di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

Riappropriarsi del paesaggio e della propria identità, anche attraverso la Lettura.

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Una piccola e tenace libreria indipendente, come la nostra, mette in atto ogni giorno tentativi costanti di resistenza, nell’ottica di trasformare la libreria da semplice luogo che vende libri a contesto di animazione di incontri tra scrittori e lettori, per creare un circolo virtuoso tra parola scritta e parola letta: abbiamo così deciso di aderire a Festival e Rassegne cittadine. Uno di questi Festival è quello di I.ta.cà, il primo in Italia sul turismo responsabile. Migranti e viaggiatori il tema di questo anno del festival che invita a scoprire luoghi e culture attraverso itinerari a piedi e a pedali, workshop, seminari, laboratori, mostre, concerti, documentari, libri e degustazioni. È il secondo anno di seguito che aderiamo come Libreria Diari di bordo e questa volta abbiamo proposto la presentazione del Libro di Matteo Meschiari, edito da Armillaria, dal titolo “Geonarchia – Appunti di resistenza ecologica”. La serata, con un confronto tra l’autore e l’ambientalista Fabrizio Savani, con la libreria gremita in ogni ordine di posto, si è risolta in qualcosa di profondamente soddisfacente. Si sono toccate tematiche ambientali importanti e si è riusciti a parlare di territori e popolazioni e di crisi in atto. Dopo aver parlato della possibilità di cambiare la propria attitudine mentale nel rapportarsi a ciò che ci circonda e di usare il cammino lento e a piedi per potersi riappropriare anche del paesaggio si è arrivati alla conclusione della necessità di provare a immaginare anche la possibilità di sopravvivere in condizioni ambientali difficilissime. Si è citato Kant, che era uno che camminava tanto a piedi, per rimarcare la necessità di riappropriarsi del paesaggio. In fondo, incontri come questo, servono anche per cercare spazi nuovi di consapevolezza. Matteo Meschiari, poeta e scrittore, professore associato di antropologia e geografia all’Università di Palermo, ci ha spiegato che si può vivere a partire da nuove prospettive e utilizzando un linguaggio che possa essere esso stesso portatore di immagini e di come ci si possa abbeverare da tutte quelle immagini poetiche che la geografia ci può regalare. Un vero poeta non si concentra solo e soltanto sull’uomo, ma sul cosmo, ed ecco spiegata la capacità di questo autore di trovare nella poesia e nella scrittura i mezzi per meglio definire il presente.
22141261_705378189650677_6551779620110931226_n“Geoanarchia”, del resto, altro non è che un piccolo volume di scritti militanti in cui Meschiari raccoglie una serie di lucide intuizioni sulla terra e sulla crisi ambientale. Con passo selvatico e sguardo poetico, l’autore invita a intraprendere una lotta per le immagini, perché il disastro che ci attende coincide con la nostra incapacità di immaginare il mondo che annientiamo. Se il problema è il destino della terra, è dalla terra che dobbiamo ricominciare. L’idea di Geoanarchia è semplice: pensare e praticare paesaggi per fare resistenza ecologica. Continuiamo a parlare di politica. Dovremmo parlare piuttosto di poesia. La poesia è l’unica via politica praticabile oggi, e sempre. Quello che manca sono proprio i poeti della terra. All’anarchia dovremmo sostituire la geoanarchia, un’anarchia che apprende tutte le sue libertà, tutti i suoi pensieri, tutte le soluzioni pratiche ai problemi sociali dalla terra, la terra sotto i piedi.

Matteo Meschiari studia il paesaggio in letteratura, la wilderness, il camminare, lo spazio percepito e vissuto presso varie culture di interesse etnografico. Ha pubblicato le sue ricerche con Sellerio, Liguori e Quodlibet. Nel 1997 ha fondato lo Studio Italiano di Geopoetica, affiliato all’Institut International de Géopoétique, creato dal poeta scozzese Kenneth White. Scrive testi di saggistica, narrativa e poesia. Recentemente è uscito per la bellissima casa editrice Exòrma anche il libro “Artico Nero – La lunga notte dei popoli dei ghiacci”. Qui le storie dei popoli circumpolari diventano la metafora della deriva della società contemporanea, capace di disperdere la memoria e snaturare luoghi e culture dando vita a nuove forme di schiavitù sociali e ambientali. Si tratta di un libro ambientato tra i ghiacci del Canada, della Norvegia settentrionale, della Siberia, della Groenlandia e in cui si raccontano sette storie inventate, immaginate, ma verosimili e sicuramente accadute a qualcuno in un tempo passato. Ci troviamo all’estremo nord del mondo, in luoghi dove la distruzione di una cultura non fa che anticipare scenari peggiori. Si parla di interi popoli annientati, di culture venute dal Paleolitico che si dissolvono come i ghiacci per il surriscaldamento globale; come quella dei Saami, o degli Inuit avvelenati dall’uranio americano. O degli Inupiat, inebetiti dentro scatole di lamiera chiamate case, scacciati dalle società petrolifere. O degli Jakuti che diventano i nuovi schiavi del commercio dell’avorio di mammut. Un’analisi politica e sociale quella di Meschiari incassata nel modello romanzo-saggio. Un modo nuovo di raccontare e fare antropologia, con una scrittura precisa, essenziale, tagliente come un bisturi. Un affascinante intreccio di realtà e narrazione, dove il saggio si unisce alla narrativa, un genere che si definisce antropofiction. 22228277_705527489635747_8929338560795670497_n“Artico nero” si colloca nella collana Scritti traversi, nella quale il viaggio rappresenta allo stesso tempo il tema principale dei libri ma anche un pretesto da cui partire per raccontare storie, raccogliere fotografie, parlare d’arte, di storia o di antropologia. Di antropologia parla Meschiari nelle storie contenute nel libro, storie di popolazioni che vivono nell’artico e che nel tempo vengono minacciate e spesso annientate da chi è più forte e più organizzato o semplicemente dai cambiamenti climatici. Un viaggio interessantissimo tra i segreti più pericolosi che si nascondono tra i ghiacci, in un libro che non è un volume di saggistica in senso stretto e non annoia mai.

È da poco uscito da Del Vecchio editore un libro a cura di Daniela Brogi, Tiziana De Rogatis, Cristiana Franco e Lucinda Spera dal titolo “Nel nome della Madre” che ben si innesta in questo percorso di libri che parlano di riappropiazione di identità. Il libro comprende contributi di Daniela Brogi, Tiziana de Rogatis, Manuela Fraire, Cristiana Franco, Helena Janeczek, Silvia Niccolai, Cecilia Pennacini, Chiara Saraceno, Lucinda Spera, Monica Cristina Storini, Katrin Wehling-Giorgi. Il testo che segue è tratto dal saggio introduttivo:
«Volevamo ripensare la figura della madre evitando di trattarla soltanto come portatrice di un destino biologico e di una funzione extrasoggettiva; ci interessava discutere di narrazioni che non archiviassero la maternità dentro il perimetro simbolico di un’origine lontana, di un ricordo o di un feticcio ideologico; volevamo sperimentare uno sguardo che trasformasse il mondo della madre in un’avventura, in qualcosa che non “è” soltanto, ma che “esiste”. Insomma: invece che come un monumento muto, pauroso e ingombrante, volevamo trattare la madre come un’identità culturale e relazionale, non solo emotiva. Il titolo scelto, “Nel nome della madre”, svolge, al tempo stesso, una funzione reattiva e creativa. Reattiva, nel senso che rimette al centro la madre, in un momento di produzione talora perfino straripante di discorsi, di pubblicazioni e di pensiero dedicati al padre – dove, per lo più, si riproduce il dualismo “storia versus natura”, tanto falso quanto pericoloso, per cui la figura del padre corrisponderebbe a una situazione culturale, e funziona come fondamento di civiltà, mentre, sulla sponda opposta, la madre incarnerebbe soltanto una condizione biologica, “animale”. Ci è sembrato che, anche da questa prospettiva, la madre risultasse una figura abbassata, rimossa, svalutata; e che altrettanto discreditate, o lasciate in una posizione di minorità, fossero le situazioni culturali e le problematiche materiali e sociali legate appunto al mondo della madre. In questo senso, il “prestigio della maternità” – per riprendere un’espressione usata di recente in contesti che fanno regredire il concetto di maternità a quello di fertilità – può agire, piuttosto, come storia dinamica. Una storia, vale a dire, che forma, che cura, che vive. Ricominciamo a pensare (anche) in nome della madre, abbiamo detto, coinvolgendo le autrici dei testi raccolti in questo volume; scegliendo di ricalcare l’espressione canonica e rituale (in nome del padre, che, tra l’altro, è anche il sigillo di un’esclusione del materno), per creare, generare riflessioni, produrre immaginario con l’autorità – e con l’autorevolezza – della madre, in armonia con la volontà della madre (questi sono i significati implicati dalla formula “in nome di”). Facciamo comunità mettendo in dialogo persone diverse; generazioni diverse; discipline e saperi diversi.»

Aspettando che il Festival It.a.cà facesse tappa dai noi ai Diari, per tutta la settimana che lo ha preceduto, abbiamo voluto suggerire solo libri che parlassero proprio di riappropiazione di identità e di luoghi e paesaggi culture e territori, e continenti e popolazioni in maniera responsabile.

NGCOBO-N_alcuni1Uno di questi è un libro particolare ed interessante di Ndumiso Ngcobo “Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi” nella edizione italiana pubblicata da Voland a cura di Daniele Petruccioli. Tutto quello che avete sempre pensato ma non sapevate come dire in modo ironico e convincente dei rapporti tra neri e bianchi. Ndumiso Ngcobo, ignorando anche solo della parvenza del politicamente corretto, ci dice come stanno le cose. Fra township scalmanate, inquietanti quartieri residenziali e ancor più inquietanti sale d’aspetto e corridoi di multinazionali, Ngcobo varca le frontiere razziali senza vergogna e passa al microscopio lo strano miscuglio di popoli e culture che i sudafricani chiamano casa. “Ok, lo ammetto, i bianchi mi piacciono. Con questa affermazione porto a zero in una mossa le mie già scarse probabilità di farmi una birra con Mugabe. Pazienza. A parte gli scherzi, ci sono anche aspetti negativi. Uno dei risultati più preoccupanti della mia scarsità di sentimenti ostili per i fratelli bianchi sarà quello di essere evitato di brutto dai fratelli neri quando ci troveremo finalmente a saltellar di nube in nube nel nostro nero paradiso. Sono cose che danno da pensare. Nessuno vuole fare il parìa per l’eternità.” Ndumiso Ngcobo è uno scrittore che non ha peli sulla lingua. La sua scrittura è irriverente, tagliente e schietta e ci fornisce un punto di vista interessante sulla “nazione arcobaleno”. La penna politicamente scorretta di Ngcobo non risparmia nessuno ed ecco che allora troviamo Zulu guerrafondai di natura in quanto degni eredi di re Shaka, neri scrocconi e incapaci di dare valore ai soldi, bianchi dipendenti delle multinazionali alle prese con stupidi giochi aziendali per stimolare lo spirito di gruppo e indiani ricchi con la puzza sotto al naso.Perchè, se è vero che il regime dell’apartheid è caduto oltre vent’anni fa, è anche vero che il paese è un crogiolo di razze ed etnie e i pregiudizi reciproci sono spesso duri a morire. Oggi però in Sudafrica qualcosa sta cambiando, alcuni luoghi comuni vengono dissacrati ed ecco che un nero grida al mondo: “alcuni dei miei migliori amici sono bianchi”.
Nato in Sudafrica nel 1972, Ndumiso Ngcobo si definisce un guerriero zulu in giacca e cravatta, un vero prodotto della cultura tradizionale rurale e del cattolicesimo conservatore catapultato nella cosmopolita Johannesburg. Ha insegnato a lungo matematica prima di lavorare in una grande azienda del settore agroalimentare dove ha svolto numerose mansioni, a suo dire, una peggio dell’altra. Le parole sono la sola cosa che lo interessano. Collabora con molte radio e scrive tutti i giorni sul suo blog e sul sito di “Mail and Guardian”, la più importante rivista sudafricana.
il-tram-83-d467Altro libro interessante è “Tram 83” di Fiston Mwanza Mujila edito da Nottetempo. Il Tram 83 è il giardino delle delizie e l’allucinato epicentro della“Città-Paese”, capitale di un imprecisato ma riconoscibile stato africano: prostitute di ogni età, musicisti scalcagnati, turisti a scopo di lucro, minatori alcolizzati e faccendieri carichi di soldi sporchi, stranieri in cerca di fortuna e locali in cerca di un diversivo alla miseria si incrociano e rimescolano nel bar a luci rosse piú fornito – di bevande, divertimento e carne di cane – della città. È la frontiera africana, niente regole e l’imperativo categorico della sopravvivenza per tutti. Requiem, infaticabile maestro di traffici, e Lucien, scrittore spiantato e idealista in arrivo dall’Entroterra, si rivedono dopo molti anni. Coinvolto negli affari loschi di Requiem, Lucien incontra un eccentrico editore e si avventura in un’impresa letteraria dagli esiti dubbi, in mezzo al carnevale esplosivo e disperato del Tram 83, dove le smanie e i gesti sono sfrenati come la corsa all’oro che ha messo a soqquadro il paese, e il vuoto è dietro l’angolo. Mwanza Mujila, nato nel 1981 nella Repubblica Democratica del Congo, vive in Austria. Ha pubblicato racconti, testi teatrali e poesie. Tram 83 è il suo primo romanzo, col quale ha vinto il Grand Prix de la Société des gens de lettres.

66_2_1_bigEsilarante è il libro di racconti del ghanese Mohammed Naseehu Ali dal titolo “Il profeta di Zongo Street” uscito per 66thand2nd con traduzione di Massimo Bocchiola, Leonardo G. Luccone, Sergio Claudio Perroni, Marco Rossari. Zongo Street è un universo atemporale nel quale Africa e America si fondono assieme. Zongo Street è ovunque, o non esiste, e non è solo un quartiere immaginario o immaginifico di Kumasi, è un incubatore, «il posto dove nascono le storie che ho bisogno di raccontare», siano esse ambientate a Zongo Street o a New York (o Long Island o ovunque nel nostro Occidente), prima e dopo l’11 settembre, storie la cui radice profonda – allegorica, irreale o concretissima – penetra negli archetipi dell’immortale spirito della favola. Ogni storia (o favola, appunto) è un’esperienza condivisa, il resoconto di un’iniziazione, una rielaborazione di ricordi, perché «nessuno scrittore può distaccarsi dal suo vissuto». Personaggi nati in Ghana, divenuti americani o no, proiettati per necessità nel mainstream di New York, l’ombelico del mondo, o ghanesi senza Occidente, a casa loro con i loro racconti senza tempo. Personaggi ubiqui e indimenticabili – la badante, il pittore, il venditore di tè, il truffatore –, talmente reali da sembrare più veri di chi li ha ispirati. Con loro, Ali ci suggerisce un modello di integrazione opposto ai piagnistei di oggi: l’arte commovente della vita. Suonatore di jambè e tamburo parlante di notte e curatore di siti internet di giorno, Mohammed Naseehu Ali è nato a Kumasi, popolosa città del Ghana, nel 1971. Talento precoce sia nella musica sia nella scrittura, Ali cresce nel clima fertile e tutt’altro che integralista del popolo Hausa. È nell’ottobre del 1988 che inizia per lui l’avventura americana, quando, a soli sedici anni, decide di partire alla volta di Interlochen, Michigan, per approdare poi a New York. Nel frattempo non smette mai di scrivere e nel 2001 cominciano a uscire i primi racconti su diverse testate, ma la data che cambia la sua vita è l’11 aprile 2005, quando “Mallam Sile”, poi incluso nella raccolta “Il profeta di Zongo Street”, esce sul «New Yorker». Ali vive a Brooklyn con la moglie Fawzy e i tre figli. Quando non suona, scrive o lavora, si dedica alla fotografia o si rilassa nel suo coffee shop preferito, dalle parti di Park Slope.

wainaina_un-posto_covexwebDella stessa casa editrice, la 66thand2nd, è “Un giorno scriverò di questo posto”, una fiaba africana con striature jazz, un’improvvisazione libera e sofferta su un paese come il Kenya. Scritto da Binyavanga Wainaina racconta il Kenya aprendo gli occhi e la mente. Siamo nel 1978. Nell’anno della morte del presidente Kenyatta, il «padre della patria» di etnia kikuyu, Wainaina ha sette anni e nella mente «un milione di corridoi». Da qui prende il via questo memoir di formazione che procede per ricordi e metafore immaginifiche, in cui Binyavanga racconta la propria storia e insieme quella, ingarbugliata e violenta, del continente nero. La sua non è l’Africa ingorda degli affamati e delle multinazionali ma un’Africa che vuole trarre forza dalla diversità, e che Wainaina restituisce attraverso le proprietà magiche della parola: l’infanzia in Kenya, l’università in Sudafrica, i viaggi in Uganda e poi in Togo, gli scontri brutali tra etnie, le mode occidentali e i colori sgargianti, la confusione delle strade e dei mercati si alternano al tempo sospeso, segreto e provvidenziale della lettura. È nel cuore del romanzo, quando la sterminata e cosmopolita famiglia di Wainaina finalmente si riunisce assumendo le complesse sembianze dell’intero continente, che si attiva l’illuminazione: «Un giorno scriverò di questo posto».

14428160747714-ghataconcertoA proposito di viaggi, terre lontane, spazi di consapevolezza e camminare lento e a piedi non posso non citare un bellissimo libro che ha un lungo peregrinare con la musica e la tradizione di uno strumento musicale al centro della narrazione. Il libro è quello di Yasmine Ghata dal titolo “Concerto per mio padre”, pubblicato da Del Vecchio editore nella traduzione perfetta di Angelo Molica Franco.
Yasmine Ghata ci racconta, in un romanzo breve, una storia lontana, in cui alla morte del proprio padre, Hossein riceve in eredità un târ, trasmesso nella famiglia di generazione in generazione. Immediatamente lo strumento inizia a ribellarsi, rifiutandosi di librare quegli accordi incantevoli e mistici che hanno fatto la gloria dei musicisti dell’Iran. Hossein brucia le corde del târ e, insieme a suo fratello, parte alla volta della città di Ardabir perché un liutaio possa sostituirle. I due non immaginano che quel viaggio sarà fonte di sofferenze e di scoperte agghiaccianti.
Perché il târ di Barbe Blanche “si rifiuta di suonare tra le mani” di Hossein? L’anima di “Concerto per mio padre” sta tutta qui, nell’enigma che, stillando e irradiando dolore, implora di essere sciolto. Una storia ambientata lontano nel tempo, con una scrittura elegante e avvolgente.
“Sotto le mie dita, e al mio carezzare le corde, sembrava solo un pezzo di legno senza vita, senza vigore. Ero forse maledetto? Che crimine dovevo espiare? O forse il târ custodiva dentro quei sinuosi fianchi di legno un segreto troppo pesante per poter vibrare come un tempo, leggero e suadente? Così ho strappato le corde, le ho bruciate e seppellite dietro casa. E sono partito alla volta di Ardabil, in cerca del più famoso liutaio della regione. Ma cambiare le corde di un târ equivale a cambiare la sua stessa anima e quella del musicista che lo possiede. E adesso che sono qui, rinchiuso con mio fratello Nur in questa cella di polvere e silenzio a scontare una condanna inclemente e sconosciuta, adesso che la vista mi sta abbandonando e che non riesco più a distinguere il giorno dalla notte, adesso che questo buio diventa sempre più mio senza voce e senza sguardi, ho paura. Ho paura di non tornare mai più.” Lentamente, con delicatezza e con la sapienza di un cesellatore esperto, Yasmine Ghata racconta una storia lontana, incorniciando ogni figura di arabeschi che si intrecciano alle note di un târ. Pian piano, si forma davanti agli occhi la nitida immagine di un tempo indefinito, eterno perché universale.

thumbnail_22366462_706452739543222_2862978930469178343_nLa settimana in libreria si è chiusa Sabato 7 ottobre con una serata a metà tra il letterario e il benefico, che aveva sempre i luoghi e il recupero dei territori e della loro identità come scopo. È stato un amico storico della libreria, Jacopo Masini, il capotreno di questa avventura che ha illustrato, con brio e la giusta dose di sana allegria, il libro e il progetto di “Quando capita un treno”, pubblicato da Epika Edizioni. Una presentazione che si avvalsa delle musiche di un’altra storica amica dei Diari, Luisa Pecchi, autrice di un libro nato qualche anno fa proprio tra le mura della nostra libreria e dal titolo “Con il mare a sinistra”, sempre edito da Epika. Ci ha fatto molto piacere ospitare questa presentazione di un libro di racconti scritto da molte persone che nella nostra libreria si sono conosciute e tra i muri di essa hanno iniziato a collaborare. La carovana che ha fatto tappa da noi era composta oltre che da Jacopo e Luisa anche da Maria Grazia Serradimigni, Monica Bergamini, Cristina Colli e Riccardo Poli. Nella presentazione Jacopo ha fatto riferimento a una ciurma di Pirati per questa occasione ma anche a quella astronave spaziale simile in tutto e per tutto ad un treno che era il Galaxy Express.

bCon una formula che fa del buonumore e della teatralità la sua caratteristica principale si sono svolte le letture tratte da ‘Quando Capita un treno’, progetto che, in una vera e propria gara di creatività e solidarietà, devolve i proventi della vendita del libro alla Pro Loco di Arquata del Tronto, paese duramente colpito dai recenti terremoti nel centro Italia, che finanzia iniziative legate alla sfera dei bambini e degli anziani. Il treno, tema del volume, ha dato vita a ventiquattro viaggi da cui emerge un campionario umano stupendo. Tutti in treno dunque: chi dentro, chi fuori, ma tutti incontro al proprio destino a volte risolutivo, nel bene e nel male, a volte indicativo di una strada da percorrere. Speranze e ansie, qualche risata, qualche lacrima e molta dolcezza, in ventiquattro storie che ci dicono che dietro gli sguardi persi oltre i finestrini di ogni treno preso e perso, ogni persona è alla coraggiosa ricerca di un po’ di felicità, e del valore della propria e altrui vita.

Nello Zaino di Antonello: Riappropriarsi del paesaggio e dell’identità