nel suo libro “Un giallo a Napoli, la seconda morte di Giacomo Leopardi”( uscito nel giugno 2017 in terza edizione, per Guida Editori), racconta anche lei un finale diverso ma questa volta la morte è certa: le spoglie del poeta potrebbero essere nel cimitero dei colerosi. Gli eventi della conversione, della morte e della sepoltura di Giacomo Leopardi sono da sempre avvolti in una cappa oscura. Nel corso del tempo sono state avanzate tesi diverse, peraltro non sempre suffragate da documenti inoppugnabili e spesso viziate da visioni ideologiche. L’autrice non ha dato nulla per scontato e ha puntigliosamente ripercorso testi e versioni alla ricerca delle primitive fonti degli episodi raccontati e ripetuti negli anni. Anche i racconti degli avvenimenti forniti via via da Antonio Ranieri sono messi a confronto tra di loro, così che il lettore possa rilevare istantaneamente la loro diversità. Tutto questo ha condotto a formulare un’ipotesi finora impensata. Sono state poi ritrovate pagine non più ricordate e altre inedite e si è dato finalmente nome ai personaggi rimasti fino ad oggi anonimi. Con “Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo Leopardi” Loretta Marcon ricostruisce brillantemente la vicenda, fa luce sul mistero con l’aiuto dei non pochi indizi disponibili, di un gran numero di fonti.
Giorno solenne, a Napoli, quel 21 luglio 1900: alla presenza di ministri, sindaco, vescovo ed avi, si apriva la tomba di Giacomo Leopardi. Già la bara riservava una sorpresa: appena un metro e quarantatre di lunghezza. Forse troppo pochi, anche se il poeta non era un gigante. Sicuramente era però troppo stretta per ospitare ciò che rimaneva di un notissimo gobbo. Aperto il feretro, solo un po’ di terriccio. Qualche osso sparso e brandelli di tessuto. Resti troppo esigui per un uomo deceduto da neanche cent’anni. Soprattutto non c’era il cranio, l’osso più resistente, sempre l’ultimo a polverizzarsi. Quel giorno, nell’imbarazzo generale, si fece finta di niente, Leopardi era ormai una gloria nazionale, ben accomodato nel panteon del giovane Regno d’Italia. Il regime fascista portò quelle dubbie spoglie nel Parco Vergiliano di Mergellina, accanto alla tomba del padre dell’Eneide. Il colpevole del pasticcio sarebbe Antonio Ranieri, quello che le antologie scolastiche ancora presentano come l’amico fedele degli ultimi anni del poeta. In effetti, l’amicizia c’era, salda al punto da diventare convivenza nel capoluogo partenopeo. Dal 1830 Leopardi vive con Ranieri e la di lui sorella, ma non si trova benissimo a Napoli, non si è inserito negli ambienti culturali che contano, scrive nelle lettere di sentirsi in un “paese semibarbaro e semiaffricano”, dove un uomo danaroso “è in pericolo di vita”. Esprime il desiderio di tornare a Recanati, nel natio borgo selvaggio abbandonato con tante speranze. Compone capolavori in quegli anni, anche La Ginestra, ma ai piedi del Vesuvio trova anche la morte, neanche quarantenne. A Napoli c’è il colera, per motivi igienici non sono permesse sepolture individuali, solo fosse comuni. Eppure Ranieri pare che riesca a tumulare il poeta in chiesa, o almeno così fu creduto per decenni, fino a quel luglio 1900, affidandosi ad un vero e proprio “zibaldone di bugie”. Tirando le somme, Leopardi probabilmente morì di colera e finì in una fossa comune, come tutti a Napoli in quei giorni. Ranieri si inventò un’altra tomba, d’accordo con parroco ed autorità o prendendoli per i fondelli. Si procurò delle ossa in qualche aula universitaria dove si praticavano autopsie dimostrative. Aveva amicizie nell’ambiente, e coltivava l’hobby della frenologia, lo studio del cranio umano (ecco spiegata la mancanza nel 1900). Il movente di questo giallo? Farsi bello agli occhi dell’Italia intera, venir ricordato come l’amico che diede degna sepoltura a Leopardi.

 

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Da pochissimi giorni è uscito per NN Editore il romanzo della scrittrice inglese Jenny Diski, dal titolo”InGratitudine” e nella traduzione di Fabio Cremonesi. Libro di memoir che vede protagonista anche la figura immensa di un Premio Nobel per la letteratura, Doris Lessing. Jenny Diski,scrittrice di tanti romanzi, saggi, racconti, vincitori di diversi premi e riconoscimenti, nell’agosto del 2014 riceve la diagnosi di un cancro inoperabile ai polmoni e che le rimangono pochi anni di vita. Morirà infatti nell’aprile del 2016. Non sa come reagire, ma sa di non avere altra scelta che scriverne. E decide di raccontare per la prima volta i suoi anni con Doris Lessing, la romanziera premio Nobel che l’ha accolta in casa da adolescente. Jenny, in “Memorie di una sopravvissuta” di Doris Lessing è Emily, per ammissione della stessa Lessing che, consegnando a Jenny la bozza finale, la avvisa: «Ovviamente Emily sei tu».
Jenny, con la sua infanzia difficile, ragazzina ribelle e perduta con i suoi ricoveri in un ospedale psichiatrico, i suoi tentativi di suicidi, e quando viene espulsa da scuola conosce Peter, figlio di Doris Lessing, scrittrice affermata che la accoglie in casa sua a quindici anni. Jenny entra nella famiglia di Doris da estranea, portando con sé tutte le paure e la rabbia, le domande e l’inquietudine di una quindicenne uscita da un’infanzia tormentata, vissuta tra i genitori e gli ospedali psichiatrici. Ma la favola della trovatella e della nobile salvatrice non calza alle esistenze di Jenny e Doris, che rimangono sempre in bilico tra le parole gratitudine e ingratitudine, fino alla fine. Come in uno specchio, anche il rapporto con la malattia ruota attorno a queste due parole, perché pone la scrittrice sempre, fino alla fine, davanti alle stesse identiche paure, incertezze e speranze. Sincera fino allo spasimo, Jenny Diski guarda il mostro negli occhi e, con una furia e un’ironia prive di lamenti e recriminazioni, ci consegna una dichiarazione di amore per la vita, il potere delle parole e l’orgoglio dell’esperienza.

memorie-sopravvissutaNon possiamo in questo Zaino letterario non raccontare di quella autobiografia immaginaria che è “Memorie di una sopravvissuta” di Doris Lessing, edito da Fanucci e nella traduzione di Cristiana Mennella.
Memorie di una sopravvissuta racconta una vicenda all’apparenza semplice, ma che si svolge su uno sfondo composito e complicato.“Un tentativo di autobiografia” dice Doris Lessing descrivendo Memorie di una sopravvissuta, un romanzo che sembra una fiaba e che nasce da quell’antica tradizione in cui i narratori prendono il volo verso la dimensione fantastica a partire dalle solide fondamenta della realtà. Alla protagonista, la voce narrante, viene affidata da uno sconosciuto Emily,un’adolescente scontrosa ed enigmatica, che porta con sé il suo fedele cane, Hugo. Lo sconosciuto che affida la bambina Emily pronuncia poche lapidarie parole: “Abbi cura di lei, ne sei responsabile”. Ora la bambina è una meravigliosa ragazza, e ad accompagnarla c’è Hugo, metà cane, metà gatto, bizzarra e adorabile creatura capace di proteggere e di confortare. Mentre la società va in pezzi e la città (mai nominata, ma palesemente Londra) è attraversata da bande di ragazzi, una sorta di moderne onde barbariche, nasce il rapporto tra la donna e la ragazzina, ed Emily cresce. E la realtà del romanzo è quella che abbiamo davanti a noi, nel futuro, un mondo dove la barbarie è la norma e ognuno deve lottare per sopravvivere, uomini, donne, persino i bambini, in un vortice di ferocia. La voce narrante è quella di una donna che osserva le cose cadere in pezzi, mentre le orde migranti si spostano alla ricerca di un luogo sicuro, di un rifugio, di una vita migliore che sempre si trova da qualche altra parte. Ma in tutto questo esiste un luogo dove il tempo si dissolve come i sogni o le nuvole, in cui scene fantasmagoriche sembrano evocare le paure di un bambino o la sofferta esperienza di un adulto, e dove prendono corpo presenze sovrumane, dolci e potenti, che vigilano su di noi. Questa la trama, che è raccontata riunendo le caratteristiche del romanzo tradizionale e quelle del romanzo fantascientifico. Vediamo gli elementi che ne fanno un’opera di fantascienza: l’arrivo misterioso, favolistico e ineluttabile di Emily; la presenza di una stanza onirica oltre una parete della casa dove si svolge la storia, nella quale la protagonista vede delle persone e assiste allo svolgersi di alcuni eventi; il personaggio di Hugo, che più che a un animale assomiglia a un essere soprannaturale; la caratterizzazione delle bande di adolescenti; l’apparizione finale di una donna misteriosa che induce i protagonisti del romanzo a rifugiarsi fuori dalla città. Se però andiamo nel merito delle tematiche, possiamo vedere come in realtà tutti questi elementi si intreccino con altri molto più realistici, spesso politici: il rapporto tra Emily e Gerald, il capo di una delle bande di giovani, che raccontato in maniera surreale e quasi favolistica, è però un esempio concreto ed evidente di come la donna, anche in un’organizzazione simile a quella di una comune, si ritagli il ruolo di compagna del capo, piuttosto che avere un’esistenza autonoma; la descrizione di una civiltà in decadenza, precipitata nel caos e nell’ingiustizia, che viene spostata in uno spazio-tempo astratto, lontano, ma contiene una critica precisa alla società degli anni ’70; il rapporto tra la protagonista ed Emily, che ha dei tratti molto concreti e universali, ma viene affrontato da una sorta di occhio magico, da una prospettiva straniante.
brinÈ da poco stato pubblicato a cura di Flavia Piccinni dalla casa editrice Atlantide Edizioni il libro “Il Mondo. Scritti 1920-1965” che raccoglie per la prima volta in un unico volume una scelta degli scritti firmati da Irene Brin, all’anagrafe Maria Vittoria Rossi (Roma, 14 giugno 1911 – Bordighera, 31 maggio 1969). Irene Brin, giornalista di costume e scrittrice, viaggiatrice, mercante d’arte e gallerista, ma soprattutto giornalista e maestra di “posta del cuore” e buone maniere, ma anche esperta commentatrice di riprovevoli abitudini, è stata la voce raffinata e arguta del dopoguerra, quando le donne di quel pezzo di Novecento, sebbene ancora in lotta con le macerie del conflitto, scoprivano tra mille contraddizioni una nuova libertà. Un’antologia di ritratti, consigli e racconti che accompagnano quanto vissuto dalle donne e dagli uomini di quel periodo quando, mentre ancora pesava l’indigenza postbellica, già si avvertivano i segni della ripresa economica e tutti avevano voglia di risvegliarsi e correre verso il futuro. Un libro che abbonda anche e soprattutto di storie e personaggi del mondo della letteratura come James Joyce o Marcel Schwob.Per la prima volta in libreria, dunque, una raccolta completa di scritti, racconti e articoli tratti da Le visite, Usi e costumi, Cose viste, Il galateo. Brani e pezzi, dove la Brin dispiega all’intorno quel suo sguardo che penetra in profondità le cose, le fustiga dal di dentro con elegantissima ironia e ne rivela – con un solo miracoloso tratto di penna – splendori e miserie e che restituiscono un ritratto originale e sorprendente di una grande autrice, ingiustamente dimenticata. Da Coco Chanel a Greta Garbo, da James Joyce ai principi Mdivani, passando per luoghi culto come il Florida di Roma o le Giubbe Rosse di Firenze, e per attività perdute quali la Casa Line o la Cas Pas, Irene Brin si mostra non solo la brillante autrice de Il Galateo e del suo dizionario, assunto come classico da migliaia di lettrici e appassionate, ma anche un’autrice dalla prosa raffinata ed elegante. Poliedrica, inafferrabile e trasformista, nel corso della sua vita fu giornalista, scrittrice, gallerista, esperta di buone maniere e di pessime abitudini. Meglio di chiunque altro seppe raccontare con spietatezza e ironia il nostro Paese nel dopoguerra, spiegando agli italiani l’educazione, il gusto e lo stile. L’ampia scelta di racconti e articoli suggerita da Flavia Piccinni attraverso Usi e Costumi, Cose Viste, Le Visite e Il Galateo confermano come Irene Brin, ingiustamente dimenticata dopo la sua morte, non sia una semplice giornalista di costume, ma l’attenta interprete e protagonista di un tempo. Una grande scrittrice che per la prima volta si svela attraverso un ritratto complesso, delicato e struggente, che ne mostra l’originale e moderno sguardo impietoso. La personalità di Irene Brin traspare in tutto quello che sfiora, e per spiegare il suo mistero ritornano le parole usate nell’introduzione che fece a Prime vite immaginarie di Marcel Schwob, da lei tradotto per Fausto Capriotti Editore, che pubblicò il testo in un’edizione delicata ed preziosissima nel marzo del 1946. A proposito dello scrittore francese, Irene Brin nota: «Una cultura enorme, un’elaborata alchimia di stile, un gusto morboso per le esistenze fastosamente deviate, per i vizi delicatamente pittoreschi, un’amicizia fraterna e quasi casta per le fillettes communes medioevali, per le piccole prostitute di tutti i tempi: (…) l’opera resta fedele a una sua traccia, malinconicamente sensuale, e riesce difficile pensare che i suoi pazienti studi negli archivi, le lunghe esplorazioni sulle antiche cronache, si alternassero a periodi di desolante sofferenza, o a tentativi estremi di viaggi in terra straniera. (…) Del resto un singolare desiderio di innocenza anima tutti gli scritti».

0d9475306253991d29929fa03be28754_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy“Vite immaginarie” è l’opera capolavoro di Marcel Schwob, scrittore eclettico, filologo e drammaturgo francese della fine dell’800. Un testo letterario di grande suggestione scritto quando l’autore aveva poco più di trent’anni ed era consumato nel fisico da una malattia che lo teneva spesso chiuso in casa. Lettore instancabile e bibliomane, le cronache del tempo ricordano tra l’altro la stanza dove riceveva i suoi ospiti: piena di libri, dal forte odore di chiuso e i pregiati fogli di carta sottilissimi, di filo, sui quali scriveva di getto con il suo pennino senza commettere errori e con lo specchio posto sul caminetto ricoperto di pezzi di carta.
Cresciuto in una casa dove i libri erano il pane quotidiano, con lo zio che lavorava presso la Bibliothèque Mazarine e il padre diplomatico e anch’egli scrittore (amico di Flaubert, Baudelaire e Verne), il giovane Marcel amava le lingue antiche e moderne, i testi filosofici e quelli di astrologia, ed era appassionato e curioso tra l’altro di scienze occulte. Quasi tutte le sue opere furono scritte in un decennio, fra i venti e i trent’anni. Per molti autori, suoi contemporanei e non, Marcel Showb possedeva la capacità di creare mondi immaginari senza tempo, l’immaginaria cogitazione dello scrittore. Ancora giovane, gli fecero omaggio Paul Valéry, dedicandogli la sua prima opera, e Oscar Wilde, con l’opera The Sphinx. Vite immaginarie fu scritto poco prima che la malattia lo conducesse alla morte, un male accanito che lo fece patire tanto ma che non ne fermò la genialità. In un percorso che va dall’antica Grecia fino ai sobborghi di una città dell’800, incontriamo personaggi storici e altri immaginari. Piccole biografie inventate senza che il lettore percepisca il tempo e lo spazio.

Dal risvolto della più recente edizione Adelphi di Vite Immaginarie:
«È hashish… dà fuoco all’immaginazione», così disse il poeta Albert Samain quando lesse le Vite immaginarie di Marcel Schwob. Il fuoco di questo libro brucia ancora: oggi, se tanti lettori scoprono in Borges gli incanti più sottili e vertiginosi del fantastico e di una certa occulta matematica della narrazione, riconosceranno in Schwob un maestro e un modello di quella letteratura. Erudito esploratore della biblioteca di Babele, autore precocissimo di fondamentali ricerche sulle origini dell’argot, appassionato cultore di Villon, che ricondusse al suo vero luogo, fra i malfattori della banda dei Coquillards, Marcel Schwob (1867-1905) inventò un nuovo genere di narrativa d’avventura, che non cerca un contatto diretto con la realtà, ma passa per le vie traverse della filologia e della mistificazione, sprofonda nella «antichità eliogabalesca» – così disse E. de Goncourt – come in una riserva di sogni, per rendere alla vita bruta quella carica allucinatoria che essa ha in origine. A lui, giovane che fu sempre vecchissimo, fecero omaggio Jarry e Valéry, dedicandogli le loro prime opere; e Oscar Wilde, dedicandogli The Sphinx. Nella Parigi dei martedì di Mallarmé e dei gloriosi inizi del «Mercure de France», anni in cui fu disegnata in ogni particolare la carta della modernità letteraria, di cui ancora viviamo, l’ombra elusiva e notturna di Marcel Schwob ci appare a ogni crocicchio essenziale. Le Vite immaginarie, pubblicate nel 1896, segnano il culmine della sua opera: sono ventitré ‘percorsi di vita’, brucianti di rapidità, dove incontriamo personaggi illustrissimi, come Empedocle o Paolo Uccello o Petronio, e gli ignoti destini di Katherine, merlettaia nella Parigi del Quattrocento, o del maggiore Stede Bonnet, ‘pirata per capriccio’, o degli impeccabili assassini Burke e Hare – e tutti circondati dalle folle senza nome di mendicanti, criminali, prostitute, mercanti e eretici che abitano la storia. Ma tutti eguaglia la prosa illusoriamente semplice di Schwob. Per lui, secondo l’esempio di Aubrey e di Boswell, la biografia è scienza dell’infimo particolare; il suo occhio coglie solo quei gesti, quei momenti che distinguono irrevocabilmente un destino da ogni altro. Eppure, come Schwob stesso disse del suo amato Stevenson, si tratta di un «realismo perfettamente irreale, e appunto perciò onnipotente».È vano, come pure in Borges, tentare di discriminare il vero e l’immaginato in queste superfici splendenti, perché tutto vi è visionario e segretamente unito in una sola catena, a dimostrare le parole di Schwob secondo cui «la somiglianza» è «il linguaggio intellettuale della differenza» e «la differenza… il linguaggio sensibile della somiglianza».

 

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C’è un libro, considerato per il New York Times uno dei libri dell’anno, e si chiama “Perdersi”, pubblicato in Italia da Minimum Fax, scritto da Charles D’Ambrosio. Nelle sue pagine, tra le gallerie dei personaggi, ampio spazio è dedicato a uno scrittore americano simbolo della cultura hippie come Richard Brautigan. “Perdersi” è un libro che ci regala qualcosa di prezioso: la libertà di esplorare, il piacere di abbandonare le idee precostituite e abbracciare l’incertezza. D’Ambrosio instaura infatti un dialogo intimo con il lettore e, attraverso una prosa armoniosa ed equilibrata e uno stile geniale e frizzante, lo coinvolge in una conversazione continua con se stesso. La raccolta – che si colloca nella tradizione del New Journalism di Joan Didion e Hunter Thompson – si apre con due saggi mozzafiato ambientati a Seattle, luogo natale dell’autore, dissertazioni ironiche e decisamente folli sulla città prima che diventasse di moda, passando poi a un brillante scritto su Il giovane Holden in cui si esplora la perdita di identità. Ma che parli di una città, un personaggio o la sua stessa storia familiare, è l’isolamento il grande soggetto di D’Ambrosio che in Perdersi, attraverso il linguaggio del saggio narrativo, sfida le convinzioni mettendosi in discussione in un modo che una storia o un racconto breve non avrebbero permesso. Un esempio lucido e spettacolare di moderno romanzo.

In uno dei più bei saggi di questa raccolta, Charles D’Ambrosio, così rievoca il personaggio Richard Brautigan, nel tentativo di dar conto della sua curiosa sorte letteraria: da fenomeno capace di sfornare bestseller a ripetizione, almeno a partire da Pesca alla trota in America – il romanzo pubblicato nel 1967 al quale rimane ancora oggi legata la sua fama – a soggetto da dimenticare o rievocare con l’imbarazzo che si riserva a tutto ciò che si è scoperto e amato nel corso della propria giovinezza, e del quale pertanto ci si vergogna sempre almeno un po’: Quando Richard Brautigan si sparò, a Bolinas nel 1984, sulla sua vita venne gettato uno sguardo vagamente emblematico che aveva ben poco da dire sul valore letterario dei suoi libri. Era già qualche tempo, ormai, che il suo necrologio lo incalzava: era l’hippie malridotto e alcolizzato, la figura culturale di interesse un po’ effimero, lo scrittore la cui reputazione si basava sulla sensibilità drogata dei suoi contemporanei. Era come se fosse stata l’epoca in sé a creare la popolarità di Brautigan, com’era successo per le camicie a disegni cachemire o gli stivali Frye: veniva trattato come una moda imbarazzante.

 

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Da pochissimo in libreria una nuova edizione di “American Dust” di Richard Brautigan (sempre edito da minimum fax) con traduzione e postfazione a cura di Luca Briasco.

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1982, quando Brautigan, lontano dai successi dei suoi primi romanzi, lottava contro depressione e alcolismo, American Dust racconta – in un continuo sovrapporsi di piani temporali – la difficile adolescenza della voce narrante: un ragazzo di tredici anni che cresce senza padre nell’Oregon del secondo dopoguerra, vivendo di piccoli espedienti. La seconda guerra mondiale è appena finita, e nessuno fa caso a un adolescente con un fucile sottobraccio, fermo a una stazione di servizio. Finche?, sparando alle mele in un frutteto con il suo fucile calibro 22, colpisce accidentalmente e uccide il suo compagno di giochi e avventure, scoprendo cosi?, nel modo piu? brutale, a quali conseguenze si vada incontro quando si decide di spendere i pochi soldi accumulati rivendendo vuoti di bottiglia per comprare delle cartucce, anziche? un sano hamburger americano.
Tra custodi di segherie sempre ubriachi e strane coppie di ciccioni che tutte le sere, d’estate arrivano, scaricano da un furgoncino un divano, tavolini e lampade,e pescano comodamente seduti. Tra ragazzine che abitano nell’agenzia di pompe funebri dei genitori e famiglie che cambiano casa ogni sei mesi passando da una roulotte all’altra, Brautigan ci racconta, in pagine di dolorosa, sognante levita?, il retaggio di violenza, paura, dolore che si annida nelle pieghe del sogno americano.Il ragazzino è un uomo nel 1979 e ricorda, prima che il vento si porti via tutto, l’America e i suoi sogni, l’alcolizzato e le sue bottiglie, i due sul divano in riva al lago. La scelta, leggera e terribile, tra hamburger e proiettili, un colpo di fucile in un campo di meli e l’amico bello e ferito, lasciato lì a morire dissanguato. “American Dust” è un’elegia delicata e sorprendente, in cui l’infanzia e la morte danzano insieme, avvolte nella polvere del sogno americano.

Durante l’orazione funebre a Brautigan,nella postfazione di Luca Briasco ci racconta che lo scrittore Ken Kesey pronunciò: “Tra cinquecento anni, quando tutti noi saremo dimenticati , la gente leggerà ancora Brautigan”

Vi lascio con due bellissime recensioni di American Dust, quella di Martino Baldi: QUI e quella di Giacomo Verri: QUI

Nello Zaino di Antonello: Poeti e Letterati protagonisti nei Libri

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