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Dopo lo straordinario successo di “L’estate del cane bambino”, Mario Pistacchio e Laura Toffanello tornano in libreria con un secondo romanzo a quattro mani: “Requiem per un’ombra”, sempre edito da 66thand2nd. Su gentile concessione degli autori e della casa editrice, in anteprima l’incipit.

In libreria dal 16 marzo.

1.Venerdì

Da un po’ di tempo tirava un’aria cattiva, un sudario di polveri sottili avvolgeva la città. Non pioveva da un pezzo, le uniche pozzanghere erano di piscio di cane e i peccati del mondo, in attesa di essere lavati, si accumulavano.

La ragazza che stava uscendo dal 9/B di via Negarville era il tipico bersaglio facile con cui era impossibile bruciarsi o perdere contatto. Venticinque anni, capelli rossi, a occhio un metro e settantacinque, sessanta chili scarsi. Persino la luce zincata di quel febbraio infetto le donava. Era bella, una bellezza in punta di piedi, indefinibile altrimenti.

Rilassò le spalle e mise a fuoco. Nell’obiettivo della Canon T90, la rossa si fermò sul marciapiede e sbirciò l’orologio. Il trentenne che frequentava era in ritardo, classico. Scontato come il fatto che fossero colleghi, lei insegnava alle elementari e lui alle medie, questo l’unico tocco di originalità al copione. Prima di vederlo prendere la curva troppo larga per la fretta, sentì il motore fuori giri della Golf. Il professore suonò il clacson, accostò, il bersaglio gli sorrise prima di salire in macchina.

Puglise la fotografò così, felice e con l’amore in fondo agli occhi.

Guardando le vite degli altri se ne imparano di cose, indole, gusti, abitudini, dettagli. Alla lunga si finisce col credere di conoscerli davvero, certe volte ci si affeziona. Tutte cazzate, si disse, roba da rubriche per cuori solitari.

Nello specchietto retrovisore della Multipla seconda serie, osservò la Golf rimpicciolirsi e sparire oltre lo stabilimento all’angolo della strada. Il fumo della fabbrica saliva indifferente al nulla dei palazzoni di dieci piani, agli ippocastani malati, alla ex campagna ormai quasi ex industria stesa tutt’intorno.

Mise da parte la Canon e si abbandonò contro il sedile. L’appostamento notturno incollato alla tigre platinata cui dava la caccia da due settimane lo aveva piallato più del coperchio di una cassa da morto. Restare immobile tappato in macchina per ore a ghiacciarsi i coglioni, mentre dentro lo chalet la temperatura saliva alle stelle, lo aveva spompato. Senza contare il successivo strisciare nel giardino con il 50mm al collo e l’inevitabile ritirata alla chetichella prima che la tigre passasse al secondo round.

Sbirciò nel thermos. Era rimasto un fondo di caffè al petrolio e se lo cacciò in gola giusto per fumarci sopra. Alzò il volume dell’autoradio. Bix Beiderbecke suonava timido come un ragazzetto al primo vero bacio. Si gustò l’assolo facendosi una cicca mentre quell’ottone risucchiava la strada, Mirafiori, Torino, la stanchezza, tutto. Altri due minuti e ogni cosa sarebbe tornata al suo posto, pronta all’uso per la prossima volta, lo sapeva, eppure rimase lì finché il silenzio non seppellì l’ultimo accordo di Sorry.

Poi riavvolse il rullino, mise in moto e partì sgommando. Non era ancora tempo di morire.

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QUI l’intervista con Salvatore D’Alessio, in cui si indagano i temi del nuovo romanzo.

In anteprima: l’incipit di “Requiem per un’ombra”