di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

 

 

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È importante e doveroso ogni giorno ricordare. Un obbligo personale leggere e informarsi. Un dovere intimo conoscere sempre più a fondo cosa è accaduto e a cosa può portare la follia umana se non contrastata, combattuta e culturalmente arginata. Bisogna conoscere e documentarsi bene, capire dove può portare la quotidiana discriminazione razziale, religiosa, sessuale, ideologica. Quello che può portare una sostanziale caccia al diverso e l’isolamento di chi vive nella propria libertà anche se appena fuori dagli schemi. E’ bene sottolineare come in quei campi e in quei forni non siano morti solo ebrei ma omosessuali, oppositori politici, migranti, apolidi, minoranze etniche e religiose, malati di mente, disabili, prostitute, mendicanti e semplici detenuti. Oggigiorno, ognuna di queste categorie viene ancora umiliata e discriminata nel nostro quotidiano: in ogni luogo, a qualsiasi latitudine.

16216310_10212428874705582_1295919180_nÈ il sonno della memoria a generare nuovi mostri e per impedire che l’ignoranza facile delle nuove generazioni possa avere la meglio è doveroso ricordare sempre, anche attraverso i libri. Ricordare sempre. Ricordare attraverso quei libri indispendabili a evitare che il Giorno della memoria rimanga ingabbiato nella semplice, sterile commemorazione. Attraverso i libri giusti è possibile innescare tutta una serie di riflessioni e tenere vivi certi valori. Con la buona lettura si può fare in modo che questa giornata possa ancora narrare a lungo l’attualità di certi orrori e trasmettere alle nuove generazioni il dovere assoluto di preservare sempre la dignità e la vita umana, di ogni essere umano. Ricordando l’orrore la coscienza dell’uomo può trovare una lezione universale. Il male può essere fermato con il bene e la memoria di ognuno di noi può diventare un argine di fronte alle barbarie e alle bestialità. La scrittura come documentazione è sempre un passo verso quel bene. 16237935_10212428874665581_272654966_n

La nostra Libreria è nata anche per tenere viva la memoria su certe tematiche e con l’avvicinarsi del Giorno della memoria che venerdì 27 ricorderà la liberazione del campo di Auschwitz nel 1945, sabato scorso abbiamo abbiamo voluto presentare il libro, uscito per Fausto Lupetti Editore, “Partigiani a tavola. Storie di cibo resistente e ricette di libertà” con le autrici Lorena Carrara e Elisabetta Salvini e un Reading de la Compagnia del vino.
Un libro bello e istruttivo che è molto piaciuto persino a Vinicio Capossela, che ne ha scritto una prefazione appassionata e poetica.“Fare una storia della resistenza attraverso il cibo è entrare nel vivo dell’esistere”.
Un libro di storie più che di ricette, anche se ne vengono presentate una settantina in un’eterogenea raccolta in parte liberamente ispirate alle storie e alle memorie della Resistenza. Ricette a base di prodotti genuini e popolari, legati a doppio filo ai luoghi in cui si concentrò la lotta dei partigiani. Il libro è stato scritto da Lorena Carrara, studiosa di cultura dell’alimentazione, e Elisabetta Salvini storica di genere. Si raccontano soprattutto Storie. Storie straordinarie soprattutto di donne, delle partigiane che hanno combattuto e di altre che in montagna, con la loro presenza hanno aiutato la lotta. Con un contributo fondamentale di accudimento, di sostanza, accoglienza, calore: con il cibo.

Si parte dalla famosa Pastasciuttata di Campegine, quando il 25 luglio del 1943 il Duce viene sfiduciato dai suoi stessi gerarchi, e la famiglia Cervi organizzò una grande festa, offrendo la famosa pastasciutta in bianco a tutta la popolazione sull’aia della casa. Nelle pentole vennero cotti dieci quintali di pasta e ai Campi rossi giunsero a mangiare i vicini, i parenti, gli amici, i paesani. Alla caduta del Fascismo con quella Psstasciuttata fu grande festa a Casa Cervi, come in tutto il Paese. Una gioia spontanea di molti italiani che speravano nella fine della guerra, nella morte della dittatura.

Storie come quella di Teresa Noce, antifascista e partigiana torinese tra le fondatrici della storica rivista “Noi Donne” e firmataria, nel 1950, della prima legge di maternità italiana. Prima viene internata nel campo di Rieucros e nel 1943 arrestata e deportata in Germania nel campo di concentramento di Ravensbrück, poi in Baviera a Flossenbürg e infine a Holleischen, campo cecoslovacco in cui furono deportati molti prigionieri quando, nell’autunno del 1944, il lager bavarese fu chiuso. A Holleischen fu adibita a lavoro forzato in una fabbrica di munizioni fino alla liberazione del campo da parte dell’esercito sovietico. Un’esperienza disumanizzante e terribile che Teresa Noce riesce a superare anche grazie al ricordo vivo e costante delle lasagne emiliane, il suo piatto preferito, che sognava continuamente per sopravvivere alla fame spasmodica. Nell’immediato dopoguerra da quelle lasagne nasce un progetto straordinario di ospitalità rivolto ai bambini più bisognosi d’Italia. Da Milano, Napoli, Cassino e da altre zone particolarmente devastate dalla guerra partirono per l’Emilia circa 35.000 bimbi alcuni dei quali si fermarono nella terra delle lasagne dal dicembre del ’45 fino alla vendemmia del ’46. Bambini che in campagna ritrovarono i chili persi. L’Italia è stata ricostruita da qui. Dal nutrimento dei figli più poveri e affamati e Teresa Noce, anche in questo, è stata una delle madri della nostra Nazione.
Questa e altre storie sono un modo un po’ diverso di guardare e di pensare al cibo e di andare a vedere da dove veniamo. Il cibo diventa un tramite per raccontare la quotidianità. Ovvero i momenti più veri, meno epici eppure straordinari di tanti giovani che hanno fondato l’Italia. Non viene trascurata la letteratura in questo bel libro. Partendo dai classici della Resistenza: “Il Partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio, “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino, “Uomini e No” di Elio Vittorini, “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò, “I piccoli maestri” di Luigi Meneghello e tanti altri personaggi della letteratura che ci accompagnano in una narrazione del tutto inedita, fatta di pasti consumati in fretta, di fame di libertà, del bisogno spasmodico di nutrirsi e delle tante, troppe difficoltà nell’organizzare l’approvvigionamento quotidiano delle risorse. Ma soprattutto raccontando episodi poco o per niente conosciuti, spesso straordinari. Come quello della ridicola rappresaglia degli squadristi emiliani che durante il Ventennio il primo maggio irrompevano nelle case dei sospetti socialisti a rovesciare i piatti di cappelletti per impedire di celebrare una festa vietata.
O la storia di Agata Pallai, partigiana reggiana, e il burro “ripieno”. Staffetta con il nome di Rosario, Agata impara nella lotta clandestina le strategie utili per la sopravvivenza e il burro ripieno è uno dei mille nascondigli utilizzati per celare bigliettini e armi.

downloadIn occasione proprio della Giornata della memoria del 27 Gennaio è uscito in libreria il 19 gennaio, edito dalla casa editrice 66thand2and, “Il museo delle penultime cose”, il terzo romanzo di Massimiliano Boni.
In questo splendido libro si parla della Shoah con una storia ambientata in un futuro non troppo lontano, con una Italia scossa da un’inquietante deriva antisemita. La domanda d’avvio del romanzo è cosa succederà quando l’ultimo testimone di quell’orrore non ci sarà più? Il passare del tempo e il progressivo scomparire dei testimoni diretti di quegli orrori, rende ancora più importante il ricordo, indelebile, di quello sterminio, affinché non sia mai più possibile che simili mostruosità si ripetano.
Il racconto inizia mentre la situazione del paese va lentamente degenerando e al museo della Shoah di Roma si prepara una grande mostra sugli ultimi sopravvissuti ai campi di concentramento, ormai tutti scomparsi. A occuparsene è un giovane storico, il vicedirettore del museo Pacifico Lattes, uno degli artefici del minuzioso lavoro di conservazione di dati e documenti d’archivio che ha trasformato definitivamente il ricordo individuale in memoria collettiva. Ha collezionato migliaia di testimonianze, e quando si culla con l’idea che il lavoro possa essere finito scopre che forse non è così,e deve rimettersi in gioco davanti a una notizia sconvolgente: forse c’è un sopravvissuto ancora in vita, Attilio, un vecchio aspro e testardo, confinato in una casa di riposo nel degrado del quartiere Tor Sapienza e che ha vissuto nascosto e in solitudine tutta la vita. Ma c’è qualcosa che non torna, il suo nome non compare in nessuna delle liste dei deportati: cosa nasconde quell’uomo taciturno e ostinatamente chiuso in sé stesso. Il problema è che questo silenzio ha una causa ben precisa, seppellita dentro di lui, che Attilio non vuole per nessun motivo che emerga. Sarà questo il compito di Pacifico. Estrarre questa verità dal cuore di Attilio senza farlo soffrire, restituendogli, per quanto possibile, l’umanità che lui crede di aver perduto. Di che segreto si tratti, naturalmente saranno i lettori che decideranno di accompagnare Pacifico fino alla fine a scoprirlo.

CiABo8pXEAA0jHpUn libro notevolissimo sul recupero della Memoria è quello di Wlodek Goldkorn, “Il bambino nella neve”, edito da Feltrinelli. Libro incentrato tutto sulle persecuzioni subite dagli Ebrei e sull’emarginazione e sulla discriminazione nella Polonia comunista e che racconta magnificamente il complesso rapporto di Potere che ha prodotto la tragedia del razzismo e dell’odio contro gli Ebrei. Del libro vi voglio riportare una magnifica recensione che ha fatto su Flanerì  uno dei miei più cari amici, Simone Innocenti:
“È un concerto per voce sola, per una voce che vuole tornare nel suo passato, in una terra dalla quale la sua infanzia si era nascosta per fuggire a qualcosa d’inspiegabile, osceno, pericoloso. Wlodek Goldkorn, giornalista e scrittore, sembra quasi sdoppiare la sua voce per usare un tono distaccato, quasi da cronista: è in questo modo che si affaccia sul baratro della Storia provocato dallo smottamento delirante di un nazismo che ha travolto la sua vita. Perché Il bambino nella neve (Feltrinelli, 2016) non è soltanto un titolo forte, ma l’episodio che apre le pagine di questo libro: la zia Chaitele, cugina del padre, ebrea, durante la seconda guerra mondiale si nasconde nei boschi quando arrivano i tedeschi e lei abbandona nella neve un bambino. E quel bambino è proprio l’autore, cresciuto nella Polonia del dopoguerra da due genitori comunisti ed ebrei, che scappano in Russia dopo che la stessa Polonia scopre di essere antisemita a sinistra. Più che altro una storia che sembra una storia apolide, irregolare che ben rispecchia la struttura del libro: saggio, pamphlet, racconto, storia, romanzo, pezzo di cronaca, riflessione, romanzo on the road (struggenti le pagine del suo viaggio, a ritroso anche nel tempo, dentro i campi di sterminio che descrive come un visitatore informato).Quello che Wlodek riesce a raggiungere è un risultato molto importante: se da un punto di vista letterario, questo libro s’inserisce nella narrativa di Primo Levi e di Eli Wiesenthal, da un punto di vista meramente narrativo l’impressione è quella di trovarsi di fronte a un monologo teatrale. È per questo motivo che la voce dell’autore bascula tra la spiegazione di quelli che sono i risultati della Shoah e l’inevitabile distacco che ne segue. In questo senso Il bambino nella neve – a leggerlo – rivela un effetto straniante, di quelli che un signore come Bertolt Brecht avrebbe richiesto per rappresentare un’odissea del genere. Un’odissea umana, storica e letteraria.Ogni pagina, ogni riga di questo libro, ogni virgola che Goldkorn ha scelto di sistemare in Il bambino nella neve è ponderata, voluta e scelta con determinazione. Una scelta oggettiva, dettata da un’urgenza reale, quella di una sete di dolcezza che cosparge le pagine di questo volume.«La memoria dei ghetti e dei campi teatro della Shoah non serve a niente se non a promuovere e difendere, ovunque e nel concreto, le istanze di emancipazione. È comodo pensare di essere vittime e poi pranzare in famiglia, leggere libri, scrivere sui giornali, fare viaggi esotici. Non sono vittima, ma soggetto della storia», dice Goldkorn. E a sentirla bene la sua è una voce potente perché delicata.”
Martin PollackPer non dimenticare è necessario approfondire. Lo scorso anno Keller editore ha voluto celebrare la Giornata della Memoria con un libro che non fa sconti a nessuno, “Paesaggi contaminati” di Martin Pollack nella traduzione di Melissa Maggioni. In poco più che 138 pagine il giornalista, scrittore e traduttore austriaco ci regala questo intenso e potente reportage, in cui viene ridefinita una nuova mappa della memoria in Europa. Alla ricerca delle ferite e cicatrici nascoste tra le incantevoli bellezze di paesaggi idilliaci e bucolici che, invece, celano oscuri segreti e migliaia di vittime senza nomi. Pollack fa riemergere il dolore, l’ingiustizia che sempre si è voluto occultare. Un viaggio verso est che è una via crucis nei Balcani, in Polonia, nei Paesi Baltici, in Ucraina, in Bielorussia per andare a scovare quei luoghi di uccisioni di massa, eseguite però di nascosto, al riparo dagli occhi del mondo e con la massima segretezza. Tutti quei luoghi senza una lapide o una croce dove “dopo il massacro i colpevoli compiono tutti gli sforzi possibili per cancellarne le tracce”. Perché chi ha ucciso e sterminato non voleva far sapere di quelle fosse e atrocità, di tutta quella efferata crudeltà ma anche perché chi ora ci vive preferisce, non ricordare, non dover espiare colpe di altri, non portare sulle spalle pesi insostenibili. Una discesa agli inferi per portare a galla i genocidi sconosciuti e non ricordati, per togliere la patina di oblio che ricopre tutte le vittime del XX secolo che non sono ricordate da nessun monumento commemorativo. Questo libricino arriva dove nessuno vuole arrivare, o pochi hanno messo piede, sulla scia di ricerche, testimonianze, letture, stralci rintracciati in Rete, documenti seppelliti dalla polvere e dal tempo. Arriva a Kurapaty, in Bielorussa, a 30 chilometri da Minsk, dove, tra il 1937 e il 1941, si ritiene siano stati fucilati e sotterrati dagli uomini del Commissariato del popolo sovietico 250mila tra intellettuali e patrioti bielorussi. Si spinge a Bikernieki, ad est di Riga, in Lettonia, dove, tra il 1941 e il 1944, squadracce di Ss lettoni massacrarono tra 35 mila e 46mila ebrei, prigionieri di guerra e partigiani. Ritorna indietro, nel Kocevski rog, in Slovenia, dove “i colpevoli hanno reso complice il paesaggio: (dove) le foibe profonde e lontane hanno permesso loro di far sparire i morti con tanta facilità che si è quasi tentati di parlare di una complicità del paesaggio”. Un modo per sottrarre all’oblio le vittime sconosciute delle fosse comuni dei paesaggi contaminati. Dare loro i nomi, i volti e le storie che meritano. Martin Pollack ci restituisce una mappa nuova e più veritiera del nostro continente. Nomi e luoghi che svelano segreti inconfessabili e allo stesso tempo contribuiscono alla costruzione di una memoria condivisa.
Reportage, narrazione in prima persona, libro di viaggio e ancora saggio e riflessione sull’Europa del Novecento, sulla memoria, il paesaggio, la distruzione e la rinascita.

Le crudeltà più efferate e le sopraffazioni degli essere umani hanno necessità di essere ricordate attraverso storie potenti. Una di queste storie è dentro un libro non recentissimo, uscito nel 2005 per Rizzoli, e nel 2015 lo scrittore romano tuenaFilippo Tuena, lo ha sottoposto ad una revisione consegnandoci una versione completamente rinnovata edita da Nutrimenti. Un romanzo che è anche un resoconto storico di una decadenza e una profonda riflessione esistenziale su cos’è stata la Shoah. Si tratta di “Le variazioni Reinach”, dramma vero di una ricca e colta famiglia ebrea, figlia di una società spensierata sino alla sventatezza, che nel giro di pochi decenni finirà vittima delle persecuzioni razziali. È la storia di una discesa agli inferi di una famiglia agiata appunto, i Reinach-Camondo: dalla “belle epoque” francese della Parigi d’inizio Novecento alla dissoluzione nei campi di concentramento di Auschwitz. È l’iter biografico, di quattro vite sconosciute, Bertrand, Léon, Fanny e Bèatrice, riportate a galla dalla minuziosa, accurata ricerca dello stesso scrittore e rappresentate nel loro inatteso disfacimento. La ricostruzione di un mondo scomparso, proprio mentre stava per scomparire. Una famiglia potente, snob e aristocratica e forse odiata, che si ritrova improvvisamente a fare i conti col tatuaggio dei campi di sterminio. Il capostipite di questa famiglia, il conte Moise, facoltoso banchiere, ha cresciuto i propri figli nel lusso e negli ozi salottieri, circondati da un compiaciuto stuolo di letterati, dame e artisti. Eredi di questo mondo in declino, che la Grande Guerra aveva iniziato a falcidiare dei suoi elementi più giovani, i figli di Beatrice e Leon, l’inquieto Bertrand e Fanny elegante cavallerizza, si ritrovano a vivere tempi funesti e tragicamente estranei a quell’epoca di fasti effimeri, trascinati infine insieme ai genitori nell’abisso della follia nazista. Lo scrittore ripercorre l’incredibile vicenda dei Reinach ricostruendo frammento dopo frammento i destini individuali, mosso anche dalla ricerca di una sonata perduta di Leon Reinach ritrovata ottant’anni dopo la sua prima esecuzione e che grazie a questo libro è tornata in repertorio. Nella nuova edizione, c’è proprio la scoperta musicale della partitura creata da Leon, il musicista ammazzatto ad Auschwitz. A detta dello scrittore questa sonata dà un senso etico al libro, che racconta di gente che finisce in polvere e recupera la musica dimenticata di questi quattro personaggi. Come scrive l’autore, “un libro sulla nostalgia e sul conflitto tra il presente e il passato che giace e che però fortemente desidera ritornare in vita”.

Raymond FedermanBisogna ricordare il Giorno della Memoria anche attraverso un libro importante edito dalla casa editrice La Lepre, “Chut! Zitto!” di Raymond Federman. Libro che narra l’infanzia spezzata di un bambino ebreo, depredato della famiglia da una retata della polizia collaborazionista francese nel luglio del 1942. Chut!, «zitto!», è l’ultima parola che la signora Federman sussurra a suo figlio, dopo la denuncia dei vicini che condannarono la sua famiglia, nascondendolo nel ripostiglio sul pianerottolo d’un misero appartamento di Montrouge. La madre, il padre e le sorelle furono inviati ad Auschwitz, dove perirono e Raymond, precipitato nel buio e nella paura, riuscì, da solo ad affrontare il proprio destino e con avventure rocambolesche, a partire da Parigi e a rifugiarsi nella Francia libera. La sua salvezza in cambio del silenzio e del sacrificio di tutta la famiglia e soltanto da adulto troverà la forza di domandarsi perché sua madre abbia salvato lui, proprio lui, e non una delle sue sorelle. Lo scrittore riesce a far rivivere in queste pagine tutti coloro che ha amato. Riesce a far rivivere le vite di chi non è più, di chi ha dovuto soccombere alla Shoah; anche il loro ricordo ha un valore incommensurabile, il peso del loro essere stati non potrà e non dovrà essere cancellato. Con una scrittura piena di ritmo, dove i momenti poetici e leggeri si alternano al dramma, ci regala un’opera che è una preziosa testimonianza sulle barbarie del Novecento. In quegli anni, migliaia di famiglie in Europa si trovarono di fronte al baratro della deportazione: la furia nazista decimò un continente, con l’aggressione ai Paesi vicini e la decisione di sterminare il popolo ebraico.

 

I DIMENTICATI: Luce d’Eramo.
Luced'Eramo1946 Nel 1979 esce un libro dal titolo “Deviazione” che conosce subito un grande immediato successo e viene venduto in centinaia di migliaia di copie e tradotto in francese, in tedesco e in giapponese. L’Autrice è Luce d’Eramo. Eppure oggi in pochi ricordano quella che è una delle scrittrici italiane più brave del Secondo Novecento e a cui non viene dato il giusto riconoscimento che le spetta a quindici anni dalla morte. Eppure “Deviazione” fu un significativo caso letterario nel 1979. Qui Luce d’Eramo racconta la propria, singolare esperienza durante la seconda guerra mondiale. La protagonista è Lucia, una giovane donna di origini borghesi, figlia di un sottosegretario della Repubblica di Salò, che è vissuta in Francia e ha alimentato, attraverso la lontananza, i miti del fascismo dentro i quali è cresciuta. Non solo, ora è convinta che fra le menzogne sul nazifascismo ci siano anche le crudeltà dei campi di lavoro. Decide di verificare in prima persona e con una decisione coraggiosa scappa dal castello in cui vivevano i genitori per andare a lavorare nei campi di concentramento in Germania sicura di poter smentire quelle che ritiene calunnie sulle modalità di trattamento dei “lavoratori” da parte del grande Reich di Hitler. Prima come ingenua volontaria fascista partecipante ai Littoriali, poi come deportata comunista, condizione che sceglie volontariamente per non “compromettersi” col privilegio della salvezza garantitole dalla posizione del padre. Fuggita da Dachau, cameriera a Magonza, fa parte di una squadra di volontari che scavano tra le macerie dei bombardamenti e una bomba a scoppio ritardato la lascia paralizzata per tutta la vita. È allora che comincia una discesa agli inferi, complessa, violenta, che legge l’orrore, lo assume in sé e sembra addirittura scontarlo. Luce d’Eramo ripercorre con il personaggio di Lucia un tracciato di formazione che è stato il suo, un tracciato che tuttora, soprattutto ora (accecati da ogni sorta di revisionismo), suona come avventura della coscienza, testimonianza e grido di allarme. Deviazione è una storia che guarda in faccia il Male e l’orrore, e che disegna, attraverso una struttura e una lingua saldamente governate, un destino non ancora concluso, tutto ancora confitto nella violenza liberatoria di ogni possibile “deviazione”. La stessa autrice in un articolo del 1999 ricordava: «A fine ’45 avevo vent’anni quando sono rientrata in Italia dalla Germania, dov’ero stata nel Lager, poi evasa, e poi m’ero ritrovata ferita negli ospedali. Allora mi pareva ingenuamente che tutti fossero curiosi di sentire cosa avessi imparato in quelle dure esperienze del Terzo Reich».

Da una parte si sente dire di dimenticare, di lasciare tutto al passato; dall’altra invece si trova di fronte a chi ha il proprio giudizio sulla disumanità nazista e non lo vuole mettere in discussione. Lei sceglie il racconto di quell’esperienza che la impegna per molti anni e che troverà la sua forma conclusa in Deviazione.

Il Male, ricordiamolo, può essere fermato in tempo. Non dimentichiamolo mai. Anche attraverso una buona lettura.
Nello zaino della Memoria questa settimana quindi:

"Partigiani a tavola. Storie di cibo resistente e ricette di libertà" di Lorena Carrara e Elisabetta Salvini Fausto Lupetti Editore.
“Partigiani a tavola. Storie di cibo resistente e ricette di libertà” di Lorena Carrara e Elisabetta Salvini Fausto Lupetti Editore.
"Il Partigiano Johnny" di Beppe Fenoglio, Einaudi.
“Il Partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio, Einaudi.
"Il sentiero dei nidi di ragno" di Italo Calvino, Mondadori.
“Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino, Mondadori.
"Uomini e No" di Elio Vittorini, Mondadori.
“Uomini e No” di Elio Vittorini, Mondadori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"L’Agnese va a morire" di Renata Viganò, Einaudi.
“L’Agnese va a morire” di Renata Viganò, Einaudi.
"I piccoli maestri" di Luigi Meneghello, BUR.
“I piccoli maestri” di Luigi Meneghello, BUR.
"Il museo delle penultime cose" di Massimiliano Boni, 66thand2nd.
“Il museo delle penultime cose” di Massimiliano Boni, 66thand2nd.
"Il bambino nella neve" di Wlodek Goldkorn, edito da Feltrinelli.
“Il bambino nella neve” di Wlodek Goldkorn, edito da Feltrinelli.
"Paesaggi contaminati" di Martin Pollack , Keller Editore.
“Paesaggi contaminati” di Martin Pollack , Keller Editore.
"Le variazioni Reinach" di Filippo Tuena, Nutrimenti Edizioni.
“Le variazioni Reinach” di Filippo Tuena, Nutrimenti Edizioni.
"Chut! Zitto!" di Raymond Federman, La Lepre Editore.
“Chut! Zitto!” di Raymond Federman, La Lepre Editore.
"Deviazione" di Luce d'Eramo, Feltrinelli.
“Deviazione” di Luce d’Eramo, Feltrinelli.
Nello Zaino di Antonello: È DOVEROSO RICORDARE ANCHE ATTRAVERSO I LIBRI