di Chiara Mezzalama

 

 

 

 

 

FullSizeRender La linea due è una linea aerea, di quelle che sorvolano la città, giù in basso i binari delle stazioni, la Gare de l’Est e la Gare du Nord, disegnano un fitto reticolato di ferro che insieme a quello delle metropolitane forma l’ossatura di questa città, la rende accessibile in ogni suo punto. Scendo a Pigalle famoso quartiere turistico di locali notturni un po’ fuori moda sopra il quale svettano le cupole bianche di Montmartre. Questo quartiere denso di palazzi, carico di traffico e di un via vai incessante di persone era chiamato nella prima metà dell’ottocento La Nouvelle Athènes, la Nuova Atene, per la concentrazione di artisti, lo scambio di pensieri e idee su una città che mutava radicalmente volto; sconvolta dai cantieri haussmaniani, Parigi si buttava a capofitto nella modernità. In Rue Chaptal un piccolo viale di accesso conduce a una villa costruita nel 1830, appartenuta ad un pittore allora molto in voga, Ary Scheffer e che ospita dal 1983 il Musée de la Vie Romantique. Un cortile lastricato e un piccolo giardino bastano a trasportarmi lontano nel tempo, l’improvviso brusio della città si tace, restano soltanto le voci dei bambini che giocano nel cortile della scuola accanto.

Durante la sua vita Baudelaire non avrebbe mai messo piede nell’atelier di  Ary Scheffer dove è allestita la mostra L’œil de Baudelaire; le sue critiche feroci all’opera del pittore suo contemporaneo lo esclusero da un’elite artistica e letteraria che si riuniva in questi luoghi: George Sand, Chopin, Delacroix, Rossini… È proprio all’attività di critico d’arte, così importante ma meno conosciuta dell’opera di Baudelaire, che è dedicata la mostra. 

IMG_5219La poesia di Baudelaire è una poesia della visione ed è osservando l’arte, in particolare la pittura e la scultura, che Baudelaire educa il suo sguardo, sviluppa quella capacità di scrivere per immagini che costituisce la meraviglia immortale dei suoi versi. “Glorificare il culto delle immagini (la mia grande, la mia unica primitiva passione)” scrive. E il “maestro” è Eugène Delacroix, “pittore universale”, faro e guida di un nuovo romanticismo, più moderno e contemporaneo, che lo stesso Baudelaire incarna nella sua opera.

Poeta dell’esilio pur avendo vissuto quasi tutta la sua vita nella città che permea profondamente la sua opera, Baudelaire assiste con orrore alla distruzione della vecchia Parigi dove è cresciuto. La strada è il luogo dell’ispirazione, dell’incontro poetico, tra i passanti, la gente del popolo, i  miserabili e gli esclusi sebbene frequenti i salotti dove riveste i panni del dandy. Eppure i cantieri, gli sventramenti, gli edifici in costruzione esercitano un fascino profondo su di lui attraverso la bellezza paradossale di un mondo che scompare e che descriverà così bene ne Le Spleen de Paris.

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Un mondo in rovina ma anche il fermento di una città che cambia e che è indiscussa capitale artistica. Uno dei fenomeni più incredibili di quegli anni a metà ottocento sono i Salons, le esposizioni di pittori viventi che si svolgono annualmente al Louvre. Ogni anno i Salons attirano centinaia di migliaia di visitatori, espongono migliaia di opere di artisti contemporanei, sono occasioni mondane imperdibili; in un’atmosfera surriscaldata e chiassosa si discute, si litiga, ci si incontra intorno ai nuovi maestri emergenti, ci si scandalizza delle nuove correnti estetiche. I giornali si riempiono di pettegolezzi, i caricaturisti si scatenano, Honoré Daumier, considerato da Baudelaire “un genio”, dedicherà un’intera raccolta di disegni satirici ai visitatori dei Salons. È in questo contesto che Baudelaire decide di iniziare la sua carriera: per farsi conoscere dal vasto pubblico, stampa a sue spese una guida al Salon del 1845. Testi brevi, fulminanti, che illustrano i quadri, li esaltano o li stroncano, Baudelaire ha uno sguardo acuto, da visionario. L’operazione è un fallimento, non porterà né fama né denaro ma il poeta sta mettendo a punto i criteri di osservazione della bellezza, è soggiogato dal colore per esempio, e pone le basi di quella che sarà la sua poetica.

Ne Les fleurs du mal ritroviamo la forza delle immagini, il potere evocativo del dettaglio, quasi che la parola si avvicinasse al gesto pittorico, che i sensi confusi guidassero il poeta attraverso i simboli misteriosi che costellano l’esistenza. Il viaggio, la fuga, l’altrove sono racchiusi nella forma del sonetto, un’architettura apparentemente rigida, che darà a Baudelaire una libertà senza fine. Ed è proprio la mancanza di libertà che Baudelaire rimprovera alla nuova forma d’arte che in quegli anni muove i primi passi: la fotografia. Eppure farà da modello a numerosi fotografi e i suoi ritratti, quelli di Nadar per esempio, sono pieni del mistero che Baudelaire si rifiuta di riconoscere. IMG_5233

È con una certa emozione che mi chino a guardare i manoscritti di alcune delle poesie che ho amato quando ero adolescente. La calligrafia è chiara, elegante, con poche correzioni. Alcuni versi mi tornano alla mente, formule magiche di incantamento che esercitano un potere tranquillizzante, come fossero frasi di persona amata, pronunciate a mezza voce prima di scivolare nel sogno “Là, tout n’est qu’ordre et beauté/ Luxe, calme, volupté”. L’invito al viaggio del poeta venerato, lo ritrovo ogni giorno tra le strade di questa città. Tornerò qui in primavera quando saranno fiorite le rose del piccolo giardino. Come cittadina di Roma, per antico gemellaggio tra le due città, non pago il biglietto.

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