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Per il Chiacchierando ti avrei dato sicuramente appuntamento in un bar, di sera, davanti a un paio di birre. Nonostante le mie origini napoletane, infatti, sono nato e cresciuto in Romagna, e la Romagna è terra di convivio, la Romagna insegna che mangiare e bere insieme trascende la semplice nutrizione e idratazione; al contrario stare insieme a tavola, o al bar, è un’ottima scusa per raccontarsi storie, e il luogo migliore per farlo. E, in fondo, è questa l’unica cosa che importa. 

Vedrete da voi quanto sia ricca e convincente la chiacchierata con Jacopo Cirillo su “Massimo Ranieri. Le rose non si usano più” (Add editore), ma vi confido che con quel paio di birre sarebbe stata perfetta. Allora vi consiglio di prendere le vostre, metterle accanto al pc e fare finta di essere al bar con noi. Non ve ne pentirete.

06-ranieri-WEB_modQuando ho letto il titolo del libro di Jacopo Cirillo, edito nella originale collana Incendi di Add editore, sono stata spiazzata dal maiuscolo che campeggia al centro della copertina: il nome dell’autore nella metà rossa, accostato a quello di Massimo Ranieri nella metà blu. 

Copertina di Francesco Serasso, a mio sentire, particolarmente riuscita, in cui compostezza e immediatezza si coniugano con un’originalità senza eccessi, ma di sicuro impatto. A fine lettura mi sembra ancora più bella e felice.

Sotto il nome dell’artista napoletano, appare quello che a prima vista può sembrare un sottotitolo, ma che forse è qualcosa di più: Le rose non si usano più. Lo capovolgo da affermazione in domanda: le rose non si usano più? o il loro significato è così universale che non se ne può fare a meno?

 

0f17081La copertina del libro, come tutte le copertine della collana Incendi di Add editore, accosta i due nomi, quello dell’autore e quello del personaggio, e li mette sullo stesso piano. Questo perché ‘Le rose non si usano più’ non è una biografia di Massimo Ranieri – per quello esiste già il suo memoir “Mia madre non voleva” e la pagina Wikipedia. Il libro infatti racconta piuttosto di me e del mio rapporto con Ranieri, del perché lo ammiri e lo segua da così tanto tempo e, soprattutto, del perché tutti noi, almeno una volta, dovremmo prestargli molta più attenzione. 

Dico questo a partire da un dato di fatto: praticamente chiunque conosce Massimo Ranieri, ma la maggior parte delle persone lo ricorda, e lo confina, a due canzoni: Rose rosse e Perdere l’amore. Soprattutto Rose rosse, la sua prima canzone di grande successo, lo accompagna dall’inizio della sua carriera. Ma Rose rosse, che lui cantava a diciott’anni, è appunto solo l’inizio, la premessa, quasi, direi, la propedeutica della sua incredibile carriera. 

Titolare il libro “Le rose non si usano più”, oltre al riferimento diretto a una delle strofe più conosciute della canzone, significa proprio questo: non bisogna usare Rose rosse per definire Massimo Ranieri, lui non è più, e non è mai stato solo quella cosa lì. Al contrario la sua produzione artistica è talmente eclettica da spaziare in tutti i campi dell’intrattenimento: tradizione melodica napoletana, jazz, cinema, teatro, televisione, ballo. 

Le rose non si usano più è un paradosso: certamente le rose si usano ancora, e speriamo che si continuino a usare sempre. Allo stesso tempo, bisogna ricordare che, come in un corteggiamento, le rose sì, sono importanti, ma di certo non bastano. Non è un grande gesto quello che ti fa innamorare, ma una presenza e un sentimento costante, che si rinnova ogni giorno, che è esattamente la dichiarazione d’amore che Massimo Ranieri ha fatto, e continua a fare, alla sua carriera e alla sua vita. 

Per molti Ranieri rimane il ragazzino di Rose rosse, difficile cercare di inquadrarlo in un unico scatto. Ranieri fa tutto e sembra che non faccia mai abbastanza: allora ricomincia da capo e spinge il suo masso in cima alla collina sperando, come fanno certi bambini alla quarta visione di un film in cui il loro personaggio preferito viene sconfitto, che almeno questa volta vinca, e che la storia di Sisifo, finalmente, possa avere un lieto fine.

E Nureyev, così come Bolognini, in realtà sbagliavano, perché non ci sono divisioni di genere e di categoria nella sua carriera. Ranieri è un artista prestato a se stesso e regala al suo pubblico.

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Questa è per me la chiave di lettura, suggestiva e ricchissima di dettagli, con cui Jacopo Cirillo regala ai lettori del libro un ritratto di un artista poliedrico, duttile, versatile nonché brillante e geniale, sfrontandolo da tutti gli stereotipi che si sono sommati sulla sua figura. L'”idolatria” del narratore nei confronti di Massimo Ranieri è certamente la serratura unica e originale in cui inserire la chiave per aprire una varco di interpretazioni inedite e forse inusitate della carriera del napoletano.

Alla fine del libro, affascinata da Massimo Ranieri visto attraverso il tuo sguardo come non avrei creduto, mi viene spontaneo credere che ci siano tanti punti in comune tra te e lui, negli ambiti diversi in cui mettete in campo il vostro talento.

Tu senti che al di là dell’ammirazione c’è un comune sentire l’Arte, intesa in senso ampio, ancora più ampio di Cultura, tra te e Massimo Ranieri?

jacopo-cirilloSì, il centro di tutto il discorso è proprio questo: Ranieri non è una somma di categorie definite ma un concatenamento di capacità, un movimento artistico continuo. È davvero impressionante la fluidità con cui si muove tra musica, recitazione, ballo, regia, teatro, cinema, televisione, come se non ne percepisse i confini. Ed è questa sua peculiarità che mi ha ispirato di più per costruire il mio approccio all’arte e alla cultura. Io la vedo esattamente come lui, o meglio, la vedo così proprio grazie a lui. Non esistono compartimenti stagni ma connessioni, concatenamenti: i vari domini dell’arte e della cultura, come quelli della scienza, dialogano costantemente tra loro e, spesso, farli dialogare è il modo migliore per dire qualcosa di nuovo a partire da ciò che è già stato detto, la miglior definizione di cultura possibile. 

Nella mia carriera lavorativa, che coincide quasi perfettamente (per mia fortuna!) con i miei interessi, ho sempre cercato di fare come Ranieri: tante cose diverse (sceneggiatura, scrittura, critica, narrativa, saggistica, libri, televisione, cinema, sport) tutte collegate tra loro; è importante dire che questo tipo di approccio, oltre a essere molto stimolante, è effettivamente anche utile prosaicamente per pagarsi l’affitto. Ogni argomento, ogni dominio diverso ti può insegnare qualcosa che ti sarà utile per parlare d’altro, aprendo il campo alle possibilità e stimolando le tue capacità e le tue competenze. E poi c’è la curiosità, continua, di imparare sempre qualcosa di nuovo, e di non fermarsi mai a ciò che già si sa fare, di non accontentarsi, da un lato, e di godere dei propri traguardi dall’altro. 

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Accostato allo sguardo “esegetico” c’è quello più prettamente autobiografico, con cui entri in empatia con il lettore, coinvolgendolo con forza spiazzante nella tua passione: irrinunciabile l’ascolto di “La vestaglia”, che rappresenta il culmine del viaggio esistenziale su cui in parte si esplica il libro. L’elemento autobiografico detta anche la cronologia interna, che poi viene confusa come i tasselli di un puzzle nella scatola: 1987/2017. Il primo ascolto in una monotona domenica pomeriggio in famiglia, dove un bimbo di 5 anni comincia a diventare amico della nonna, che non gli parlava perché non aveva nulla da dirgli e prende in prestito le parole dalle canzoni di Ranieri, a Jacopo Cirillo che deve intervistare il suo idolo per il libro che leggiamo, in una commistione di narrazione e metanarrazione molto suggestiva e in perfetta sintesi con il tono generale del libro.

Un rito di formazione il concerto ligure di Massimo Ranieri? E in misura del tutto originale e inconsueta, “Massimo Ranieri. Le rose non si usano più” è anche un romanzo di formazione su doppio binario: quella tua e quella di Ranieri?

JACOPO CIRILLO

Quel concerto a Lerici è stato sicuramente un momento di passaggio. Eravamo in tre, avevamo appena compiuto trent’anni e cercavamo di capire che differenza ci fosse rispetto ai nostri ventinove. Guidando a caso per la Liguria, ci imbattiamo in un cartellone sul retro di un autobus che stavamo per tamponare con la faccia di Ranieri e le indicazioni per un suo concerto quella sera stessa; una specie di strano segno del destino, soprattutto pensando alla serata prima, in cui avevamo ascoltato a loop “La vestaglia”, provando a capire qualcosa di più delle nostre nuove vite da adulti. 

Il concerto è stato spettacolare, ma non è quello il punto. I riti di passaggio sono sempre riti di passaggio per chi li esperisce, sono una questione privata, impossibile da categorizzare a priori. Quella sera, quando Ranieri ha cantato “La Vestaglia”, la forza simbolica del momento è stata fortissima, e molto importante per la nostra formazione, quasi come se ci avesse dato una consapevolezza nuova. Dunque sì, il libro è anche, da un certo punto di vista, un romanzo di formazione. La mia formazione, ovviamente, perché parto dai miei cinque anni, con la nonna, passo per i venti, in vacanza con gli amici, e arrivo ai trenta, tre tappe fondamentali per la crescita di una persona. Ci sono le scuole, in mezzo, l’università, il lavoro, gli amici, i problemi piccoli e gli ostacoli apparentemente insormontabili. 

E’ altrettanto vero che il mio libro è anche un romanzo che racconta la formazione di Ranieri come artista e come uomo, dagli esordi in tenerissima età fino alla sua nuova passione per il jazz. E’ come se fosse un binario in differita, come se provassi non tanto a paragonare, quanto a creare assonanze tra i nostri percorsi, a cercare un grado di commensurabilità, come spesso si fa con le persone che si ammirano davvero. 

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Ti confido le pagine che mi hanno sedotta di più: quelle che riguardano il rapporto di Ranieri con Pasolini, e la disamina che tu compi a partire dal film “La macchinazione”, assolutamente da vedere dopo aver letto il tuo libro, e che conduce direttamente a una definizione di arte in merito allo scopo che si prefigge:

qual è lo scopo dell’arte se non quello di raggiungere, intrattenere e far immedesimare più persone possibili?

Non è questo lo scopo anche di un libro come il tuo? o qualche altro?

Jacopo-Cirillo-300x222Dunque: io l’ho sempre pensata così, citando Michael Chabon che è uno dei miei scrittori preferiti: si scrive per intrattenere e si legge per intrattenersi. Punto. Tutto il resto sono costruzioni a posteriori, fatte soprattutto per legittimare il proprio lungo e spesso faticoso percorso di studi. Come dire: ho studiato tutta la vita, adesso ve la faccio pesare. E invece lo scrivere, e in generale qualsiasi forma d’arte pensata per un pubblico di fruitori, deve tenere bene a mente questo: bisogna intrattenere. Ovviamente non significa per forza far ridere, si può intrattenere con un thriller, con un dramma, con una tragedia. Ma sempre di intrattenimento si tratta, di un passatempo, nel senso più positivo del termine. 

Lo scopo del mio libro, se dovessi dirlo in poche parole, è quello di raccontare belle storie. Nel caso specifico, belle storie di Ranieri, della mia vita e di tutti i riferimenti che mi vengono in mente. Ci sono tantissime storie trasversali a Ranieri, tantissimi esempi e cose che apparentemente non c’entrano nulla. Ma tutto è rilevante, se ben argomentato. Umberto Eco, che ci ha lasciato un’eredità culturale e intellettuale inestimabile, ha sempre operato in questo modo, facendo dialogare domini eterogenei. E allora, parlando di Ranieri, posso parlare di castelli della Carinzia, di maestri di peyote indiani, di partitelle di calcio e di quant’altro. A questo serve l’arte e la scrittura: a innescare le persone. Tutto il resto diventa superfluo. 

Lo scopo del mio libro, se dovessi dirlo con più parole, è dunque quello di far appassionare i lettori a Massimo Ranieri. Certo, non tutti quelli che lo leggeranno poi andranno ad ascoltarsi le sue canzoni o a guardare i suoi spettacoli o film, ma non è così importante. La cosa importante è che venga la curiosità di sapere altro, di imparare altro, magari cose che non avrebbero mai pensato di leggere o di scoprire. Anche solo per avere qualcosa di interessante da dire all’aperitivo con gli amici.  

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Non so se faccio testo, ma con me, Jacopo, ci sei riuscito in pieno.

Per chiudere, vorrei arrivare al nocciolo duro dell’indagine che così felicemente tu conduci nel libro:

Il rapporto con gli idoli è sempre una questione privata, ciascuno la gestisce come vuole, secondo la propria sensibilità.

Chi sono gli idoli? e che importanza hanno?

8150678afd05312eb3fcf2f4a2fca469Gli idoli sono importanti per tantissime ragioni. Le più banali: sono un esempio con cui confrontarsi, una meta da raggiungere, un porto sicuro nei momenti di insicurezza e un bel passatempo (che talvolta può trasformarsi in ossessione). 

Soprattutto, però, sottendono un sentimento meraviglioso, a mio parere, che è quello dell’ammirazione. L’ammirazione vera, senza secondi fini, semplicemente rimanere a bocca aperta davanti a qualcuno che è più bravo di te. È un sentimento puro, innocente, e per questo potentissimo. Gli idoli sono anche una questione privata perché non sono questionabili dall’esterno. Nessuno può dirmi se i miei idoli sono “giusti” o meno. La “giustezza”, la legittimità sono categorie che nemmeno si applicano, in questo caso. E dunque sono estremamente liberatori, sono una cosa nostra, che possiamo gestire come vogliamo, senza che nessuno possa intervenire, o criticare, o giudicare. O, meglio, probabilmente molti lo fanno e lo faranno – quante volte mi è stato detto “ma come fa a piacerti Massimo Ranieri”?, con un tono non proprio conciliante – ma se l’ammirazione è vera, allora diventa tetragona a qualsiasi critica o intervento esterno. 

Avere un idolo significa cambiare, quasi ontologicamente, la propria relazione con lui. Mi spiego: di solito, una persona che per comodità definiremo “famosa”, instaura un rapporto di uno a molti con i suoi fan. Tutti conoscono lui, lui non conosce nessuno. Tutti seguono lui, lui non segue nessuno. Con i tuoi idoli non funziona così, perché sono i TUOI. Massimo Ranieri è il MIO idolo, non il NOSTRO. Poi, è chiaro che non si può davvero imporre questo tipo di esclusività, e ne siamo perfettamente consapevoli, d’altra parte è molto bello e molto catartico abbandonarsi al piacere di avere un dialogo diretto con chi ammiri, un rapporto privilegiato. 

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Chi ti leggerà, e io mi auguro che siano in tanti, ti vedrà a bocca aperta ed è come se lo rimanesse anche lui.

Però, non posso chiudere questa chiacchierata senza accennare a un personaggio dirimente, senza il quale il libro non ci sarebbe stato e forse, come tu stesso dichiari, neppure la passione per Massimo Ranieri: la nonna.

Che effetto le avrebbe fatto trovarsi nelle pagine di un libro, o forse l’effetto sarebbe stato trovarsi nelle pagine del TUO libro?

Jacopo.Cirillo-150In fondo, tutto il libro ruota attorno a mia nonna, napoletana di ferro, una persona che mi ha insegnato così tanto senza apparentemente avermi insegnato nulla. E proprio per questo me la immagino stupita, divertita forse, nel ritrovarsi nelle pagine del mio libro (di un libro in generale non credo le sarebbe importato molto). Credo che si sarebbe fatta una risata, mi avrebbe dato un buffetto e poi sarebbe tornata a canticchiare Massimo Ranieri nel suo cucinotto, come se non fosse successo niente.

 

Per acquistare il libro, puoi servirti di Goobook.it (scopri QUI il progetto del portale)

Con un semplice click sulla foto, ordini il libro e lo ritiri nella tua libreria di fiducia.
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Chiacchierando con… Jacopo Cirillo