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Ho scelto di non prendere “La fine dei vandalismi” di Tom Drury (NN Editore) di petto, ma di leggerlo a piccoli passi, solo di sera, prima di chiudere la giornata con il sonno. Perché la storia della comunità di Grouse County ha un respiro lungo e profondo, che gode della lentezza e della permanenza. Forse perché è uscito a puntate sul New Yorker, nel 1994, e credo che questa modalità editoriale non possa essere indifferente nell’esito della narrazione e negli intenti del romanzo.

Primo romanzo di una Trilogia, che NN Editore pubblicherà per intero: “A caccia di sogni” e “Pacifico”. Anche questo elemento mi ha fatto propendere per una lettura volutamente più diluita e meditata. Protrarre la presenza di lettrice tra quel gomitolo di cittadine di una sperduta e sospesa, a tratti anacronistica, provincia del Midwest americano. Un triangolo di un piccolo amore domestico tiene le fila della narrazione: Tiny, Louise e Dan. Lei nel mezzo, con una fragilità bambinesca e la necessità di trovare un senso alla quotidianità che possa regalarle quel briciolo di felicità a cui tutti aneliamo. Tiny, uno sbandato perso nella comunità e di conseguenza perso nel mondo, alla ricerca di sé e di ciò che desidera (che sia Louise?). Infine Dan, sceriffo della contea, uomo quadrato e deciso, che sembra accontentarsi di ciò che Grouse County gli riserva. Louise lascerà il primo, con cui pure era stata felice o almeno così gli era sembrato, per il secondo, e questa scelta d’amore sarà come il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. Alla felicità scapestrata con Tiny, subentrerà la dolce serenità con Dan. Gli inciampi del destino non sono terminati, e la coppia continuerà a cadere nelle piccole grandi buche di cui è disseminato il sentiero della vita.

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Intorno ai tre personaggi, si muove la varia e articolata umanità della contea con le loro piccole storie e grandi tragedie, gli amori e i fallimenti, le illusioni e le sconfitte, in un universo piccolo piccolo che racchiude al suo interno tutto ciò che sostanzia la quotidianità non solo degli accidenti umani ma anche e soprattutto dei sentimenti. Quanto più Drury rimpicciolisce la propria visuale, riducendola agli interni delle case e persino nello spazio limitato di una roulotte, o alla casetta in pietra di un villaggio vacanze sul lago Seldom, in Minnesota, gestito dalla zia di Louise, Carol con il marito, tanto più lo sguardo si approfondisce e il particolare diviene universale.

Cosa accade nelle pagine di “La fine dei vandalismi”? Niente e dunque tutto. Perché Tom Drury mostra gli eventi minuti, il disagio comune, le vite marginali, il non sense delle esistenze umane, e in questi dettagli che possono apparire insignificanti, svela con la forza della letteratura e una scrittura scabra ed essenziale eppure ricchissima nei toni e nel ritmo (che Gianni Pannofino traduce con estrema bravura) il senso recondito e cosmico delle stesse. In questo, e solo in questo, Drury può essere paragonato ad Haruf: nella capacità di scostare la tendina che incornicia la finestra di piccole case e mostrare il brulicare di vita, l’inconsistente pregnante senso di ciò che cade sotto il nostro sguardo ogni giorno e di cui a causa del loro aspetto comune e abituale abbiamo perso la percezione. Riconsegnarci la nostra vita, e grazie alla capacità della letteratura e di alcune rare ed eccezionali personalità, come Drury e Haruf, riempirla di senso. Un senso partecipato e pieno, innestato (e qui scatta una seconda somiglianza tra i due grandi scrittori portati in Italia da NN Editore di recente) in un senso di comunità, che sia Holt o Grouse County fa una differenza solo parziale, che amplifica il respiro individuale e lo trasforma in un organismo cosmico, vitale e perfetto. Non è la stessa cosa vivere a Holt o a Grouse County, non vorrei essere fraintesa. Profondamente diversa è la visione e la filosofia esistenziale delle due comunità, come differente è la scrittura e la capacità narrativa dei due scrittori americani. In entrambi i casi ci troviamo nello stesso solco, quello della grande letteratura, che riesce a creare una mitopoiesi della nostra quotidianità, a farci sentire meno soli e più consapevoli di ciò che siamo.

 

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La fine dei vandalismi
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