Libraia e giornalista, al timone con Antonello Saiz dei Diari di bordo, libreria indipendente a Parma, con la rubrica "I libri di Alice"
Libraia e giornalista, al timone con Antonello Saiz dei Diari di bordo, libreria indipendente a Parma, con la rubrica “I libri di Alice”

 

 

 

 

 

 

 

 

Kafka e il digiunatore

18448035_120332000774496217_2030808196_n

(Prosegue il viaggio di Alice Pisu (Libreria Diari di bordo) nell’editoria indipendente, per raccontare Kafka e il digiunatore, di Raoul Precht, incentrato sul racconto Un digiunatore pubblicato con una nuova traduzione da Nutrimenti)

Tutti vogliono vederlo, il digiunatore, anche solo una volta al giorno. Chiuso in quella gabbia, vestito di nero con le costole sporgenti, sta seduto su un cumulo di paglia come un animale da circo, tra gli sguardi stupiti dei bambini e la curiosità morbosa degli adulti per i quali quello spettacolo non rappresenta altro che un divertimento di moda. Mentre i guardiani lo controllano notte e giorno, il digiunatore stancamente può anche tirare fuori un braccio dalle sbarre, per essere palpato dal pubblico che ne conferma ulteriormente la magrezza, tra commenti ironici o sospettosi, mentre il suo imprenditore ne enfatizza le gesta per richiamare costantemente l’attenzione su quello spettacolo lungo quaranta giorni. È il protagonista del racconto di Franz Kafka, Un digiunatore, pubblicato ne Kafka e il digiunatore di Raoul Precht, Nutrimenti, con una nuova traduzione e un saggio critico nella collana mini Tusitala 21. Kafka racconta, attraverso l’occhio del narratore onnisciente, la vocazione del digiunatore e, al tempo spesso, lo sguardo impietoso su di lui da parte della società del suo tempo, che prima lo acclama e lo cerca provando al tempo stesso attrazione e respingimento, poi lo deride e lo dimentica, indifferente. Specchio dei tempi di allora, sul finire del 1800 e i primi del 1900, e di oggi, con richiami di forte attualità al mondo dello spettacolo e all’ostentazione del dolore.

È l’estate del 1924, sono gli ultimi giorni di vita di Kafka in un sanatorio. Solo due anni prima, forse addirittura in un giorno solo, scrive il racconto di quell’uomo-scheletro che si lascia morire di stenti proseguendo a oltranza il suo digiuno, nell’indifferenza generale del pubblico e di chi lo ha scritturato. Un digiunatore uscirà prima come racconto singolo nell’ottobre 1922 su Die neue Rundschau e Prager Presse, poi come raccolta di racconti comprendente anche Primo dolore, Una donnina e Josefine la cantante o Il popolo dei topi, nell’estate del 1924 pubblicato da Die Schmiede. Quella piccola e giovane casa editrice di Berlino vivrà appena cinque anni, ma riuscirà a pubblicare oltre cento titoli di autori come Doblin, Becher, Benn, Kisch.

18447923_120332000754782268_1837340141_n

Una figura lontana da ogni convenzione il digiunatore, che per professione e vocazione si priva del cibo perché non trova ciò che davvero è in grado di soddisfarlo. Come altre figure di tutta l’opera kafkiana, il digiunatore è un non allineato, il cibo per lui richiama simbolicamente valori a cui non riesce ad adeguarsi, quelli di una società di cui non si sente parte, ecco perché gli risulta impossibile trovare il cibo che lo sazi. Non fa parte di quel mondo che lo osserva dall’esterno di una gabbia, nessuno in fondo può davvero comprenderlo.

Il digiunatore di Kafka aspetta paziente che passino i giorni, vorrebbe prolungare a oltranza quel digiuno, sa di averne le capacità, ma il limite impostogli, oltre il quale l’interesse del pubblico svanirebbe, genera in lui lo sconforto più totale. “Perché con lui la folla, che pure mostrava di ammirarlo, aveva così poca pazienza? Perché se lui resisteva, digiunando ancora, non poteva resistere anch’essa?”. Ogni volta quella scena si ripete e il digiunatore continua a sentirsi di nuovo defraudato della gloria di proseguire per ben oltre quel limite. Cosa rappresenta il digiuno? Un’arte, lo scopo della sua vita, “forse non era dimagrito tanto per il digiuno – a un punto tale che certe persone, pur dispiacendosene, erano costrette a rinunciare allo spettacolo perché non ne sopportavano la vista  –, quanto per l’insoddisfazione che ispirava a sé stesso”.

Il successo dei digiunatori, a partire da quello che ne è considerato il capostipite, Henry Tanner, cresce tra fine Ottocento e primi del Novecento. Probabilmente Kafka pensa proprio a Tanner, il medico dell’Ohio che nel 1880 riuscirà a digiunare per quaranta giorni, esattamente il limite indicato nel racconto. Per la sua popolarità Tanner verrà menzionato anche da Mark Twain in Seguendo l’equatore. Diventeranno note anche alcune donne, come la digiunatrice francese Claire De Serval o l’austriaca Auguste Victoria Schenk. Il più conosciuto rimane però il cesenaticense Giovanni Succi, per le sue imprese eclatanti e discusse. L’attrazione per lo spettacolo è vissuta da Kafka anche come atto di protesta nei confronti del suo ambiente famigliare, che vede in particolare nel teatro qualcosa di sospetto e peccaminoso. Lo spettacolo, il circo, il varietà, nell’immaginario collettivo del suo tempo trovano numerose trasposizioni nell’arte e nella letteratura, basti pensare ai quadri di ambientazione circense di Toulouse- Lautrec, Picasso e Serat. Sarà proprio la visione di Le cirque al Louvre, come ricorda Precht, a ispirare Kafka per il racconto Il loggione, che nella lunghezza di appena due frasi tratteggia l’immagine di una cavallerizza e la percezione ambivalente che ne ha il pubblico.

Ma come ammonisce il narratore nell’incipit, “Negli ultimi decenni l’interesse per i digiunatori è molto diminuito”. Se inizialmente quella figura di artista è tollerata e a volte anche idolatrata dal pubblico, ben presto diventerà impopolare e dovrà trovare altre modalità per continuare a esprimersi. Come accade alla protagonista di un altro racconto della stessa raccolta, Josefine la cantante: quando arriverà a non cantare più, il suo pubblico di topi si domanderà cosa abbia realmente perso. La profonda attualità della scrittura di Kafka risiede proprio in questa urgenza di interrogarsi a più riprese sul ruolo dell’artista nella società, tanto per Josefine come per il digiunatore. I tempi del successo e del clamore sono ormai andati, il digiunatore lo sa, ormai non gli resta che piegarsi a diventare un fenomeno da baraccone in un circo. E anche se a volte può capitare il caso di qualche padre di famiglia che, consapevole delle sue gesta, è pronto a raccontare ai figli con dovizia di dettagli la storia e la grandezza degli spettacoli del passato, “i bambini, poco preparati su quest’argomento dalla scuola e dalla vita – cosa poteva mai significare per loro, digiunare? -, se ne stavano lì senza capire, anche se il fulgore degli occhi indagatori sembrava tradire il riflesso di un’epoca nuova, di un futuro più compassionevole”.

18449836_120332000820284247_1066864961_nPenso alle sue parole nelle lettere pubblicate recentemente da L’Orma in Come non educare i figli, (traduzione Marco Federici Solari), dove emerge l’attenzione di Kafka riguardo ciò che i bambini potrebbero e dovrebbero apprendere nel passaggio all’età adulta e, soprattutto, cosa non si dovrebbe trasmettere loro nell’educazione. In una delle sue prime annotazioni nei Diari, attribuisce la responsabilità nell’educazione, che lo ha “molto danneggiato in parecchi sensi”, non solo ai genitori, ma ai singoli ospiti, parenti, scrittori e persino alla cuoca. Un rimprovero, il suo, che “s’insinua come un pugnale all’interno della società tutta e nessuno”, come se, sottolinea il traduttore, sia stata una folla indistinta a educarlo. Un’urgenza che nasce dagli esiti traumatici dell’influenza paterna, che portano Kafka a sentirsi a volte dominato da una sensazione di nullità. Da qui la decisione di scrivere la Lettera al padre, la più nota del suo epistolario. Non arriverà mai al destinatario quella lettera, sarà la madre a impedirlo, convinta che non sarebbe mai stata compresa. L’educazione appare in Kafka, rileva Federici Solari, come l’unità di misura per calcolare la propria forza di resistenza, “in alcuni stati di necessità essa significa forse solo sapersi piccoli insetti, intrappolati nella brulicante finzione di credersi uomini”. Entrare nell’infanzia di Kafka attraverso i suoi scritti permette di comprendere meglio non solo alcune scelte esistenziali e la ribellione a quell’antimodello ma l’indole attraversata da profonda solitudine e l’isolamento in cui sceglie di rifugiarsi nell’incomprensione generale dei contemporanei. La scrittura è vista dall’ambiente paterno come un’attività inutile e parassitaria e, rileva Precht, spiegherebbe anche come l’astensione dal cibo, in particolare da quello preferito dal padre, possa diventare il presupposto dell’attività letteraria di Kafka. C’è una sorta di allineamento tra la vicenda personale di scrittura compenetrata alla vita di Kafka e la privazione del digiunatore. Chi sceglie di “distrarsi” dal cibo, rileva Precht, si distrae anche dalla vita: “La diversità del digiunatore  era quindi in sintonia con chiunque si astenesse da qualcosa, in un mondo tendente al profitto e all’accumulazione”. La scrittura per Kafka è fonte di conflitto interiore, mai un riconoscimento pubblico in vita, tra poche vendite e scarsa visibilità. Come il digiunatore, sarebbe rimasto per tutta la sua vita profondamente solo, soffrendo per la crescente distanza da un pubblico sempre più distratto da forme d’arte più spettacolari.

Sembra di vederlo vagare per la sua Praga, amata e odiata, con il vestito nero e la bombetta sul capo mentre torna in via Celetnà, come lo immagina Angelo Maria Ripellino ne Praga magica, Einaudi. La profonda solitudine di Kafka, vissuta nella sua terra natìa, rileva Ripellino è quella “dell’ebreo praghese di lingua tedesca, che vive come in contumacia in un mondo slavo”. Ripellino racconta uno scrittore che vive con sofferenza, tragicità, la propria alterità, perché sente di essere estraneo allo stesso tempo ai tedeschi, pur condividendone il linguaggio, e ai cechi, che invece lo considerano un forestiero.  Descrive il “malessere dell’ebreo non ammesso ma tollerato, con l’animo ingombro di un senso di insondabile colpa e come costretto ad attendere perennemente un decreto di accoglimento”.

Come rileva Riccardo Piglia ne L’ultimo lettore, Feltrinelli, per Kafka non c’è opposizione tra scrittura e vita, “è solo che la vita deve sottomettersi a questa continuità, perché in definitiva questa è l’esperienza per Kafka”. Già nel 1912 Kafka paragona la concentrazione sullo scrivere a un atto di astensione e dimagrimento nei confronti di tutto il resto, non solo nei riguardi del cibo, ma anche dell’interesse filosofico per la musica e il sesso. Penso a Rainer Maria Rilke, alle parole rivolte a Franz Xaver Kappus, ne Lettere a un giovane poeta. “Il sesso è diifficile; è vero. Ma è il difficile che c’è stato affidato, quasi ogni cosa seria è difficile, e tutto è serio”. Come sottolinea Dany Laferrière, in fondo quelle lettere non parlano né di poesia né di saggezza, segnalano invece una tendenza alla disumanizzazione. Il mestiere di vivere, come lo chiamerà cinquant’anni dopo Cesare Pavese, dove l’amore è visto come un lavoro e la vita come un mestiere.

Ha sete, costantemente, in quegli ultimi giorni di vita nel sanatorio. Non riesce neanche più a parlare, la sua voce non è che un sussulto e uno scrittore privato della sua voce, riflette, resta ancorato al passato come un relitto abbandonato e ignorato nel tempo. Il digiunatore si priva del cibo come Kafka della parola, anche nell’ultimo periodo di atroci sofferenze che riducono lo scrittore a sembrare a sua volta un uomo-scheletro. In fondo ogni conversazione è inutile, pensa, perché opposta alla verità della scrittura e quindi fonte di falsità. Come aveva scritto nel ’17 durante una visita alla sorella Ottla, ricorda Precht, si può essere solo quel che non si riesce a esprimere, mentre si può comunicare solo ciò che non si è: la menzogna. Allora meglio tacere, pensa, cosa che farà soprattutto durante il decorso della malattia, vissuta in silenzio, nell’attesa paziente tra le cure di Dora, la giovane donna che accompagnerà i suoi ultimi mesi di vita. Ecco che allora si affacciano gli interrogativi sul prezzo della libertà per uno scrittore, con riflessioni sul mondo editoriale del suo tempo che risuonano quanto mai attuali. Pensando al rapporto di Kafka con l’editoria, allora come oggi è lecito chiedersi se uno scrittore possa raggiungere la massima libertà solo ignorando le esigenze di chi lo legge e di chi lo pubblica. Come rileva Precht, “La domanda che ci si deve ancora porre, ciascuno per sé, riguarda i confini tra la libertà e l’esigenza di adeguarsi alla corrente in cui si nuota con il resto del branco. In altre parole: saremo davvero liberi quando nessuno ci leggerà più?”.

La morte reale non è quella fisica e, d’altronde, la paura di Kafka non risiede nella fine ma nel dolore del passaggio. Sofferenza che, però, è funzionale alla conoscenza, perché, come scrive in una lettera del 1922 all’amica Milena Jesenskà, l’unica verità assoluta in grado di non essere elusa o blandita è rappresentata solo dal dolore fisico. Penso di nuovo a Rilke, che pone la sofferenza al centro della sua opera ritenendo che solo col dolore si possa realmente acquisire l’esperienza. La disfatta di un autore, e di un digiunatore, è nella caduta nell’indifferenza della gente, è questa la vera morte prima del tempo. Intanto il pubblico passa davanti alla gabbia del digiunatore e continua a andare oltre, non curante, verso la vera nuova attrazione: gli animali nelle stalle. I cartelli ormai strappati da tempo non sono più stati sostituiti, i tabelloni dei giorni di digiuno mai più aggiornati e neanche il digiunatore sa più da quanto tempo si trovi lì dentro. E poco importa ormai, l’illusione di cambiare il mondo con la sua arte, di realizzare l’impresa più eclatante di tutti i tempi muore tra quella paglia, nel disinteresse generale. Sarà una pantera a prendere il suo posto, quel nobile corpo che “non sembrava neanche che rimpiangesse la libertà”, perché pareva portarla in sé la libertà.

L’unico e l’ultimo rifugio resta sempre la letteratura, l’unica cosa che per Kafka non è mai stata un palliativo ricorda Precht, “l’ascia che spezza il mare ghiacciato intorno a noi, la discesa in slitta nel gelo di quest’epoca sventurata, questo o nient’altro è sempre stata per lui la letteratura, un viaggio che non è certo reso più confortevole dal fatto di sentirsi nudi o dall’imprevedibilità del tragitto”.

 

(Recensione uscita il 23 gennaio su Repubblica Parma nella rubrica Letture. Libri, parole e dintorni.)

 

I libri di Alice: Il digiunatore