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Non c’era altra possibilità: io e Fabio Cremonesi non potevamo che darci appuntamento nella Contea di Holt. Voglio ringraziare subito Fabio della disponibilità e del tempo prezioso che ha trascorso con me. Da filologa classica, con scarsa competenza nelle lingue vive, ho una venerazione per i traduttori e una riconoscenza assoluta per la possibilità che mi danno di leggere e conoscere autori per i quali la lingua è per me un muro invalicabile. 

Forza, venite con noi!

 

fabioNNEFabio Cremonesi è la voce italiana di Kent Haruf. Ha tradotto per NN Editore, la casa editrice milanese che ha portato in Italia uno dei più grandi scrittori americani, “La Trilogia della Pianura” e l’ultimo romanzo, da intendersi non semplicemente nel senso di nuovo, “Le nostre anime di notte”.

Per un traduttore essere il primo, e l’unico, ad aver tradotto nella propria lingua un autore fa scattare un senso maggiore di appartenenza? Ha significato qualcosa per Fabio Cremonesi essere il traduttore di Kent Haruf?

 

trilogiaHarufMi permetto di precisare che “Canto della pianura” era già stato pubblicato in Italia da Rizzoli nella bella traduzione di Fabrizio Ascari. Quando NN ha deciso di pubblicare l’intera “Trilogia della pianura”, mi ha chiesto di ritradurre anche “Canto della pianura” per una questione di omogeneità della voce. 

Ciò premesso, credo che per un traduttore lavorare sull’opera completa di un autore sia un privilegio e una responsabilità. Se poi si tratta di un autore che senti particolarmente congeniale e ti capita di tradurre quattro suoi romanzi in due anni, persino se l’autore è scomparso hai la sensazione che si crei una sorta di intimità, di affetto.

Inoltre di tutti gli autori che ho tradotto, a tutt’oggi una quarantina, Haruf  è quello che ha avuto più successo e insieme al suo successo è arrivato un notevole riconoscimento anche per il mio lavoro, cosa che per un ruolo appartato come quello del traduttore è davvero insolita.

harufDoverosa precisazione sulla precedente traduzione di “Canto della pianura”, di cui ti ringrazio, e impreziosisce ulteriormente il progetto editoriale di NNE.

Mi piacerebbe soffermarmi con te sul successo di Haruf. Mentre lo traducevi, hai previsto che Haruf oltre a te potesse essere congeniale a tanti lettori? te lo sei augurato o hai temuto che potesse non succedere? Quale credi che ne sia il motivo? Cosa ha Haruf che non hanno gli altri quaranta autori che hai tradotto? Con questa ultima domanda non intendo un giudizio di merito o di valore, ma una tua interpretazione su cosa di Haruf arrivi in maniera così immediata. 

Per il successo in Italia, dipenderà anche dall’aver trovato un traduttore che gli è congeniale? E su questo punto ci è concesso di scantonare e generalizzare: quanto del successo in un paese straniero dipende da una figura appartata, a mio avviso ingiustamente, come quella del traduttore?

 

Fin dalla prima lettura di “Benedizione”, quando l’editore me l’aveva dato perché lo valutassi per un’eventuale pubblicazione in Italia (era l’estate del 2014), ho avuto la sensazione di un autore fuori dal comune e ovviamente mi sono sempre augurato che ottenesse l’attenzione che meritava. Di qui a prevedere un successo del genere però ce ne corre: quanti libri bellissimi escono ogni anno? E quanti di questi hanno realmente fortuna? 

Stavolta sono entrati in campo diversi fattori, di cui alcuni non hanno direttamente a che fare con l’autore, penso per esempio allo straordinario gioco di squadra di NN Editore: un ufficio stampa eccellente, una cura redazionale amorevole, una gestione dei social media che ha saputo creare un fortissimo senso di “comunità degli holtiani”, una direzione commerciale attenta alla voce dei librai, specie degli indipendenti, in un momento in cui questi ultimi, dopo anni di assedio da parte delle librerie di catena e di crisi economica, stavano riscoprendo un ruolo e un’identità molto forti.

Parlando dei fattori di successo intrinseci al libro: innanzi tutto Haruf riflette su temi fondamentali per chiunque (la morte, l’amore, il ruolo e il valore della famiglia e della comunità e così via) e anche per questo riesce a parlare con chiunque: uomini e donne, giovani e anziani, lettori molto colti e sofisticati e persone più semplici. E un’altra cosa: in questi anni il principale strumento di lettura della realtà in gran parte di ciò che leggiamo (ma anche dei film e delle serie tv che vediamo e persino della musica che ascoltiamo) sembra essere l’ironia, quando non addirittura il sarcasmo e/o il cinismo. Ecco, io penso che la calorosa accoglienza da parte del pubblico italiano sia un riconoscimento di un dato di fatto solo apparentemente banale: di fronte a certe tematiche “corpose”, l’ironia farà fare bella figura socialmente, ma non è abbastanza. Il che non significa che Haruf sia autore consolatorio o metafisico, anzi, secondo me è vero il contrario: i suoi personaggi pagano qui e ora i prezzi delle loro azioni e anche delle loro omissioni, il purgatorio è qui!

Per quanto riguarda il lavoro del traduttore, sono più ottimista: se un tempo era senz’altro vero che la figura del traduttore era poco riconosciuta, oggi sinceramente la situazione mi pare cambiata, i traduttori hanno molte occasioni per far sentire la propria voce, in rete, per radio, ai festival o direttamente sui libri che pubblicano (è il caso delle Note del traduttore di NN, ma anche di altri editori). Quanto al contributo del traduttore al successo di un libro, preferisco metterla in negativo: se un buon libro ha successo, il merito è dell’autore, ma se non ha successo la colpa può almeno in parte essere del traduttore.

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Note del traduttore: in particolare la tua a “Le nostre anime di notte” è stata per me particolarmente illuminante per tracciare un sentiero di lettura, per accertare suggestioni e confrontare sensazioni. Mi sembra che evidenziassi una certa differenza tra questo ultimo romanzo e la “Trilogia della Pianura”. Una differenza stilistica e linguistica, soprattutto, motivata alla luce dell’urgenza. Urgenza di scrivere o di terminare il libro? Potremmo parlare di un “diverso” Haruf per ragioni narrative e romanzesche o si tratta solo di un libro che l’autore stesso sapeva sarebbe stato postumo? Se come traduttore dovessi tracciare un linea tra la “Trilogia” e “Le nostre anime di notte” che figura verrebbe fuori?

 

Haruf sapeva che gli restavano pochi mesi di vita, eppure, anziché abbandonarsi allo sconforto, ha deciso di scrivere un ultimo libro, “Le nostre anime di notte”, in sei mesi, contro i cinque-sei anni che gli aveva richiesto ciascuno dei romanzi precedenti. Mi pare una delle chiavi di lettura più immediate per questo romanzo, nel quale Haruf sembra dirsi e dirci: bisogna sempre darsi un’altra chance. E lo dice in un modo che non è affatto consolatorio, non dice “Fatelo e andrà tutto bene”, ma “Probabilmente andrà tutto male, ma voi datevi un’altra chance comunque, visto che poi non potrete più farlo”. Entra in campo prepotentemente il concetto di tempo lineare, con un inizio e soprattutto una fine, laddove nella trilogia il tempo era quasi esclusivamente quello circolare scandito dal succedersi delle stagioni (questo perché mi chiedevi una rappresentazione “grafica” della “Trilogia” e de “Le nostre anime di notte”). La diversa nozione di tempo naturalmente è determinante nelle vite dei personaggi, nelle loro scelte, nel loro modo di pensare (mi riferisco ai protagonisti, due anziani che decidono di unire le loro solitudini in modo del tutto anticonformista, ma anche ai personaggi minori: la vicina Ruth, l’odioso figlio di Addie, eccetera). E impone a questo romanzo un senso di urgenza che è del tutto assente nella “Trilogia”.download
Hai letto anche le altre opere ancora non pubblicate in Italia? E in caso di risposta affermativa, come si inserirebbero nel disegno precedente?

 

Ehm, sinceramente mi sono preso un anno sabbatico da Haruf (o per lo meno ci ho provato, visto che in realtà sono qui a parlarne): prima dell’autunno del 2017 non penso di affrontare i due romanzi ancora inediti. L’unica cosa che so con certezza è che almeno uno dei due si svolge a Holt!

 

Fabio, grazie delle tue risposte che sono sempre illuminanti e straordinarie.

La necessità di un anno sabbatico…

Quanto è difficile per un traduttore parlare (e dunque non limitarsi a tradurre) di un autore che ha tradotto? Ci sono delle regole che non deve violare? Che posizione può occupare nei confronti dei libri: non un semplice lettore, perché rimane qualcosa di più, ma non saprei definire esattamente cosa. Mi aiuti?

 

Diciamo che parlare di un autore che si è tradotto è molto facile nel senso che si hanno un mucchio di cose da dire, ma anche un po’ rischioso, nel senso che molte di queste cose di solito al lettore medio interessano fino a un certo punto. Il caso di Haruf  è un po’ diverso, perché è un autore con cui in generale i lettori tendono a stabilire un legame emotivo (oserei dire affettivo) molto forte, quindi sono più interessati anche ad aspetti tecnici o biografici che per altri autori magari non percepirebbero come particolarmente rilevanti. Ovviamente il traduttore a volte conosce anche qualche piccolo segreto in più sull’autore (qualche problemino con la consecutio, qualche peccatuccio di superficialità nella verifica delle fonti e delle informazioni, cose così). E poi, quando l’autore è vivente, c’è il momento della verità: quello della mail che di solito si manda a fine traduzione per chiarimenti, dubbi, verifiche. Gli autori reagiscono nei modi più disparati a questo tipo di mail: il più delle volte con grande cordialità, ma a volte in maniera più ispida o addirittura non rispondendo proprio.

Credit: Francesca Cassaro
Credit: Francesca Cassaro

Molti autori sono ormai accompagnati dai loro traduttori nelle presentazioni. La morte di Haruf ti ha investito di un ruolo diverso e nuovo, o sarebbe stato lo stesso se lui fosse ancora vivo?

 

Be’, come ho già avuto occasione di dire, Haruf inaspettatamente mi ha strappato alla solitaria vita del traduttore per trasformarmi nientemeno che in guida turistica. Sì, perché l’interesse, la curiosità e, di nuovo, l’affetto dei lettori per Holt ha convertito le presentazioni dei romanzi di Haruf (con quella di oggi siamo a quota undici, e credo che la cosa non finirà qui) in vere e proprio visite guidate a Holt, con un contorno di aneddoti locali che si arricchisce sempre di più a ogni tappa. Il mio preferito: sembra che in Campo Santa Margherita a Venezia vivano due anziani fratelli burberi e dal cuore d’oro, veri McPheron di laguna. Una lettrice l’ha segnalato nel corso di una presentazione alla libreria Marco Polo e tutto il pubblico che affollava la libreria ha immediatamente capito a chi si riferiva la lettrice e confermato che sì, sono proprio i McPheron! A quanto pare c’è un po’ di Holt in ogni luogo. 

Sarebbe stato lo stesso se lui fosse ancora vivo? Probabilmente no, nel senso che giustamente l’interesse si concentrerebbe su di lui, l’artista, piuttosto che sull’artigiano che lo traduce.

 

Per chiudere: ci racconti la tua Holt? ci sono mappe bellissime nel cofanetto di NN Editore della “Trilogia” e indicazioni precise in “Le nostre anime di notte”. Tu in quale strada di Holt vivi? Chi sono i tuoi amici del cuore? A quale episodio sei più legato?

E infine, a chi avresti chiesto di passare la notte con te, tra i personaggi di Kent Haruf?

 

MappaDenti_defLa mia Holt, che domanda difficile! Come forse ho già detto prima, Holt è il posto in cui ho passato più tempo negli ultimi due anni e mezzo, ed è il posto in cui, da traduttore solitario che ero, mi sono ritrovato a fare la guida turistica per gruppi di lettori italiani che peraltro, chi più chi meno, conoscevano già piuttosto bene la città.

Alla mattina sono il primo a cui Ike e Bobby, i figli di Tom Guthrie, consegnano il giornale, dato che abito accanto alla stazione: ho scelto questa zona, che non è certo la più bella di Holt, perché fin da piccolo ho sempre sognato di vedere dalla finestra i treni che passano, anche se a Holt non è che ne passino poi tanti.

Le amicizie sono una nota un po’ dolente: a parte Tom Guthrie e Maggie Jones, in generale i miei coetanei a Holt non sono proprio il massimo. Quando stava ancora qui, ogni tanto bevevo un caffè con il reverendo Lyle, una bravissima persona. E poi c’era Addie Waters, si faceva delle gran risate quando passavo a trovarla: “Chissà cosa penseranno ultimamente i vicini, con questo viavai di uomini a casa mia”. Ovviamente un posto speciale nel mio cuore ce l’ha Frank Lewis, il figlio di Dad. Perché? Ehm, affari nostri…

Chiacchierando con… Fabio Cremonesi