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Il paese dove abitavano il bambino e il dolore era tagliato in due dai binari del treno. Da una parte c’era il paese, dall’altra c’erano gli altri. Gli altri stavano dentro scatoloni di cemento armato. Dal paese li si vedeva sempre, eccetto quando passava il treno. Per il tempo che durava la sosta in stazione, le case sparivano e scendeva o saliva qualcuno. Poi il treno ripartiva, e i palazzi tornavano al loro posto. Nessuno voleva andare dall’altra parte della ferrovia.

– Ci vediamo dalle parti della stazione – mi dice Andrea Bajani, quando gli chiedo un appuntamento per chiacchierare di “Un bene al mondo” (Einaudi), il nuovo romanzo da poco in libreria.

Si salutarono, la bambina sottile con il suo sorriso, il bambino con i denti storti davanti. Poi arrivò un treno, che rallentò fino a fermarsi. Restò in stazione per qualche minuto, e per quel tempo cancellò il paese e con il paese la strada, l’asilo, la chiesa, la panchina e la piazza.

Da quel treno scendiamo io e Andrea Bajani, e ci ritroviamo nel Paese del Bambino: immaginateci così.

un-bene-al-mondo-bajaniHo letto il tuo nuovo romanzo e come sempre sono stata toccata dalla tua scrittura, affascinata dallo sguardo con cui riesci sempre a guardare le cose da una visuale inedita. Posso affermare che tu sei uno di quegli scrittori che maggiormente riesce a cambiare la mia percezione del mondo, reale ed emotivo.

“Un bene al mondo”  è una favola per adulti:

Anche se questa non è una favola per bambini bisogna che io cominci scrivendo C’era una volta, perché era proprio una volta che c’era un bambino.

Un’avvertenza che ha il sapore di un richiamo, come se tu volessi indicare un lettore particolare che più di altri si può riconoscere: quello che ha conservato dentro di sé il bambino che era una volta. Ma ancora più sottile mi sembra la dedica che hai apposto al romanzo:

Per i bambini che siamo stati.

E per quelli che, crescendo, siamo diventati.

Tutti siamo stati bambini, e tutti siamo cresciuti e diventati (usato in termini assoluti).

“Un bene al mondo” mi sembra in effetti un romanzo sul divenire, non semplicemente adulti, ma divenire e basta. Diventare adulti è facile: è “diventare” la prova più difficile che ciascuno di noi deve affrontare dall’infanzia. Diventare può essere quasi impossibile per quei bambini che si portano dietro un dolore da accudire, e più ancora per quelli che devono prendersi cura del dolore dei “grandi”, specialmente se sono la madre o il padre.

Una tua peculiare caratteristica è quella di saper scegliere e usare le parole, ma in “Un bene al mondo” mi sembra che ci sia un’accortezza maggiore a che il racconto sia lieve, accarezzi invece di incidere. In questa levità mi sembra che si nasconda la vera misura della tua scrittura.

La favola ha reso più facile scrivere del dolore di un bambino, e degli adulti che lo accompagnano, o invece ti è stata dettata da altre ragioni?

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Questa storia si è imposta. Un giorno – lo ricordo perfettamente, era il 25 aprile ed ero a Berlino – ha buttato giù la porta del foglio. Lo ha fatto esattamente con quelle parole che hai citato. Sul monitor del mio computer è comparso un bambino, e dietro gli scodinzolava uno strano animaletto, che però non era un animale in senso stretto, ma il dolore del bambino. Quando è successo è stato sbalorditivo, non mi era mai capitata una cosa simile. Poi sono accadute due cose. La prima è che ho riconosciuto subito quel bambino, e il suo fedele compagno. La seconda che ho avuto la certezza che quelle parole stavano cercando la loro strada da tantissimi anni, forse da tutta la vita. Che questo romanzo, cioè, aveva avuto una gestazione lunghissima quasi a mia insaputa.  Da lì una prima stesura lavica, e poi altre dodici successive, che l’hanno portato a quello che è. Quindi la favola, o l’antifavola, per risponderti, è arrivata da sé. Quanto al divenire, è vero quello che tu dici. In più aggiungerei che è una condizione intrinseca delle storie. Senza divenire, senza trasformazione, non esiste letteratura. Non è un caso che tutti – anche i non addetti ai lavori – ricordino almeno due memorabili testi che si intitolano “Metamorfosi” scritti in epoche abissalmente lontane tra loro.

Foto presa da Piacilo.it
Foto presa da Piacilo.it

È difficile, Andrea, spiegare il modo in cui “Un bene al mondo” mi è arrivato diritto al cuore, senza passare per nessun altro organo. Difficile perché parla così sommessamente che a tirar fuori la voce sembra quasi di profanare un patto segreto che tu stabilisci con il lettore. Non mi era mai capitato. Di solito quando mi innamoro dei libri, sento l’esigenza di conviderli e di mostrarmi attraverso di loro. Questa volta, invece, prevale il desiderio di tenermi stretto tutto quello che c’è nelle righe e tra le parole del romanzo, come se temessi di disperderne la bellezza.

Faccio un esempio. La pagina 9 in cui si ripete l’aggettivo vuoto, che acquista pienezza nel trasformarsi nel sostantivo il vuoto. Lì c’è una madre e il suo bambino, una relazione interrotta o forse mai cominciata, qualcosa di così straziante e straniante, a cui è difficile dare corpo. Tu riesci, solo con le parole e la loro ripetizione, a raccontare qualcosa di inenarrabile: un vuoto incolmabile tra la madre e il suo bambino, e il dolore che il vuoto stesso crea e che sostituisce l’affetto materno, che di fatto è insostituibile.

Le dodici successive stesure hanno riguardato le parole, per cercare e “covare” (come mi dicesti un tempo QUI) quelle giuste a raccontare come pienamente volessi più ancora che cosa tu avessi in mente? Perché mai come questa volta mi sembra che la felicità assoluta di questo tuo libro stia nel come, più che nel cosa.

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Ma no, Giuditta: continua a condividerli, i miei libri! Vivo di questo! Scherzi a parte: c’è una questione per me molto importante, in quello che scrivi. Il silenzio. Ovvero il fatto che una parola a volte rischia di spaccare quella tensione, e quella delicatissima pienezza che il silenzio ha costruito. Ho lavorato a questo libro nel silenzio. Anche per questo sono andato lontano da casa (in Olanda prima e poi in Germania, dove esistono programmi a sostegno degli scrittori) per scriverlo: perché mi rendevo conto che sarebbe bastato un nonnulla per rompere tutto. Durante tutta la scrittura sono stato in un silenzio quasi totale. Quello che stavo facendo era una discesa, attraverso il linguaggio, in zone molto delicate. Direi in zone molto delicate dell’animo umano, se non suonasse retorico. Ho usato le parole, e più ancora le frasi, come funi per calarmi giù: ho dovuto fidarmi dell’alfabeto, ho voluto credere che mi avrebbe retto, che non si sarebbe rotto lasciandomi cadere. Per questo ho usato un linguaggio semplice, quasi elementare. Volevo parole robuste, forti. Di qui anche le tante stesure che ho fatto. A ogni stesura tornavo su, in superficie, sapendo che però non ero ancora arrivato fino in fondo. Riprendevo fiato, e poi scendevo di nuovo. Finché all’ultima stesura sono arrivate le venti righe finali del romanzo, e ho capito che era finito. Mi piace molto, comunque, che parli di felicità del libro, anche se è un libro il cui protagonista, o coprotagonista, è il dolore. Eppure anche io lo vivo così, come un libro estremamente felice. A vederlo, almeno, lo sembra.

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Lo consiglierò in ogni dove, di questo stai certo!

Ecco l’immagine che mi mancava, il tuo libro è scritto in apnea, come se anche il fiato o il respiro potesse creare una smagliatura nell’ordito che le parole stanno cucendo intorno al cuore. Credo che il libro attinga la sua felicità proprio dal silenzio di cui parlavi. Un silenzio che è anche pacatezza dell’animo, perché il dolore non può essere accudito se non si è in una condizione di distacco dalle passioni. Non è questo che manca al padre per poter domare il suo dolore? Il distacco dallo stesso, sentirlo accanto come lo percepisce il bambino, e non sopra come invece il padre. Il dolore c’è e si sente, ma non ci sovrasta. Io dal Bambino ho imparato questo. Solo così il dolore, soprattutto quello di cui non si è responsabili può essere un cucciolo di dolore e non trasformarsi in belva. Un altro motivo della felicità del tuo libro, infatti,  risale all’assenza di colpevolizzazioni. Non cerchi responsabilità, ma descrivi reazioni che non implicano un giudizio, ma solo compassione, nel senso più vero ed etimologico di provare insieme lo stesso dolore.

Se dovessimo cercare una morale o trarre un insegnamento da “Un bene al mondo”,  non sarebbe di comunicare con il proprio dolore, come il Bambino fa con il suo, e comunicare il proprio dolore agli altri come fanno il Bambino e la Bambina? Tenerlo al guinzaglio, o peggio chiuso in casa, non lo rende feroce? Forse è proprio nel compatire (inteso di nuovo come soffrire insieme) che risiede un briciolo di salvezza? Forse è la compassione che ci rende felici?


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È significativo che tu abbia aggiunto una maiuscola al bambino. Che dal bambino tu l’abbia fatto diventare il Bambino. Con la maiuscola diventa in qualche modo un simbolo. Forse sta proprio lì la risposta alle domande che mi fai, a ben vedere. Ovvero nel fatto che io ho raccontato la storia di un bambino e del suo dolore, e questo per me significava tentare di accostarmi nella maniera più onesta possibile a loro due, e più in generale al cuore della loro storia. Stare vicino a loro due, ascoltarli, senza pretendere niente da loro. Senza caricarli nemmeno di una responsabilità troppo grande. Poi certo, così facendo a volte si tocca l’umano, ciò che tutti ci accomuna, ed è lì che prova ad arrivare la letteratura. Ma ci si riesce magari per un istante soltanto, per il miracolo di una riga. Lì certo – ma non saprei dire se dentro “Un bene al mondo” accade – succede qualcosa di grande che si può solo provare, senza descrivere. Quale dunque sia la strada non lo so. Il padre del bambino gli affida il proprio dolore convinto che sia il figlio a doversene occupare. È un passaggio terribile, ed è un gesto molto violento. Forse tra i più violenti che si possa immaginare. Detto questo ciascuno fa quello che può. E il bambino impara a difendersi. Mi sembra sia tutto molto semplice, in fondo. La compassione è una strada, certo, e non saprei dire se è quella del bambino. Compatire significa sentire il dolore dell’altro. Il bambino lo vede, vede tutti i dolori, il che è la sua croce e la sua delizia.

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Avviene qualcosa di grande nel tuo romanzo, non in una sola riga ma in ogni riga. Un libro che non va letto, ma meditato. Frase dopo frase.

Parlavi di antifavola. In realtà il motivo più evidente del rovesciamento della favola classicamente intesa è il bosco. Da luogo pauroso e in cui si viene abbandonati dai genitori, in “Un bene al mondo” diviene rifugio ludico, l’unico mi sembra in cui il Bambino riesca ad essere davvero bambino, a liberare il suo dolore, a sentirsi in pace con sé stesso e dove finalmente prova la felicità. Anche se è proprio nel bosco che il bambino vivrà una delle esperienze più dolorose del suo rapporto con la bambina.

Ma tutti i luoghi, però, vivono una dimensione in perfetto equilibrio tra la favola e la realtà, in cui il capovolgimento è molto forte. La casa come prigione, la piazza come luogo infido, mentre luoghi considerati pericolosi, come la zona oltre il passaggio a livello, o innominabili, come il cimitero, diventano spazi familiari e quotidiani, e infine la stazione luogo di partenze e di evasioni.

Anche la copertina sembra sottolineare la fondamentale importanza riservata ai posti nel romanzo. Una geografia emotiva, che circoscrive e traccia il percorso del bambino: la casa, la piazza, il cimitero, il bosco, la ferrovia.

I luoghi non sono semplici spazi, ma sono spazi emozionali, tutti in qualche modo “sacri” per i riti relazionali che vi si svolgono.

C’è sempre un limite da superare nel percorso del Bambino. Pur vivendo in una casa cubo, in un piccolo paese, gli occhi del Bambino sembrano guardare all’infinto. Di che cosa è alla ricerca il Bambino nei suoi giri solitari?

Foto presa dal blog Mammagiramondo.blogspot.it
Foto presa dal blog Mammagiramondo.blogspot.it

Molto interessante la tua lettura. Non ci avevo pensato, a questo rovesciamento così dettagliato della grammatica della favola. Quello che dici a proposito del bosco, in effetti, mi sorprende ancora di più. È vero! Vedi quante cose si scoprono, grazie ai lettori. Non so, io credo che il bambino sia soprattutto uno la cui caratteristica principale è l’ascolto. Il bosco è, per certi versi, la casa del silenzio. È  il posto in cui abita il silenzio, o così almeno siamo abituati a pensarlo. E quello che dice il bosco al bambino in ascolto è che il silenzio non è quella creatura spaventosa che credono gli uomini (e le donne): perché il silenzio viceversa è una città, è popolato di tantissimi esseri viventi, alcuni più silenti altri invece al contrario piuttosto rumorosi. L’infinito che guarda il bambino di cui parli, forse è quel silenzio. Gli interessa – se solo conosco un po’ quel bambino – proprio perché è infinito nel senso di non-finito. La casa è un cubo che opprime e da cui sembra non ci sia scampo: sembra un luogo finito, come sembra finita la sua vita lì dentro. E invece lui cerca una possibilità alternativa, credo. Il suo dolore gli insegna per certi versi a cercarla, gli chiede di seguirlo e di fidarsi di lui. Forse non è la pace, quella che troveranno. Ma certo il bambino vede che le cose non sono ‘finite’, ma – per tornare all’inizio della nostra conversazione – sono in infinita trasformazione. Che di fatto è la scoperta di una cosa tanto banale quanto enorme: che la vita è sempre sorprendente.

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Per concludere questa nostra chiacchierata, che io potrei portare avanti all’infinito, una riflessione sull’amore.

La parola “amore” non ricorre spesso in “Un bene al mondo”. In quelle poche occasioni o è associata alla bambina, l’unica che insegna e mostra al bambino la misura dell’amore, oppure è unita a dolore. In una di queste occasioni il binomio dolore/amore è presente in una riflessione che a mio avviso racchiude uno dei tanti sensi del romanzo. Uno dei tanti, ma forse quello che maggiormente fa breccia nel lettore:

Un uccello avrebbe potuto vedere tutte queste cose, o forse no, perché anche gli uccelli fanno quello che vogliono e possono fare. Ma certo è che se qualcuno avesse visto il bambino in quel momento, sentendo la sua tristezza avrebbe provato una pena infinita. Ma poi avrebbe capito che se il dolore e l’amore non fossero scomparsi d’un colpo, il bambino non sarebbe mai partito per andarli a cercare.

Il dolore e l’amore vanno a braccetto in “Un bene al mondo”, che è un romanzo sull’amore proprio in quanto romanzo sul dolore. Ecco, in conclusione, Andrea, di quale dolore e di quale amore si tratta?

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Non lo so. Credo però che abbia a che fare con la temperatura. Con il sentire caldo, e con il sentire freddo. Poi alla fine cerchiamo di mettere tante parole e ci dimentichiamo degli altri sensi. La letteratura ha sempre quel problema, di dover arrivare attraverso le parole a qualcosa che non è verbale. Che c’entra molto poco con il cervello, che è il principale organo di impacchettamento del mondo. Insomma: un bambino con il suo dolore incontra una bambina che si prende cura di entrambi, e a lui per la prima volta si scaldano le mani. Tutto qui. Non c’è nient’altro da dire. È tutto evidente.

Nel ringraziare Andrea Bajani della cura e dell’attenzione che mi ha dedicato, vi invito a farvi scaldare le mani dalla lettura di “Un bene al mondo”.

Chiacchierando (di nuovo) con… Andrea Bajani
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