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Quando ho chiesto a Luca Ricci quale luogo avremmo potuto immaginare come sfondo alla nostra chiacchierata, la sua risposta ha disegnato un’ambientazione eminentemente letteraria e molto nelle corde dello scrittore che appare in “I difetti fondamentali”, la nuova raccolta di racconti edita da Rizzoli:

te lo avrei dato qui, perché la nostra è con ogni evidenza un’epoca che scambia il reale per virtuale e il virtuale per reale.

Qui significa per mail, che è il modo consueto in cui il Chiacchierando si dipana. Ed è in questo “qui” che vi invitiamo a seguirci.

3871988-9788817092173Luca Ricci e l’arte del racconto. Torni in libreria con “I difetti fondamentali”, una raccolta in cui costruisci dei racconti puri, senza tracciare connessioni tra una narrazione e l’altra, se non nei temi. Due, a mio avviso, fondamentali: il mondo editoriale, o in generale quello letterario, e in particolare quello dello scrittura che è presente in tutti i racconti, ma sempre sfumato e declinato in maniera differente (fatta salva la frustrazione di chi scrive!) e le relazioni, soprattutto erotiche ma anche sentimentali. Per il resto ogni racconto fa storia a sé, tanto nei personaggi che nelle voci narranti (con un alternarsi della prima e della terza persona), quanto nelle vicende raccontate. Io che come lettrice sono molto attenta all’ordinamento dei racconti, alla ricerca di un filo che come quello d’Arianna accompagni il lettore nel labirinto della scrittura, non ho trovato nessuna volontà di tracciare un percorso di lettura, ma anzi il desiderio di una varietà, una pluralità, sebbene su due traiettorie principali.

Come nasce la raccolta di “I difetti fondamentali” e cosa tiene uniti nel libro i diversi racconti?

 

“I difetti fondamentali” nasce dall’idea di voler innanzitutto raccontare storie di scrittori inventati per il piacere della narrazione pura, e per fare ciò sono andato anche a recuperare vecchi lavori o monconi di romanzo a cui stavo lavorando precedentemente. Il materiale quindi è molto disparato, e in un certo senso smentisce il pregiudizio abbastanza diffuso (derivato soprattutto dal cosiddetto minimalismo americano) che i libri di racconti debbano essere un po’ esili, debbano avere quest’aria da opera minore a partire dall’aspetto. Io invece volevo proprio riuscire a mandare in libreria un libro di racconti “monstre”, una sorta di “Le mille e una notte” degli scrittori. Per quanto riguarda l’organizzazione interna dell’indice- che quasi mai è casuale in un libro di racconti, a meno che  non sia un mero greatest hits- ho cercato, per quanto possibile, di avvicendare in modo sensato atmosfere e ritmi (e perciò anche temi). In un certo senso ho trattato il libro come un CD musicale, dove in genere si alternano pezzi veloci a pezzi lenti.

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Scrittori e il piacere della narrazione: sì, è vero sono due linee precise e nette che attraversano tutti i racconti.

Gli scrittori e una sola scrittrice, la canonizzata, che ben rappresenta tanto nella trama del racconto, quanto nell’essere l’unica della tua galleria,  la posizione subalterna delle donne nella letteratura, sono tracciati con forte, toscana ironia, fatta di distanza e partecipazione, sarcasmo ed emotività. Intrecciato alle loro storie, il piacere della narrazione che è anche grande amore per la letteratura. Tanti gli omaggi, le citazioni nascoste nel tuo dettato, e come sempre accade nelle scritture intrise di letteratura c’è uno spazio fondamentale riservato al lettore per inseguire le proprie chimere letterarie: io per esempio in Olga Merlin in un primo momento ho intravisto la Ortese.

E ancora in “I difetti fondamentali” vi è il gioco letterario che tu inneschi con il lettore, fatto di piccoli inganni e di specchi labirintici: un racconto, il primo, intitolato “Il rothiano” che poi è un capovolgimento dell’erotismo a vantaggio dell’amore, e “Il suggestionabile” che mi sembra il vero omaggio a Roth, che ti riporta a Kafka, con la trasformazione di Carlo Turinga in donna, a partire dal seno.

Quante altre briciole di letteratura hai disseminato nel testo? Serviranno a portare il lettore a casa oppure a farlo perdere nel bosco intricato delle parole e delle opere, perché ogni lettore giunga alla sua personale casa della strega, fatta di ogni tipo di delizie e leccornie?

I Latini la chiamavano “mimesi”, la capacità di nascondere nel proprio testo testi altrui, che il lettore colto avrebbe avuto diletto a scoprire. I tuoi racconti sono un’opera mimetica nel senso classico o nel senso attuale di riproduzione della realtà?

 

imageMi viene in mente quella frase in cui Italo Calvino dice “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto”. Nel mio caso il gioco dei rimandi comincia dal letto ritratto in copertina- un’opera preziosa di un pittore italiano finora apprezzato solo da una élite: l’iperrealista Domenico Gnoli– che riprende il letto di Virginia Woolf citato apertamente nel racconto “Il velleitario”, che a sua volta rimanda proprio a “La canonizzata”,  l’unica storia con una donna scrittrice protagonista. Per quanto riguarda “La canonizzata” volevo proprio che non solo il racconto parlasse impietosamente della situazione della donna nel mondo culturale- credo sia uno dei racconti più crudeli dell’intero libro- ma che la denuncia partisse proprio dalla struttura e dalla forma della raccolta, volevo far sentire questa disparità tra uomini e donne, che risultasse lampante perfino scorrendo l’Indice. Per la questione della “mimesi” direi che un buon libro dovrebbe fare il verso alla vita senza mai dimenticarsi di fare il verso alla letteratura, è una questione di equilibrio, bisogna cercare un giusto rapporto tra questi due estremi. Un libro senza antenati non può avere neppure una discendenza, è il frutto buono o cattivo di una stagione; allo stesso modo un libro troppo ripiegato sui propri miti e modelli letterari diventa asfittico e autoreferenziale, depotenziato nel suo racconto e nella sua visione. la-camera-da-letto-di-virginia-woolf

 

Il verso alla vita: definizione straordinaria!

In merito ai racconti crudeli, forse al primo posto metterei “Il suggestionabile”, seguito da “Lo scomparso”. In entrambi è proprio la figura femminile a subire la crudeltà dei maschi, non nella scrittura ma nella vita, a rendere ancora più autentica e reale la situazione di disparità tragica tra uomini e donne.

Nei tuoi racconti si alternano le note tragiche a quelle ironiche, lo sberleffo al dramma. La stessa figura ricorrente dello scrittore è variata e modulata nelle più diverse sinfonie.

Allora volgo in domanda la definizione che pronuncia il protagonista di “L’adultero”: gli scrittori sono tutti dei bischeri? Anzi rincaro la dose, prendendo spunto proprio da “Lo scomparso”: devono pur esserci delle differenze tra uno scrittore e un assassino.

Che tipo di scrittore è quello presentato in “I difetti fondamentali”? o sarebbe meglio parlare al plurale di scrittori? E qual è la figura ideale di scrittore per Luca Ricci?

 

Quanto a crudeltà penso che sia “Il suggestionabile” che “Lo scomparso” possiedano degli antidoti al loro stesso veleno: nel primo c’è un tono fantastico che mette al riparo da certo realismo di denuncia (la scena cruenta del “branco” combacia con la completa metamorfosi da uomo a donna del protagonista); nel secondo c’è una scrittura quasi cinematografica che quindi è molto rocambolesca e va a disinnescare i toni più cupi e drammatici della storia (lo scrittore protagonista lo ricorda perfino alla sua fan-lettrice: il loro destino è la parodia).  In generale ho tentato di toccare tutte le corde dei sentimenti, potendo contare su diverse storie e diversi set. Il luogo come suggeritore d’atmosfere (e viceversa) è un rapporto molto interessante da analizzare. Ad esempio, ne “Il rifiutato” volevo mettere in scena una partita a scacchi a distanza tra un editor e un aspirante scrittore, e mi serviva un’atmosfera rarefatta e implacabile: che c’era di meglio se non un inverno torinese? Credo che uno dei tratti distintivi di questi scrittori- e forse dello scrittore tipo- sia la fissazione, la pulsione persecutoria. E in fondo scrivere è innanzitutto ruminare incessantemente pensieri. Ne “L’eccitato” si parla della differenza tra eccitazione, appunto, e piacere, stabilendo un rapporto tra sesso e scrittura. Si potrebbe anche dire così: scrivere non è piacevole ma è molto eccitante. 

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Il fascino che promana dai tuoi racconti si realizza in buona parte nella capacità, ironica sorniona critica affilata, di disinnescare le situazioni e di offrire al lettore una chiave di analisi della realtà (ma anche in controluce della letteratura) inedita e autentica.

Alla base di tutti i racconti mi sembra che agisca il motto di Carlo Turinga di “Il suggestionabile”:

per scambiare la realtà con la fantasia non c’era niente di meglio che darsi alla letteratura.

Nei tuoi personaggi è fortissimo l’anelito a superare la realtà, a tratti persino la propria esistenza, attraverso la letteratura.

Il sesso è certamente un altro filo teso tra i vari racconti, e una modalità, quasi un trucco o un tranello, per superare la situazione di partenza. Il sesso come dato reale e come metafora, che è intrecciato all’arte di raccontare, perché nella raccolta sono disseminate tante “fulminanti lezioni di scrittura”, molte delle quali sono indicate o sottolineate attraverso l’erotismo. Dopotutto cosa c’è che non va nel protagonista di “L’affittacamere”, aspirante scrittore frustrato, che perde l’occasione della sua vita?

Non sono io il problema, è l’amore a essere un sentimento difettoso. E più precisamente, il sesso è il difetto dell’amore.

E allora, Luca, oltre all’amore e al sesso, quali sono “i difetti fondamentali” adombrati nel titolo?

 

Un libro deve sempre aprire squarci su un altrove, deve essere un ritratto di quel che c’è senza dimenticare mai di tratteggiare, anche solo per vaghi abbozzi, quel che non c’è (o non c’è ancora, chissà). Ne “Lo stregato” compare un personaggio secondario, tal Corrado, che racconta a chiunque gli capiti a tiro storielle fantastiche e continua a ripetere che “tutto è solo un’allucinazione”. Mi piace questo superamento dell’istanza meramente realistica, la letteratura deve essere precisa, esatta, scientifica, laddove non può esserci precisione, esattezza, scientificità: è questo il suo paradosso magnifico, che niente e nessuno potrà mai toglierle. 

A essere onesti sono convinto che il difetto fondamentale degli scrittori- e di tutti i veri umanisti- sia una certa coglioneria, il non saper stare al mondo, l’essere intelligenti senza essere furbi. Lo scrittore protagonista de “Il velleitario” tiene i soldi sotto al materasso e vive ancora con la madre; la generosità de “Il folle” è una purezza che si tramuta in una nevrotica ottusità; “Il manierista” alla fine viene fregato e derubato di tutto. Gli scrittori di questo libro non sono a proprio agio nella vita, e ripropongono con forza un vecchio dilemma: la natura e la cultura sono fatti antitetici? 

 

illettore1Ecco sì, altro motivo di fascino di “I difetti fondamentali” è nel non dare ricette, ma al contrario sollecitare dilemmi, possibilità, occasioni.

C’è ancora un altro personaggio che si agita nelle pagine dei racconti, senza apparire quasi mai, ma sempre presente. Il lettore. Dopo tutto in un libro i cui protagonisti sono gli scrittori, implicita e scontata è la presenza dei lettori, che definirei quasi come una necessità.

tra chi scrive e chi legge s’instaura un rapporto di potere, e tutti i rapporti di potere hanno una natura erotica.

In “Lo scomparso” è chiaro che il potere sia nelle mani dello scrittore, ma è poi così?

In “La canonizzata” infatti si legge: I tempi stanno cambiando, i nuovi critici saranno i lettori, internet vi manderà tutti in pensione, riferito a Gamba e ai critici come lui.

Questo cambiamento muterà anche il rapporto erotico tra scrittore e lettore? In bene o in male?

E ancora

scrivere è come fare petting, né più né meno.

E la lettura? A quale immagine erotica si potrebbe associare?

Infine, e con questo dichiaro che siamo alla fine, che tipo di lettore è Luca Ricci, visto che “I difetti fondamentali” e i precedenti racconti dimostrano pienamente lo scrittore maturo e consapevole che è?

 

L15-16-DG-TrittoIl lettore è il convitato di pietra dell’intero libro, è lo spettro di Banquo che aleggia sulle pagine ricordando sempre che in fondo il libro è stato scritto per lui: dovrebbe funzionare sempre così, e a maggior ragione ne “I difetti fondamentali” funziona così proprio perché i protagonisti sono tutti scrittori. Il rapporto di potere tra chi scrive e chi legge ha due fasi, diciamo: nella prima sicuramente è lo scrittore che dette le regole del gioco e che conduce; c’è però una seconda fase, che in definitiva è quella più interessante, che avviene a lettura finita, quando il lettore sale in cattedra e ricombina liberamente le parole e le immagini dello scrittore. Per chiudere, ho un rapporto molto complicato con la lettura, e non solo perché faccio lo scrittore. Nonostante non faccia altro che pensare ai libri degli altri- gli scrittori tra di loro non si leggono, si controllano- mi capita molto spesso d’interrompere la lettura dopo un paio di pagine. I principali motivi di questa anemia della lettura sono principalmente due: nel primo m’interrompo perché m’annoio (è facilissimo, purtroppo, e la noia più profonda paradossalmente me la danno quelle storie piene di colpi di scena che vorrebbero solo intrattenerti); nel secondo m’interrompo perché m’entusiasmo, e allora sono costretto a fermarmi e rifletterci.

 

Adesso so che si nasconde anche un po’ di autobiografia  in “I difetti fondamentali”, ma non ho intenzione di rivelarla al lettore, lasciando che sia lui a seguire la traccia di questa ultima risposta tra le pagine del libro. Buona lettura.

Chiacchierando con… Luca Ricci
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