di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

 

Lo Zaino di Igino.

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Mercoledì 15 marzo in libreria abbiamo letto ad Alta Voce, per il nostro consueto appuntamento mensile con il gruppo di lettura, brani tratti dal libro “Taci, Memoria” di Maxim Biller edito da L’Orma. Abbiamo iniziato la serata, però, leggendo un racconto di Igino Lucidi, il mio compagno di vita per oltre 23 anni, morto nel dicembre scorso per un male incurabile. Con questo racconto, dal titolo ”Lontano da casa”, aveva partecipato ad una iniziativa della sua Azienda ed era stato selezionato assieme ad altri quindici da una giuria presieduta dalla giornalista del Corriere della Sera, Margherita De Bac. C’erano molti Amici di Igi, le persone che gli hanno voluto bene e hanno reso meno complicato il cammino e la lotta dura che ha dovuto sostenere per tanti mesi contro questa malattia insidiosa. Quegli stessi amici che hanno saputo trasmettergli la forza necessaria per sopportare tutto e con i quali aveva costruito un muro ostinato di ottimismo. Quegli stessi amici con cui per mesi ha parlato di Libri, ha consigliato Libri da leggere, da cui si è fatto fare letture ad Alta Voce quando ormai non ci vedeva più. Ecco da qui l’idea di uno Zainetto tutto suo questa settimana, con i titoli più recenti che ha amato e suggerito.

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Partiamo da “Taci, Memoria” che abbiamo letto ad Alta Voce dopo il suo racconto. È il libro di un video che io e Alice avevamo fatto per la rassegna ‘Libraio in valigia’. Lo avevamo girato un giovedì di luglio proprio mentre lui veniva dimesso per una settimana. Mi era venuto a prendere in macchina in Pilotta, nonostante fosse reduce e dolorante da un intervento chirurgico subito al mediastino il giorno prima. Le cose folli e coraggiose di Igino. Una volta a casa, gli mostrai quel video che era diventato virale, e siccome era molto stanco, sul divano provai a leggergli qualche brano. Era come incantato da quella scrittura e poi, successivamente, gli avevo letto, sempre ad alta voce, la recensione al libro che proprio in quei giorni aveva fatto il suo amico Andrea Cabassi e che qui riporto :
“Drohobycz: una cittadina della Galizia orientale che, oggi, fa parte dell’Ucraina. Una cittadina che, fra le due guerre, divenne un crocevia di affari perché vi era stato scoperto il petrolio. Drohobycz: la cittadina in cui nacque nel luglio 1892 Bruno Schulz, uno dei più grandi scrittori del novecento, autore de “Le botteghe color cannella” e tanti altri racconti che da alcuni autori, su tutti Isaac Bashevis Singer, sono considerati superiori a quelli di Kafka. A Drohobycz l’ebreo Bruno Schulz morì il 19 novembre 1942 durante un’azione dei nazisti nel Ghetto, impegnati nello sterminio sistematico degli ebrei della cittadina. Forse avrebbe potuto fuggire, ma mai era riuscito a staccarsi né affettivamente, né realmente da Drohobycz (salvo qualche breve viaggio, l’ultimo dei quali, nel 1938, lo aveva portato a Parigi). Destino di tanti altri ebrei, non solo di quella zona dell’Europa.
Cosa c’entra tutto questo con Maxim Biller e la raccolta dei suoi racconti “Taci, memoria”? Si tratta della prima raccolta di racconti tradotti in italiano, nella bella traduzione di Marco Federici Solari, e pubblicati dalla casa editrice “L’Orma” che ha il grande merito di pubblicare testi molto importanti e, spesso dimenticati, di autori francesi e tedeschi. Casa editrice a cui dobbiamo essere riconoscenti per averci dato la possibilità di conoscere uno scrittore di così alto livello come Biller. Maxim Biller è nato a Praga nel 1960, è figlio di ebrei russi emigrati nell’allora Germania Ovest. È critico letterario e autore di racconti che sono stati definiti “perfetti”. Cosa c’entra tutto questo con Bruno Schulz? Moltissimo. Moltissimo perché l’ultimo racconto della raccolta (che è, anche, quello scritto in tempi più recenti) si intitola: “Nella testa di Bruno Schulz”. E parto da quest’ultimo scritto perché in esso si condensano tutti i temi importanti trattati da Maxim Biller: lo sterminio degli ebrei, il rapporto con i tedeschi, l’importanza e il dolore che danno il risveglio della memoria, l’importanza della letteratura. Temi, spesso trattati con un registro ironico e visionario.
Biller si mette letteralmente nella testa di Bruno Schulz mentre si accinge a scrivere una lettera a Thomas Mann. Siamo nel novembre del 1938. Ricordo, per inciso, che Thomas Mann prese posizione contro il nazismo solo nel 1936 per le pressioni che ebbe da alcuni dei suoi familiari e dal mondo intellettuale che lo circondava (su questo argomento molto interessante il libro di Britta Bolher “La decisione”. Cfr: Bolher, B: “La decisione”, Guanda. Parma 2016). Bruno Schulz prova e riprova a scrivere questa lettera a Mann mentre un uomo che si spaccia per lui, ma che, probabilmente, è un suo sosia è arrivato a Drohobycz. Bisognerebbe leggere questo racconto avendo sotto mano “Le botteghe color cannella”(consiglio l’edizione pubblicata da Einaudi nel 2008 e intitolata “La botteghe color cannella. Tutti i racconti, i saggi e i disegni” dove si possono vedere e apprezzare i disegni e impreziosita da una bella postfazione di Francesco M. Cataluccio) per comprendere quanto Biller sia bravo e utilizzi un virtuosismo mai fine a sé stesso nel ricostruire il mondo letterario fantastico e allucinato di Bruno Schulz. Che scrive a Thomas Mann nello scantinato del padre, quel padre che è il reale protagonista de “Le botteghe color cannella”, quel padre che subisce le più strane metamorfosi, che si trasforma in uccello, che redige un vero e proprio trattato sui manichini, che si dedica alla demiurgia.. Qui, nel racconto di Biller, sono gli studenti di Bruno Schulz (che è stato realmente insegnante di disegno nella scuola della sua cittadina) a essere uccelli che lo richiamano per la sua assenza ingiustificata dalla scuola. Quando Biller descrive gli sforzi dello scrittore polacco nello scrivere a Mann entra veramente nella sua testa, intesa come il suo mondo letterario popolato di fantasie, allucinazioni, un mondo completamente stravolto e grottesco. Il sosia di Thomas Mann potrebbe essere interpretato come l’arrivo di un falso Messia, ma anche come uno sdoppiamento del Tedesco in una continua tensione etica per comprenderlo (tema che compare anche negli altri racconti di Biller). C’è il Tedesco buono che è il reale Mann e il Tedesco cattivo, il sosia, impregnato dell’erotismo della morte, impregnato di pensiero nazista. C’è l’attesa di qualcosa di tragico, terribile che, prima o poi, dovrà abbattersi su Drohobycz. Non dimentichiamo che Schulz scisse un romanzo andato perduto che si intitolava “Il Messia” le cui vicende sono ricostruite da Cynthia Ozick nel suo bel romanzo “Il Messia di Stoccolma” (Cfr. Ozick, C. “Il Messia di Stoccolma”. Garzanti, Milano 1991). Verso la fine del racconto Schulz arriva al dunque, anche se le digressioni sono parte integrante della narrazione, e invia a Thomas Mann il suo racconto “Il ritorno”, l’unico che, finora, ha scritto in tedesco sperando che egli possa diffonderlo in un contesto più vasto di quello della Galizia. In realtà Schulz scrisse un racconto in tedesco che si intitolava “Il ritorno a casa”, ma il racconto è andato perduto. Al lettore il piacere di leggere la conclusione. Qui va solo aggiunto che “Nella testa di Bruno Schulz” è uno degli omaggi più belli fatti all’autore de “le Botteghe color cannella”. Ed è un modo per non far cadere nell’oblio un’opera che è una pietra miliare nella storia letteraria del novecento. Mi sono dilungato su questo racconto perché, come dicevo più sopra, esso contiene gran parte delle tematiche care a Biller. L’importanza della memoria, i segreti di famiglia, l’ebraismo sono temi fondamentali di altri due racconti che sono abbastanza simili tra di loro: “Taci, memoria” e “Un figlio triste per Pollock”. In “Taci, memoria” è su una parola che non può essere pronunciata che si addensano memorie, dolori, reticenze. Nel momento in cui viene detta essa provoca crisi, agiti dolorosissimi in uno dei protagonisti della storia, il padre del narratore. Proprio perché a quella parola sono associati ricordi e un segreto che sembra indicibile. Il narratore narra al suo dottore, probabilmente uno psichiatra o uno psicoanalista. Narra di questa parola, delle reazioni del padre, del suo durissimo confronto che, ad un certo punto della storia, ha con lui. Quella parola riporta alla memoria del padre i suoi traumi, quelli del proprio padre, le sue strategie di sopravvivenza di ebreo braccato. Il fatto di non avere mai parlato di questi fatti al figlio causa una vera e propria trasmissione psichica intergenerazionale del trauma. Non è un caso che il figlio sia tossicodipendente e in cura da uno psichiatra. Molti studi, tra l’altro, hanno messo in correlazione deportazione in campi di concentramento e tossicodipendenza (Cfr. Kaes, R e altri “Trasmissione della vita psichica tra generazioni”. Borla. Roma. 1995). Sarebbe meglio dimenticare? Ma al dimenticare consegue la rimozione e il ritorno del rimosso, che può sorprenderci nei momenti più impensati della nostra esistenza, quando non è elaborato, cagiona agiti come quelli descritti nel racconto. Anche in “Un figlio triste per Pollock” c’è un segreto di famiglia che perseguita un figlio. Un segreto di famiglia che egli vuole svelare quando ha l’occasione di leggere un manoscritto di un vecchio amico del padre (anzi ex amico) a cui la famiglia del narratore pare attribuire tutti i problemi che questa ha avuto nel corso del tempo fino a rovinarla. Leggiamo e passano davanti a noi le immagini della Cecoslovacchia stalinista, quando fu sovvertito il governo del democratico Benes, lo stalinismo con le delazioni e le sue vittime, ancora sfilano davanti a noi le immagini della Primavera di Praga e dei carrarmati sovietici che riportarono Praga al più cupo degli inverni. Ad un certo punto della narrazione il figlio e l’ex amico del padre si fronteggiano in uno scontro teso, dove le emozioni sono così dense da trasformarsi in claustrofobiche. Fino al redde-rationem: dove la narrazione assume caratteri drammatici, ma anche grotteschi, qualche volta favolistici, dove la verità risulta molto più complicata di quanto non sembrasse all’inizio, dove, forse, di verità ve ne è più di una o neanche una, dove lo svelamento del segreto si porta con sé un dolore straziante. Dove ancora una volta, ci si domanda “vale la pena andare a scavare nel passato”? Probabilmente sì, perché questo scavo è un atto etico, ma bisogna mettere nel conto che in questo scavare si può trovare quello che non ci si aspetta, si può essere spiazzati, a volte sopraffatti. Bisogna essere preparati e non sempre lo si è. Troppo spesso ci si sente inadeguati. Il lettore non pensi di trovarsi davanti ai soliti racconti che parlano dell’Olocausto, dello sterminio degli ebrei, dello stalinismo. Non ci sono forme e contenuti stereotipati nel narrare. C’è un’ironia, un acume, una problematicità, un visionarietà che non fanno che aumentare lo spessore dei testi e renderli fortemente originali. E se la visionarietà era il giusto tributo da pagare a Bruno Schulz nel racconto “Nella testa di Bruno Schulz”, la visionarietà compare anche nel quotidiano del racconto “Una vita come tutte le altre”. Una vita come tutte le altre quella di Hadi, ma con un trauma: il trauma non elaborato di un attentato a cui è miracolosamente scampato. E’ questo trauma a generare visionarietà: sono davvero i figli avuti dalla prima moglie, morta nell’attentato, quelli che vede in spiaggia? O è un’allucinazione? Dove sta la verità? Cos’è quel groppo allo stomaco che lo accompagna fino alla fine del racconto? Al lettore il giudizio e l’interpretazione. Infine (ma anche gli altri racconti che non ho citato meritano una approfondita lettura e sviluppano le medesime tematiche di cui si parlava sopra) il racconto che apre la raccolta. “Harlem Holocaust”. A una prima lettura risulta inquietante e disturbante. Ma di quell’inquietante ,di quel disturbante che pone interrogativi e impone una o più riletture. Anche qui assistiamo a veri e propri virtuosismi tecnico-letterari che non sono mai fini a sé stessi. Il narratore è un traduttore che parla dei libri del grande e antipatico Warszawski. In realtà la stessa narrazione è un racconto che un editore ha ricevuto per posta aerea sei giorni dopo la morte dell’autore del racconto. Racconto che si conclude in un modo grottesco e assolutamente visionario. Abbiamo un triplice livello: il racconto delle vicende di Warszawski, l’analisi dei suoi libri, la scoperta che tutto questo è un racconto inviato ad un editore. E tutto ciò senza che ci sia una sola forzatura nel testo, senza che esso appaia come sperimentalismo fine a sé stesso. Ma, allora, dove sta l’inquietante, il perturbante? Dove sta il disturbante? Nei temi trattati. C’è un’analisi della storia tedesca molto dura, c’è una descrizione della loro antropologia che è spietata, c’ è una riflessione sull’ebraismo tedesco e sull’Illuminismo che lasciano di stucco il lettore poiché dell’ebraismo tedesco ne abbiamo spesso- e anche giustamente-fatto il panegirico. Il fatto è che l’ebraismo tedesco è sempre e, in ogni modo, stato sconfitto dalla Storia, è stato soltanto una grande e consolatoria illusione. Ci domandiamo se sia vero tutto ciò e speriamo di no. Tuttavia cominciamo a dubitare. Fortemente. A temperare il nostro stupore di lettori abituati a letture conformiste ci viene in aiuto un’acuta e graffiante ironia di cui ogni pagina è pregna. Ironia che ci aiuta quando ci confrontiamo con un’analisi critica e altrettanto spietata dell’ebraismo, quando l’interrogativo diventa quanto l’Olocausto sia diventato un affare commerciale. Non sappiamo se queste analisi siano il frutto di riflessioni da attribuirsi a Warszawski o a colui che ne narra le vicende o a Maxim Biller stesso. Esse stanno là e ci lavorano dentro. Profondamente.Solo uno scrittore di origini ebraiche avrebbe potuto affrontare questi temi in assoluta libertà e con quella spregiudicatezza che esige la vera letteratura. Perché la letteratura è libertà, memento, trasfigurazione. ”

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In questo zainetto di Igino non posso non mettere un libro uscito giovedì 16 marzo per la casa editrice 66thand2nd dal titolo “Requiem per un’ombra” di Mario Pistacchio e Laura Toffanello. Il libro è dedicato proprio ad Igino e a Gabriele, il cugino di Mario stroncato anche lui, giovanissimo, da un brutto male. I libri, come possiamo intuire, raccontano anche tante altre belle storie cariche di Umanità. Igino aveva conosciuto Mario e Laura attraverso il loro precedente libro, “L’estate del cane bambino” e ne era scaturita una bellissima e profonda amicizia fatta di chiacchiere, scambi e continue condivisioni. Nei sei mesi di durissima malattia erano spesso i messaggi di Mario e Laura a restituire a Igi respiri e attimi di sorriso. Sulla Tomba di Igino ho messo due campanelline apotropaiche: su una c’è scritto Igo e c’è un ragazzo con il casco della moto in una mano e nell’altra i suoi amati libri. L’altra campanella rappresenta il Libraio con una grossa M sulla maglietta. La M del libraio Meschino, così mi chiamava Igi con Mario e Laura. Le statuine sono state fatte su misura da un artigiano di Vasto, amico dei due scrittori di “Requiem per un’ombra”. Per tanti mesi quella campanella è stata sul comodino di Igino accanto ai libri da leggere. Sapere che questa novità editoriale della raffinata casa editrice 66thand2nd sia dedicata a Igi mi commuove e mi riempie di orgoglio. Dalla loro scatola delle storie Mario e Laura a questo giro hanno tirato fuori un personaggio nuovo che tanto si discosta dalle atmosfere del precedente libro di esordio e che tanto successo gli aveva portato. Una grande prova d’autore, questo loro spiazzare i lettori con una storia nuova e originalissima.

Il protagonista del libro si chiama Sal Puglise ha sessantatré anni e fa l’investigatore privato. Con alle spalle un passato movimentato fatto di tanti fallimenti e davanti un futuro che non si prospetta certo migliore: pensione da fame, pochi amici fidati e confidenti, un pappagallo chiacchierone fissato con le telenovelas e una solitudine che gli si allarga davanti agli occhi. Sulla scrivania pochi casi, squallide fotocopie uno dell’altro. D’altronde il mestiere dell’investigatore privato non è più quello di una volta. Infedeltà coniugali, dipendenti assenteisti, qualche persona scomparsa. E la gente, che è sempre meno disposta ad accettare la verità, e ancora meno a pagarla. Ci vorrebbe un caso per chiudere in bellezza, un’occasione per fare un po’ di soldi e sparire. Ed eccola l’occasione. Una rapina finita male, una brutta storia che ha riempito le prime pagine dei giornali. Puglise si tuffa subito nel lavoro, le cose si mettono bene, c’è tempo anche per cercare il fratello di Dalia, una cliente bella da mozzare il fiato e misteriosa il giusto. La sua Torino, però, non è più la Shangri-La del jazz, dove potevi incontrare Chet Baker al bancone dello Swing Club e farti offrire da bere, è una città diversa, spigolosa, ammorbidita solo a tratti da una malinconica nota blues. Forse in un altro mondo, forse nel migliore dei mondi possibili, tutto filerebbe liscio, ma non è certo lì che abita Sal.
17440072_10213009327976551_132692878_nMi preme, prima di continuare, dare dei titoli di libri che già abbiamo abbondantemente trattato nello zaino. Si tratta di “Una geometria perfetta” di Giorgio Serafini Prosperi che l’editore della casa editrice NN, Alberto Ibba, mi aveva fatto recapitare in libreria, non appena pubblicato, per consegnarlo a Igi. Igi lo aveva divorato in quei giorni di inizio luglio e ricordo con precisione che il 28 luglio, il giorno del suo rientro in ospedale, dopo una breve pausa a casa, ci eravamo fatti accompagnare da Fiorenza e Antonio, due nostri cari amici e angeli custodi, e in macchina Igi li aveva convinti a leggere questo libro. Stessa cosa aveva fatto poi in ospedale con la sua amica Emanuela, che passava a trovarlo spesso la sera alle sette. L’altro libro che voglio inserire nello zaino è “Lo Spregio” di Alessandro Zaccuri. Ne aveva sentito tanto parlare, ma ormai era novembre inoltrato e la sua vista ormai distingueva poco e male. Così aveva deciso che a leggerlo fosse Fiorenza, la sera quando passava a trovarlo. In realtà avevano poi letto solo pochi capitoli, perchè finivano per fare tante chiacchiere e risate. Quanto abbiamo riso una sera di metà novembre sulla casetta di legno!!! Al suo funerale Fiorenza ha letto uno di quei capitoli de “Lo Spregio”, in un’atmosfera di grande emozione.

Al funerale di Igino abbiamo fatto, infatti, una cerimonia laica con delle letture ad Alta Voce, molto partecipate. La sua grande amica Silvana, ha letto “Esilio” di Çiler Ilhan. Era un libro che Silvana aveva comprato per fare delle letture pomeridiane ad Alta Voce in ospedale. Persino il compagno di camera era rimasto affascinato dalla bravura di Silvana e dalla sua voce calda. Il libro era molto duro e non certo facile. I protagonisti Zobar e Basa sono costretti a lasciare la propria casa, il luogo dove sono cresciuti. Il lettore avverte il dolore di questa scelta obbligata, ma in men che non si dica si trova catapultato in un universo del tutto differente. Un romanzo fatto di brevi narrazioni apparentemente slegate che si susseguono velocissime una dopo l’altra, come fotogrammi su una pellicola. Folgoranti flash di vita quotidiana, violenze, storie strane e inquietanti, storie fantastiche. Ilhan entra nella mente di chiunque, bambini, embrioni, cani, cigni, fantasmi, Pippa Bacca, una ragazza uccisa dai fratelli e poi il fratello che l’ha uccisa, vittime e carnefici. La storia sociale degli anni più recenti e di anni più lontani fa da sfondo o si fa protagonista nelle narrazioni, e a ogni racconto si delinea l’immagine complessiva di un universo fatto di potere e sopraffazione, ma anche di amore e dedizione. Un mondo che ci appare inizialmente lontano e poi a ogni storia più vicino. I personaggi, che inizialmente sembrano lontani, somigliano pagina dopo pagina a quelle persone incontrate per caso, di sfuggita, per strada o sui luoghi di lavoro. La condizione di donne e bambini, la violenza, l’ipocrisia, si rivelano gradualmente parte del tessuto sociale e non eventi eccezionali. In questo testo magnificamente perturbante, la narrazione, che unisce singolarmente monologo interiore e cronacagiornalistica, lascia senza fiato. Uno stile ibrido che evidenzia e declina la situazione di deterritorializzazione di Zobar e Basa – con la loro partenza danno al lettore lo slancio per la lettura – e che intreccia tutte le storie in un finale saggio e misurato che riconcilia il lettore con la speranza della bellezza.

17439435_10213009338336810_938180000_nUn libro che non si stancava di suggerire a tutti con grande impeto e entusiasmo era “L’ultimo comunista” di Matthias Frings, edito da Voland nella traduzione di Chiara Marmuggi. In verità, in questo caso, in pochi hanno seguito il suo suggerimento. Igino diceva a tutti che era un libro che acchiappava piano piano. Che bisognava aver pazienza all’inizio, prima di essere catapultati nel bel mezzo di quella bella e insolita storia.
“L’ultimo comunista” narra la vita di Ronald M. Schernikau, un giovane scrittore tedesco realmente vissuto negli anni Ottanta a Berlino Ovest. Nell’estate del 1980,il ventenne Ronald, convinto comunista, omosessuale dichiarato, autore di un romanzo shock autobiografico, è la star del momento, di giorno letteratura e politica, di notte discoteche, cabaret e spettacoli en travesti. Nato da una complicata relazione tra una giovane donna, Irene, e un uomo che non esita ad abbandonarli quasi subito, Ronald trascorre i primi anni della sua vita nella Germania dell’Est. Vive la sua vita di giovane ragazza madre crescendo nel miglior modo possibile il piccolo Ronald. Finché un giorno il padre si rifà vivo: è scappato all’Ovest dove si è rifatto una vita e in qualche modo riesce a convincere Irene a fare altrettanto. Così, seppur a malincuore, accecata dall’amore mai finito per il padre di Ronald, Irene organizza di nascosto una rocambolesca fuga che la porterà all’Ovest. Ma la realtà non è come Irene se l’era immaginata: il padre di Ronald ha un’altra famiglia e lei deve ricostruirsi una vita in una Germania che non le appartiene. All’Ovest è tutto diverso e la nostalgia dell’Est prende spesso il sopravvento. Nonostante ciò Irene riesce a ottenere un buon lavoro e una buona sistemazione dove crescere il piccolo Ronald. Questo improvviso cambio di vita, questo trasferimento in una realtà così diversa saranno tra le cause dell’assoluto e quasi devastante senso di straniamento che prova Ronald, comunista che vive nell’Ovest capitalista. Ronald ha un solo obiettivo e un grande desiderio: tornare a Berlino Est. Ma sono gli anni del Muro e ottenere la cittadinanza dell’Est non è così facile. Novembre 1989. Mentre migliaia di cittadini scavalcano il Muro per emigrare a Ovest, solo una persona va nella direzione opposta: il nuovo passaporto dello scrittore Ronald M. Schernikau sarà l’ultimo emesso dalle autorità della DDR, la Repubblica Democratica Tedesca. L’opera di Frings ci racconta i sogni, le illusioni, i sacrifici e i tentativi fatti da questo giovane ragazzo, che nel frattempo è diventato un talentuoso scrittore, per riuscire ad ottenere la possibilità di vivere nella Germania dell’Est. Ma quando riuscirà finalmente ad ottenere ciò per cui ha combattuto la realtà gli presenterà un forte conto: se nella Germania dell’Ovest era il “comunista”, qui nella Germania dell’Est non riuscirà mai ad essere completamente accettato e sarà sempre visto come un estraneo. Il forte senso di inadeguatezza accompagnerà quindi Ronald per tutto l’arco della sua vita. Una vita che purtroppo poi verrà stroncata dalla “grande malattia” di fine Novecento: l’aids. Storia di un uomo e di un artista che ha oltrepassato ogni limite, e a cui è impossibile non affezionarsi.

“Il gabinetto del dottor Kafka” di Francesco Permunian, pubblicato da Nutrimenti, nella collana Greenwich è un altro di quei libri che Igino si ostinava a suggerire a tutti. A volte diventava così insistente ed enfatico nel suggerire, da sembrare fastidioso. Lo riprendevo alla mia maniera, senza cercare di urtarlo. Ma mi mandava amabilmente a quel paese, contrariato. Parlare di libri e suggerire quelli che gli erano piaciuti era un fatto del tutto naturale per lui.

Il gabinetto del titolo è proprio un cesso alla turca, l’unico rimasto tuttora in uso lungo la linea ferroviaria Milano-Venezia e si trova alla stazione di Desenzano e l’autore non solo considera “alla stregua di un monumento di rilevanza storica e letteraria”, per il fatto di essere stato usato dallo scrittore praghese ai tempi delle sue villeggiature gardesane, ma lo ama addirittura.
Seguendo il filo di una memoria insonne e frammentaria, Francesco Permunian raccoglie in questo suo nuovo libro cose, persone e fatti, reali e immaginari, che da tempo fanno parte del suo circo mentale e visionario, di quel grottesco e feroce ritrarre le vanità della provincia italiana e le beghe delle conventicole letterarie che Permunian pratica dai tempi di Cronaca di un servo felice e che lo colloca tra i grandi autori maledetti e appartati degli ultimi decenni.
Ne risulta uno stralunato e violento romanzo-pamphlet intessuto di storie deliranti e paradossali che s’intrecciano al ritmo di una sarabanda: bellissime fanciulle che si accoppiano con il diavolo, madri che piangono nella tomba il destino delle loro figlie, padri bigotti e incestuosi, salme in doppiopetto e baffetti neri, cessi alla turca istoriati da nobili penne, zingareschi banchetti funebri, cene trimalcioniche e suicidi ferroviari. Il tutto raccontato con una lingua spiccia e impassibile, da anatomopatologo dello stile, degna di quell’autentico cannibale letterario qual è considerato l’autore di questo libro impietoso e controcorrente.
“Piccolo memoriale illustrato di ombre e fantasmi”, recita il sottotitolo di questo libro. Ci sono infatti le illustrazioni: la cartella clinica di Robert Walser, datata 7 gennaio 1948; una mappa del Polesine del 1773; il manifesto di una sagra popolare del 9 agosto 1899; la foto della stazione di Desenzano nel 1913. E poi la foto di Biagio Marin, quella del Canale della Vena a Chioggia nel 1910, il verbale dei carabinieri di Chioggia e la copia del procedimento penale della pretura di Chioggia quando il 3 gennaio 1951 Pasolini fu condannato per ubriachezza molesta… “Esorcista a rovescio, Permunian non impone ai suoi demoni il silenzio”, spiega Daniele Giglioli nella postfazione, ma “li incoraggia; loro lo invadono, e lui premuroso li intervista, registrandone le opinioni deliranti con scrupolo puntiglioso di archivista”.
17440524_10213009308776071_2118005910_nMia sorellla Michelina, durante le nostre vacanze al mare, era solita prendere in giro Igino perchè secondo lei faceva solo finta di leggere. Sempre con un libro in mano, per atteggiarsi. Igino rideva tanto. Ma proprio tanto. Sì, perchè i libri anche questo devono fare: provocare risate, innescare battute e simpatia. L’ultimo libro letto da Igino prima che la vista cominciasse a dargli noia è stato “Dove troverete un altro padre come il mio” di Rossana Campo pubblicato da Ponte alle Grazie nella collana Scrittori. Lo aveva divorato nei giorni precedenti al ferragosto, durante l’inizio della seconda chemioterapia e prima che gli effetti collaterali devastanti lo assalissero. Il libro me lo aveva consigliato Jacopo Masini al corso di scrittura creativa. Avevo iniziato a leggere le prime pagine e lo avevo trovato fastidioso. Igi non ascoltava mai i miei consigli, anzi se dicevo che un libro era pesante, lui per sfida lo leggeva. Alla fine mi parla così tanto di Renato e di quella sua macchina scassata e la sua vita scombinata che mi fa innammorare di lui e di questa autobiografia particolarissima. Nel racconto, mettendosi in gioco forse più che in ogni altro suo libro, Rossana Campo racconta il rapporto con Renato, il padre amatissimo e difficile scomparso di recente. Rossana proviene da una famiglia di terroni, che non potranno mai conformarsi alle regole ed essere come gli altri, perché nascono da una realtà differente e in Liguria non si sono mai sentiti parte integrante della società. Il padre è un uomo con le molteplici figure, spesso contraddittorie. Renato è l’uomo sensibile verso la vita e il maestro di vita della figlia che fin da piccola esorta a rifuggire ogni forma di condizionamento e ipocrisia. Ma Renato è anche anche l’uomo burbero e irresponsabile che per niente e nessuno si separerebbe dalla sua amica più fidata: la bottiglia; e nella bottiglia si rifugia dopo essere stato licenziato dall’Arma dei carabinieri, e per l’alcool è spesso violento. Renato è l’individuo gioviale e irriducibilmente ottimista, quello che accantona i problemi, ma anche l’attaccabrighe dal carattere ingestibile e dominato da una rabbia incontenibile; e ancora lo “zingaro” che non sopporta alcuna imposizione e non riconosce alcuna autorità, il contaballe prodigioso, il casinista indefesso, il terrone orgoglioso in un Nord che lo respinge… in una parola un essere infinitamente vitale e tremendamente fragile. Rossana ama e odia questo padre dal carattere impossibile e così diverso dagli altri: l’unico uomo che riesce a comprendere le sue difficoltà, ma racconta anche l’altro lato di questo individuo irriconoscibile da cui scappare quando si attacca, appunto, alla bottiglia. Ma nonostante questo suo modo di essere, che crea tensioni, spaccature interne e dolore, Rossana ama profondamente il padre, per la sua autenticità e per la vita che le ha insegnato. Rosana ama profondamente il padre anche perchè sente che è stato il suo punto di riferimento e avverte, una volta che è morto, di somigliargli tanto per quel suo essere eternamente in guerra contro l’ipocrisia, i pregiudizi e i condizionamenti sociali. Ne emerge un racconto, magari spudorato, ma proprio per questo di rara autenticità, della parte più profonda di sé.

17467854_10213009308376061_1921962210_nPer ultimo voglio mettere nello zaino di Igino un libro particolare. L’ultimo libro acquistato da Igi al Salone del libro di Torino il 15 maggio. Un libro che Igino aveva comprato sulla fiducia, anche perchè si trattava di uno scrittore esordiente. Ma era stato scritto da un mio amico e Igi sentiva che, in casa, io parlavo al telefono per ore e ore con Simone Innocenti mentre il libro era in fase di preparazione. E poi c’era quella dedica a chi nuota controcorrente che lo rendeva orgoglioso e felice. “Puntazza” è stato il libro sul comodino di Igi che veniva subito dopo quello della Rossana Campo, nella piccola pila che aveva formato. Non ha mai fatto in tempo a leggere i racconti di Simone. Ho provato in alcune giornate di fine agosto a leggergli il Calcolatore o l’Ancora, ma era così affaticato dalle terapie che finiva, puntualmente, per addormentarsi. Mi stringeva la mano e io continuavo a leggere. Lo mettevo alla prova. Mi bloccavo all’improvviso, per stimolarlo e vedere le sue reazioni. Apriva gli ochi e diceva, continua. E io continuavo, ma per me. Ascoltava, a tratti, pezzi di parole. So che avrebbe tanto apprezzato quei racconti così particolari. Il 15 di luglio, poi, a Pontremoli il libro veniva presentato all’interno degli eventi collaterali del Premio Bancarella. Igino, in quei giorni, era a casa e ha fatto di tutto per farmi andare alla presentazione a fare una sorpresa a Simone. Fai finta che ci sia anche io… Per dimostrarmi che stava bene al pomeriggio è venuto addirittura a prendermi in macchina al lavoro: al solito posto in Pilotta me lo sono ritrovato. Mi ha detto sto molto bene e voglio che tu questa sera vada a fare una sorpresa al tuo amico. Così è stato.
Il giorno che Igino è morto abbiamo letto un bellissimo racconto di Simone Innocenti sulla velocità e le moto e Igino che amava il verde. Come lo conosco io, Igino, nessuno…

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Nello zaino questa settimana :

"Taci, Memoria" di Maxim Biller, L'Orma Editore.
“Taci, Memoria” di Maxim Biller, L’Orma Editore.
"Requiem per un'ombra" di Mario Pistacchio e Laura Toffanello, 66thand2nd.
“Requiem per un’ombra” di Mario Pistacchio e Laura Toffanello, 66thand2nd.
"Una geometria perfetta" di Giorgio Serafini Prosperi, NNE
“Una geometria perfetta” di Giorgio Serafini Prosperi, NNE
"Lo Spregio" di Alessandro Zaccuri, Marsilio.
“Lo Spregio” di Alessandro Zaccuri, Marsilio.
"Esilio" di Çiler Ilhan, Del Vecchio Editore.
“Esilio” di Çiler Ilhan, Del Vecchio Editore.
"L'ultimo comunista" di Matthias Frings, Voland.
“L’ultimo comunista” di Matthias Frings, Voland.
"Il gabinetto del dottor Kafka"di Francesco Permunian,Nutrimenti.
“Il gabinetto del dottor Kafka”di Francesco Permunian,Nutrimenti.
"Dove troverete un altro padre come il mio" di Rossana Campo, Ponte alle Grazie.
“Dove troverete un altro padre come il mio” di Rossana Campo, Ponte alle Grazie.
"Puntazza, di Simone Innocenti, Erudita
“Puntazza, di Simone Innocenti, Erudita
Nello Zaino di Antonello: Lo Zaino di Igino