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Si respira tangibile un’aria di attesa e trepidazione per l’arrivo di Elizabeth Strout in casa editrice Einaudi in via Biancamano a Torino, nella leggendaria sala con il tavolo ovale, intorno al quale Giulio Einaudi teneva le riunioni del mercoledì, che hanno segnato la storia della letteratura novecentesca italiana.

21558702_1973730896273361_4061088271366615062_nAd attenderla un gruppo di blogger (io, Francesca Marson di Nuvole d’inchiostro, Debora Lambruschini di Critica Letteraria, e Giovanna Tomai “semplice lettrice” attiva sui social), giornalisti (Alessandra Chiappori e Luca Sofri) e una “piccola” scrittrice come lei stessa si è presentata, Giusy Marchetta, insieme a una parte della redazione e Susanna Basso, la traduttrice dei due ultimi romanzi di Strout, targati Einaudi (in precedenza la scrittrice americana è stata pubblicata da Fazi, e tradotta da Martina Testa e da Silvia Castoldi).

Evidente l’emozione di tutti al suo ingresso in sala, un filo teso come quella linea nera che tiene collegate “Amy e Isabelle”, nel primo indimenticabile romanzo (pubblicato in Italia da Fazi e tradotto da Martina Testa), che tanto bene descrive il rapporto di aspettative, ansie, paure che lega le due donne, una madre e una figlia, e che può ben rappresentare quello di una lettrice con una delle scrittrici più amate:

Ad Amy sembrava che una linea nera le tenesse collegate, una linea non più pesante di un tratto di matita, forse, ma una linea che era sempre presente.

 È stata proprio Elizabeth Strout a rompere il ghiaccio, salutando tutti i presenti con una stretta di mano e un caldo sorriso, gesto sostanziale a dimostrare la sua straordinaria umanità, che trasuda da come racconta i personaggi nei romanzi, e di cui ha dato prova durante la chiacchierata di oltre un’ora.

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– Sono interessata ai personaggi, più che alle idee. Solo dopo che ho immaginato il personaggio di cui voglio parlare, ricostruisco intorno a lui le situazioni in cui possa muoversi. (Le parole di Strout sono tradotte con dolce competenza e trasparente professionalità da Sarah Cuminetti)

La stessa attenzione e amorevole cura che ha per i personaggi, nell’incontro in casa editrice la scrittrice la dimostra per le persone. Sempre attenta alle domande che le vengono poste, commossa a sua volta dall’emozione che vede trapelare soprattutto in noi blogger, capace di estrarre da ogni domanda la giusta suggestione e regalare un dettaglio fondamentale della sua scrittura.

Quando tocca a me presentarmi e rivolgerle la prima domanda, non posso tenere a freno tutta la passione con cui mi sono concessa questo lungo viaggio da Potenza a Torino, marinando il primo giorno di scuola (per chi mai non lo sapesse insegno in un istituto superiore), e lascio che trapelino tutte le emozioni che si ingarbugliano nel mio animo, ad averla lì, a un passo di tavolo.

Rivolgere una domanda ad Elizabeth Strout – le dico – per me è come essere dinnanzi al Genio della lampada per esprimere un desiderio.

Lei disegna con la mano una nuvola nell’aria, con un grande sorriso aperto.

21557529_1973421869637597_2196330371943317412_nLe faccio notare che sia in “Mi chiamo Lucy Barton” che in “Tutto è possibile”, i due ultimi romanzi, nella narrazione non concede nessuno spazio alla felicità, mentre nei precedenti romanzi, sebbene in spazi fulminei e subitanei, la felicità faceva capolino nella vita dei personaggi. Penso, ad esempio, alla notte più tragica in “Amy e Isabelle” in cui però Isabelle si accorge di un barlume di felicità per il calore delle amiche, anche loro anime malmesse come lei e la figlia.

“Tutto è possibile” tranne la felicità? A questa conclusione è arrivata Elizabeth Strout con Lucy Barton e le storie di Amgash? – le chiedo.

No, – mi risponde – la felicità esiste anche negli ultimi romanzi. È improvvisa, un bagliore, non dura a lungo ma c’è come c’è nella vita. Lucy diventa una scrittrice, ha successo, si sposa.

Però nei miei romanzi – aggiunge – lascio sempre uno spazio per il lettore. Una bolla in cui si possa inserire. Questa tua interpretazione ne è un esempio.

Le domande si susseguono, precise e puntigliose, a dimostrare la scia luminosa che i libri di Strout lasciano nei lettori.

Francesca Marson le chiede se c’è un personaggio di “Tutto è possibile” che le è particolarmente caro. Senza pensarci un istante, Strout fa il nome di Charlie Macauley, segnato dalla guerra del Vietnam, dopo la quale per lui nulla sarà come prima. Non sa spiegare il perché, ma trova Charlie adorabile, così vero.

Giovanna Tomai le confessa che ha trovato commovente Abel, nella scena finale, di cui Susanna Basso poi mi svelerà il gioco di trasparenza letteraria con Dickens e “Canto di Natale”.

E anche io non posso resistere dal confessarle la mia eroina del romanzo: Patty Nicely, detta Patty la Grassona, e la ringrazio di cuore perché sia lei che Fat Bev in “Amy e Isabelle” sono entrambe grasse, categoria di cui sento di far parte, e tra i personaggi più positivi e costruttivi delle sue pagine.

Lei ride, e aggiunge che Patty è il suo “quasi” personaggio preferito.

Patty è una delle Principesse Nicely, come vengono ricordate lei e le sorelle in “Mi chiamo Lucy Barton”. I due romanzi sono di fatto collegati, non come un sequel, come fa giustamente notare Elena Varvello che il giorno successivo colloquia con lei al Circolo dei Lettori a Torino, all’interno della Rassegna “Giorni Selvaggi”, che ho seguito in streaming sul sito circololettori.it, ma “Mi chiamo Lucy Barton” e “Tutto è possibile” sono compagni di viaggio.

“Tutto è possibile” – ci spiega Elizabeth Strout – nasce quasi in contemporanea con “Mi chiamo Lucy Barton”. Mentre mamma e figlia, nella stanza d’ospedale in cui Lucy è ricoverata, raccontano vicende degli abitanti di Amgash, le veniva la curiosità di raccontare la vita e il passato degli stessi. Allora si spostava dall’altra parte del suo tavolo di lavoro, grande ma non tanto grande come questo di Giulio Einaudi intorno al quale siamo seduti, ironizza, e lasciata Lucy e la madre prendeva a scrivere di Charlie, di Patty, di Tommy. Quando ha terminato “Mi chiamo Lucy Barton” si accorge che anche “Tutto è possibile” è un romanzo di fatto già scritto.

Se adesso l’esperienza le consente di scrivere con una certa facilità, all’inizio non è stato facile, confessa, scriveva e riscriveva, per poi tagliare tagliare tagliare.

Un po’ in disparte dal tavolo ovale, Susanna Basso, traduttrice straordinaria dei più importanti autori anglofoni del catalogo Einaudi, ascolta sorride annuisce, con naturale eleganza. I traduttori sono i miei miti, insieme agli autori, e tra i primi Susanna Basso occupa un posto d’onore.

Cosa pensa Elizabeth Strout della sua traduttrice?

Io la adoro – risponde – mi affido completamente a lei. Sono nelle sue mani e Susanna Basso ha mani magiche.

StroutL’adoro anch’io, Susanna Basso, e le ammiro la capacità di far sentire al lettore il respiro dello scrittore. In entrambi i romanzi tradotti per Einaudi la scrittura della Strout respira nella traduzione, e non riesco a spiegarlo meglio.

Avremmo continuato ancora e ancora, senza saziarci mai, ma la felicità è un momento ed è destinato a finire.

Un incontro felice come pochi, in cui l’umanità della scrittrice è venuta fuori con prepotenza ed esuberanza, a sancire l’autenticità di quel mondo che ha saputo creare nelle pagine. Rispondendo alla prima domanda, Elizabeth Strout si è meravigliata che spesso, soprattutto in America, le capita di sentirsi dire: – Prima di leggere i tuoi romanzi, non conoscevo gente come quella che racconti, poi dopo averli letti ho cominciato ad accorgermi che anche intorno a me esistevano persone come Olive, o Amy, o Lucy, o tutti gli altri numerosi personaggi.

Lei, invece, confessa di averle sempre viste le persone simili ai suoi personaggi, ed è per questo che le racconta.

21558918_1973842212928896_3197326235147914711_nForse è questo il segreto della bellezza dei romanzi di Elizabeth Strout: il suo sguardo. Nell’incontro a Torino io mi sono sentita toccata dallo sguardo della scrittrice e come se fossi animata da una bacchetta magica mi sono sentita unica e irrepetibile, proprio come le donne dei suoi libri.  

Spesso nei romanzi della Strout c’è un momento in cui due personaggi si guardano e si riconoscono, nella parte più profonda di loro stessi. Avviene tra il reverendo Tyler Caskey e Connie, la donna che l’aiuta a gestire la casa dopo la morte della moglie, in “Resta con me”. Ma c’è anche un riconoscimento unilaterale, come quando il somalo Abdikarim riconosce la paura, la sua stessa paura e quella del figlio perso in Somalia, nello sguardo di Zach, accusato per crimine d’odio nei confronti della comunità musulmana di Shirley Falls, o come quello di Bob, il più piccolo di “I ragazzi Burgess”, uno sguardo commosso dall’unicità e dal mistero di ogni singola persona che vedeva.

E allora, e ancora e ancora: I love you, Elizabeth Strout.

Non sono riuscita ad articolare diversamente, nel mio stentato inglese, tutta la carica emotiva da cui sono stata investita nello stare insieme con lei nella sala delle riunioni di Giulio Einaudi.

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Io e Elizabeth
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