di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

 

I LIBRI OFFRONO VIE DI FUGA E LEGGERE È COME VIAGGIARE

«Se sei intrappolato in una situazione impossibile, in un posto sgradevole, e qualcuno ti offre una via di fuga temporanea, perché non dovresti prenderla? I libri fanno questo: aprono una porta, mostrano la luce fuori. E più importante ancora, durante la fuga i libri possono farti conoscere il mondo e la tua stessa condizione, ti danno armi, ti danno un’armatura, cose che puoi portarti dietro quando devi tornare in prigione. Le abilità e la conoscenza sono strumenti che puoi usare per fuggire davvero. Come diceva Tolkien, le uniche persone che si arrabbiano per una fuga sono i carcerieri.»
(Neil Gaiman)

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Raccontare la complessità del mondo attraverso la Letteratura.
Riuscire a portare in libreria persone sempre nuove tra il pubblico dei nostri incontri settimanali e provare a fare un’operazione non semplice: mostrare la realtà eterogenea che riempie il mondo attraverso i libri. Raccontare mutamenti e contaminazioni esplorando attraverso i libri le culture di altri paesi. Una intera settimana in bilico tra Corea e Argentina, tra storia, paesaggi, tradizioni e personaggi singolari. Quanto di più distante esiste al mondo, attraverso questi due paesi, e riuscire a tratteggiare i famosi “altrove”. Riuscire con la letteratura e la scrittura a valorizzare le caratteristiche peculiari di paesi lontanissimi da noi, leggerne le diversità e le trasformazioni ma anche saper leggere e interpretare tutto quello che ci avvicina. La cantante Fiorella Mannoia in una canzone bellissima scritta da Francesco De Gregori e dal titolo Cuore di Cane cantava “imparare le lingue del mondo imparare a parlare, a passare tra la pioggia e la polvere tra la terra ed il mare, che viaggiare non è solamente partire, partire e tornare ma è imparare le lingue degli altri, imparare ad amare”.

dalla_corea_del_sud_copQuesto abbiamo fatto Lunedì 16 ottobre, iniziando la settimana parlando di oriente con la presentazione del libro di Maria Anna Mariani, edito da Exòrma, dal titolo “Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche”. A dialogare con l’autrice è stata l’antropologa Tifany Bernuzzi del Centro Studi Movimenti di Parma. Un libro a metà strada tra il reportage dei taccuini di viaggio e la testimonianza-confessione. La ricercatrice spoletina di 35 anni incalzata dalla nostra moderatrice ha raccontato del suo percorso dall’Umbria a Chicago, passando per la Corea del Sud. In seguito ad una grande perdita, decide di riempire quella grande mancanza con altre piccole mancanze ed emigrare in Corea del Sud, dove ha vissuto per oltre quattro anni insegnando alla Hankuk University of Foreign Studies, dopo aver conseguito il dottorato di ricerca in teoria della letteratura all’Università di Siena. Di questa esperienza durissima, a tratti entusiasmante e ricca di gratificazioni professionali, Maria Anna Mariani, che ora insegna letteratura italiana alla University of Chicago, ha scritto un libro.  È coautrice di una storia e antologia della letteratura destinata alle scuole superiori (“LiberaMente”, Palumbo 2010) e della monografia “Sull’autobiografia contemporanea. Nathalie Sarraute, Elias Canetti, Alice Munro, Primo Levi”, Carocci 2012.

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Nel libro si racconta la Corea del Sud, così com’è oggi. Una giovane studiosa italiana, precaria, per trovare lavoro all’università finisce in una piccola cittadina della Corea del Sud, appena sotto Pyongyang, capitale della Corea del Nord. “Ma col dottorato in Italia che ci faccio? – Dicevo io, e infatti dicevo bene – e così in un lampo ho deciso: parto. Poi vi mando le mail, poi vi racconto”. L’alloggio di Johyeon, sprofondato nella campagna sudcoreana a due ore d’autobus da Seul, incastonato nel campus universitario, è un surrogato del pianeta. Maria si trova a vivere una condizione di chierica vagante, in compagnia di altri professori altrettanto attoniti e sradicati provenienti da ogni parte del globo. Ma quella Corea è una sorpresa, una quotidianità fatta di inchini, inchini e inchini, di tradizioni trasferite dal passato alla contemporaneità fortemente tecnologica di un paese in pieno e rapido sviluppo, dove le bandiere sciamaniche sventolano sopra le “tre stelle” della Samsung (Sam Sung significa tre stelle). La nostra ricercatrice precaria, in quattro anni, passa dall’estraneità totale della straniera sempre linguisticamente in svantaggio, dall’“atroce quotidiano” a un’empatia per le fantasmagorie e le tante ossessioni di un paese misterioso a forma di tigre. Ci racconta le prime esplorazioni per trovare una panetteria, un negozio di elettrodomestici, entrare nel supermercato per deduzione, guidata dai disegni di cavoli, pesci e mele attaccati alle porte scorrevoli; cucchiaiate di riso striate di alghe, lucide come strisce di petrolio, il monsone, le armature di lycra e gli scudi di pizzo rosato indossati dalle signore per proteggersi dal sole. Parlare Hangul, la lingua del paese con il numero più alto al mondo di interventi di chirurgia plastica. Le rovine della città fortificata di Suwon, l’antica capitale e Seul, al terzo posto nella classifica mondiale delle città che innescano il suicidio. Maria si immerge nel quotidiano, a contatto con la gente, condividendo luoghi e abitudini, fino a capire, a integrarsi, “Perché in fondo qui ci sto bene”, tanto che al momento di andar via pensa che potrebbe anche avere nostalgia del kimchi, il cibo totemico dei coreani.
45ba07c752c6f1ef72e8bef1e7072631_w250_h_mw_mh_cs_cx_cyIn questa settimana abbiamo proposto diversi libri scritti da autori coreani e tra questi ricordiamo “La sciamana di Chatsil” dello scrittore Kim Tong-ni, edito dalla casa editrice O barra O, nella traduzione dal coreano di I. Jung e P. Varani.
Adattato per lo schermo nel 1982, il libro fu candidato al Premio Nobel nel 1978. Kim Tong-ni (1913-1995) esordisce come letterato nel 1934, durante l’occupazione giapponese. Insegna Scrittura Creativa all’Università Chungan, ricopre le cariche di Presidente dell’Associazione Coreana di Letteratura e dell’Accademia Coreana delle Arti. Numerosi i premi letterari a lui assegnati. Testimone della recente tragica storia del suo paese (l’occupazione giapponese e la guerra fra Nord e Sud), è il riferimento per un’intera generazione di scrittori che concepiscono la letteratura come portatrice dei valori della tradizione, ma aperta al confronto con la modernità.Il lettore viene immerso nell’universo sconosciuto dello sciamanismo ancora fortemente radicato in Corea. Il romanzo narra le vicende di Eul-hwa, sciamana in un villaggio della Corea, dipinge le sue pratiche cerimoniali, i riti sciamanici, il suo incontro- scontro con il figlio che, mandato in tenera eta in un tempio buddista, torna a casa convertito al cristianesimo. Il contrasto fra mondo della tradizione e apertura a nuove forme di pensiero e credo di provenienza occidentale emerge in tutta la sua potenza.
Il libro è pubblicato da una casa editrice per la quale vale il tempo di spendere due parole. O barra O (Occidente barra Oriente) si rivolge, con il suo progetto editoriale, ai due estremi culturali uniti-disgiunti da una barra, simbolicamente capace di oscillare e di segnare nuove rotte. Il nome della casa editrice porta in sé la traccia di una nuova disposizione ad accogliere le idee più distanti tra loro e i mutamenti che derivano dall’approdo in Occidente di altre culture, di altre proposte d’esistenza. Ma le due “O” sono anche due zeri che designano i luoghi-non luoghi, l’essere e il mancare, i margini del pensiero; e la barra oscillante costituisce il ponte che rende possibile la lettura per differenza.

cb1eae4641e92d7ef52653334e950c2f_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyDella stessa casa editrice milanese è uno splendido libro dal titolo “Enigmi coreani”, nella traduzione dal coreano, introduzione e note di Antonetta L. Bruno. L’autore di “Enigmi coreani” appartiene alla generazione degli scrittori nati sotto il colonialismo giapponese, cresciuti fra gli orrori della guerra tra nord e sud. Si chiama Yi Ch’ongjun (1939-2008) e compie i suoi studi a Kwangju, centro del movimento studentesco contro l’imperialismo giapponese. Si iscrive all’Università di Seoul e, per mantenersi agli studi, si arruola volontario nell’esercito, per tre anni. Si laurea nel 1966 in Letteratura tedesca. Inizia a collaborare con la rivista «Sasanggye». È stato uno dei più importanti innovatori della letteratura coreana riscuotendo un grande interesse di pubblico e di critica. “Enigni coreani” è il titolo azzeccato per questo volume che raccoglie due avvincenti racconti di Yi Ch’ ongjun. In entrambi i due romanzi brevi affronta uno dei temi centrali della sua riflessione: la ricerca di liberà in un contesto di oppressione. Non si tratta di pura speculazione teorica per l’autore che visse con lacerazione tutte le fasi politiche che attraversarono la Corea del sud, con regimi dittatoriali che si alternavano a governi con forti aspirazioni democratiche. Qui siamo in presenza di racconti imprevedibili, carichi di suspense, in cui i personaggi appartengono sì alla loro storia, ma al contempo sono manovrati da un destino ineluttabile. Essendo preclusa la strada dell’opposizione aperta, l’autore utilizza attraverso l’attività letteraria la sua visione critica. La sottomissione volontaria all’arbitrio dell’autorità è il tema affrontato nel racconto dal titolo “Il profeta”. Madame Hong, padrona della taverna Ape Regina, obbliga cameriere e clienti a indossare maschere dall’aspetto inquietante. Solo Na U-yon, chiamato da tutti “il profeta” per la sua capacità di prevedere con esattezza gli eventi futuri, si oppone al suo volere. Un giorno comunica a Madame Hong che lì, nella sua taverna, verrà presto commesso un omicidio…
“L’isola di Io” affronta il tema della libertà decentrando il punto di vista sull’isola meridionale di Jeju, geograficamente periferica e storicamente marginale nelle vicende coreane.
L’ufficiale di marina Son U-hyon si trova a dover indagare sulla scomparsa del giornalista Ch’on Nam-sok, partito per mare alla ricerca di I, l’isola misteriosa, l’isola utopica nella cui leggenda anche il lettore si perde, sorpreso e sconcertato.
Tra i diversi libri scritti da autori coreani ricordiamo quelli di Ho Kyun (1569-1618), studioso e letterato del periodo Choson, assume via via numerosi incarichi governativi e partecipa a varie ambascerie in Cina. Nel 1618, accusato di aver aderito ad un complotto contro la corona, viene giustiziato.
È uno dei più popolari, amati e originali scrittori dell’intera letteratura coreana, al quale si deve, con Hong Kiltong, la nascita della forma letteraria del romanzo coreano. Figlio illegittimo di un ministro e di una schiava, Hong Kiltong lascia la casa paterna e si pone a capo di una banda di briganti: saccheggia i beni dei potenti e soccorre gli umili, i diseredati. Amato dal popolo come un eroe, si ritira con la sua gente in un’isola, dove realizza lo Stato ideale secondo l’etica confuciana. Tra i suoi libri ricordiamo “Hong Kiltong. Il brigante confuciano” a cura di Maurizio Riotto e “Divagazioni dell’esilio” nella traduzione dal coreano di Tonino Puggioni.

5884bbad90f2a3fb9a054425f28c9d7b_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyHong Kiltong, discriminato dalla società del tempo perchè figlio illegittimo di un ministro e di una serva, lascia la casa paterna e decide di unirsi a una banda di briganti della quale diviene il capo indiscusso. Con i suoi uomini compie imprese audaci e clamorose, ai danni di funzionari e istituzioni corrotti. Il governo cerca di catturarlo ma egli rimane inafferrabile e così la sua banda, chiamata “Società per il riscatto dei poveri”. Amato dal popolo come un eroe, rinuncia all’incarico di ministro della guerra a lui proposto dal sovrano in cambio dell’abbandono di ogni attività criminosa e lascia la Corea per l’isola di Yul, dove fonda una società ideale secondo l’etica confuciana, retta dai princìpi dell’onestà e della giustizia. Romanzo curioso e di piacevole lettura, che ripropone temi, come la critica alla società e alle istituzioni e la ricerca utopica di un più giusto ordine morale e civile, che oltrepassano i confini e i tempi.

d1c3f7eddb2d867034de476df0bb0239_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyIn “Divagazioni dall’Esilio”, Ho Kyun dipinge un quadro della vita politica e sociale del primo periodo Choson. Vissuto in Corea nel XVII secolo, durante l’esilio sotto l’accusa di aver favorito la promozione di un nipote durante un esame, descrive la carriera e il lavoro di molti personaggi politici, la storia delle istituzioni del paese, il sistema degli esami, il funzionamento degli organi amministrativi, alcune norme burocratiche e leggi allora vigenti, i rapporti diplomatici con paesi confinanti come la Cina, usanze e tradizioni. La personalità di Ho Kuyn si distingue per una certa originalità: pur ammirando e rispettando i valori confuciani, egli muove critiche nei confronti di un’accettazione incondizionata degli stessi e si interessa a correnti di pensiero non sempre accettate dai confuciani (buddismo, taoismo, cattolicesimo). Inoltre, affronta sia tematiche “importanti”, sia argomenti di carattere apparentemente più superficiale, come il cibo, la calligrafia, la musica, e l’abbigliamento, notazioni che permettono di avere un quadro dettagliato e vivo della vita dell’epoca. Il testo vero e proprio è accompagnato da una parte introduttiva (vita di Ho Kyun, pensiero dell’autore, quadro storico) di Tonino Puggioni.

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Sabato 21 ottobre ci siamo trasferiti, invece, in Argentina e con una Serata Futurista abbiamo presentato il volume di Andrea Briganti dal titolo “Piero Illari: un futurista in Argentina”, pubblicato da Uninova. A dialogare con l’autore è stato il padre, Paolo Briganti, professore del dipartimento di italianistica a Parma e curatore della Collana.
Piero Illari è stato un agitatore, un intellettuale sui generis, uno che pensava che con l’arte si potesse cambiare il mondo e agiva per farlo. Un protagonista assoluto della vita politica e culturale parmigiana di un certo periodo, anni Venti. Un futurista, innanzitutto: a Parma ma anche fuori; uno che ha provato a impiantare il seme del futurismo anche in Argentina, dove ha vissuto la seconda parte della sua vita. Eppure sono in pochi a conoscerlo, e anche chi lo conosce non sa granché di una vita in buona parte avvolta nel mistero. 10612841_746447845429085_4603907291511023651_nSu chi è stato Piero Illari, nato a Parma nel 1900 e morto a Cordoba, in Argentina, nel 1977, ci ha illustrato e intrattenuto Andrea Briganti con suo padre Paolo, in una serata curiosa e alternativa, in cui sono stati letti, con grande professionalità, anche brani e manifesti futuristi scritti da Illari. Le serata futuriste di un secolo fa erano spettacoli provocatori e irriverenti che spesso finivano in rissa. Andrea e Paolo Briganti hanno invece intrattenuto gli spettatori dei Diari un Sabato sera, leggendo i manifesti futuristi e delle poesie futuriste di un parmigiano molto particolare. Il filo conduttore della nostra serata futurista è stato quello di fare Divulgazione e far viaggiare con la fantasia e le parole in libertà. Si può intrattenere il pubblico e provocarlo e nel contempo diffondere Cultura.

Andrea Briganti insegna Lingua e traduzione Spagnola presso l’università di Parma e tra i tanti saggi ve n’è anche uno sullo scrittore argentino Julio Cortàzar, molto amato ai Diari. 51yMmMEyAeL._SX314_BO1,204,203,200_Di Julio Cortàzar è appena uscito per Edizioni Sur “Il giro del giorno in ottanta mondi” nella traduzione di Eleonora Mogavero. Uno dei libri più curiosi di Cortàzar, pubblicato per la prima volta nel 2006 da Alet che a cinquant’anni dall’uscita, torna in libreria. Il titolo del libro rimanda a Jules Verne, che Cortázar definisce scherzosamente il suo omonimo, e insieme dichiara le intenzioni dell’autore: «Un viaggio intorno al mondo, come quello di Phileas Fogg, ma senza muovermi dalla mia scrivania. Un libro pazzo, da fuori di testa, fatto di ritagli e avanzi, come un grande collage». Ed è un vero e proprio viaggio quello che il lettore si trova a intraprendere: un viaggio attraverso un’epoca e un modo di intendere l’arte. Dai cronopios a Eugénie Grandet, da Jack lo Squartatore a Duchamp, dalla letteratura alla boxe al sempre amato jazz: infiniti sono gli spunti che l’autore raccoglie in questo volume, che si può leggere tutto d’un fiato o centellinare poco a poco. Con una freschezza e una spontaneità ancora intatte, Cortázar crea il suo primo libro-oggetto, in cui a racconti, articoli e poesie alterna anche vignette, illustrazioni e foto per sfatare, ancora una volta, il mito della letteratura come esercizio di serietà.

14164750809879-arltNegli anni in cui il protagonista del libro presentato ai Diari, Piero Ilari, si trasferiva in Argentina, un altro grandissimo scrittore, Roberto Arlt, dalle pagine del giornale El Mundo scriveva le sue “Acqueforti di Buenos Aires”, pubblicate in Italia qualche anno fa dalla Casa Editrice Del Vecchio con la traduzione di Marino Magliani e Alberto Prunetti. Scritte nel 1933 le “Acqueforti di Buenos Aires” raccolgono immagini e percezioni della metamorfosi della capitale argentina in metropoli moderna. Arlt richiama nel titolo la stupefacente esattezza e la portata narrativa delle piccole acqueforti in voga nel Seicento, a opera di grandi pittori come Rembrandt: il linguaggio asciutto e il registro essenziale rendono alla narrazione la stessa sottile stilizzazione e l’attenzione ai particolari. Borseggiatori, mendicanti, oscure presenze e gente comune formano un affresco a tinte forti in cui Arlt mette in dubbio la necessità e le modalità della modernizzazione: l’arrivo della corrente elettrica, il telefono, gli edifici nuovi che non riconoscono più a quelli vecchi alcuna funzione pratica né decorativa, ridotti a ruderi di un passato che si rifiuta di essere cancellato, ma che pare non voler prendere parte alla costruzione del futuro. Con accenti talvolta grotteschi Arlt applica lo “sguardo dell’outsider”: lucido, addolorato e ironico insieme, osserva il corpo stesso della città, che si fa essere pulsante, e nella sua trasformazione inghiotte e sputa parti di materia che lo circondano e che ne costituiscono l’essenza più vera. Sofferenze, ottimismo, ricchezza e povertà, i profondi mutamenti dell’inizio del secolo, echi della cultura europea. La “vita dello spirito” di una popolazione cittadina che sente il terreno franare sotto i piedi e si aggrappa a una spensierata serietà che talvolta rischia di rendere la vita meno luminosa di come potrebbe essere, ma ancor più interessante da raccontare, perché quello che conta per lo scrittore è «stare nell’anima di tutti, assieme a tutti. Da qui la grande allegria: sapere di non essere solo».

il-ritorno-d154Sempre in in Argentina è ambientato il bellissimo racconto lungo del narratore e saggista argentino Alberto Manguel, “Il Ritorno”, edito da Nottetempo. Un libro speciale che, tra specchi e fantasmi, rimanda a un trauma originario: la dittatura militare che costrinse tanti intellettuali argentini alla diaspora. Questo passato inquietante è trattato da Manguel con lo stesso tocco di un grande maestro, Borges.
Nel racconto un uomo che vive sereno a Roma, dove ha una bottega di antiquariato, Nestor Fabris, ritorna nella città che ha lasciato trent’anni prima per fuggire da una feroce dittatura e ritrova nelle vetrine delle librerie gli stessi titoli che leggeva allora, oltre a un’amica che credeva scomparsa, giovane e bella come un tempo, e finisce per perdersi in un labirinto di luoghi e oggetti, oscuramente identici a come li ricordava. Quando viene trascinato a bordo di un autobus vuoto in una landa crepuscolare, scopriamo di essere discesi insieme a lui negli inferi, un luogo immaginario che sta alle spalle dell’Argentina di oggi e dove giustizia non è stata fatta.Il suo arrivo a Buenos Aires ha, insomma, i contorni di un incubo, la città che trova è quella di trent’anni prima e questa rimpatriata diventa un duro ritorno al passato, un perdersi nella storia e nella città. Piano piano la modesta pace che aveva raggiunto in Italia cede il passo agli spettri del passato ed è questo il vero ritorno che costituisce la materia del romanzo.

Nello Zaino di Antonello: I LIBRI OFFRONO VIE DI FUGA