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Confesso di non aver preso appunti, e quindi il seguente sarà un album di impressioni e sensazioni perduranti dall’incontro con i blogger voluto da Gianrico Carofiglio e organizzato dallo staff Einaudi, a Roma il 25 ottobre, dopo la presentazione alla Feltrinelli di via Appia che segnava l’uscita in libreria del nuovo romanzo, “L’estate fredda”.

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L’ incontro in libreria è stato pieno di suggestioni, letterarie e non solo, in cui lo scrittore barese è stato sollecitato da Paolo Repetti, co-ideatore di Stile Libero Einaudi, e Francesco Colombo, editor di Carofiglio.

Diciamo subito che l’assassino è il maggiordomo! – dichiara Paolo Repetti, e la frizzante leggerezza di questa battuta traccia l’equilibrio perfetto tra serio e faceto, che ha contraddistinto la presentazione. Uno sguardo interno alle logiche di scrittura, l’autore, ed editoriali, editore ed editor, che hanno arricchito la mia percezione di lettrice e validato alcune urgenze di cui il romanzo si fa carico.

Da maggio a luglio 1992: il tempo dell’indagine di “L’estate fredda”, la strage di Capaci e di via Amelio a fare da inizio e fine cronologico. Una delle pagine più belle del romanzo è, a mio avviso, il ritratto al “naturale” di Falcone, descritto nella sua normalità in un incontro tra colleghi, richiamato dalla costernazione della magistrata, Gemma D’Angelo che, durante l’interrogazione a Vito Lopez, pentito mafioso e principale sospettato dell’uccisione del figlio del capoclan Grimaldi, apprende la notizia dell’attentato e interrompe la seduta.

Non parlo quasi mai di me nei miei libri – ci racconta Carofiglio durante l’incontro con i blogger presso Remigio Vino e Champagne a Roma – ma in questa occasione ho prestato a Gemma D’angelo un mio ricordo. Ho saputo della morte di Falcone, come si legge in “L’estate fredda”.

Foto di Maria Di Tillio
Foto di Maria Di Tillio

Carofiglio è stato a lungo “sbirro”, ed è un passato che ricorda con orgoglio e che lo permea ancora come scrittore. Nel ritratto di Falcone ho riscontrato il desiderio di presentare non un eroe, ma la persona che fa il proprio mestiere con competenza  e professionalità, a rischio della vita. Infatti la notizia della morte a Falcone non è l’unica nota biografica prestata alla magistrata: anche l’avvertimento del pentito che il capomafia l’ha puntata e l’istantaneità con cui viene pronunciato fanno parte della vita reale di Carofiglio, che ebbe la stessa “soffiata” da un pentito che si accingeva ad interrogare.

“L’estate fredda” trae  la sua forza narrativa da un’urgenza che l’uomo Carofiglio, quello che è stato come magistrato e senatore, ha dettato a quello che è come scrittore: fare chiarezza sulla mitizzazione del mondo mafioso, che se non è un obiettivo di alcune serie televisive come Gomorra e Romanzo criminale, certamente ne è effetto, pur se inconsapevole, con cui fare i conti. I personaggi legati alla mafia sono tracciati nei loro aspetti di criminali più banali e ordinari. Anche il tema della violenza, che così spesso è enfatizzato nei romanzi, solleticando il perturbante e l’ossessivo, è invece trattato da Carofiglio con grande compostezza e attenzione alla veridicità storica e realistica.

La violenza è necessaria per narrare la mafia, ma non va usata una parola in più del necessario – questa la lezione di scrittura, che diviene nello stesso tempo etica della scrittura.

In “L’estate fredda” c’è la neutralità dei verbali, la loro asettica compostezza, il loro burocratico dettato a rappresentare con esattezza e precisione come funzioni il mondo della criminalità, di cosa si sostanzino i loro riti di affiliazione, come interagiscano all’interno e in che modo vengano strutturati.

Una scommessa – spiega Carofiglio – quello di fare dei verbali un nuovo linguaggio per l’orrore.

Molto bella, a tal proposito, la pagina del romanzo dedicata  all’interpretazione  di Calvino sull’antilingua dei verbali  e al commento critico e sagace del commissario Fenoglio sull’articolo in cui ne discuteva.

beppe_fenoglio_croppedE dopo Calvino, si deve necessariamente far riferimento alla scelta del cognome Fenoglio per il nuovo eroe del romanzo. Un eroe malinconico, uno che spinge alle confidenze perché ha il dono dell’ascolto, lasciato dalla moglie per un periodo di pausa, ma a cui lo scrittore concede la speranza di un nuovo inizio in amore:

Rivendico l’eticità della speranza – ci dice Carofiglio, e questa è una delle tante cose belle e importanti che lo scrittore ci ha donato con generosità nel lungo incontro nella vineria romana, e che faccio mia per sempre.

Fenoglio è parente di Beppe Fenoglio?- parafraso la domanda di Gemma D’angelo, durante una cena con il commissario, e nel rispondere Gianrico Carofiglio ci porta a casa sua, tra i suoi libri:

Di solito scelgo  i nomi dei personaggi dalle pagine gialle, per Fenoglio invece guardavo tra i libri della libreria. L’occhio mi è caduto subito non ricordo se su “Una questione privata” o “Il partigiano Johnny” e mi sono detto che Fenoglio era il cognome perfetto per un carabiniere. Pietro è venuto da sé. La cosa bella – continua a dirci Carofiglio – è che la figlia di Beppe Fenoglio ha molto gradito l’omaggio, e me l’ha fatto sapere.

Intrecci letterari, omaggi impliciti che rendono la lettura un esercizio entusiasmante e un piacere straordinario.

14731279_1224012990992672_1299801898848305545_nDurante l’incontro con i blogger, si  è parlato anche tanto di libri, di racconti, di letture, della Puglia che è diventata terra di scrittori, mentre quando lui ha iniziato a scrivere erano pochissimi gli scrittori pugliesi.  Di personaggi che gli stanno più a cuore, come il protagonista del “Bordo vertiginoso delle cose”, romanzo che è  tornato spesso nei suoi discorsi. Dei generi letterari, in cui Carofiglio preferirebbe non essere ingabbiato; infatti  l’eclettica produzione di cui ha dato prova rende riduttiva nei suoi confronti l’etichetta di giallista. Questo nuovo romanzo, poi, pur avendo un chiaro e ben articolato impianto da thriller poliziesco, forza i limiti e i confini del genere, sia per la pregnanza e la cura linguistica che caratterizzano i temi trattati, non solo nell’utilizzo dei verbali degli interrogatori, ma anche nelle accurate spiegazioni dei termini mafiosi e del loro significato, sia per l’impianto di analisi sociologica, la disamina ontologica del male, l’indagine introspettiva sul discrimine tra giusto e ingiusto, corretto e scorretto, lecito e illecito.

Si è arrivati anche a parlare di pratiche di scrittura: avere in mente la trama nel suo svolgimento e non lasciare spazio all’improvvisazione, almeno per quanto riguarda l’inizio e la fine; la fatica della scrittura e il dramma del foglio bianco da riempire:

14721616_1732913653688421_3539242756323109156_nNon so spiegarlo, ma oggi (25 ottobre, in cui il libro esce in libreria), – confessa Carofiglio, – sono preso da una strana malinconia a cui non so dare una spiegazione. Forse sono solo stanco…

“L’estate fredda” è un romanzo che sembra nato da un’urgenza, quella di fare ordine, di raccontare le cose come stanno, con chiarezza e senza mistificazioni. Per questo è un libro necessario, da far leggere ai giovani, perché sappiano senza ombra di dubbio che c’è stata sempre una parte in lotta contro la criminalità, i cui tentacoli sono molto più intrecciati e ramificati di quanto si possa credere.

– Se negli anni Novanta mi aveste chiesto quale fosse il mio desiderio, avrei risposto: scrivere un libro, uno solo, di successo. Potete immaginare  la mia gioia per tutto quello che poi è successo ai miei libri.

Sì, posso immaginare, e dopo aver conosciuto Gianrico Carofiglio in un’atmosfera insolita e colloquiale, posso testimoniare anche la consapevolezza che accompagna il suo scrivere.

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Incontro con Gianrico Carofiglio
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