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Per l’uscita in libreria del nuovo libro, “Quella notte sono io”, pubblicato da Rizzoli, ho avuto il piacere di confrontare le mie impressioni di lettura con Giovanni Floris, che ne è l’autore e che ringrazio per la cortesia e la disponibilità.

3840992-9788817091862“Quella notte sono io”: ma i momenti fondamentali nel romanzo sono due. Una notte di ventisette anni prima in cui un gruppo di cinque ragazzi provocano un incidente a un compagno, il più debole del gruppo, quello che “non capiva”, che “non ci arrivava”, eppure cercava l’amicizia dei cinque, che lo vessavano e infierivano sulla sua diversità. Il secondo è il presente narrativo,  il pomeriggio in cui, dopo 27 anni, inspiegabilmente i cinque sono riuniti in una villa isolata nella campagna toscana con un telegramma della mamma del compagno ridotto in fin di vita, Mirko Caiati. I cinque non sono mai stati incriminati per l’incidente: forse ormai adulti sono stati scoperti?

Tutto viene vissuto e rivissuto attraverso la narrazione in prima persona di Stefano, ma quella notte di ventisette anni prima era proprio lui? Perché a me sembra che, invece, più sottilmente nel romanzo si voglia evidenziare come il branco possa spingere a modificare la nostra identità, a fare cose che da soli non si riuscirebbero neppure ad immaginare, a perdere la lucidità e la consapevolezza di sé, spinti dalla paura forse di essere considerati “diversi”.

Mirko Caiati era diverso dagli altri. E noi ne approfittavamo per sentirci uguali tra di noi, e meglio di tutti gli altri.

Ma non è proprio quel “noi” l’inganno maggiore con cui Stefano dovrà fare i conti ventisette anni dopo? Allora forse la notte del titolo non è quella dell’incidente in gita durante l’ultimo anno del liceo, ma la sera in cui tutti e cinque dovranno fronteggiare gli spettri del passato, e in cui Stefano farà i conti con i propri, riconoscendo finalmente se stesso?

Perché sentirsi uguali agli altri piace a tutti, anche da grandi. Sapere che il diverso è un altro tranquillizza. Ti dà la certezza che stavolta non è toccata a te.

In quale notte Stefano è veramente se stesso?

Il problema di Stefano è di non essere mai se stesso. Di non esserlo mai stato. Tant’è che non sa più chi è. In una giornata infinita di processo alle coscienze finirà per immedesimarsi con chiunque. Ora vittima, ora carnefice, ora giudice, ora avvocato, ora testimone, ora reo. Tantissimi ruoli per chi non è mai stato in grado di interpretare se stesso, sempre alla ricerca del consenso degli altri, dell’omogeneità.

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C’è un lettore privilegiato in questo nuovo romanzo? Avverto come dei segnali nel testo. Il più eclatante: quando il preside, che si presenta a sorpresa, invitato dalla madre di Mirko, si rivolge ai cinque, ormai adulti cinquantenni, con “ragazzi”. Non è in particolare ai giovani che si rivolge il romanzo, con loro che vuole vivere l’esperienza di Stefano e trarne conseguenze e moniti? Non sono rimasti “ragazzi” Germano, Lucio, Silvia, Margherita e più di loro lo stesso Stefano, inchiodato alla notte dell’incidente?

Io ero un bullo. Ma non lo sapevo.

Non è questo il messaggio più profondo del romanzo? E non è rivolto soprattutto ai giovani? Perché accorgersi da adulti di essere stati bulli è ormai inutile, vero?

Sì, in qualche misura è così. Mi piacerebbe lo leggessero molti ragazzi e ragazze. Ma in fondo, come dice uno dei protagonisti del romanzo, si rimane sempre quello che si è stati da ragazzi. O si fugge da quello che si è stati o si cerca di raggiungerlo di nuovo, ma quello che siamo da ragazzi è in fondo la più profonda essenza di noi stessi.

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Un personaggio prepotente nel romanzo è la scuola. Lei stesso, con ironia, sembra inserire il romanzo in una linea cinematografica, per poi prenderne le distanze sottolineando le differenze:

Se le cose non fossero andate come sono andate, rivedere questi quattro signori sarebbe semplicemente fantastico. Quanti film ho visto sulle reunion di compagni di scuola? Mi sono sempre piaciuti. C’è il bene, c’è il male, ma i due elementi danzano insieme in una malinconica armonia che non ti fa pentire mai di avere fatto un passo indietro nel tempo.

Ma la riflessione di maggiore complessità, e che in parte mi ha ricordato un romanzo di cui si è molto discusso quest’anno, “La scuola cattolica” di Albinati, con cui “Quella notte sono io”, nell’assoluta diversità narrativa, mi sembra condivida una certa atmosfera e ambientazione, si riferisce appunto alla scuola privata.

Ho iscritto i miei figli a una scuola privata. È uno dei prezzi che pagano loro per il mio errore di tanti anni fa. Quando voglio far finta di essere onesto, dico che l’ho fatto per inserirli fin da piccoli in un ambiente di livello, ma in realtà speravo di preservarli dalle differenze. Volevo crescessero in una provetta che evitasse loro di incontrare divergenze, anormalità.

N=EQ/V

Tutti vincenti, a prescindere. Basta iscriversi e mettersi la divisa. Nessun rischio di divergere, di essere vessati o di vessare.

In altre parti del romanzo, però, lei sostiene la scuola e in particolare i professori. Sia nella figura di Magda, la moglie di Stefano, che viene rappresentata come positiva, controllata, ancora di salvezza per il marito, sia nella professoressa Fratocchi, altra figura che compare dal passato invitata da Elena, la madre di Mirko, a completare il quadro dell’incontro.

Maledetta cultura. Uno o se la fa al liceo o non se la fa più. Quando capita ancora di pensare a queste cose? Di riflettere su come è fatto il mondo, sul significato che ha?

I professori di scuola, loro si salvano. Tipo Magda. Insegnano a ragionare a studenti che magari non ne sono capaci, ma che prima o poi scoprono il proprio modo di farlo. Poi i prof ricominciano con altri “vergini”. Così all’infinito. Gli insegnanti invecchiano, ma gli studenti restano sempre giovani e permettono loro di vivere in un universo parallelo in cui le cose importanti continuano ad avere valore. Beati loro.

“Quella notte sono io” è anche un romanzo sulla scuola? Quale scuola?

La scuola che è, e quella che dovrebbe essere. In qualche modo forse la formazione fondamentale di una persona avviene negli anni che vanno dalle medie all’università. Partecipano gli amici, la famiglia, i professori. Quello che ci insegna la scuola  siamo, volenti o nolenti. Con quello ci confrontiamo per tutta la vita.

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Il romanzo è pieno di suspence, accarezza il thriller e in certi passaggi anche l’horror, ma sa anche toccare le corde dell’ironia, soprattutto nei dialoghi e in particolare nel tic di Stefano di sbagliare le citazioni, di ricordarle superficialmente o in maniera imperfetta.

Che ruolo ha l’ironia nel romanzo? E la cultura? Forse la mancanza di cultura, o un eccesso e una strumentalizzazione della stessa, come avviene in Lucio, favoriscono lo spirito di vessazione, unito all’errata certezza di essere i migliori?

Un mio professore diceva che l’uovo della gallina è natura, fatto in padella è cultura. La cultura è l’essere umano, e la sua capacità di leggere l’esistente. Non è nozioni, non è atteggiamento. La cultura è capacità di leggere dentro alle cose. Intelligenza. Se c’è l’ironia, funziona meglio!

 

162653475-0fc549ff-4440-4f1a-bf96-75a9a859a221Si sente fortemente la cronaca in “Quella notte sono io”. Caratteri cubitali sui giornali. Tragedie che scuotono le coscienze, perché vittime e carnefici sono dei ragazzi, i nostri ragazzi, in quella età che gli adulti tendono a considerare con il senno di poi un periodo spensierato e svagato.

Ci sono fatti ed eventi reali dietro la narrazione? Come sono arrivati Germano, Lucio, Stefano, Margherita, Silvia e Mirko nella mente di Giovanni Floris? È solo verisimiglianza o si nasconde l’urgenza di raccontare una verità, un fatto che ha scosso il giornalista prima ancora che il narratore?

La realtà è la fonte primaria dell’immaginazione. Spesso la scavalca, la rende inadeguata. È di una potenza unica. Sia per lo scrittore, sia per il giornalista. 

Intervista a Giovanni Floris: Quella notte sono io
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