di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

 

17141022_10212831145522101_1077737673_nSiamo tutti cittadini di Holt.
Qualche settimana fa ci fu detto ‘come librai siete due perfetti sconosciuti nel mondo dell’editoria’. La cosa ci fece molto sorridere, e per settimane abbiamo parecchio giocato sui social, con grande autoironia. Dovevamo organizzare una serie di incontri molto fitti con autori per nulla sconosciuti, tanto per dire due nomi come Paolo Cognetti e Paolo Nori. Poi, a bocce ferme, abbiamo riflettuto meglio, e in fondo abbiamo pensato che noi c’entriamo davvero poco con certe dinamiche editoriali e che col mondo dei libri e dei lettori preferiamo avere approcci di tipo diverso. Nella settimana in cui un libro come “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf si piazzava ai primissimi posti delle classifiche di vendita, noi che viviamo di sola editoria indipendente e siamo i guitti dei libri (quelli che si travestono da vaccari per l’uscita di “Crepuscolo” e da Donna Summer e il presentatore Elegantissimo per il battesimo di un altro libro), non potevamo essere da meno questa volta per festeggiare un traguardo importante per tutto il mondo dell’editoria indipendente. Coi libri ci siamo sempre divertiti e vogliamo continuare a farlo provando a togliere da sopra la polvere che si accumula con presentazioni stantie che hanno perso ogni freschezza e interesse. Sabato 4 marzo ai Diari abbiamo escogitato una delle nostre, dovendo ospitare Fabio Cremonesi, il traduttore italiano di Kent Haruf, che insieme all’editore Alberto Ibba doveva raccontare ‘Le nostre anime di notte’, ultimo libro in ordine di tempo pubblicato da NN Editore dello scrittore americano morto nel 2014. Così abbiamo deciso di travestirci come i due protagonisti del libro, andare alla ricerca spasmodica di abiti della contea di Holt, Colorado,per poi fare una lettura animata di alcune pagine del libro. La libreria piena, come qualche lettore ha detto, al limite del lecito, e con il rischio di esaurire tutto l’ossigeno presente e io e Alice, i due librai sconosciutissimi, a leggere in un grande silenzio di attenzione. Mi sono emozionato a leggere e recitare quel ruolo di un vecchio settantenne dentro una storia parecchio emozionale. Ma è stato anche in quell’istante che ho capito,tra un applauso e un sorriso per la nostra goffaggine, che se si decide di suggerire e regalare belle Storie ai lettori in quella modalità e se poi si esaurisce anche tutta la pila del libro che presenti, tanto vale restare librai sconosciutissimi!

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I fatti narrati nel libro si svolgono negli Stati Uniti, siamo sempre nella cittadina immaginaria di Holt, in Colorado, in un ambiente rurale come per tutta la Trilogia della Pianura con “Benedizione”, “Canto della Pianura” e “Crepuscolo”. Qui un giorno Addie Moore rende una visita inaspettata al vicino di casa, Louis Waters. I due sono entrambi in là con gli anni, vedovi, e le loro giornate si sono svuotate di incombenze e occasioni. La proposta di Addie è scandalosa e diretta: vuoi passare le notti da me? Inizia così una storia di intimità, amicizia e amore, fatta di racconti sussurrati alla luce delle stelle e piccoli gesti di premura. Ma la comunità di Holt non accetta la relazione di Addie e Louis, che considera inspiegabile, ribelle e spregiudicata. E i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto. images

Le storie di Holt raccontate da Ken Haruf hanno innescato in libreria una piacevolissima discussione con un pubblico attento e partecipe. Si è parlato del ruolo del traduttore ma anche che quando parliamo di scrittori americani e stranieri, parliamo di una minima parte di quelli che conosciamo e vengono tradotti e che spesso per inspiegabili scelte editoriali si rimane orfani di grandi autori. Mentre Cremonesi spiegava ho pensato che il nostro campo di conoscenze rimarrà sempre ristretto e la mia mente con le sue associazioni è corsa ad esempio ad un altro libro che ho molto amato ed ambientato sempre nell’America rurale, si tratta de “Il viaggiatore oscuro ” di Josephine W. Johnson (Del Vecchio editore, traduzione di Stella Sacchini). Qui viene raccontato di un giovane schizofrenico e solitario e silenzioso, che viene da una casa inospitale, da un padre aggressivo e una madre debole, dal costante paragone con un fratello, morto in guerra, orgoglio dei genitori ed esempio di tutto ciò che Paul non è ma dovrebbe essere e da quella casa scappa, rifugiandosi dallo zio Douglas. Nella casa calda e accogliente dello zio e di sua moglie Lisa e dei loro tre figli, Paul pur di non farsi sopraffare dalla malattia,si apre con fiducia agli altri e al mondo, godendo di ogni sua bellezza attraverso la fotografia. Anche Josephine W. Johnson viene tradotta in Italia per la prima volta con questo libro. Nata nel 1910, morta alla fine degli anni ottanta un premio Pulitzer vinto a soli 24 anni, molti romanzi scritti, romanzi di successo in America, eppure noi non ne sapevamo nulla.

L’esempio di scrittori del calibro di Kent Haruf e Josephine W. Johnson ci dovrebbe far riflettere molto sul ruolo delle case editrici, ma anche dei traduttori. Una buona casa editrice dovrebbe saper fare ricerca e sperimentazione e come un segugio scovare e proporre storie belle e importanti. Leggere è importante, ma è ancor più importante cosa leggere e imparare qualcosa da quel che si legge. Non solo gli editori e i traduttori devono andare alla ricerca di opere sconosciute, ma anche i lettori devono avere questa curiosità di entrare in una sfera conoscitiva del mondo dei libri nuova e sorprendente e proporla attraverso un semplice post sui social, un pezzo su un Blog e via discorrendo. Diventa necessaria la ricerca ma fondamentale anche la divulgazione di quello che si scova.

download (1)Prendiamo lo scrittore di “Partigiano Inverno” (Nutrimenti edizioni), Giacomo Verri. Da alcune settimane, sta portando avanti sul suo blog seguitissimo un vero e proprio “Dossier Haruf” per far conoscere l’opera dello scrittore americano. Si tratta di una vera e propria raccolta di contributi critici di spessore tutti dedicati all’opera di Kent Haruf, dalla Trilogia della pianura a “Le nostre anime di notte”. Anche a me è stato chiesto di dare il mio contributo. Oltre a me e alla mia socia Alice, hanno scritto pezzi interessanti lo stesso Giacomo Verri e Gianluigi Bodi e la padronessa di questo Blog che mi ospita Giuditta Casale e Anna Vallerugo e altri spero ne seguiranno in una sfilata di esperienze di lettura davvero unica che vado a proporvi in questo zainetto.

Incontro di anime sotto le coperte per farsi compagnia di Antonello Saiz

Ci è stato chiesto da Giacomo Verri di fare una recensione per il suo blog su Le nostre anime di notte di Kent Haruf, libro appena pubblicato dalla casa editrice NNE. Fare una recensione a quattro mani non è semplice e neanche tanto immediato. I vantaggi però di scrivere un pezzo in due sono molteplici: intanto ci sono due teste e sono meglio di una, soprattutto se sono due teste pensanti. Le idee e le suggestioni, in questo modo, non sono il doppio, ma si moltiplicano. Uno lancia un’idea, l’altro risponde e rilancia; uno dei due magari ha più fantasia e l’altro ha più tecnica e disciplina e proprietà di scrittura, uno è prolisso e l’altro è stringato, uno mette gli aggettivi e l’altro li toglie. Qui proviamo a raccontare di Holt e di quello che ha rappresentato per noi, che di mestiere facciamo i librai. Lo faremo perciò attraverso le nostre singole impressioni.

Dopo la Trilogia della Pianura ecco aggiungersi il libro testamento scritto prima di morire dallo scrittore americano Kent Haruf. Con Le nostre anime di notte (Trad. di Fabio Cremonesi) siamo sempre a Holt, piccola cittadina immaginaria del Colorado nella quale abitano anche Addie e Louis, due vedovi in là con gli anni pronti a interrompere la solitudine verso cui sono destinati con un gesto rivoluzionario. Su proposta iniziale della donna, i due decidono di condividere un letto quando cala la notte perché comprendono che farsi compagnia è una necessità umana innegabile. Quelle mani che di notte stringono mani, quel calore nello sfiorarsi, quei piccoli gesti premurosi e quei racconti sussurrati come un canto alla luna sono la loro rivincita sul tempo che corre e scappa di mano, sono la loro risposta alle rispettive infelicità, sono l’unico antidoto che conoscono alla solitudine. Io ho molto pianto nel leggere in anteprima questo libro, e ho pianto anche nel buio della sala al Teatro Franco Parenti, domenica 12 febbraio, nell’ascoltare la voce di Lella Costa o vedere la goffaggine di Gioele Dix, perfetti nei ruoli di Addie e Louis nei brani selezionati per la presentazione ufficiale del libro. Mi ha provocato brividi a pelle sentire, poi, Cathy Haruf, la moglie dello scrittore scomparso nel 2014, dire “talvolta occorre diventare ciechi per imparare a vedere”.

Con la limpidezza asciutta del suo stile anche questa volta Kent Haruf è riuscito a raccontarmi i piccoli gesti della quotidianità di gente semplice facendo diventare poetica e sacra la semplicità assoluta di un panino e un bicchiere di latte. Leggendo il libro mi sono chiesto quale condizione esiste più logorante della solitudine, soprattutto se non è cercata ma imposta dagli accadimenti della vita? Bisogna averla attraversata quella solitudine e quel dolore provocato da certe assenze per riuscire a capire fino in fondo la proposta spregiudicata di Addie e la scelta di Louis nell’accettarla. Solitudini di esistenze semplici. Ma di fronte a quella sensazione del sentirsi inutili ad una certa età si decide con prepotenza di rimettersi in gioco. Si decide di tornare a sentirsi voluti bene a prescindere, a sentirsi ascoltati e rispettati pure nei propri silenzi. Questo permette a quei due corpi di avvicinarsi nella notte e incontrarsi, cercando in tutti i modi di non fare del male a chi vive intorno a loro. Ma come in tutte le piccole comunità, dove il pettegolezzo e la malevolenza diventano una forma di controllo sociale, anche qui, ad Holt, le cose non vanno come vorresti. Una storia intima d’amore e un romanzo che riesce a trasmettere emozioni forti con la semplicità di poche parole essenziali. Da leggere necessariamente.

Scrivere è tenere a bada la morte di Alice Pisu

È tutto in quella scena, in fondo, mi sono detta dopo aver ripreso in mano il libro a distanza di poche ore dalla presentazione affollata al Teatro Parenti di Milano con Cathy Haruf. È in quelle righe iniziali, in quel percorso senza fretta tra olmi e bagolari sul ciglio della strada fatto da Addie Moore per arrivare a casa di Louis Waters e chiedergli, con estremo candore, di passare le notti insieme, a parlare. È quella scena a rendere Le nostre anime di notte diverso da ogni altro romanzo contemporaneo. La capacità di restituire, con pochi tratti essenziali e dialoghi timidi, l’attesa che si può ancora vivere dopo i settant’anni, quando si crede di non potersi più concedere alcuna gioia, specialmente se vedovi e soli come lo sono loro, due anime di notte in cerca di una coperta per condividere la solitudine. Perché le notti sono la cosa peggiore.

Non riesce a chiederglielo subito, Addie, l’imbarazzo è grande, ma dopotutto non ha niente da perdere, non potrà sentirsi peggio di come già si sente. Louis è timido, impacciato, non si aspettava una richiesta simile alla sua età. Rimane in silenzio per un po’. I silenzi sono la componente fondamentale dei dialoghi di Haruf, perché rendono quei sentimenti di attesa, le perplessità, gli spazi del vuoto, delle domande rimaste mozzate in gola, e poi, lasciate scorrere d’un fiato. Ormai nessuno, in fondo, ha più niente da perdere.

Riprendo in mano Le nostre anime di notte e lo leggo di nuovo, mentre risuonano nella mia testa le parole di Andrée Ruth Shammah che, nell’accogliere il pubblico in quella che è la sua casa, il Teatro Parenti, con il filo di voce che le è rimasto dopo un’operazione alle corde vocali definisce quel libro, tendendolo verso l’alto, “un regalo che la vita ci fa”. Mi sono detta che in fondo non ci sarebbero parole migliori per definirlo.

Torno per strada tra quelle pagine, mi infilo su quella Highway 34, tutto sembra essersi fermato, tutto è piatto e spoglio ad eccezione dei frangivento e degli alberi sul ciglio della strada e di quel supermercato che troneggia con le sue luci e gli scaffali colmi di quei cibi in scatola che scandiscono i giorni di chi è vecchio e solo. La gente si sposa e muore senza destare clamore, a Holt, seguendo sempre quei modelli imposti da cui sarebbe disdicevole smarcarsi. Però può anche succedere che qualcuno, di notte, pensi che in fondo le apparenze, specialmente dopo i settant’anni, non siano poi così importanti davanti alla possibilità di trascorrere gli ultimi anni di vita in un modo quanto più vicino possibile alla felicità. È un’illusione, in fondo, ma perché privarsene? Non si potrà stare peggio anche dovendo fallire.

Allora quelle vite svuotate da incombenze e gioie possono riempirsi di nuovo di qualcosa, di tenerezze, di lunghe chiacchierate a parlare della giornata, di preoccupazioni per un figlio che si sente un fallito, di un paio di birre in cucina prima di salire in camera. Sotto quelle coperte, anche a settant’anni, ci si può sfiorare appena sotto la luce fioca dell’abat-jour e, con estremo candore, magari si può anche scoprire di essere casa per qualcuno.

In fondo la felicità o la sua illusione sono momenti fugaci che sembrano istantanee, un cane vecchio e malandato con cui giocare, un nipote di cui prendersi cura, un compagno con cui la vera intimità è quella della mente, sotto le coperte nella notte o in una sera qualsiasi nel bosco sotto le stelle.

Anche quando si è caratterialmente inadeguati a gestire un vuoto che non si può riempire di nulla, un vuoto che sa creare distanze incolmabili e si crede che non resti che adagiarsi a una vita cortese e tranquilla, anche allora ci può essere spazio per una breve illusione. “Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare che capiti a tanti, forse proprio a nessuno. È sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se questo non vale per noi”.

Cosa rende così diversa da tutto il resto la scrittura di Haruf? Certo il suo tratto essenziale, una struttura imperniata quasi unicamente sui dialoghi e pochi personaggi, ma c’è di più, è in quel filo dell’attesa, nelle domande che lascia in sospeso in attesa che sia il lettore a rispondere. Esiste davvero la possibilità reale di seguire ciò che davvero si vuole fare, concedersi, cedere ai propri sentimenti e capire quale direzione si vuol prendere nella vita anche se vecchi e soli?

Ecco perché nonostante le tante affinità che si possono intravvedere con Faulkner o McCarthy, ci sono spazi in cui Haruf è semplicemente paragonabile a Haruf. Perché il mondo a cui Haruf dà vita è quello dove sono solo gli emarginati, gli esclusi, i non allineati al perbenismo ad avere davvero qualcosa da dire, a lasciare un segno. Sono loro in fondo gli unici veri puri di spirito, come Addie e Louis ma anche come Dad, o come i due anziani fratelli allevatori McPheron. E in quella elegia della classe media e delle sue fragili certezze, come l’ha definita il traduttore Fabio Cremonesi, non posso che calarmi anch’io nella dimensione di quelle due anime sole, Addie e Louis, e sperare assieme a loro che forse, per una volta, le cose potrebbero cambiare il loro corso, anche in una realtà provinciale e gretta come Holt.

Leggo quelle pagine e mi sembra di vederlo ancora una volta curvo su quello scrittoio, Haruf, mentre nel gabbiotto in cui concepì anche la Trilogia di Holt si concede stancamente qualche ora ogni mattina con estrema disciplina, davanti a una tazza di tè.

Sa di avere poco tempo, e allora non resta che lasciar scorrere l’inchiostro e far incontrare quelle due anime nella notte, ancora una volta. Legge un po’ di Faulkner, qualche pagina di ?echov, e continua a scrivere, deve farlo, deve terminare quella storia tenera e triste.

Penso alle parole di Cioran, al suo stupore nel guardare alla morte, nel pensare che nonostante lo scorrere del tempo, essa possa conservare tutta la sua freschezza. L’inizio e la fine, andare verso la vita, come in Canto della pianura, o procedere inesorabilmente verso la morte con Dad, in Benedizione, fermarsi ad assaporare i pochi momenti di purezza che a volte la vita regala, in Crepuscolo.

Tra il viaggio e il ritorno, si compie l’avventura, e quando il ritorno è vicino non resta che scrivere e fermare i momenti, con l’illusione di renderli eterni.

Tra le pareti di un gabbiotto si può essere ovunque, ancora meglio se con un berretto calato sugli occhi per scrivere senza curarsi della sintassi, perché talvolta occorre diventare ciechi per imparare a vedere. È così che si tiene a bada la morte.

 

Kent Haruf: la semplicità che arriva dritta al cuore di Gianluigi Bodi

Il nocciolo è questo: Kent Haruf ha raccontato una storia d’amore osteggiata. Tutto qui. Semplice, diretto, oserei dire genuino. Semplice e non sempliciotto, semplice e non banale.

Quella tra Addie e Louis è una storia d’amore che sboccia tardi, sboccia sul viale del tramonto, quando i due hanno già superato i settant’anni. Una storia d’amore che a rigor di logica non dovrebbe urtare nessuno, eppure non è così. C’è qualcuno che desidera mettere i bastoni tra le ruote e far naufragare il tentativo di due persone di essere felici. C’è qualcosa di meschino anche a Holt, pare.

Ormai lo sappiamo tutti, Kent Haruf ha scritto questo libro (Le nostre anime di notte, NN, trad. di Fabio Cremonesi) con la morte che aleggiava sopra la sua testa. Ha messo il punto finale e la malattia che lo stava perseguitando lo ha ucciso.

Non dobbiamo mai dimenticarcene. Quello che Haruf ha consegnato alle stampe è un vero e proprio testamento. Un regalo per i lettori, ma soprattutto per la moglie, discreta compagna di lunghi decenni. Ma al di là del significato ultimo de Le nostre anime di notte, ciò che Haruf ha prodotto perseguitato dalla fine non è altro che un esempio lampante di quanta bravura avesse come scrittore. Il suo essere diretto che è anche uno dei motivi per cui ci è piaciuta così tanto la Trilogia della pianura in questo libro è accentuato. La struttura stessa ce lo spiega. Brevi capitoli, a volte di una pagina scarsa. Ma anche lo stile ha risentito di questa urgenza espressiva. Dialoghi scarni che vanno dritti al punto, descrizioni minime e sufficienti a delineare un contesto d’azione. Sembra quasi che Haruf abbia scritto l’essenziale e l’essenziale è semplicità. Perché quando sai che il tuo tempo è contato tendi a volerti circondare da ciò che hai più amato. Il superfluo perde ogni importanza, le cose per cui litigare sono ridotte al minimo. La struttura sociale viene privata di ogni fronzolo, rimane solo uno scheletro, un’impalcatura sociale ridotta al minimo. Ecco perché Haruf ci ha e si è riportato ad Holt. Doveva fare in modo che lui e noi potessimo dire addio.

Il suo diventa dunque un elogio al semplice. Un elogio a quanto di più puro e fondamentale ci sia. Il rapporto tra le persone, sia esso d’amicizia o d’amore. La relazione con il prossimo, il nostro essere anche in quanto parte di un ingranaggio più grande di noi. Quando si tolgono tutte le sovrastrutture che rischiano di appesantire un testo, quando si arriva direttamente al punto, ecco che non rimane altro che l’indispensabile. Per scrivere in questo modo, per togliere fino all’osso e regalare un libro emozionante bisogna essere dei narratori eccezionali.

E allora a noi non resta che seguire la storia di Addie e Louis, una storia che forse si piega e non si spezza. Non resta che immaginarci Kent e la moglie Cathie distesi a letto al buio della notte mettersi a nudo con le parole e cercarsi con le mani sotto le lenzuola.

E credo che alla fine, anche il motivo per cui il pubblico italiano ha adorato l’opera di Kent Haruf sia molto semplice. Credo che il lettore abbia bisogno di rifugiarsi all’interno di una comunità, che abbia bisogno di essere circondato da certi valori di cui magari ha sentito parlare dal nonno e che ormai sono andati irrimediabilmente perduti. Il lettore ha bisogno di sapere che esiste una speranza, un mondo migliore, più a misura d’uomo. Un mondo in cui le persone hanno un legame che va al di là della parentela, un mondo in cui i sentimenti genuini e, ancora una volta, semplici hanno ancora un valore. Quando la famiglia di Gene va allo sbando e lui porta il figlio dalla nonna è grazie a Addie e Louis che il piccolo riesce a percepire l’importanza dei legami emotivi. È grazie a loro se si allontana dalla tirannia del telefonino. Ecco perché il lettore ha amato Haruf o forse, ecco perché l’ho amato io. Avevo semplicemente voglia di sperare che potessero succedere ancora cose meravigliose. Semplice.

Un’ultima cosa. Mi avevano detto che avrei pianto e mi sarei arrabbiato leggendo Le nostre anime di notte. In realtà non è stato così. In realtà ho mantenuto un sorriso lungo centosessantadue pagine. Perché anche se mi rendevo conto delle piccole imperfezioni, degli spigoli che andavano smussati, della corsa a perdifiato per arrivare alla fine, anche se batteva incessante lo scorrere del tempo tiranno, non ho potuto fare altro che sorridere pensando all’ultimo regalo di un grandissimo scrittore ad un devoto ammiratore.

Da persona semplice a persona semplice. Grazie.

La cognizione del tempo delle anime di notte di Giuditta Casale

Ero già stata una volta ad Holt, leggendo Benedizione, e ho voluto contenere la smania di tornarci, per continuare a rimasticare le sensazioni che il libro mi aveva donato. Perché la scrittura di Haruf, con la sua aurea mediocritas arriva diritta al cuore come un dono, inatteso ma a lungo sperato.

Ho colto dunque al balzo l’occasione di tornare a Holt con l’ultimo romanzo del grande scrittore americano, sempre tradotto da Fabio Cremonesi e sempre pubblicato da NNE. Un vero ritorno, dunque, per il lettore: che ritrova la stessa voce del traduttore, e per me è un dono straordinario poter leggere l’opera dello stesso autore nella medesima traduzione, perché ho così la possibilità di appurare differenze e discrepanze stilistiche riconducendole con una pressoché assoluta certezza all’originale e non alla traduzione. Come è fondamentale ritrovare la stessa casa editrice, per rinnovare il senso di ritorno nell’impaginazione, nel lettering, nelle decisioni tipografiche. Per uno scrittore come Haruf, in cui i dialoghi hanno una valenza fondamentale, trovarli stampati allo stesso modo in ogni romanzo, senza alcun segno distintivo che li evidenzi, credo che sia sostanziale per sancire un ritorno in luoghi cari. E questo è solo uno dei tanti esempi che potrei fare sulla cura e l’attenzione editoriale della casa editrice milanese.

Il protagonista assoluto di Le nostre anime di notte è il tempo. Un tempo che si trasforma nella narrazione. Dapprima tempo della solitudine da sfuggire con un espediente insolito e insospettato, qual è la richiesta di Addie Moore, di passare insieme le notti, rivolta a Louis Waters, il vedovo che abita a un isolato di distanza con il quale non ha mai intrattenuto nessun tipo di rapporto, se non quello cordiale e distante di essere amica della moglie:

Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?
Louis sembra riluttante, e invece è solo il desiderio di non essere precipitoso, poiché da subito passare la notte con Addie diventa la cosa più importante delle sue giornate e ciò che maggiormente gli interessa nella vita. Quello che gli rimane della vita. Perché Addie e Louis sono anziani, ma il loro incontro dilata la percezione del tempo, arricchendolo di aspettative e speranze:

Non abbiamo fretta, disse lui.

No, prendiamoci il tempo che ci serve.
La loro relazione non fa del male a nessuno. Entrambi vedovi e soli, i figli adulti e lontani. Eppure gli altri cominciano a parlare di loro, a metterli in discussione, a chiedere ragioni, alcuni persino a sperare che possa capitare anche alla propria solitudine di trovare un ristoro simile. La loro relazione comincia a fare del bene, non solo a loro stessi ma alla comunità, o almeno a quella parte della comunità che sa tenere le cose piccole e impercettibili che accadono nella giusta considerazione. Qui, mi sembra, che Kent Haruf cominci una sottile sovrapposizione “metaletteraria” tra la storia dei due anziani, la sua produzione letteraria e in generale la propria vita. I libri di Kent Haruf fanno bene, nella loro delicatezza, a quei lettori che sanno riconoscere il bene nei gesti piccoli, che sanno godere dell’inatteso, che sanno meravigliarsi.

Addie ha una percezione del tempo, il proprio tempo, molto netta e decisa:

Ho intenzione di godermi le nostre notti insieme. Finché dureranno.
Una piccola crepa comincia a serpeggiare lungo la dorsale del loro incontro. Il tempo mostra la finitudine, in una concezione struggente e sentimentale, perché non è un termine determinato, e la sua indeterminatezza accresce la nostalgia e la malinconia, non rispetto a quello che è stato, ma rispetto a ciò che è.

Nella vita della coppia irrompe un bambino di sei anni, il nipote di Addie, Jamie, parcheggiato a casa della nonna per i problemi di coppia dei genitori. Gene, il figlio di Addie, le impone la presenza del bambino senza darle possibilità di scelta, con arroganza e spavalderia. Quando la donna dà la notizia a Louis, la prima reazione dell’uomo riguarda il tempo, la durata della loro relazione:

Immagino che per noi sia la fine, commentò lui.
Invece per la coppia è un nuovo inizio, il bimbo li ringiovanisce, li spinge a fare esperienze nuove, a essere quello che come genitori forse non sono mai stati. Jamie è una restituzione, sempre in termini di tempo. Un ritorno al passato, rimanendo nel presente. Sembra davvero che il tempo si sia fermato in un presente sospeso, immobile, tranquillo, ricco di emozioni e occasioni.

Chi si sarebbe aspettato che a questo punto delle nostre vite potesse capitare una cosa del genere. Chi l’avrebbe mai detto? Per noi le novità e le emozioni non sono finite. Non siamo diventati aridi nel corpo e nello spirito.
È l’interpretazione di Addie alla propria storia, in un passo fortemente emblematico del racconto, in cui Haruf svela in maniera esplicita il livello metaletterario che è sotteso in più punti del racconto, facendo discutere i protagonisti su uno spettacolo teatrale tratto da Benedizione. Ma non è semplice divertissement. Attraverso i suoi personaggi Haruf sottolinea la particolarità di Le nostre anime di notte all’interno dei libri sulla contea di Holt.

La nostra storia non è più improbabile di quella dei due vecchi allevatori di bestiame.

Però è un’altra cosa.
Fabio Cremonesi nella bellissima Nota del traduttore si concentra sull’urgenza presente nel libro, da cui anche il bimbo sembra influenzato, aderendo alla poetica di “prima che sia troppo tardi” in cui sono imbrigliati i protagonisti. La Nota presenta un’interpretazione fascinosa, che mi ha guidato nel ripercorrere le mie impressioni di lettura e che mi ha suggerito punti e passaggi su cui soffermare l’attenzione. Le discrepanze tra il mio sentire e gli spunti interpretativi offerti dal traduttore raccontano la meraviglia di un testo come “Le nostre anime di notte” che interloquisce con la parte più profonda del lettore, adattandosi a letture plurime e variegate.

Sono i giovani che hanno urgenza ed emergenze, a mio avviso, mentre agli anziani è data una cognizione più piena del tempo. È Jamie che chiede ragguagli sui topolini cresciuti che hanno abbandonato la scatola in cui erano custoditi e accuditi:

Non li vedremo più?
E Louis risponde con la saggezza dell’età, che con il tempo non ha più debiti:

Probabilmente no. Potremmo vederli in giardino oppure fuori, intorno al garage, lungo qualche muro o accanto al capanno. Dovremo guardare bene.
Ecco il dono che il tempo riserva ai due anziani, e di cui è invece privo il fanciullo e con lui gli adulti: la capacità di guardarsi intorno con attenzione e cura e di scorgere la vita che continua il suo corso.

Lo stesso dono che la scrittura di Kent Haruf fa al lettore, che ribadisce ancora una volta quella sovrapposizione metaletteraria tra la vicenda narrata e la poetica dello scrittore.

È nel passato che Louis e Addie hanno vissuto l’urgenza e l’emergenza, l’onda del dolore e delle frustrazioni, le speranze tradite e i compromessi dolorosi, le scelte inevitabili e i tradimenti del destino.

La scelta di Addie nei riguardi di Louis e del tempo da trascorrere insieme, per quanto lacrimosa e dolorosa, è una scelta di pienezza giocata sulla piena consapevolezza del tempo:

Ma non posso aspettare tutto quel tempo. Potrei essere già morta. Non posso perdermi questi anni con lui.
Non sarà una rinuncia, ma un compromesso. Un nuovo inizio, un ricominciare.

L’eredità di Le nostre anime di notte è nella consapevolezza di un tempo che ha perso la sua frenesia, che guarda al passato senza commettere gli stessi errori, che sa apprezzare ciò che accade senza sentire la veemenza di mordere le occasioni o la furia di possederle.

Anche nel momento più difficile della loro relazione, i due riconoscono tutto il bello che c’è tra di loro e che niente e nessuno potrà negare, neppure la fine:

Mi hai fatto bene. Cos’altro si potrebbe desiderare? Rispetto a com’ero prima di stare con te, sono una persona migliore. È merito tuo.

Oh, non hai smesso di essere gentile con me. Grazie, Louis.
La riflessione sul tempo di Haruf non è lineare, somiglia alla bonaccia, che nasconde sotto l’apparente calma della superficie, inquietudini e contraddizioni. C’è il pianto e il dolore, la delusione e la frustrazione, l’incombenza della morte. Ma anche, e soprattutto, la perseveranza di vivere il tempo come presente, nell’illusione che ci sia ancora tempo

come quando abbiamo cominciato a vederci. Come se avessimo ricominciato.
Non è un caso che a Holt non ci sia il mare, che spesso è burrasca e tempesta, senza però rinunciare all’acqua e al suo potere di purificazione e ristoro. È acqua tranquilla, cheta, ma a suo modo vitale e rigenerante, come quella del “torrente Chief Creek, a est di Holt, lungo la Highway. Il torrente era poco profondo e aveva il fondale sabbioso; sulle rive, sotto i salici, crescevano l’euforbia e un prato rasato dalle mucche al pascolo”.

Ed è proprio sulle rive di quel torrente che Addie e Louis si mettono a nudo, scoprendosi sazi e un po’ appesantiti. Sazi del tempo presente vissuto insieme, appesantiti dalla vita e dai rispettivi vissuti.

Sentivano la corrente spingere lingue di sabbia sotto di loro.
È l’inquietudine, che serpeggia nella corrente, ma non li travolge, resta sotto di loro, silente anche se non scevra di conseguenze.

Sul retro della copertina di Le nostre anime di notte si legge:
Questo libro è per chi è stato ad Holt e non vede l’ora di tornarci, ma è soprattutto per chi, a Holt, non ci è ancora mai stato.
Tornare a Holt, e attraversarla di notte, con la chiara percezione della finitudine del tempo, ma senza lasciarsi sommergere dallo stesso, è stato un dono grande, e mi piace credere che Kent Haruf abbia abbandonato Holt con la stessa sensazione con cui io ho terminato la lettura del romanzo, nella convinzione che sarebbe stato come un ricominciare, pur nella consapevolezza che

C’è un tempo e un luogo per ogni cosa.

L’America minore e universale di Kent Haruf di Anna Vallerugo

Giacomo Verri, uno scrittore che stimo particolarmente, mi ha chiesto un contributo su Kent Haruf (invitandomi così a nozze): ringraziandolo, gli ho inviato questa piccola nota.

Tanto si è scritto sulla trilogia di Haruf, entrata di diritto nel novero dei classici moderni: sulla grazia salvifica che la attraversa, la lingua scarnificata, piana ma incantatoria – resa magnificamente nella traduzione di Fabio Cremonesi -, la piccola contea di Holt-mondo, i suoi personaggi amatissimi. E sugli equilibri familiari inattesi, nutriti di amore puro e di gesti piccoli ma pieni di significato, carezze per l’anima. Come avevo scritto, tra gli altri, anch’io, (per chi volesse, qui) chi ci è entrato nel cuore sono uomini, donne e bambini “protagonisti di storie piccole, di fragilità e resistenza, in un microcosmo inventato e universale in cui ci riconosciamo tutti almeno un po’ (sul modello probabilmente di Faulkner, a cui Haruf dichiarava di dovere tanto, che aveva creato un’intera contea nella saga di Yoknapatawpha) fatto di cucine vissute, capanni degli attrezzi, tettoie metalliche. Dove ci si incontra o si decide di lasciarsi vicendevolmente spazio, pur restando presenti, o ancora semplicemente ci si sfiora. E’ materia delicata, questa, di sentimenti puri, e di silenzi, tanti.”

Così scrivevo di Crepuscolo, dove si percepiva tutta la resistenza alla parola, per esempio, dei due fratelli McPheron, gli anziani allevatori avvezzi a viversi accanto in un dialogo fatto di soli gesti, che avevano accolto nelle loro solitudini anche la piccola Victoria Roubideaux, incinta e cacciata di casa, ricostruendo un nucleo familiare anomalo ma solido e vero. Scoprono il proprio limite, i due fratelli, nell’inadeguatezza della parola trattenuta: pagine in cui Haruf eccelle, riuscendo nel miracolo della resa su pagina proprio dell’inciampo, del taciuto.

Poi però, inatteso, cambia rotta Haruf e ne Le nostre anime di notte (per chi volesse, ne avevo scritto anche qui, ci stupisce con una vicenda costruita invece in forma dialogica: ci rende partecipi del nuovo corso di vita dei vicini di casa Addie e Louis, in non più giovane età, che rinunciano, questi, ai silenzi e decidono invece di ”attraversare le notti insieme”, parlando.

Ma la sua bravura non ha cedimenti. Riesce anche così a restituirci pienamente ogni minimo sommovimento emotivo nell’aprirsi – cauto, graduale, che si prende il giusto tempo – all’altro, Haruf, e a conservare intatti, puri, quel senso di pudore holtiano e di rispetto profondo che ci attendiamo da lui anche in questa nuova forma di lingua esplicitata, di confidenze notturne a ricostruire vite intere – di Addie e Louis, ma anche delle famiglie e della comunità che gravita loro attorno, un’America minore e universale -: per il nostro piacere di lettori, in schiera sempre più folta, che continuiamo a ringraziare NNEditore per la scelta davvero felice di averci “portati” tutti nell’inattesa grazia della contea di Holt.

 

Kent Haruf o la naturalezza dell’inevitabile di Giacomo Verri

La calorosa accoglienza riservata a Crepuscolo (NN, pp. 317, € 18, trad. Fabio Cremonesi), ultimo tassello della Trilogia della pianura dello statunitense Kent Haruf (1943-2014), arriva a sancire la forza di un autore oggetto di postumi entusiasmi, e di un piccolo editore che incorna, con libri di pregio, le classifiche ingorgate dai soliti noti.

Siamo ancora a Holt, immaginaria cittadina del Colorado. E ancora la prima manciata di volti è quella che ha reso indimenticabili le pagine di Canto della pianura: si tratta di Victoria Roubideaux, ragazza-madre cacciata di casa, e dei fratelli Harold e Raymond McPheron che l’accolgono con dolcissima rudezza. Ritroviamo la giovane e la sua bimba, Katie, ritroviamo i fratelli alle prese con un nuovo cambio di rotta: Victoria deve costruire un futuro a se stessa e a Katie. Parte per Fort Collins, parte per l’Università; è la cosa giusta, anche se i due anziani sanno che quando non ci sarà più vagheranno “come vecchi cavalli da lavoro sfiniti”.

Invece le cose non andranno così: chi ha appreso a commuoversi con e per i McPheron del Canto ora piangerà la morte assurda e improvvisa di Harold; la luce vien meno, lo dice l’esergo di Henry F. Lyte: “Resta con me! Scende il Crepuscolo; / L’oscurità si addensa; Signore, resta con me”. Il vento vortica sulle zolle di letame, l’aria s’impregna di richieste d’aiuto, maggiori, diverse da quelle degli altri romanzi. A Holt la gente è generosa, se c’è da prestare le braccia per un lavoro, o una spalla ove piangere nessuno o quasi si tira indietro. Ma in questo Crepuscolo dalle tinte a mezzo c’è qualcosa d’altro, non il burbero altruismo del Canto, non la malinconica pietas di chi accompagna la morte di Dad Lewis di Benedizione (che chiude la Plainsong trilogy sebbene in Italia sia stato tradotto come primo pannello): il procedere verso l’Altro – che è costante in Haruf –, il senso di fratellanza sembra qui scolpito in un’altra pietra, diversa per la terza volta, e per la terza volta suscitante il nostro stupore per quei fatti della vita che ci pare di sapere a memoria e che, tuttavia, a dirli da capo, e come li dice Haruf, sembrano ancora inediti.

Per le vie di Holt scopriamo il timbro dell’oscurità invocata all’inizio: è il vuoto nel cuore dei bambini (l’orfano DJ, e poi le sorelle Dena e Emma), è quella “specie di paura alla vista di un adulto che piange”; è lo sguardo sul proprio fratello che muore, è la consapevolezza che “ci sono cose che non si superano mai”. Ma quel che fa la differenza con gli altri quadri di Haruf è, qui, l’occhio che coglie sul nascere la necessaria impotenza a fermare le leggi della vita e della morte, un’impotenza che in Canto della pianura è ancora acerba e in Benedizione sta ormai troppo avanti. È questo, dunque, il Crepuscolo, è lo scoprire, quasi sgomenti, che “quello che ci piace sembra che non abbia nessuna importanza. Le cose stanno così”. I gesti di benedizione caleranno alla fine della trilogia. Ora lo spazio è occupato dalla vita che mostra i miracoli e gli irrimediabili guasti, assieme, che regala un insperato amore al vecchio Raymond McPheron e, contemporaneamente, a due passi da lì, permette a quel figlio di puttana di Hoyt Raines di fare del male, follemente, insensatamente.

C’è pietà senza affettazione, c’è un lume sui gesti quotidiani – Haruf ne è il campione – nella loro precedenza e autenticità; la statura del romanzo misura la leggerezza del dire e il bisogno di opzioni etiche, l’estrema pulizia nel travaglio, quello di Raymond, quello di DJ o delle sorelle Dena e Emma, e la dignità, perfino orgogliosa, nel dolore fisico oltreché psicologico dei piccoli Joy Rae e Richie massacrati di botte dallo zio Hoyt. A Holt, Colorado, c’è un senso della lealtà e uno, anche, dell’ineluttabilità delle cose che dovrebbe far riflettere schiere di filosofi: a qualcuno la sorte regala le gioie d’una ripartenza, a altri apparecchia fuggevoli illusioni che non sono per sempre (come il magico capanno di DJ e di Dena); ma tutti i personaggi di Haruf imparano – e noi con loro – a legare affetti e doveri, a diventar coscienti che, a volte, non resta che reggere il tormento perché “di sicuro non andrà tutto bene”.

Il Crepuscolo è allora uno stato interiore, una richiesta d’aiuto, una domanda di pazienza ma anche il segno dell’incredibile disponibilità umana a accogliere ‘le cose della vita’, una preghiera affinché il dolore trovi asilo tra le braccia di qualcuno, sulla spalla di chi ci è indispensabile.
Nello strano zainetto di Holt questa settimana ci mettiamo dunque oltre a

"Le nostre anime di notte" di Kent Haruf
“Le nostre anime di notte” di Kent Haruf

anche :

"Benedizione" di Kent Haruf, NN edizioni.
“Benedizione” di Kent Haruf, NN edizioni.
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“Canto della pianura” di Kent Haruf, NN edizioni.
"Crepuscolo" di Kent Haruf, NN edizioni.
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"Il viaggiatore oscuro" di Josephine W. Johnson, Del Vecchio editore.
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"Partigiano inverno" di Giacomo Verri, Nutrimenti.
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