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Africo è più Italia di quanto gli italiani possano credere, sempre che sappiano cosa sia e dove sia, Africo.

Da Africo è partito Francesco de Core in “Un pallido sole che scotta” (Spartaco) ed è lì che dovete immaginarci, almeno all’inizio di questa chiacchierata sul libro, che per me è stato uno dei viaggi fondamentali di questa estate appena trascorsa.

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“Un pallido sole che scotta”: inizia con questo verso meraviglioso di Attilio Bertolucci il viaggio letterario di Francesco de Core. Il sottotitolo traccia il percorso: da Africo a Napoli, viaggio nel cuore del Sud.

Come proseguire senza sostare sulla pregnanza di un titolo che assomma poesia e chiarezza, analisi e suggestioni, lucidità e sentimento?
Spiegare il nesso tra il verso di Bertolucci e il cuore del Sud, che trapela dalle pagine, credo che racconti molte cose del tuo lavoro e anche del perché merita di essere letto dai lettori del Sud, per conoscere parte della loro vera identità, e da quelli del Nord per scoprire la bellezza dell’altra parte di sè.

Il verso di Attilio Bertolucci, splendido nella sua linearità descrittiva, è un ossimoro che tiene dentro di sé tutte le contraddizioni del Sud che sono andato a descrivere, con i miei occhi, la mia prosa e con quella di grandi scrittori poeti intellettuali di un tempo “altro” dal mio (tranne nel caso di Roberto Saviano a Marcianise, la piccola patria dei giovani campioni di boxe che combattono nella Terra dei fuochi: a proposito di ossimori e realtà stridenti). L’identità del Sud, del resto, è plurale; non può essere ridotta a schemi giornalistici, a cifre da ufficio statistico o semplicemente alla immagine fissa di una cartolina, bella o sporca che sia. Se così facessimo, commetteremmo una ingiustizia palese nei confronti del Mezzogiorno. Fascino e degrado, passione e incuria, slancio e prevaricazioni, poesia e degenerazione: mettendomi in cammino mi sono spesso imbattuto in sentimenti talmente contrastanti da sembrare io stesso incoerente nelle mie valutazioni. Ma l’essere ambigui, nel senso di oscillare da un impulso a un altro di segno opposto, è qualcosa che al Sud devi mettere in conto. Non puoi pensare di restare te stesso in un vortice che mescola la rabbia con lo sfruttamento, le angherie con un generale imbarbarimento prima che si accenda la scintilla, e ti appaia un Sud di tutt’altro tenore, umano anzitutto, di una bellezza arcaica e profonda. Sono partito dalla estremità (geografica ma pure socio-culturale) di Africo perché Africo è un simbolo della nostra Italia, e se non fosse stato per quel magnifico esempio di giornalismo investigativo che è il libro del grande Corrado Stajano, nessuno avrebbe sentito parlare di questo paese che assomma delitti e ingiustizie, dove l’uomo e la natura hanno complottato in egual modo. E dove pure oggi c’è una bella comunità resistente, che cerca armonia con il proprio tempo e con il proprio paesaggio, che vuole mettersi in discussione senza negare nulla ma pure rifiutando quel marchio di infamia che la tiene avvinghiata a cronache di morte, senza speranza. Riscatto è una parola acerba, ma c’è chi sa pronunciarla senza doversi vergognare. Una risalita lunga, la mia, lungo la Calabria e fino a Napoli passando per il Cilento e la Terra di Lavoro, dove è stupefacente la bellezza che ancora si aggrappa al nostro sguardo e dove è giusto scavare, senza pregiudizio, nella Storia che non può fermarsi a quello che ci hanno raccontato per troppo tempo, in superficie, con versioni talvolta di comodo, nel male ma anche nel bene.
Sono un viaggiatore che fa i conti con una ferita aperta da anni, una cicatrice che non si sana, perché troppo sale ci è stato versato sopra, in dispregio dei luoghi, delle persone, della vita stessa. Un viaggio lungo e faticoso, perché costa fatica non fermarsi al primo, talvolta ingannevole, colpo d’occhio e perché ci vuole pazienza, attenzione, costanza nell’ascoltare il fiato stesso della terra, sempre più debole, sempre più stanca. Sud spezzato, dilaniato, offeso, violentato: camminarci dentro, con guide straordinarie come Sciascia, Berto, Zanotti Bianco, Antonicelli, Pasolini, Strati, Siciliano, Camus, Herling, Compagnone tra gli altri e insieme agli altri, è stata per me, meridionale, una esperienza vecchia e nuova insieme. Aperto a tutto ma con una convinzione profonda: che per costruire a mani aperte il proprio futuro bisogna saper essere (intimamente e integralmente) onesti nella rilettura del proprio passato. E non sempre il Sud ha saputo essere onesto con se stesso. Anzi, non lo è stato quasi mai.

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Hai saputo sintetizzare brillantemente tutto quello che ho amato nel tuo libro, a partire dal senso più profondo del tuo viaggio, dove è l’indagine e la ricerca a spingerti per i luoghi e a cercare compagnie illustri, e non come talvolta accade una tesi precostituita da voler dimostrare a tutti i costi, anche forzando il paesaggio e la realtà. Ma da meridionale ho sentito il battito del cuore, quel calore che pervade la nostra concezione dei luoghi, e a volte persino il ricordo degli stessi. Tra le tante pagine belle, non esiterei a indicare che per me le più belle sono quelle che dedichi a Salerno e ad Alfonso Gatto e a Caserta Vecchia, con Pasolini e Antonio de Core, tuo padre. Perché nelle pagine del libro tu sei presente, come narratore, in una molteplicità di figure e sguardi. Sei il viaggiatore che ha consapevolezza delle mete e delle storie che esse possono raccontare; sei l’osservatore che dai luoghi sa trarre analisi di varia natura; sei il lettore che porta con sé una piccola, interessante biblioteca; sei il giornalista che ricerca il passato e il presente, che trae spunti e lancia interrogativi; ma sei anche te stesso, con un velo sottile di autobiografia che dona all’analisi un tratto di immediatezza, che veicola la partecipazione del lettore. Un equilibrio perfetto tra soggettivo e oggettivo, che mi sembra sia uno degli elementi del grande giornalismo.
C’è un aspetto di te che ha guidato il tuo viaggio, o uno che hai dovuto mettere a freno per scrivere il libro? Che tipo di narratore è quello di “Un pallido sole che scotta”? I motivi più strettamente biografici fanno parte da sempre del progetto narrativo o si sono inseriti durante il viaggio?

Non sono un viaggiatore in senso classico, neppure un semplice osservatore o un lettore più o meno accanito; in questo libro non sono neanche un giornalista in senso stretto (che è poi la mia professione abituale) o un narratore di storie che fluiscono partendo da più punti senza peraltro avere una direzione univoca.
Non sono nulla di tutto questo in “Un pallido sole che scotta” ma un insieme di tutto questo. Sono un viaggiatore che racconta e un lettore che “esibisce” materie e spezzoni di altri libri, ben più solidi e importanti del mio. Mi aggancio del resto ad autori e luoghi che si sono stratificati nella mia vita durante gli anni, e tutti noi sappiamo che – al di là dei valori, che mai dovrebbero mutare – cambiano invece il gusto e la sensibilità, l’esperienza si affina, e forse le disillusioni diventano più concrete, visibili, amare.
Il mio non è un saggio tradizionalmente inteso, non è un reportage, non è una guida, non è un racconto: è indefinibile perché così ho voluto che fosse. C’è la mia storia personale e quella in chiaroscuro del Sud, ci sono i chilometri vissuti, le pagine lette, gli autori noti e quelli trascurati (più i secondi che i primi), i volti anonimi: e c’è a sorreggere questa impalcatura uno stile – o una impostazione di stile, non so fino a che punto riuscita – dove la potenza della narrativa si coniuga alla forza della cronaca, del “visibile”.
Più di un critico, e a ragione, ha definito “barocco” lo stile di “Un pallido sole”. Ma questa annotazione non la ritengo una incrinatura, un punto debole del libro, anzi: credo invece che sia un elemento fondante del mio modo di raccontare, perché ho cercato di rispecchiare la complessità del Sud, e insieme la sua ricchezza d’espressione, le sue stratificazioni, i suoi umori. Una lingua piana, senza rilievi, senza scosse, non mi sembrava fosse adeguata.
In una intervista firmata sullo “Straniero” da Alessandro Leogrande, e recentemente riproposta dal sito Minima&Moralia, Ermanno Rea – che cito nel libro perché punto di riferimento imprescindibile per chi, come me, tenta di trapanare lo strato superficiale e più duro della realtà per comprenderla nel suo profondo – sostiene che “dalla mancanza di informazione si è passati al suo esatto contrario: l’eccesso di notizie, qualcosa che ci travolge quotidianamente, un magma incandescente in cui c’è di tutto, un magma che cresce progressivamente tale da diventare oppressivo. Se in passato lo scrittore aveva il compito di inventare una realtà deficitaria, oggi al contrario ha il compito di interrompere questo flusso irreale: ha il compito di bloccare la macchina che macina la quantità di fatti che ci scivolano addosso”.
All’eccesso di notizie sul Sud ho provato a rispondere con un viaggio che fosse quanto più personale possibile senza che il lettore, però, perdesse di vista – a fronte di una massa informativa ormai non più arginabile – il senso di una realtà diversa da quella superficialmente prospettata e in continuo divenire, a partire appunto dalle sue (per molti aspetti) insanabili contraddizioni.
Pensiamo al capitolo su Pier Paolo Pasolini, regista del “Decameron”, e su mio padre, che è stato un pittore fortemente legato alla tradizione della sua terra; la suggestione (tutta mia) di un accostamento solo in apparenza irriguardoso nasce dal fatto che due persone, due intellettuali estremamente diversi per cultura e modalità espressive alla fine abbiano operato negli anni 70 in una dimensione come quella di Casertavecchia che continua a esercitare un fascino magnetico per la sua sublime irrealtà.
Come provare quindi a uscire fuori dagli schemi quasi “recitativi”, e quindi perlopiù logori, che ingabbiano il Mezzogiorno? Solo con una visione, uno stile, un modo di raccontare che è insieme intimo eppure ancora prodotto di una memoria collettiva che stiamo assurdamente disperdendo. Se vogliamo chiamarla letteratura, ben venga. Se compito della letteratura è quello che definiva Rea nella intervista. Ossia “leggere in profondità con tutti i mezzi a sua disposizione: l’analisi sociologica, l’antropologia, la storia, il giornalismo, l’invenzione, il sentimento…”.

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“Un pallido sole che scotta” è indefinibile, hai ragione Francesco, ma per addizione non per sottrazione. È un saggio, è un reportage, è un racconto e a suo modo è anche una guida. Ma lo è in maniera del tutto inusuale, e fuori dalle righe. Forse un paragone lo si potrebbe fare con Massimo Onofri che con “Passaggio in Sardegna” e “Passaggio in Sicilia” ha compiuto, ma con altri toni e stile differenti, e soprattutto altre intenzioni, un percorso narrativo simile al tuo nella commistione dei generi letterari. L’elemento che più vi accomuna è la vicinanza e la relazione con i luoghi narrati, che origina la profonda e variegata conoscenza degli stessi.

Si nascondono modelli narrativi dietro la genesi del tuo libro, o invece nasce da un’esigenza del tutto personale e non mutuata altrove?

Il paragone con i bei libri di Massimo Onofri, un maestro della critica che ha avuto il coraggio, la passione e quel tanto che basta di sana follia per inoltrarsi nei sentieri di una saggistica splendidamente spuria, incisiva e suadente insieme, naturalmente mi inorgoglisce. Ma il mio percorso è meno – per così dire – classico e più rabdomantico; i miei percorsi sono più laterali e meno affollati, forse per una forma di maggiore empatia con i luoghi attraversati e vissuti, alcuni dei quali mi rimandano all’età dell’infanzia e dell’adolescenza. L’itinerario che ho tracciato quasi senza saperlo, ma solo tuffandomi lungo strade che mi avevano affascinato, per molteplici e differenti versi, è alla fine, “borgesianamente” il disegno del mio vissuto. Forse per questo c’è tanta rabbia, persino disperazione per quanto avvenuto, per una mutazione irreversibile che resterà incisa per sempre nelle carni del Meridione – ben oltre la metastasi diffusa delle criminalità (più o meno) organizzate. Non ho voluto essere equilibrato, mai. Non mi interessa praticare la virtù dell’equilibrio in un libro che vuole sentire, e far sentire, il battito e il tremore della terra, da buon siloniano. La lezione del giornalismo, certo, mi serve e continuerà a servirmi perché lo sguardo deve posarsi laddove è necessario che si fermi; lo sguardo deve essere attivo, incisivo, mobile. Ecco, l’osservazione, se propedeutica all’urgenza di capire, di non fermarsi alla orizzontalità delle cose del mondo, è una buona, onesta pratica. Indispensabile, direi. E poi la scelta dei compagni di viaggio: anche questa estremamente personale, e controcorrente. Chi sente più parlare di Saverio Strati o Umberto Zanotti Bianco? Chi, della grande avventura intellettuale di Enzo Siciliano, oggi mette in evidenza quanta parte abbia avuto la Calabria delle origini nella sua produzione narrativa? E Giuseppe Berto non paga ancora dazio per le sue posizioni politiche? Siamo certi che una figura adamantina come quella di Franco Antonicelli abbia avuto il rilievo che merita nella storia d’Italia? E cosa dire di Alfonso Gatto da Salerno, unico e straordinario poeta, i cui versi per anni sono stati introvabili mentre le grandi case editrici si prodigavano in stampe (e ristampe) di inutili, pessimi, assolutamente dimenticabili scrittori? Infine, nella Napoli che tutto tritura crogiolandosi nel peggio dei tanti mediocri e avvilendo i pochi buoni sopravvissuti, cosa rimane della voce tagliente di Luigi Compagnone o di Gustaw Herling?
Mi dirai: scelte personali, e dunque opinabili. Discutibili. Certo che sì: ma a me già basta, nel percorso di “Un pallido sole”, averle cavalcate per dare un briciolo di dignità al mio anomalo viaggio nelle viscere del Sud. Senza fare sconti a nessuno.

Lucania di Carlo Levi
Lucania di Carlo Levi

Nella tua intervista a Fahrenheit, che ha destato la curiosità e il desiderio di leggere “Un pallido sole che scotta”, hai affermato che nel tuo itinerario mancava la Lucania. Manca come topografia, certo, ma non come sentimento. Perché i luoghi da te descritti diventano, pur nella precisione geografica delle tue osservazioni, emblema di un universo meridionale, di cui la Lucania fa parte. E dunque se non i nomi, ho comunque ritrovato nel libro: valori, profumi, mutazioni e disperazioni che anche della Lucania fanno parte.
Ripensando alla tua affermazione, si potrebbe già abbozzare un possibile itinerario lucano, tanto di luoghi quanto di scrittori da portare con te? Ma la domanda vale anche come invito spassionato a progettare davvero di metterti in cammino per i sentieri lucani.

Sì, la Lucania manca – come manca l’Abruzzo dell’amato Ignazio Silone – ma è come se fosse sempre presente, un vento che soffia, una voce, un’anima che si ridesta e si rispecchia nelle pagine dedicate alla Calabria e al Cilento in particolare, zone di confine, di sguardi traversi, sofferenze, pathos, fratture, grida. Appunto come la Lucania. La cartina raccolta in tasca mi condurrebbe nei luoghi di Carlo Levi, di Rocco Scotellaro, lì dove le ragazze – per usare le parole del poeta – hanno ”gli occhi più neri e i muri piovono acqua sorgiva”; Aliano, Grassano, Tricarico, Matera, terre dure, aspre, di panorami pietrosi, mediorientali, più presepiali per povertà sedimentata in un passato non del tutto remoto che per contemporanee passeggiate da Touring club, di un turismo di passaggio che calpesta e consuma storie digerendo il superficiale. Terre di versi, Scotellaro e non solo: Sinisgalli, Pierro, Parrella. “Mater Matera”, come l’ha ridisegnata in un bellissimo documentario lo scrittore Andrea Di Consoli, nel segno di una civiltà frantumata, sepolta (per alcuni aspetti, direi fortunatamente) e nello spirito di testimoni autorevoli che ci inducono a pensare che non tutte le trasformazioni hanno il segno aurorale della speranza. Matera madre e capitale, più madre che capitale, oltre i trompe-l’oeil delle manifestazioni ufficiali e dei riconoscimenti, oltre il chiasso delle parate e certa pacchianeria di inutili sfilate.
Con più rapidità di altre aree del Sud, la Lucania ha cambiato pelle – nel pendolo pasoliniano di progresso e sviluppo, tra rigenerazione culturale, distretti iper-tecnologici e “caccia” al petrolio – ma alla fine senza snaturarsi del tutto, senza perdere quella forza primordiale che ancora sopravvive tra le sue genti, nelle sue comunità. La modernità non ha stravolto la Lucania, ma – come spesso accade – l’impatto industriale ha dei costi, ed è di questo, di un’armonia incerta, sottile, che ancora adesso si discute, come se il passaggio dalla civiltà contadina alla globalizzazione non fosse ancora terminato e procedesse su binari fragili.
Ma se proprio dovessi ripercorrere il mio personale itinerario non potrei non fermarmi alla stazione di un sabato materano, in una dolce primavera di fine secolo, a tavola insieme con Goffredo Fofi e Rocco Mazzarone, il medico amico di Levi, Scotellaro, Rossi-Doria, De Martino, Cartier-Bresson, voce di un meridionalismo esercitato non solo sui libri ma tra la gente nella densità degli eventi praticati senza deleghe, volto diafano della Lucania più carica, e vera, non solo simbolicamente. Una emozione profonda, mai più vissuta.

gambrinus-di-notteNon potevamo che finire con Napoli, dove tutto ha fine. Una città complicata, sublime, dai mille volti e altrettanti colori, dai rumori fastidiosi alla canzone immortale.
Forse anche il tuo capitolo più difficile, in cui la narrazione si frantuma perché Napoli si contiene a stento in uno sguardo. Tra i tanti personaggi, tu scegli quelli più appartati, persino uno “straniero” impiantato nella città.
E a Napoli ti saluto, portando con me i mille spunti di questa ricchissima chiacchierata che si sedimentano con quelli, molteplici, della lettura del libro.
Quanto è difficile parlare di Napoli e non (s)cadere nella cartolina? Quanto è stato difficile per te, o invece meno difficile di altri luoghi descritti nel libro? E quanto può essere difficile dir(si) addio a Napoli?

Napoli è stata, e continua a essere, una città – o meglio una piccola/grande patria, già capitale europea – catalogata, sviscerata, ingabbiata. Proprio per questo, secondo me, sfugge a qualsiasi definizione, perché è un quadro “mobile”, senza cornice. L’approdo partenopeo dopo il viaggio a Sud, anzi dentro il Sud nel buio del degrado e tra lampi di bellezza, nel disprezzo di sé ma pure nella consapevolezza di una rabbia plasmata dalla disciplina e dal rigore (penso ai già citati boxeur di Marcianise, una città cuscinetto tra Caserta e Napoli risucchiata da un’unica, immensa periferia metropolitana pur con un suo antico baricentro a vocazione contadina), dicevo che quest’approdo è per me il più sofferto, ma pure l’ultima tappa possibile. Napoli è città-corpo perché inghiotte e macina ma è rimasta acefala, si muove senza una direzione plausibile, vaga immiserita – non arricchita, come molti credono e sostengono – da una teatralità ormai consunta, stucchevole; zavorrata da una plebe che non si è estinta, come invece profetizzava Pasolini, ma che è diventata volgare maschera finto-borghese (nei consumi e nella ostentazione degli stessi) e forma diretta e indiretta di potere, spesso criminale, e comunque una sfumata zona grigia. Un polipo al cospetto del quale il resto della città – la cosiddetta parte sana, il meglio dei ceti professionali, la “ragnatela” delle associazioni, il mondo della cultura – ha assunto un atteggiamento passivo, inadeguato, fiacco. E così Napoli, la città-corpo, si rifugia indolente nel proprio simulacro, e lo vende al mondo. Con un bagaglio di luoghi comuni che però, nel tempo, hanno perso colore e potenza immaginativa.
E allora, per capire e carpire l’anima più autentica di una città che sfugge e sbeffeggia, mi sono affidato a scrittori che non le hanno lisciato il pelo, ma invece hanno affondato il bisturi nella carne, impietosamente: Luigi Compagnone, Nicola Pugliese, Luigi Incoronato, il polacco Gustaw Herling – testimone del sistema concentrazionario sovietico vissuto a Napoli dal ’55; quindi Ermanno Rea, Giuseppe Montesano, Elena Ferrante con modalità e sfumature differenti, dall’inchiesta giornalistica al romanzo che vira verso i toni del grottesco o alla memorialistica in chiave narrativa.
La pioggia e i crolli, non la “bella giornata”; le dolorose dismissioni, non l’arte nelle sue molteplici espressioni; le inevitabili restaurazioni, non le (vere o presunte) rivolte cancellate dalla Storia; la mancanza di autocritica, costanza e severità, non l’indolenza per la continua “occasione perduta”: in queste pieghe, non nella cartolina-patacca, si nasconde Napoli, è lì che vive contraddittoriamente in cicli che mi paiono sempre uguali, come rintocchi di una campana.
La mia Napoli è una città che non fa mai i conti con se stessa, con l’etica, con i valori; preferisce le scorciatoie, la grancassa, l’abbaglio, e nell’essere sofferente, arroccata, si compiace della sua alterità. Per questo ho preferito affidarmi ad autori apertamente dialettici con la città-corpo, che hanno sperimentato – come e più di me – la sindrome dell’innamoramento, dell’illusione e infine del tradimento, della sconfitta. Oltre il mito, il guizzo, la bellezza. E oltre la retorica.

Che aspettate? Aprite “Un pallido sole che scotta” e mettetevi in viaggio con Francesco de Core.

Chiacchierando con… Francesco de Core
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