Mark T. Mustian, La memoria del vento, ed. Piemme

di Cecilia 

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copertina_mustianLa bella copertina del romanzo di Mustian ha attirato la mia attenzione, occhieggiando (letteralmente!) tra tanti volumi accatastati di una delle tante bancarelle, ormai così frequenti a Roma; mi sono trovata, dunque, ad acquistare il libro, intonso, incartato,   senza consultare la quarta di copertina, com’è mia abitudine, solo per il fascino di quell’occhio azzurro che mi guardava intensamente. La recensione, poi, parlava di una “tragedia negata” del “valore del perdono” (The New York Times) non specificando, però, a quale delle innumerevoli tragedie del passato si riferisse, anche se il nome dell’autore evocava chiaramente un’ascendenza armena, come poi ho potuto verificare.

Il genocidio degli armeni e la loro diaspora sono stati spesso al centro del mio interesse; come di solito accade, per mia deformazione professionale (sì, lo confesso! sono un insegnante di Lettere di Liceo), finalizzo la scelta dei libri e la loro lettura alla possibilità di condividerli con i miei studenti, partendo da argomenti trattati in classe nelle varie discipline.

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Così, qualche anno fa, lessi con gli alunni il romanzo di Antonia Arslan, “La masseria delle allodole”, constatando il grande impatto che aveva sui ragazzi ginnasiali, colpiti dal vivido racconto di quello che si può definire il primo genocidio del XX secolo, ancora negato, almeno ufficialmente, da parte del governo turco.

La conoscenza con la scrittrice durante un Festival Letterario, mi colpì ancora di più: lei, ormai anziana, era così minuta, fragile apparentemente, ma fortemente determinata nella sua azione di divulgazione e di testimonianza di questa tragedia.

“Fatelo leggere, fatelo leggere a scuola, per favore, che i giovani sappiano!” – ci disse Antonia Arslan, sapendo che molti tra il pubblico erano insegnanti.

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Il romanzo di Mustian, invece, ha un’impostazione diversa: sembra, ad una prima lettura, un “romanzo di genere” americano: conflitti familiari, malcelate ipocrisie, dolori  inconfessati, “il sogno americano” infranto, insomma un’ambientazione simile (ma stilisticamente molto distante, bisogna dirlo!) ai romanzi di Franzen, della Strout o di altri romanzieri contemporanei statunitensi.

Ambientato all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso in Florida, La memoria del vento ha come protagonista il novantenne Emmet Conn, vedovo da poco tempo dell’amata Carol, consumata da una lenta malattia degenerativa. Lasciato solo dalle figlie, con cui ha un difficile rapporto, si ammala improvvisamente di tumore al cervello, lui che, sano e “forte come un pesce” aveva assistito l’amata compagna.

Improvvisamente, però, il precario equilibrio dell’anziano malato si incrina: degli strani sogni, anzi delle rȇverie, lo immergono in un lontano passato di cui non sa nulla…Emmet di origini turche, a malapena ricorda qual era il suo vero nome, Ahmet Khan, prima della sua naturalizzazione americana.

Era la moglie, infatti, a conservare la loro comune memoria storica: a causa di una grave ferita di guerra nel 1915, il giovanissimo Ahmet era stato trasportato erroneamente in Inghilterra con una nave ospedaliera, confuso i tra i soldati inglesi. Curato dal “suo angelo custode”, la crocerossina americana Carol, si innamora di lei, la sposa e va in America, ma nonostante cambi il suo nome e prenda la cittadinanza americana, deve affrontare i pregiudizi della wasp middle class. I due, però alla fine, sembrano realizzare il sogno americano costruendo una famiglia operosa e  “mediocremente felice”.

Questo preambolo rocambolesco (poche pagine nel libro) sintetizza l’espediente narrativo alla base del romanzo: Emmet, alla fine di una normale e semplice vita, malato terminale di tumore al cervello comincia ad avere prima “vividi” sogni, poi delle visioni, sempre più realistiche tanto da precipitare in una realtà dissociata.

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Ex abrupto la narrazione si sposta indietro nel tempo, nella Turchia del primo Novecento: dai sogni del protagonista emergono immagini confuse di dolore e di morte, paesaggi esotici tra deserto e città orientali, personaggi sfocati, per lui irriconoscibili. Via via affiora alla sua coscienza il passato rimosso: il giovane Ahmet era un ufficiale della gendarmeria turca, incaricato di guidare (deportare!) un convoglio di armeni, soprattutto donne, vecchi e bambini dal nord dell’Anatolia ad Aleppo, ufficialmente per consegnarli alle autorità francesi che allora occupavano la Siria. Ahmet, però, si rende ben presto conto che in realtà lui è uno strumento del governo dei “Giovani Turchi” per sterminare “un’etnia che familiarizza e cospira con la Russia e quindi nemica sul suolo patrio”. Tra questi nemici c’è la giovane Araxie, bellissima ragazza armena, dallo sguardo sfuggente (“ha gli occhi del diavolo, uno azzurro e uno marrone”), vittima innocente che affascina il suo aguzzino.

donna-armenaIl punto di vista, dunque, si pone su una prospettiva che definirei in ambiguo equilibrio: il protagonista è un turco, carnefice di quella tragedia e l’autore, di origini armene, vuole denunciare e preservare il ricordo di quella barbarie negli Stati Uniti d’America, uno stato, così democratico, libertario e accogliente, tuttavia spesso dimentico della storia degli altri, di coloro che ospita, ma che ormai oggi sono americani.

A mio giudizio, però, il taglio che Mustian dà alla trama e, soprattutto, al personaggio di Ahmet è un po’ buonista: Emmet/Ahmet ha troppa ingenuità nel vedere/vivere quegli eventi, troppi sensi di colpa, troppi improvvisi cambiamenti tra atti efferati e azioni pietose, è un po’ troppo “meccanicamente” buono!

Nonostante ciò, questa prospettiva può fornire al lettore non tanto una chiave di lettura diversa (non è possibile alcun revisionismo, a mio giudizio, né possibilità di attenuare le responsabilità turche), ma almeno l’eventuale comprensione di quella che può definirsi anche in questo caso “la banalità del male”: come è mai possibile che un semplice uomo (che sia turco, tedesco o italiano…) possa diventare un assassino e un carnefice spietato? Non dubito che vi furono soldati turchi che forse entrarono in crisi all’esecuzione di quegli ordini così crudeli; forse alcuni neanche avevano subito compreso che cosa stessero facendo, ma chiare furono la determinazione, la crudeltà e la rapacità con cui i turchi si avventarono sulla minoranza armena, provocando la morte di più di un milione di persone.

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Certo nel romanzo ci sono alcuni clichés narrativi, come l’amore tra prigioniera e carceriere, l’escamotage della perdita di memoria come rimozione di un trauma insopportabile, di una colpa estremamente turpe. Inoltre definirei “picaresca” l’ultima parte del libro, che vede l’anziano Emmet fuggire dalla clinica (anzi un manicomio!) per cercare dopo ottant’anni la sua Araxie, dopo aver saputo che anche lei si era salvata ed era giunta in America. Il finale, però, un vero fulmen in clausula, è degno di un “dramma americano”, congeniale anche alla sceneggiatura di un film oltre che alla trama di un romanzo (ma forse l’autore pensava ad una possibile trasposizione cinematografica!).

aleppo1Infine, veramente di notevole intensità letteraria sono le parti centrali del libro…quasi lirici sono i capitoli dedicati ad Aleppo; la bellissima, cosmopolita Aleppo di primo Novecento! Città piena di fascino, in miracoloso equilibrio tra etnie e religioni diverse, costumi orientali e mode occidentali, nelle cui strade si parlava arabo e francese, turco ed ebraico; l’Aleppo di un secolo fa, che accoglie gli Armeni (i pochi sopravvissuti!), li tutela, cerca di offrire loro un nuovo possibile futuro.

 

Noi non conosceremo più questa Aleppo, ormai distante “ere geologiche” dalla città agonizzante dei nostri giorni, martoriata, distrutta, ridotta in macerie per una lunga guerra che ne ha estirpato l’anima e l’essenza.aleppo2

 

Forse queste pagine le leggerò in classe…..sì, certo le leggerò per far sapere ai miei ragazzi che cosa è stata Aleppo e per offrire loro almeno un’immagine, una rêverie, appunto, di quella che era una delle più belle città orientali, oggi torturata e annientata… ennesima innocente vittima della Storia.

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