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Dove? Ti avrei invitato sul mio terrazzino. Questa estate l’ho usato davvero troppo poco, e invece è un posto gradevole e curioso. Si vedono tutte le cose strane che capitano nella mia strada. E magari mi avresti ricordato di annaffiare le piante.

Invece temo che l’avrei delusa, Silvia Bencivelli, perché attratta dalle sue parole e dalla sua fine ironia, non avrei neppure dato uno sguardo alle piante, e sicuramente non sarebbe venuto in mente neppure a me di innaffiarle.

Però il terrazzino è lo sfondo ideale per immaginarci, come amiche streghe, a chiacchierare affabilmente. Vi unite anche voi?

978880623207GRALeggendo “Le mie amiche streghe” (Einaudi) mi sono divertita tantissimo, ma di quel divertimento positivo e costruttivo che porta a riflettere e pensare senza pedanteria.

Con alcuni libri succede così: un’immediata empatia e ti ritrovi nelle pagine come se raccontassero di te e della tua quotidianità, anche nei suoi aspetti più eclatanti. È quello che mi è successo con “Le mie amiche streghe” sin dalle prime pagine: il cesareo di Valeria racconta una parte di me, e interpreta perfettamente quel senso di imperfezione e menomazione che ho avvertito. Al contrario di Valeria non ho costretto nessuna amica a venire al mare con me, perché la scelta del cesareo è stata repentina e fulminante, e non ho avuto modo di cercare rimedi e pozioni. Ma sono certa, dopo aver letto il romanzo, che non avrei resistito a tentare certe pratiche pur di recuperare la “naturalezza” dell’evento.

C’è un momento preciso in cui le amiche diventano streghe? È in qualche modo legato alla maternità, oppure è una conversione che fa parte dei tempi, e che prima o poi capita a tutte?

Senza-titoloNon c’è un momento preciso, ma c’è una fase della vita in cui si è più vulnerabili, almeno così mi è parso. Per le mie amiche, che l’hanno vissuta prima (e più forte) di me, questa fase è arrivata tra i 35 e i 40 anni. E per molte di loro ha effettivamente coinciso con la maternità, che (immagino!) sia un momento di passaggio chiave, perché da quel momento dovrai avere più attenzione a te stessa e soprattutto dovrai farti carico di un altro individuo, che per di più è piccolo e misteriosissimo.

Probabilmente ci sono altri momenti in cui si cade in certi inghippi. Ma trovo del tutto comprensibile, umano, e persino giusto, che questo succeda.

Voglio dire: quando arrivano malattie importanti, quando qualcuno a cui vuoi bene sta male, quando accadono cose che non riesci a controllare… è perfettamente naturale cercare risposte e soluzioni da tutte le parti, e a volte cedere a quelle più semplici, anche se potrebbero (potrebbero…) non servire a niente o anche peggiorare le cose. Quello che invece a me non va giù è che ci sia tutto un business intorno a queste debolezze fisiologiche della nostra vita, gente che guadagna sul nostro bisogno di trovare una terapia alternativa, un colpevole da portare in tribunale, una filosofia spicciola che ci dia risposte semplici ai nostri problemi. Cioè: mentre le streghe restano mie amiche, e sanno che troveranno sempre in me un sostegno o al limite due chiacchiere da aperitivo, le stregonerie che le irretiscono mi fanno quasi arrabbiare.

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La felicità di “Le mie amiche streghe” nasce in buona misura dall’ironia, frizzante e acuta, con cui affronti streghe, stregoni, e stregonerie. Non a caso sulla copertina compare la frase: essere felici è molto più divertente che essere perfette. Il tuo è un libro divertente e felice.

La divulgazione scientifica, su cui grava il sospetto e il rimprovero di essere noiosa, pedante, saccente, nelle tue mani diventa “saputella”. Quello che più ho apprezzato è la tua capacità di indicare un modello critico con cui vagliare il mondo e le informazioni, che non diventa mai dicotomico (da una parte i buoni, gli scienziati, e dall’altra i cattivi) ma è sempre trattato con quel gusto per il divertimento e l’aneddoto che sono una chiave di interpretazione felicissima e inclusiva della realtà, e che arriva al lettore senza farlo sentire inadatto, ma partecipe del gioco e alla fine, socraticamente quasi, incluso nello svelamento delle bufale.

Il tono da saputella di Alice è fenomenale, il suo “rendersi ridicola” come l’accusa Valeria, la sua fragilità umana e sentimentale.

Nelle avvertenze finali annoti che non è un libro autobiografico: Silvia Bencivelli non è “saputella”? e Alice lo è grazie a quale modello, letterario o meglio ancora intellettuale?

 

IMG_4690-768x512Oggi la scienza nel nostro mondo deve fare i conti con tre o quattro immagini stereotipate difficili da conciliare tra loro, e poco utili a tutti quanti. Cioè a volte la vediamo solo come un sapere ipertecnico (che serve a far volare gli aerei e a farci andare su internet), a volte, al contrario, come un sapere astratto forse buono per sognare (i viaggi spaziali, la natura misteriosa). Ma a volte deve anche mostrarsi come una risorsa obbligatoriamente miracolosa (tipo la medicina a cui chiediamo di sconfiggere la morte, come se fosse possibile, e come se fosse questa la sua missione), e a volte la crediamo solo un fastidioso pungolo da secchioni, che ci vogliono per forza convincere che la realtà è più noiosa e spietata delle nostre fiabe. Invece la scienza è parte della nostra cultura, esattamente come la musica e la letteratura, ed è il modo migliore che siamo riusciti a inventare per capire la natura. Può darsi che un giorno ne troveremo uno migliore, ma per adesso usiamo lei, il suo metodo, il suo avanzare per verità provvisorie, il suo obbligo di confronto e di dubbio, la sua filosofia. In questi secoli ne abbiamo avuto diversi enormi benefici, ci è convenuto adottarla in massa, e secondo me ci conviene continuare a farlo.
Questo però non significa che la scienza sia infallibile, e che gli scienziati non siano esseri umani come tutti gli altri, coi loro umani difetti e le loro umane mancanze.

Ecco: secondo me chi fa il mio mestiere oggi (cioè chi fa comunicazione della scienza, su un fronte qualsiasi, come il giornalismo o l’editoria o la museologia o la didattica o quel che ti pare) non può camuffare le cose, e far finta che la scienza abbia risposte per tutto, che funzioni sempre, e che sia fatta da persone integerrime. Ci sono un sacco di stronzi tra gli scienziati, ci sono un sacco di storie bellissime di gente imperfetta anche nella scienza.

La mia Alice non se ne è ancora resa conto: nella prima parte della storia ha la convinzione, ingenua, che con le parole della scienza si possano risolvere tutti i problemi. Poi cambierà idea, perché dovrà affrontare qualche difficoltà, ed è sulle difficoltà e sulle paure che anche i più iper-razionali di noi si rendono conto di non essere così infrangibili.

Io, Silvia, assomiglio alla seconda Alice. Ed è anche per questo che ho scritto questo libro: per raccontare come lo scontro che viviamo oggi nel nostro mondo tra fricchettoni che rifiutano vaccini e conservanti, e iper-scientisti che si sentono superintelligenti, non abbia senso. Ricordiamoci di essere umani: di avere alle spalle la stessa cultura e di vivere ogni giorno simili dolori o fallimenti. E magari a volte facciamoci anche una risata, perché in tutto questo litigare c’è davvero molto di comico e paradossale, no?

L0026619 The History of Witches and Wizards, 1720

– No, la zia ti prego no! –

Quanto ho riso… perché “Le mie amiche streghe” si leggono con un sorriso costante, che a tratti (come questo passo, esilarante!) si trasforma in una sonora piena risata, di quelle coinvolgenti in cui si scopre e rivela un tic di cui il lettore si sente partecipe, e che lo riguarda.

Un altro tratto distintivo del romanzo è l’immediatezza: scene di ordinaria amministrazione, di vita e fatica quotidiana che vengono inquadrati dall’obiettivo dell’ironia e diventano momento su cui riflettere e poggiare lo sguardo. All’interno della quotidianità il brulicare dei rapporti e delle relazioni: primo tra tutti quello dell’amicizia al femminile (evidenziato dal titolo), ma insieme anche le relazioni tra partner, quelle filiali e genitoriali che si intrecciano sapientemente l’una con l’altra (le amiche sono madri, o lo stanno per diventare, ma anche figlie e in questo scarto c’è tanta vita), e poi il rapporto con la nonna (straordinaria, che tesse i fili tra generazioni) e quello tra fratello e sorella, che si apre a una commovente famiglia allargata, che allarga e riempie il cuore.

Che peso hanno le relazioni e gli affetti nel tuo romanzo? È stato complicato mescolare la divulgazione scientifica con la descrizione degli affetti? Perché trovo che questo sia il piano più coraggioso della narrazione in “Le mie amiche streghe”, e anche come avviene quando si trova la risposta alle domande più difficili, il risultato più felice.

 

Silvia-BencivelliVolevo che il libro suonasse affettuoso, ma senza niente di sensazionale dentro, che ci fosse quell’affetto tranquillo e scontato che ci si scambia tra fratelli, amici e familiari dedicandosi tempo e attenzione e (questo lo pensa fortemente soprattutto Alice) scambiandosi idee. Direi che non ci trovo niente di complicato, lo trovo naturale. Credo di essere abbastanza presente nella vita delle persone a cui voglio bene. Ed è reciproco: i miei familiari e i miei amici sono presenti nella mia vita: se ho bisogno di un aiuto so sempre di poterlo chiedere, e a chi. Anche se ho bisogno soltanto di fare quattro chiacchiere, peraltro.

Però.

Voglio dire.

È davvero così straordinario?

Nelle vite normali della maggior parte di noi funziona così.

Nel libro l’ho enfatizzato per fare da contraltare al basso continuo di bisticci nei quali Alice si infila con la sua mania di spiegare tutto a tutti. Per sottolineare che le sue amiche le trova sì streghe, ma sono amiche e questo è più importante (sennò il libro finiva a pagina 2, con loro che si dicono: embè, perché dovrei star qui a discutere con te?). 

In più, sono abbastanza convinta che anche quando si parla di scienza, quella della vita in particolare, sia necessario ricordarsi il nostro lato umano: umani sono gli scienziati, umani i politici, umani noi, che peraltro possiamo essere a nostra volta scienziati e di sicuro siamo sempre un po’ politici. Quindi è umano anche litigare, insomma, e infilare tra i concetti della scienza anche un sacco di sentimenti.


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Sicuramente, Silvia, è straordinario come lo racconti e la naturalezza con cui arrivi al lettore.

Se l’ironia è la nota dominante, che a tratti sfocia piacevolmente nel burlesco, c’è anche una patina di malinconia e di tristezza, che tu riesci a contemperare con grazia, in modo da non perdere mai di vista la leggerezza.

Non solo Alice, con il suo trolley salterino che l’accompagna nel pendolarismo professionale, in rapporti amorosi discontinui, in una costante ricerca di sé che non sempre è facile o senza trascichi. Ma anche alcuni personaggi secondari, in particolare Dario, il fratello di Valeria, che è il mio preferito. 

Si sorride e si ride in “Le mie amiche streghe”, non si piange mai, neppure in presenza della morte, eppure ti rimane un “friccico” nel cuore, che solletica emozioni non scontate.

Forse perché la vita è la vera strega, che bisogna rendersi amica?

 

MG_5949-ModificaL’ironia è una nota fondamentale della vita. Non so farne a meno. Non capisco chi ne fa a meno. E non riesco ad apprezzare chi la teme o la evita. Però non può essere dappertutto, e a volte proprio non ci sta.
E anche lo sguardo caustico di Alice deve fermarsi di fronte a cose che non fanno ridere per niente. Magari non fanno nemmeno piangere o sospirare: solo richiedono un po’ di delicatezza. 

Non lo so se la vita sia una strega: di certo a volte fa ridere, a volte proprio no. Perciò va trattata come le cose importanti, credo.

 

E siamo arrivate all’ultima fatidica domanda. È quella che mi crea sempre più problemi, perché se fosse per me spulcerei all’infinito nei libri che mi piacciono come mi è piaciuto “Le mie amiche streghe” e non smetterei mai di porre nuove domande.

Anche per chi incontra Alice è così, starebbero ad ascoltarla per ore, perché riesce a rendere interessanti anche cose che all’apparenza sono etichettate come noiose. Chissà se poi l’ha scritto quel suo libro ambizioso: Una Storia universale del Vederci Male.

Perché c’è tutta una filosofia sul Vederci Male, l’unica fonte di malessere immune dalla stregoneria. Forse per questo Alice ne è affetta?

E Silvia Bencivelli è immune dalla stregoneria?

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Non ne è affatto immune! Silvia compra cremine antirughe che costano come pepite d’oro, convinta che siano più efficaci di quelle del supermercato, e si lascia abbindolare dalle confezioni verdoline o rosa, e dalle parole finto-scientifiche che sono scritte sotto il marchio… E poi ha qualche portafortuna, un paio di amuleti, riti propiziatori e fissazioni salutistiche.

Solo che le tiene per sé.

Un po’ perché se ne vergogna, un po’ perché non è sicura che sia interessante sapere proprio tutto tutto di quello che gli esseri umani fanno in bagno o in cucina.

Quanto al Vederci Male: è una cosa così diffusa che a volte mi chiedo se non debba essere considerato fuori dall’ordinario chi, adulto, ci vede ancora come una lince. Ad Alice capita di vederci male perché miope e diplopica, ma i modi di vederci male sono tanti. Perché il nostro occhio è un oggetto imperfetto, umano e imperfetto come il resto di noi.

 

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Con un semplice click sulla foto, ordini il libro e lo ritiri nella tua libreria di fiducia.
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Chiacchierando con… Silvia Bencivelli
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