di Salvatore D’Alessio

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Uno dei libri più attesi di questa primavera è il ritorno in libreria di Mario Pistacchio e Laura Toffanello, ancora con 66thand2nd.

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“L’estate del cane bambino”, è stato uno degli esordi più sorprendenti degli ultimi anni, una storia particolare che stravolge i canoni narrativi, non un semplice romanzo di formazione, dentro c’è un mistero, ci sono conflitti e amicizie, tanta magia e molte zone scure. pistacchio_estate_sito

Il 16 marzo tornano con “Requiem per un’ombra”.

L’ombra è quella di Sal Puglise, il requiem è quello della sua vita sottotono, per scelta.

Ha sessantatré anni, un passato movimentato alle spalle e un futuro che lo spaventa, le persone di cui si fida sono poche, è un investigatore privato e non si può permettere di avere troppi confidenti, divide la sua casa con un pappagallo chiacchierone, vive le sue giornate depennandole dal calendario come fa un detenuto, il suo fine pena è la pensione, si destreggia tra inseguimenti silenziosi, spia tradimenti coniugali e dipendenti fannulloni, fino a quando una rapina finita male lo sveglia dal torpore. Così iniziamo a camminare con lui per le strade di Torino, tra strade buie e i locali jazz, a interrogare le anime dei passanti per ricostruire i pezzi di un puzzle molto grande che include vita e morte, sorrisi e facce cupe, piccole gioie e solitudini nascoste.

Sal va scoperto, non va raccontato, è un personaggio che si fa amare, come tutto il libro.

Ne parlo in anteprima proprio con Mario e Laura, che ci concedono la loro prima intervista su questa nuova storia, nel loro stile, a quattro mani e con una sola voce.

 

-Dopo tre (lunghi) anni tornate in libreria con una nuova storia. Un mucchio di presentazioni, infinite recensioni, una candidatura nella selezione del Premio Strega e il Premio Rieti consegnato da Luis Sepulveda.

Un esordio singolare che ha fatto tantissimo rumore, specie per essere stato scoperto da un piccolo editore come 66thand2nd. 

Il secondo album per Caparezza è sempre il più difficile, come è andata la gestazione di “Requiem per un’ombra”?

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Sono passati due anni e cinque mesi dall’uscita dell’Estate del cane bambino. 882 giorni pazzeschi, che ci hanno cambiato la vita, facendoci incontrare tantissimi lettori e altrettanti universi immaginativi che si sono intersecati con i nostri. Per noi, abituati a coltivare la noia, il silenzio e la stanzialità, è stato strano ritrovarci costantemente con una borsa in mano, on the road again, quasi ogni giorno in un posto diverso. Nel frattempo, a casa, ci aspettava la nostra scatola delle storie, un baule in cui archiviamo senza criterio tutto quello che ci colpisce: bozze di personaggi, trame complete, incipit, notizie di cronaca, ritratti schizzati su foglietti di carta, oggetti, frammenti di dialoghi; la realtà vista appena di traverso. A un certo punto avevamo voglia di raccontare e l’abbiamo fatto senza troppi calcoli. Come nella vita, anche nella narrazione, il pensiero è un nemico da combattere. Le storie nascono soprattutto dall’osservazione. E quello che avevamo osservato, intanto, si era già solidificato in “Requiem per un’ombra”. Ogni cosa giusta rivela il suo contrario, forse Caparezza ha ragione. Ma nella scrittura la ragione conta poco. E non è solo un gioco di parole.

 

-Dopo un romanzo di formazione pieno di bambini cambiate totalmente registro, un racconto misterioso, ambientato a Torino, protagonista un investigatore dal carattere cupo, un uomo schivo e impermeabile come il trench che indossa. 

Chi è Sal Puglise?

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Puglise è un uomo fuori tempo massimo, professionista del vivacchiare, del raccontarsela. Come tutti ha avuto un’epoca d’oro, un momento magico sepolto in mezzo ai rimpianti. È uno che rientrando a casa dal lavoro cerca di convincersi che quella è stata solo una giornata no e prima o poi la ruota ricomincerà a girare nel verso giusto. Ma ormai non ci crede più nemmeno lui. Ha sessantatré anni e alla cassa non gli hanno fatto sconti sul totale, pagamento sull’unghia. Cammina sul viale del tramonto, da solo, da una vita. È un uomo che per professione ha coltivato l’invisibilità. Vede senza essere visto, ascolta senza essere sentito, non ha un correlativo oggettivo quando all’identità è necessaria la presenza degli altri.

Forse è per questo che la notte non riesce a dormire, magari l’incubo che lo perseguita da qualche tempo è un campanello d’allarme, che gli risuona nelle orecchie come Charlie Parker.

 

-“L’estate del cane bambino” nasceva da una visione onirica, da un sogno di Laura da cui poi ha preso forma la storia che conosciamo.

Questa volta da dove è arrivata l’ombra di Sal Puglise?

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L’ombra è tutto quello che ci è mancato nel bene e tutto ciò che abbiamo ricevuto nel male. È la parte di noi che si manifesta quando abdichiamo alle nostre emozioni, quando ci limitiamo a esistere. Sal Puglise era nella nostra scatola delle storie da molto, molto tempo.

 

-Puglise è un lupo solitario, un uomo che ha deciso di farsi scorrere la vita addosso, di recidere i legami, le radici. Ha deciso di mettere in stand by la sua vita per vivere quella degli altri, anche solo per lavoro. Come è stato confrontarsi con la solitudine, riflettere sulla disillusione, sull’apatia, e sul male di vivere?

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È bastato guardarsi allo specchio. Evita lo specchio e non guardare quando tiri la catena: c’è una raccolta di poesie di Charles Bukowski che si intitola così. Somiglia a quei buoni consigli che non si può fare a meno di ignorare. Lo specchio non mente, gioca pulito. Ti restituisce esattamente quello che sei in quel preciso momento. Uno come tanti, niente di speciale. Nemmeno i problemi che hai lo sono. La solitudine non ha più la grandezza dei vecchi blues che, a patto di avere un buon gioco di gambe, un minimo di alcol e zero pudore, nelle notti giuste si potevano anche ballare. Per fortuna, basta spegnere la luce e lo specchio torna muto.

 

-Ombra, ce ne è una bella grande, Sal, ma ce ne sono tante altre, più piccole, avete dato spazio narrativo a tante storie invisibili, avete raccontato la criminalità, la tossicodipendenza, i soprusi e la violenza sulle donne. Una storia molto più attuale della precedente.

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Di attuale c’è l’ambientazione ai nostri giorni, la complessità di vivere il cinismo di questo tempo senza riuscire ad abbandonare del tutto la speranza. Dall’ambientazione temporale vengono i personaggi e le loro storie. Nel nostro presente di ordinaria follia, l’eccesso di difesa, la legge che non è giustizia, le donne che continuano a scambiare il dolore per amore, la rabbia che esplode per strada senza motivo, la violenza legalizzata sugli animali, la mancanza assoluta di qualunque forma di gentilezza, si mescolano con l’avidità e la morte, motori eterni di ogni storia noir classica. Oltre a questo, torna – proprio come nell’Estate del cane bambino – il tema della scomparsa, non in un piccolo paese e in un passato remoto, ma in una città – Torino – che pare venga considerata una vera e propria zona franca da chi ha deciso di far perdere le proprie tracce, un autentico girone dantesco di identità perdute.

 

-La lingua riesce in un compito magico, quello di rendere morbide queste storie piene di spigoli, colora le ambientazioni prima che diventino troppo scure. C’è del favolesco anche qui, c’è un animale che sembra un uomo, un pappagallo, Rico. Ci sono descrizioni di luoghi, ambienti e persone che strappano sorrisi sinceri, la scrittura a quattro mani è ancora più fluida, come è stato ripetere la magia della scrittura di coppia?

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Più o meno naturale. Se prima sul nostro divano c’erano Vittorio, Menego, Stalino, Ercole, Michele, Narciso e Houdini, stavolta il loro posto l’ha preso Sal, entrando senza bussare con Rico appollaiato sulla spalla, intortandoci con uno dei suoi trucchetti e mettendosi comodo. Poi un giorno Sal non c’era più, restava solo un posacenere gonfio di cicche, un disco di Carla Bley di cui voleva liberarsi e una pila di pagine fitte. Il romanzo era finito. Anche se volevamo scrivere un libro che si allontanasse dall’Estate del cane bambino, un libro sul destino e sulla morte, l’altra faccia della luna, lo abbiamo scritto nello stesso identico modo. Come dicono i jazzisti, ogni volta è la prima volta. E sempre stando a loro, il tocco o ce l’hai oppure niente. Ma noi, che non siamo jazzisti, abbiamo avuto fortuna, tutto qui.

 

-Questo romanzo è pieno di musica, già dal titolo, ho contato 35 canzoni, ma più che un requiem è una jam session, un romanzo che suona forte, pieno di jazz, da leggere con Spotify a portata di mano. Anche le canzoni scelte fanno parte della narrazione, non sono solo musica di fondo…

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Nella narrativa, l’ambiente non è un fondale davanti al quale si muovono i protagonisti, è l’anima, il feeling dei personaggi. Se la musica è un luogo, il jazz è la città, qualcosa di mobile che non puoi spiegare, un’improvvisazione continua che non si può controllare e stordisce, un dedalo di strade che non conoscerai mai una a una.

La vita di Sal Puglise non potrebbe essere detta meglio da nessun altro che dalla musica, a partire dal primo disco acquistato al suo arrivo in città. Del resto, Sal Puglise è un uomo che nessuno conosce a fondo. Tutti gli altri, di lui, non vedono che la maschera, ma dietro è tutta un’altra cosa. Dentro c’è un altro mondo. “Requiem per un’ombra” è un libro raccontato in finta terza persona da un narratore che quasi si sovrappone al protagonista, eppure quello che del personaggio è più intimo non trapela mai. Ciò che parla per conto dell’anima di Puglise viene svelato soltanto dai dischi. Perché, se c’è una cosa vera, è che la musica che scegliamo come colonna sonora delle nostre giornate ci conosce e parla di noi. Solo la musica sa chi siamo per davvero.

 

-Una storia piena di segreti “l’unica cosa davvero nostra che abbiamo”, piena di bugie.

“Si citava una statistica secondo la quale quasi metà degli italiani ammetteva di dire almeno cinque bugie al mese, più di un miliardo all’anno, poco meno di quattro milioni al giorno. Le più comuni erano Va tutto bene e Che bello vederti”.

Come è stato fantasticare e scavare nei materiali più intimi delle vite degli altri?

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Il mondo di Sal Puglise è un mondo di peccatori disinteressati alla redenzione, fatto di scheletri ben nascosti e monumentali apparenze da salvare a tutti i costi. Le vite degli altri, in questo romanzo, sono vite borghesi simili a quelle che Frankie Hi-nrg cantava in Quelli che benpensano, con la differenza che Puglise sa benissimo di non essere migliore di loro. Il nostro punto di vista è più vicino ai peccatori che ai santi. Se solo non ci sentissimo obbligati a prenderci dannatamente sul serio, la vita – nostra, degli altri, in generale – ci apparirebbe per quello che è, una commedia nera dove ogni tanto arriva l’occasione per fare qualcosa di grande.    

 

-A pagina 69 c’è una comparsa, un protagonista volante, un tale Mario Benedetti, un omonimo del più celebre scrittore de “La tregua”, uno dei capolavori del novecento che ha raccontato la bellezza e la poesia della terza età, i sentimenti e l’amore adulto, è un caso o un omaggio?

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È un omaggio a un grande maestro, autore di quel capolavoro che, come dici tu, è la “Tregua”. “Requeim per un’ombra”, ripensandoci, è anche un libro fatto di altri libri che ci sono rimasti addosso e durante la scrittura sono venuti fuori, a volte con un nome, altre un dettaglio, a volte qualcosa di più. È che siamo intrecciati ai libri che abbiamo letto, impigliati nelle maglie di quella rete che è la grande letteratura, quella di Benedetti appunto, che ti lascia a bocca aperta e scava una nicchia dentro il lettore, annidandosi per sempre tra lo stomaco e il cuore.

 

-Nonostante l’ambientazione un po’ cupa avete scritto un grande romanzo sulla tenerezza, vero? Un romanzo sulla fuga dalla felicità, sulla negazione dell’amore, sulla bugia che prima o poi tutti ci diciamo una volta nella vita: “Forse mi basto…”

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È vero, anche se molto, troppo lusinghiero. Forse la tenerezza è l’antidoto ai giudizi affrettati, o magari ai giudizi in generale. Forse più semplicemente bisogna essere disposti a correre qualche rischio. È bello bastarsi, una magnifica bugia che sembra vera e di fatto lo è finché dura. In fin dei conti è la storia di Puglise, troppo impegnato a far finta di star bene, troppo spaventato dal dover aver bisogno di qualcuno, affezionato solo a un impermeabile ridicolo che non è neanche più così impermeabile come prima.  Ma a volte è bello bagnarsi, camminando sotto la pioggia. O magari ballando come Fred Astaire. E cantando come Fred Buscaglione.

La prima intervista su “Requiem per un’ombra”

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