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Vediamoci  dal Secco, così gioco in casa!

E in realtà al Secco, graziosa e intima enoteca sui navigli milanesi, ci siamo incontrati davvero con Giorgio Fontana, inaspettatamente, ma in quella occasione non ci fu modo di chiacchierare e potei fargli solo i complimenti per aver dato con “Un solo paradiso”, sempre per Sellerio, per la terza volta di seguito  (anche se come scoprirete nella chiacchierata è al quarto romanzo) prova piena della propria capacità di scrittore. 57974344c9f56b4ad6ce3a24

Riavvolgiamo allora i fili del tempo, e immaginateci in un tavolo appartato del Secco, luci fioche, due calici, che cominciamo a chiacchierare di Alessio e della storia d’amore che lo travolge e che Giorgio Fontana ha raccontato con somma maestria in “Un solo paradiso”.

Dopo aver raccontato un magistrato sul finire della carriera in “Per legge superiore”, (la mia lettura del libro QUI) un magistrato adulto e realizzato sia professionalmente che sentimentalmente con “Morte di un uomo felice”, (QUI la precedente chiacchierata proprio su questo libro) con il nuovo romanzo “Un solo paradiso” arrivi a raccontare la tua generazione, con i suoi aneliti e frustrazioni, il grande amore e l’amara delusione, fino al dissolvimento.

6515-3C’è stato un percorso graduale di avvicinamento anagrafico? In “Un solo paradiso” c’è la volontà di raccontare i tuoi coetanei o invece sono stati i temi dei singoli romanzi a veicolare l’età dei protagonisti, così che nel parlare di un perduto amore non potevi che tornare indietro nel tempo e raccontare la gioventù?

Non c’è stato alcun percorso di avvicinamento cosciente, anche se è vero che i miei tre protagonisti hanno rispettivamente 65, 37 e 30 anni circa. Per quanto riguarda “Un solo paradiso”  nello specifico, volevo tenere il piede in due scarpe. Ovvero: da un lato raccontare un sentimento “eterno”, atemporale – un topos classico come quello dell’amore/disamore – e dall’altro ambientarlo assolutamente nell’epoca contemporanea, anche se appena precedente la diffusione a macchia d’olio dei social media (che avrebbe comportato alcuni problemi tecnici). Mi interessava mostrare cosa potrebbe succedere quando una persona è posseduta da un sentimento così totalizzante e inattuale, proprio in tempi in cui le relazioni diventano sempre più intercambiabili. Secondo Alain Badiou, di fronte a questa temperie o si nega l’importanza dell’amore – e magari lo si ridicolizza – oppure lo si appiattisce in una forma di incontro senza rischi, un contratto che minimizza i dolori da ambo le parti. Ecco, io volevo fare l’esatto opposto: raccontare cosa succede quando il rischio è elevato, le difese sono distrutte, il dolore viene accettato come possibile controparte. Il fatto di avere dei personaggi giovani mi è parso molto naturale, ma non era indispensabile.

 

didoMi esprimo dal punto di vista limitato delle mie letture, ma in “Un solo paradiso” mi è sembrato che all’interno del topos classico dell’abbandono, un aspetto inedito fosse quello di spostare la visuale dalla donna all’uomo. 

Letterariamente, a partire dalla Didone virgiliana, anzi da Omero con Penepole e Calipso, è la donna a essere vittima dell’abbandono, e in particolare ad avere una reazione esasperata, estrema, inconsolabile. Invece nel romanzo è Alessio a essere totalmente e completamente travolto e stravolto dall’amore per Martina. Lei più autonoma, indipendente, risoluta. Lei stessa è stata abbandonata, ma si è mostrata capace di riprendere in mano la sua vita, di dedicarsi a un altro amore e di continuare a credere nella forza del sentimento a cui non si può resistere, consapevole che il dolore fa parte del gioco, ma non per questo bisogna tirarsi indietro.

C’è anche la volontà di capovolgere una lettura troppo semplice, e forse abusata, del rapporto amoroso? Certo storicamente tangibile ma non più attuale? Oppure c’è un modello letterario che mi sfugge a cui hai guardato?

 

Il modello implicito era il “Werther” di Goethe, ma ho guardato con più attenzione a un romanzo meraviglioso qual è “Un amore” di Buzzati. (“Un amore” è il libro che avrei voluto scrivere invece di questo: ma sfortunatamente non sono Buzzati). Ho voluto provare a raccontare il dolore dell’abbandono dal punto di vista maschile, ai giorni nostri; e insieme – diciamo come correlato della storia – cercare di distruggere alcune costruzioni machiste. Una è l’uomo che non soffre mai, e che se soffre nasconde il suo dolore perché così non va, non è “da maschi”: l’amore viene liquidato come una questione pratica e poco altro. Nel romanzo questa visione è rappresentata dal padre di Alessio – davvero un cattivo modello. L’altra costruzione è quella mostruosa della violenza – nei casi estremi, del femminicidio: non riesco a immaginare una distorsione più assoluta dell’amore. Quando leggo che un uomo uccide una donna per “troppa passione” o “troppo amore”, rimango allibito: usare violenza sull’altro non ha niente a che vedere con questi sentimenti; è una pura e semplice questione di potere. La riduzione dell’altro a cosa.

Ecco, io ho provato a raccontare quello che sta in mezzo. Alessio è schiacciato fra questi due modelli tremendi: riconosce la sua fragilità e soffre, ma allo stesso tempo riconosce la piena libertà di Martina, non osa — giustamente — nemmeno sfiorarla. Non possiede quindi, dal punto di vista sociale, un linguaggio capace di elaborare questa ferita. Che gli resta? L’autodistruzione. Non è una soluzione nobile, ovvio; né penso che debba per forza andare così. Il suo avvitamento, la sua incapacità di concepire la sofferenza come passaggio e non come stato eterno, hanno qualcosa di irritante – tutti i suoi amici alla fine lo scansano proprio per questo motivo. Eppure, ai suoi occhi, è anche la dimostrazione di una fedeltà assoluta. Mi sembrava un tema narrativamente interessante.

 

Confesso, Giorgio, di non aver letto “Un amore” di Buzzati e prometto di recuperare, ma mi sento di affermare dal basso gradino della mia posizione di lettrice che con questo nuovo romanzo hai dimostrato pienamente di saperle raccontare le storie e di saper riconoscere quella tra le storie possibili che vale la pena di essere raccontata.

Nella tua scrittura rilevo due elementi di grande consapevolezza: una visione “filosofica” che emerge con cristallina lucidità e l’abilità pura e magistrale della struttura narrativa, declinata in maniera naturale, senza artifizi.

Il rischio di un racconto di seconda mano, come è quello che proponi in “Un solo paradiso” poteva essere l’odore di scuola, l’artificiosità del dettato, una certa maniera letteraria. Invece il narratore di primo livello, l’amico che diviene depositario dell’intera storia, ha un ruolo determinante: sancisce una distanza, che non nega, ma anzi aumenta la partecipazione emotiva, tra Alessio e il lettore; ha il compito di vivisezionare, anche con i suoi silenzi, il sentimento annichilente che si è impadronito dell’amico; e inoltre crea una straniante percezione temporale: il tempo presente della narrazione che si dilunga nel tempo narrativo della vicenda raccontata.

Quello che poteva essere maniera, diviene senso portante del racconto.

Quali motivazioni, letterarie e di scrittura, ti hanno mosso a non scegliere semplicemente una narrazione in terza persona, tantomeno una semplice prima persona, ma qualcosa che si confonde tra l’una e l’altra, senza essere nessuna delle due?

 

Ci sono due ragioni, entrambe di ordine tecnico. La prima: maneggiare direttamente una storia così carica dal punto di vista emotivo sarebbe stato rischioso. Con una prima persona o anche una semplice terza interna avrei rischiato una mimesi eccessiva con il materiale del racconto; mi sarei scottato le dita, per così dire. Avevo bisogno di altro distacco, e così ho introdotto un narratore che facesse da filtro tra me e il protagonista.

La seconda ragione è che con questa struttura ho potuto mettere in prospettiva l’intera storia. Alla fine c’è una grossa accelerazione temporale, e il narratore fa un resoconto della sua vita ponendola in confronto diretto con quella di Alessio (invece smarrito per sempre). Un’esistenza normale e realizzata (benché al prezzo di qualche compromesso), contro un’esistenza bruciata e gettata nel vuoto: quale delle due ha più valore? Penso che tutti saremmo inclini a indicare la prima. Eppure nemmeno il narratore riesce a negare la tragica potenza del sentimento di Alessio.

 

Seppure in filigrana, “Un solo paradiso” è anche una storia di amicizia, intesa in senso molto largo: quella di un gruppo che si sfalda quando la vita con le sue incombenze prende il sopravvento, e quella tra due persone, che si ritrovano al bar e che diventano in un certo senso indispensabili l’uno all’altro. Per Alessio il narratore è indispensabile come depositario e custode dell’amore perduto; per il narratore il racconto di Alessio è indispensabile per mettere quella distanza tra sé e la rovina, lo sbandamento, l’incertezza che sembrano lambirlo. Una funzione catartica, che lo aiuterà a fare delle scelte e a prendere delle decisioni. È così? Volevi raccontare anche una storia d’amicizia? per quale ragione il narratore accetta di ascoltare Alessio? Solo per pietà, per educazione, o per qualcosa di più profondo che lo riguarda?

 

Volevo sfiorare il tema dell’amicizia senza metterlo al centro del romanzo. Qui e là, all’inizio, si parla di un gruppo di persone molto affiatato che si sostiene a vicenda nella città – una forma di tribù metropolitana cui anch’io sono molto legato. Ma questo gruppo si sfalda con il passare del tempo; e non solo: sembra incapace di sostenere e spiegare il tipo di sofferenza di Alessio. Laura, a Praga, lo tratta piuttosto bruscamente: e il narratore stesso lo ascolta ma ne è esasperato. Eppure, forse c’è qualcos’altro. La ragione per cui il narratore raccoglie e trasmette la storia di Alessio è che ne percepisce l’oscuro fascino. Sa che rimane come una possibilità di vita remota, ma comunque sempre presente: una sorta di pericolo terribile che riguarda anche lui. Qualcosa da evitare, da scacciare, ma che non può rimuovere completamente dal suo orizzonte. Tant’è che alla fine si chiede addirittura se fra i due quello che ha vissuto più felicemente sia proprio Alessio: bruciato, immolato, ma anche approdato per un istante a un vero paradiso.

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La tua narrazione è strettamente legata ai luoghi, alla città di Milano in particolare. I luoghi non sono semplice scenario, ma personaggi essi stessi. La tua scrittura è sempre molto attenta non semplicemente a rendere credibili i luoghi in cui si svolgono le vicende, ma anche gli interni, con dettagli minimi che diventano fondamentali. Il bar in cui Alessio e il narratore si incontrano è un altro dei personaggi di “Un solo paradiso”, come anche i diversi luoghi di Milano in cui si snoda la storia d’amore tra Alessio e Martina, e ancora il paese di montagna in cui Alessio è nato e in cui ritorna e che forse segna il momento più rovinoso della sua caduta. 

Come li scegli? Le vie e le strade di Milano fanno parte della tua vita, o ne vai alla ricerca mentre scrivi? E gli interni, ad esempio la stanza di Alessio, sono inventati a misura del personaggio o della scena narrata, oppure sono presi in prestito dalla realtà?

Infine sarebbe giusto definirti uno scrittore milanese?

 

26947-0Sì, Milano è parte quotidiana della mia vita: ci abito da una decina d’anni, anche se sono cresciuto a Caronno Pertusella (un comune a circa 20 km a nord). In questo senso non so se sia giusto definirmi uno scrittore milanese. Di sicuro però questa città è stata molto importante per me, e torna con insistenza nei miei ultimi quattro libri: in particolare alcune zone, soprattutto l’area a nord-est – da porta Venezia su fino a via Padova, Lambrate, Città Studi… Amo molto descrivere e raccontare questi luoghi. Cercare di restituire la loro bellezza, la loro malinconia, le loro contraddizioni. Per quanto riguarda gli interni, mi sono ispirato a locali e camere che ho visto o in cui ho passato molto tempo e li ho rielaborati di conseguenza. (Sono anch’io un accanito frequentatore di bar cinesi).

 

2278-3Di solito, Giorgio, mi do un limite di cinque domande, ma ho ancora due curiosità prima di salutarti.
La prima riguarda uno sguardo generale ai tuoi romanzi: “Per legge superiore” e “Morte di un uomo felice” hanno un legame molto forte tra loro; confesso di non aver letto il tuo primo. In che rapporti si pone “Un solo paradiso” con i precedenti? Sei d’accordo con Lidia Ravera che sostiene che lo scrittore vero, pur credendo di scrivere diversi romanzi, in realtà ne scrive uno solo composto di diversi titoli? 4094-3

E per concludere, non prima di averti ringraziato: si è rimbalzata spesso in questa nostra chiacchierata la fatidica domanda sottesa al romanzo. Cosa pensa Giorgio Fontana: vale la pena viverlo il paradiso? O è meglio tenersene lontano?

 

“Un solo paradiso” contiene un momento di scarto molto forte rispetto al dittico precedente, ma anche una minima continuità – penso innanzitutto al tema di Milano. Più in generale, se mi guardo alle spalle, mi sembra di avere lavorato progressivamente sulla lingua e sui modi diversi in cui essa può variare a seconda della storia. Ad esempio, in “Morte di un uomo felice” ho giocato con il dialetto; qui volevo invece uno stile nitido ma con alcuni momenti lirici. Forse fra qualche anno guarderò a questo libro come a un esperimento isolato, qualcosa che valeva la pena tentare. Non lo so. In generale cerco solo di pensare alle storie che devo ancora scrivere, non a quanto c’è alle mie spalle.

Quanto alla seconda domanda, Giorgio Fontana pensa che valga senz’altro la pena vivere il paradiso.

Chiacchierando (di nuovo) con… Giorgio Fontana
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